Archive for the ‘I Vini del Cuore’ Category

Poi ti capita di bere Le Pergole Torte 2013 di Montevertine e… apriti cielo!

14 febbraio 2019

La storia di Montevertine è forse tra le più belle e desiderate per chi si è appassionato così tanto nel fare vino da decidere un giorno di abbandonare tutto, quale che fosse il precedente lavoro, per dedicarsi completamente alla vigna e alla produzione di vini. Certo le colline chiantigiane, Radda in Chianti, quei tempi, hanno avuto la loro indiscutibile influenza sulle scelte di Sergio Manetti.

Toscana igt Le Pergole Torte 2013 Montevertine - foto L'Arcante

Montevertine fu acquistata da Manetti nel 1967, allora Sergio era un industriale siderurgico abbastanza conosciuto, ne fece un casa di vacanza. Come tanti qui in zona tra le prime cose vi impiantò subito un paio di ettari di vigna con l’idea di produrre un po’ di vino per i suoi amici e clienti. Ne venne fuori nel ’71 una prima discreta annata, tanto buona a parer suo da spingerlo di mandarne alcune bottiglie al Vinitaly di Verona tramite la Camera di Commercio di Siena. Gli annali riportano che tale fu il successo di quelle bottiglie che la cosa diede il là a tutto quanto poi ci ha consegnato la storia dei successivi 50 anni di questo straordinario vino.

Abbiamo goduto di uno tra i migliori Sangiovese mai bevuti negli ultimi anni, una bevuta di grande soddisfazione perfetta incarnazione di quanto questo vino rappresenta per la storia e la cultura chiantigiana. C’è dentro questa bottiglia una moltitudine di storie di una terra magnifica, della gente che ha contribuito ha scriverla e a raccontarla, che l’ha difesa strenuamente, con battaglie anche clamorose, sino a condurla ai giorni nostri: Sergio Manetti, Giulio Gambelli e Bruno Bini, per dire.

Le Pergole Torte ha sempre dato dimostrazione di come un Sangiovese possa vivere fuori dal tempo, cavalcandolo senza rimanervi imbrigliato, un vino mai urlato, un quadro autentico, senza sovrastrutture inutili, da aspettare e da godere. Ci è piaciuto tanto questo duemilatredici, forte la connotazione territoriale, con quel filo di frutta continuamente in evidenza, con l’erbaceo e il balsamico a fare da sottofondo, appena speziato; il sorso è gradevolissimo, s’accende giustamente acido, con un tannino sottile e perfettamente integrato, sottile ma affilato, che sul finale di bocca regala un ritorno gustativo piacevolmente corroborante.

Vi è su queste pagine traccia di altre bevute di questo vino, qualcuna anche interlocutoria, qualche altra memorabile. Non abbiamo mai smesso, quando ci è stato possibile, di lasciarne una testimonianza poiché Montevertine, come ama spesso ribadire anche Martino Manetti, il figlio di Sergio che continua la tradizione famigliare nella conduzione dell’azienda dopo la scomparsa del padre, non ha mai ceduto alle lusinghe di vitigni internazionali o altre varietà puntando esclusivamente sui tradizionali Sangiovese, Canaiolo e Colorino, così Le Pergole Torte, tra l’altro prodotto con solo Sangiovese, rappresenta con pochissime altre etichette qui in Toscana quel vino icona di riferimento proprio grazie a questa impronta fortemente identitaria di questi luoghi.

Leggi anche Le Pergole Torte 1995 Qui.

Leggi anche Le Pergole Torte 2000 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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L’Aglianico, l’effetto elastico e il Taurasi 2007 di Michele Perillo

1 febbraio 2019

Torniamo a raccontare di un grande vitigno del Sud, l’Aglianico, varietale che dona vini meravigliosi ma che continua a soffrire una sorta di effetto elastico su troppi appassionati. Di certo non manca (quasi) mai di stupire, appassionare, conquistare, come nel caso di questo splendido Taurasi che ha fatto letteralmente breccia nei nostri cuori, piccolo capolavoro di espressività ed equilibrio.

Ad ogni assaggio nella stragrande maggioranza dei casi si susseguono sensazioni molto positive e grande piacere gustativo che si muovono con molta intensità, con chiare manovre di avvicinamento seguite da profonda devozione, poi un repentino allontanamento, quindi ci si riavvicina nuovamente. Alcune volte manco ce ne accorgiamo eppure, a pensarci bene, un po’ tutti seguiamo questo alternarsi di emozioni con l’Aglianico e il Taurasi, vino tra le sue massime espressioni, in modo del tutto naturale ed istintivo. Non che vi siano dubbi sulla passione e sull’amore per questo varietale e per questi vini, ogni tanto però è come se fosse necessario allontanarsene per sentirne la mancanza, mettere distanza per poi colmarla.

Chi ama gli almanacchi e sa ricercare il buono in bottiglia conosce molto bene Michele Perillo, un po’ per la sua Coda di Volpe, un bianco anacronistico ma sempre avvincente, un po’ per la sua profonda dedizione alla valorizzazione dell’Aglianico in quel di Castelfranci che raggiunge picchi di espressività assoluta, tra gli altri, proprio con questa etichetta qui, annata duemilasette, un millesimo se vogliamo eterogeneo che ha però tratteggiato in qualche caso Taurasi di incredibile pienezza e complessità senza sovrastrutture inutili fini a se stesse; da queste parti poi il particolare microclima dell’areale contribuisce non poco a favorire raccolti con uve pienamente mature con buono equilibrio in zuccheri, composti fenolici, acidi e sostanze minerali capaci di dare vini di nerbo, sostanza e in grado di sfidare il tempo.

L’azienda conta sostanzialmente su cinque ettari di vigneto piantati perlopiù tra Contrada Baiano e Contrada Valle a Castelfranci – qui le altitudini arrivano sino ai 500 metri s.l.m. -, dove ha sede anche la cantina, e nel comprensorio del vicino comune di Montemarano, altro luogo d’elezione per questo straordinario vitigno. L’areale rientra geograficamente in quello che abbiamo imparato a conoscere come il Versante Sud/Alta Valle del comprensorio della docg Taurasi. In sede di vinificazione non vi sono particolari protocolli prestabiliti, è la sensibilità del vigneron che regna sovrana sulle scelte che si fanno in cantina soprattutto in funzione degli andamenti climatici registrati, in questo caso il vino ha passato circa due anni in legno tra botte grande da 20 hl e barriques di terzo e quarto passaggio.

A distanza di poco più di 11 anni il colore è uno splendido rubino concentrato, il naso è fitto, subito caratterizzato da sentori di viola, ciliegia sotto spirito, pepe, lentamente vengono fuori toni più scuri, accenni balsamici e nuances di tabacco e spezie dolci. Il sorso è graffiante, ha tannino di carattere ma ben fuso con il corpo del vino, si distende agile e fine e tira dritto regalando un finale di bocca piacevolissimo e polposo. Altro che effetto elastico, verrebbe da dire!

Leggi anche A proposito dell’Aglianico e del Taurasi Qui.

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Terzigno, Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 Villa Dora

16 gennaio 2019

Non vi è tristezza più grande della superficialità con la quale alcuni uomini trattano alcune parole, certe frasi, pensando di usarle per offendere un popolo intero con oltre duemila anni di storia, cultura, valori straordinari. ”Forza Vesuvio!”, ”Lavali col fuoco!” si sente talvolta urlare a squarciagola dagli spalti…

E’ quindi un destino strano quello del Vesuvio, ammirato, amato, idolatrato eppure sollecitato come un fardello a fare del suo peggio. Puro delirio. Come il suo Lacryma Christi, conosciuto ed amato in tutto il mondo, simbolo – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è cantina, di quelle che contano, che non ne ha in listino almeno una referenza: un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva con l’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, si vende da solo. Eppure, per molti, al di là dei fiumi di vino venduti qua e nel mondo pare soffrire sempre un certo alone di una denominazione vetusta, statica, di un vino fine a se stesso, niente di più che un souvenir d’antan senza pretese fatto apposta per le carovane di turisti con i sandali e i calzini bianchi che brulicano in Penisola Sorrentina o sulle isole del Golfo di Napoli. Niente di più sbagliato!

Basta camminare, tra le altre¤, le vigne di Villa Dora per assaporare quanto sia diventato invece appassionante questo territorio e autentici i suoi vini. Qui siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne difendendole dal bosco, intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di Falanghina e Coda di volpe, di Aglianico e Piedirosso che danno vita a vini che lentamente hanno saputo riappropriarsi di una dignità espressiva originale finalmente riconosciuta e rispettata come merita.

Un traguardo costato anni di lavoro e sacrifici enormi, soprattutto per chi come la famiglia Ambrosio ha scelto di fare grandi vini sin da subito, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse, portando in cantina solo uve di primissima qualità e investendo tanto, costantemente, nel sapere dove mettere le mani, lavorando come Dio comanda e poi aspettare.

Sì aspettare, perché è stato necessario che il tempo facesse il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché i bianchi da Falanghina e Coda di volpe, come i rossi da Aglianico e Piedirosso avessero la capacità di maturare il tempo necessario per consegnarci vini memorabili, proprio come questo Lacryma Christi rosso. Il Gelsonero è un connubio perfetto delle varietà rosse tradizionali dell’areale,  avvenente, immediato e godibile come solo il Piedirosso sa essere ed ampio, polposo e intrigante come da manuale per l’Aglianico. E allora sì, ”Forza Vesuvio!, lavaci tutti col fuoco incredibile di questo splendido Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 di Villa Dora!”.

Leggi anche Lacryma Christi bianco Vigna del Vulcano Villa Dora Qui.

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