Archive for the ‘I Vini del Cuore’ Category

Clelia Romano, Fiano su tela

5 luglio 2020

E’ un Fiano di Avellino tra i più buoni da sempre, profondo, minerale, incalzante quello di Clelia Romano, con quei sentori che tutti ormai conosciamo come markers identitari del Fiano di queste terre lapiane, li abbiamo studiati per anni, cercati e fissati nella memoria bevendo anzitutto Colli di Lapio, non necessariamente inseguendo bottiglie ”vecchie” o mature, tutt’altro.

Lapio terra del grano, Lapio terra del tabacco, Lapio terra del Fiano di Avellino. Non tutti sanno però che queste terre, oggi gettonatissime per questo splendido varietale bianco campano, un tempo erano perlopiù votate alla coltivazione dell’Aglianico che qui ne ricopriva buona parte della superficie vitata generalmente strappata alle altre colture di sussistenza del tempo, anzitutto grano e tabacco, prima di venire lentamente soppiantato, a partire dalla prima metà degli anni ’70, dalla piantagione di Fiano, vino che aveva, con il ”gemello” Greco di Tufo, già grande appeal commerciale, soprattutto sul vicino mercato napoletano, da sempre principale sbocco economico dei vini irpini.

Lapio terra di Taurasi quindi. L’altitudine, il suolo argilloso, le escursioni termiche, elementi fondamentali che uniti alla tradizione familiare e alla capacità di un grande enologo esperto come Angelo Pizzi hanno consegnato agli annali sempre buonissime bottiglie di rosso prodotte qui in casa Romano: vini austeri, da aspettare, caratterizzati da grande tensione gustativa più che immediata piacevolezza del frutto; per questo, forse, un po’ fuori dal tempo, soprattutto con certe mode e tendenze contemporanee di quegli anni. Anche questo ha influito non poco, facendo sì che il Fiano di Avellino prendesse sempre più il sopravvento sul territorio, contribuendo però a far nascere anzitutto il fenomeno Colli di Lapio ma anche a consegnare alla storia del vino italiano lei, Clelia Romano, per tutti, non da oggi e con pieno merito, Nostra Signora del Fiano!

Non se ne trovano molte in giro di foto sue, men che meno in posa (rubata!), perciò ne facciamo gran tesoro, vieppiù per la straordinaria accoglienza riservataci quel giorno con accanto i figli Carmela e Federico Cieri, davanti ad una straordinaria batteria di vini. Colli di Lapio è in contrada Arianiello, produce tutti i suoi vini con uve provenienti esclusivamente da vigne di proprietà, sono poco più di 10 gli ettari oggi in produzione, con appena una manciata di filari ad Aglianico, quasi a testimonianza storica; vigne dove ci mette le mani anzitutto Carmela, con l’aiuto naturalmente di più componenti della famiglia, mentre in cantina, con Federico – che fa tanto altro ancora! – c’è da sempre Angelo Pizzi, uno dei riferimenti assoluti dell’enologia campana e straordinario interprete di numerosi territori e varietali autoctoni regionali. Qui, questo vino, anche grazie al suo lavoro raggiunge vette incredibili, con una costanza impressionante.

****/* Fiano di Avellino Colli di Lapio 2019. Impressiona per l’ampiezza olfattiva, quella nota balsamica che ne accentua l’anima di montagna e prepara il palato a tanta sostanza. Il colore tradisce leggerezza, il sorso nemmeno si accorge del 13,5% di alcol in volume in etichetta, tant’è che la bottiglia finisce in men che non si dica. Annata complessa, la duemiladiciannove, con un raccolto infinito, protratto sino a metà novembre, fortunatamente qui a Lapio meno problematica che altrove.

****/* Fiano di Avellino Colli di Lapio 2018. Sono circa 80.000 le bottiglie tirate fuori ogni anno, nessuna sbavatura per resa e capacità espressiva. Il colore è preciso, di un paglia luminoso, vivissimo. Il naso è invitante, fruttato e mentolato, rimanda a sentori di erbette in fiore e frutta a guscio, in particolare tiglio, camomilla, citronella; il sorso è pieno di freschezza, il finale di bocca lunghissimo, con un ritorno balsamico assai piacevole. Riporta 13,5% di alcol in volume, pare avviato in rampa di lancio.

**** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2017 Annata a dir poco difficile, qui a queste latitudini ci si difende sempre, siamo tra i 550 e 600 metri, il vino è estremamente piacevole ma pare rilassarsi sul finale di bocca concedendosi a pochi guizzi. Il colore accentua una tonalità appena matura pur mantenendo piena luminosità. Il sorso è morbido, caldo e avvolgente, resta fresco e abbastanza persistente al palato, ancora 13,5% di alcol in volume in etichetta. In perfetta armonia.

***** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2016. Probabilmente il Campione che emerge perentorio sopra tutti nella batteria, in splendida forma. Impressiona soprattutto per la verticalità e l’ampiezza olfattiva, con quella nota balsamica che qui si fa più complessa, vengono fuori anche muschio e citronella, la nocciola, addirittura accenni fumé; in bocca non si fa fatica a coglierne l’essenza, un dono di franchezza che si ripete puntualmente ad ogni sorso, asciutto e severo, con un gustoso e lunghissimo finale di bocca.

In anteprima assoluta invece, lasciamo traccia di quello che con ogni probabilità sarà il primo Cru aziendale che la famiglia Romano-Cieri ha (finalmente!) deciso di produrre, viene fuori da una selezione in pianta di grappoli di Fiano di Avellino raccolti tardivamente nella vigna più alta della proprietà, collocata ad oltre 600 metri s.l.m., situata sempre in contrada Arianiello. Un filo pregiato per un ricamo di antica tradizione.

Si tratta per il momento di una minuscola produzione di poco più di un migliaio di bottiglie, si chiamerà ”Clelia”, doveroso omaggio alla Nostra Signora del Fiano ma soprattutto, immaginiamo, per segnare il tempo con la quarta generazione della famiglia Romano-Cieri che ben presto troverà il suo spazio nello smanettare in cantina. Noi la nostra idea ce la siamo fatta e senza tirare le fila a giudizi affrettati ne abbiamo parlato con loro apertamente, a voi non resta che andare in cantina per provarlo!

****/* Fiano di Avellino Clelia 2019. Vendemmiato praticamente e metà novembre dopo una lunga ed estenuante cernita tra i filari che ha tenuto Carmela col fiato sospeso sino all’ultima cassettina portata in cantina. Bellissimo il colore paglia lievemente dorato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è davvero impressionante, variopinto, verticale, ricco di piccole sfumature e note olfattive di grande fascino e suggestione. Ne cogliamo nitidamente tiglio e acacia, camomilla e crema di nocciola, tant’è che sorge il dubbio (anche) di un parziale uso del legno ma Federico e Carmela si smarcano immediatamente al solo pensiero, di legno sui bianchi qui non ne vogliono sentir parlare! E allora non possiamo che rimanerne ancor più impressionati per la profondità espressiva. Il sorso è decisamente invitante, sostenuto da decisa freschezza con un gusto amplificato da pienezza e sapidità ad ogni assaggio. Ci appare un quadro dipinto, Fiano su tela!

**** Fiano di Avellino Clelia 2018. E’ decisamente buono, in perfetto stato di grazia, forse solo un po’ avanti nella sua pienezza espressiva rispetto al duemiladiciannove appena descritto; il colore si arricchisce di una maggiore venatura oro sull’unghia del vino nel bicchiere, possiede un ventaglio olfattivo ricchissimo di frutta e fiori di campo, ancora di miele e piccola pasticceria, il sorso anche qui è pieno di sostanza ma ricco di tensione gustativa, il finale di bocca piacevolissimo. Finito di vendemmiare il 14 novembre, il vino prodotto fa solo acciaio e bottiglia.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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La conquista dell’indulgenza del Piedirosso a suon di sorsi, o del Colle Rotondella 2019 di Cantine Astroni

23 giugno 2020

L’indulgenza, il perdono dei peccati. C’è stato un tempo in cui bastava pagare moneta sonante per riceverla, per essere sicuri di andare dritto in paradiso. Era quello il tempo in cui i predicatori facevano credere al popolo che non servivano la fede e le buone opere, bastava infatti pagare per ottenere il perdono.

A quel tempo, per fortuna, in molti non la pensavano allo stesso modo, tra questi un monaco, colto e profondamente devoto, un certo Martin Lutero. Senza scomodare Papa Leone X, che pure aveva le sue ragioni per avallare una politica quantomeno bizzarra applicata al perdono dei peccati, – serviva per pagare la costruzione della basilica di San Pietro a Roma, perciò decise di vendere le indulgenze in tutta la Germania -, né lagnarsi dello scandaloso comportamento di alcuni predicatori che si spinsero tanto oltre da condurre alla nascita del Protestantesimo, ci piace l’idea che anche a parlar di  vino, del nostro Piedirosso dei Campi Flegrei, coltivare il dubbio – è proprio il caso di ribadirlo con fermezza – abbia contribuito a convertire molti appassionati dalle loro convinzioni davanti a certe belle bottiglie come questa di Cantine Astroni.

Anche da queste parti ne abbiamo viste tante, bevute di più, abbiamo a lungo assistito ad una rincorsa piena di incertezze, qualche scorciatoia e tante mezze misure talvolta senza senso, non senza errori; poi finalmente la verità: proprio come per Lutero, verrebbe da dire, per diversi produttori flegrei c’è stato un tempo tormentato a cui ha posto fine un fulmine, la riscoperta del Credo, di certi valori antichi, del territorio, valorizzandone pienamente il patrimonio vitivinicolo per mezzo di un atto di fede capace di tracciarne una nuova via di successo.

Colle Rotondella duemiladiciannove proviene in larga parte da vigne dell’areale dei Camaldoli, da quel vigneto di circa tre ettari piantato perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei che si affaccia proprio sulla popolosa periferia napoletana, da dove viene fuori anche questo vino delizioso, caratterizzato da una sfrontata giovinezza, con un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere. Annata tormentata quella appena trascorsa, la pioggia di settembre ha provato a rovinare la vendemmia, la forza di saper aspettare il sole di ottobre ne ha riscritto segnatamente il destino dei vini. 

E’ un rosso contemporaneo quello che ci arriva nei bicchieri, prova a regalare un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico di Gerardo Vernazzaro, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva e grazia ricevuta, una sorsata ne richiama subito un’altra, sfrontata, agile, calda e avvolgente.

Leggi anche Piedirosso Colle Rotondella 2018 di cantine Astroni Qui.

Leggi anche Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2011 di cantine Astroni Qui.

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Le radici e l’orgoglio, la persistenza della Falanghina Settevulcani 2018 di Salvatore Martusciello

18 giugno 2020

Ci lega a questi vini e a certe persone un legame affettivo solido, di quelli con una forte persistenza, lo ammettiamo; un attaccamento capace di superare il tempo e le difficoltà, grazie a radici profonde e l’orgoglio di appartenere a una terra perennemente sospesa, talvolta avara di prospettive ma pur sempre generosa e matrigna…

Lo diciamo senza timore di essere smentiti: è tempo che anche Salvatore Martusciello torni al centro dei Campi Flegrei. Con Gilda, sua moglie, hanno ripreso il filo della lunga storia famigliare e dopo la ripartenza con il Gragnano e l’Asprinio sono tornati a produrre i vini flegrei, il Piedirosso e la Falanghina, entrambi con l’etichetta Settevulcani.

Proprio il comprensorio puteolano della denominazione vive un grande momento di rilancio vitivinicolo, dalle coste del vallone di Toiano¤ e del Lago d’Averno¤ alle colline di Cigliano¤ e dello Scalandrone¤, ricche di lapilli dove emergono stupende vigne rigogliose, baciate dal sole, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara finalmente interpretate con sapienza e rispetto. Senza dimenticare le coste di Agnano¤, a ridosso del vulcano Solfatara, Monterusciello¤ e Cuma dove, proprio all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei e poco più in là, verso l’interno, Salvatore coltiva e produce le uve che danno vita ai suoi vini persistenti e vulcanici!

Non smetteremo mai di ricordare che ci troviamo all’interno di una immensa caldera in stato di quiescenza con numerosi crateri e vulcani sparsi su tutto territorio, a nord-ovest di Napoli. Qui, su questi terreni bruni e largamente sabbiosi le vigne conservano ancora il piede franco*, una vera rarità per il vigneto italico; la fillossera, l’afide che distrusse l’intera viticoltura europea tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 del secolo scorso, qui muore per asfissia, quindi le viti sono allevate, si può dire, praticamente come duemila anni fa, cioè sulle proprie radici (franco di piede, di dice) contrariamente a gran parte del resto d’Italia e d’Europa dove precauzionalmente invece è necessario innestarle su una radice americana resistente alla fillossera.

Del valore assoluto di queste peculiarità, della bontà dei frutti di questa terra ne abbiamo avuto ancora una significativa conferma davanti a questa splendida Falanghina Settevulcani duemiladiciotto, caratterizzata da grande spontaneità e tratteggiata da una invidiabile freschezza gustativa, un bianco dalle spiccate virtù minerali ed estremamente versatile a tavola.

Nel bicchiere ci è arrivato un vino dal colore paglierino tenue, con un profilo olfattivo subito invitante, dapprima floreale, poi sostenuto da frutta appena matura, dai fiori di agrumi alla ginestra, dall’albicocca al cedro. Dal sorso asciutto e sinuoso, agile e fedelissimo alla tipologia, tipicamente territoriale e dal finale di bocca tonico e piacevolmente sapido, senza alcuna ostentazione se non la spiccata acidità e quella sensazione salina che tanto serve sulla buona cucina territoriale!

Leggi anche Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

Leggi anche Si deve a Gennaro Martusciello molto più di un ricordo Qui.

(*) Piede franco, non innestata su vite americana Qui.

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La sobrietà travolgente del Montepulciano d’Abruzzo 2017 di Emidio Pepe

15 giugno 2020

Il Montepulciano d’Abruzzo rimane una delle varietà rosse più versatili dello straordinario patrimonio ampelografico italiano, protagonista assoluto in alcuni territori in particolar modo, senza dubbio tra le più bistrattate in alcuni altri.

Certo non qui a Torano Nuovo, nelle mani di Emidio Pepe che ci regala ancora una volta una grande bevuta con questo suo duemiladiciassette, forse non tra le migliori bottiglie di sempre uscite dalla storica cantina abruzzese ma senz’altro un rosso di assoluto valore emozionale.

Annata assai difficile da queste parti, dove non sono mancati disastri qua e là in regione, non qui, dove si fa un grande lavoro in vigna prima che in cantina, riuscendo a tirare fuori, evidentemente, ancora un Montepulciano d’Abruzzo di spessore e larghezza, già per sua natura proiettato a lunga vita. Un territorio unico questo, dove la natura incontaminata gode di un microclima particolare, con la terra argillosa e calcarea che si avvantaggia dell’influenza del mare e delle fredde correnti del vicino Gran Sasso; il resto lo fanno le vecchie vigne coltivate in larga parte ancora a pergola, in regime biologico e biodinamico, i primi 50 anni di vendemmie alle spalle, la manualità e la sapienza dell’uomo, unite al rispetto dei tempi lunghi.

Il colore è splendido, di quel rubino con appena degli accenni granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso chiede e merita un po’ di tempo, non tradisce una certa matrice fruttata e speziata, intrisa di un sottofondo balsamico dolce e sottile, ma è il frutto al centro del disegno olfattivo: franco, polposo il giusto, saporito. Il sorso è quasi prepotente, come solo un grande vino sa regalare, è generoso, con stoffa e misurata sostanza, la giusta tensione gustativa e quella avvolgenza gustosa che ti invita a riportare subito il bicchiere alle labbra, a ripetere quel gesto di sottile seduzione, necessario e piacevolissimo da condurre con certe bottiglie prive di sovrastrutture inutili e pregne di una sobrietà quasi travolgente.

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