Archive for the ‘I Vini del Cuore’ Category

Campania bianco Dall’Isola 2018 Joaquin

8 ottobre 2020

Torniamo a godere di un bianco che ci sta particolarmente a cuore, uno dei pochissimi vini prodotti con varietà autoctone coltivate da sempre sull’isola di Capri che merita degna attenzione.

Dall’Isola duemiladiciotto resta una produzione estremamente limitata, anche per questo preziosa e imperdibile, le uve Ciunchese (Greco), Falanghina e Biancolella provengono da piccole ”pezze” di natura sabbiosa coltivate in maniera tradizionale perlopiù col sistema dello Spalatrone Puteolano, talvolta collocate in luoghi impervi e suggestivi come ad esempio l’affaccio sul Golfo di Napoli di Villa San Michele ad Anacapri, il comune più alto dell’Isola, ai piedi del Monte Solaro.

Raffaele Pagano a Capri non ci è arrivato certo per caso, sono ormai oltre dieci anni che produce puntualmente il bianco Dall’Isola, riconoscendovi in questa piccola produzione, sin da subito, tutto il potenziale di una grande sfida avvincente; lui, già produttore di spiccata originalità in quel di Montefalcione, con vigne anche Lapio e Paternopoli, ci aveva già abituati a vini mai banali, segnatamente autentici, talvolta fuori dagli schemi tant’è che la sua opera qui come altrove resta una vera e propria ”cantina laboratorio” per i vitigni autoctoni campani.

Dicevamo quindi Ciunchese (Greco), Biancolella e Falanghina selezionati, è proprio il caso di dire, acino per acino, con una piccola percentuale lasciata surmaturare in pianta: questo delizioso bianco ha colore paglierino tenue, è luminoso e intriso di piacevolissimi sentori molto invitanti, profumi floreali e sfumature agrumate assai suggestive, ci trovi dentro caprifoglio e camomilla, ma anche fieno ed erbe mediterranee, limone e cedro. In bocca è asciutto, possiede un ottimo slancio gustativo che ammanta il palato di sana freschezza e chiude sapido e minerale un sorso davvero gustosissimo, con quell’11,5% in volume di alcol in etichetta! Un tempo se ne facevano solo una manciata di magnum, da qualche anno se ne producono poco più di 2000 bottiglie l’anno!

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E venne il giorno della prima verticale storica del Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella di Cantine Astroni

28 settembre 2020

E’ una verticale storica questa, che segna il tempo trascorso provando a contare e raccontare i passi fatti in tre lustri nei Campi Flegrei da Cantine Astroni e Gerardo Vernazzaro, senza dubbio tra i più dinamici produttori e interpreti del panorama enoico di questo pezzo di territorio della provincia napoletana.

La famiglia napoletana Varchetta da oltre quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, all’incirca vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Sono oltre dieci anni che proviamo a consegnare a queste pagine, con una certa regolarità, le impressioni su tutti i vini di Gerardo, il racconto della sua significativa sensibilità nell’approcciarsi al Piedirosso e alla Falanghina dei Campi Flegrei, a partire proprio dal Colle Rotondella¤ – tra i primi ad essere qui recensito con l’annata duemilanove, nel 2011 – sino al Riserva Tenuta Camaldoli¤, seguito dai bianchi Colle Imperatrice¤ e Vigna Astroni¤ passando da Strione¤ al Tenuta Jossa¤.

Ebbene, pur senza allungarci troppo in una sterile adulazione o innescare inutile piaggeria possiamo dire con una certa ragionevolezza che ognuna di queste referenze hanno raggiunto oggi grande equilibrio e piena espressività, risultato figlio di un lavoro duro e faticoso che ha richiesto anni di impegno, investimenti, studio, confronto, umiltà, provando a destreggiarsi tra insidie, errori, opinioni talvolta date senza avere piena conoscenza diretta dei fatti ma soprattutto con tanta intelligenza, indispensabile per non adagiarsi, nemmeno dopo i primi successi arrivati e, ne siamo certi, dopo quelli prossimi che non mancheranno a tardare!

Proprio dalle vigne del circondario flegreo più prossimo a Napoli, in areale delle colline dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari di Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo rosso, il Colle Rotondella, che fa solo acciaio e bottiglia e che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata consistenza: un colore avvenente, profumi seducenti, finanche ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere. Ma cosa succede poi negli anni? C’è da aspettarsi altro, qualcosa in più?

E’ così che l’enologo si è spogliato di quanto non più strettamente necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci in vigna tutto il tempo necessario per comprendere e agire, seguendo e assecondando la natura, con attenzione alla tutela del suo equilibrio e dell’ambiente che lo circonda, mirando al mantenimento della fertilità del suolo attraverso la promozione di processi naturali biologici e sistemi chiusi favorendo quindi la coltivazione di uve sane, ricche, pregevoli. 

Aspetto, quello agronomico, assolutamente non secondario nel cogliere appieno il valore del risultato finale nel bicchiere che, soprattutto nella terza e ultima parte della batteria in degustazione, quella che va dalla ‘sedici all’ultima ‘diciannove, con delle prime avvisaglie già nella ‘tredici e ‘quindici, contribuisce in maniera decisiva a tratteggiare un vino dalla chiarissima impronta vulcanica, assolutamente originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, con un naso seducente e un sorso coinvolgente, pieno e gratificante nei suoi primi anni di bottiglia ma che non ha assolutamente nulla da temere dallo scorrere del tempo, restando in grande spolvero almeno per un lustro.

***** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2019. E’ un rosso che regala un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico di Gerardo Vernazzaro, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva, una sorsata ne richiama subito un’altra, una beva sfrontata, agile, calda, salata e avvolgente. 12% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2018. E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente intrecciate. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso ne richiama subito un altro. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

****/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2017. Fu quella un’annata complessa e complicata, sin dal colore rubino carico se ne coglie la pienezza del frutto, ha un naso estremamente varietale, ancora vinoso, ampio, floreale e fruttato, balsamico. Si avvantaggia di una maggiore percezione ”calorica” in bocca, il sorso è secco e morbido, assai piacevole, scorrevole, con un finale di bocca sapido ma appena amaricante in chiusura. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

**** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2016. Bottiglia nuova, di ispirazione francese, con le etichette necessariamente riviste e adattate. Resta una piacevole sorpresa, lo beviamo nuovamente a distanza di nemmeno una settimana. Ha un colore tipicamente ”borgognone”, pienamente rubino, luminoso e trasparente, appena più accentuato sull’unghia del vino nel bicchiere; Il naso è anzitutto balsamico e floreale, rimanda poi a piccoli frutti rossi e neri maturi, appena un sottofondo di sottobosco, cenere e polvere di cacao. Il sorso è sottile, dal gusto secco e di finissima tessitura gustativa, magro ma non privo di vigore ed energia, chiusura di bocca salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2015. Segna uno spartiacque, è questa l’ultima uscita ancora in bottiglia bordolese. Ha colore rubino maturo, nemmeno tanto trasparente sull’unghia del vino nel bicchiere; conserva un’impronta varietale particolarmente interessante, vi si colgono sentori di rosa, melograno e altri piccoli frutti neri maturi a cui s’aggiungono piacevolissime tonalità speziate e balsamiche. Il sorso è asciutto, abbastanza morbido, molto piacevole la beva, con un finale di bocca caldo e abbastanza lungo. 12% di alcol in volume in etichetta.

***/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2013. Annata altalenante, particolarmente ”allenante” la definisce Gerardo Vernazzaro, di quelle che non puoi perdere di vista nemmeno un giorno e che ti costringono a stare sul pezzo sino all’ultimo, non a caso tra le prime ad essere portata in cantina solo a fine ottobre, raccogliendo i primi frutti del lungo lavoro di valorizzazione del patrimonio vitivinicolo di proprietà. Il colore rubino ha tenuto benissimo, conservando invidiabile integrità varietale, il naso è floreale e fruttato, in particolare di rosa passita e arancia sanguinella. Il sorso è secco, caldo e morbido, con una buona progressione gustativa e una sapidità marcata. 12% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2012. L’ultima vestita di nero, con etichette trendy per l’epoca, un nuovo taglio scelto qualche anno prima per provare a far prendere il largo dalla casa madre quei vini provenienti dalle vigne di proprietà, proprio come il Colle Rotondella. Il colore è marcato da un tono scuro, granato con note aranciate/brune sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è terragno, conserva buona pulizia olfattiva ma vi si riconoscono soprattutto note di terra bagnata, sottobosco, frutta secca più che altro, con il sorso asciutto e snello, con ancora buona intensità. 12% di alcol in volume in etichetta.

**/* Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2011. Annata calda, perfino torrida in alcuni frangenti, anche in questo caso il colore è maturo, granato/aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, tuttavia, è molto interessante: verticale e balsamico, dai tratti maturi, vi si coglie confettura di ciliegia, sciroppo di melograno, cenere, carrube, sottobosco. Il sorso è lineare, snello, con ancora una buona corsa. E’ questo il millesimo con il quale uscirà poi sul mercato, un paio d’anni dopo, per la prima volta, la Riserva Tenuta Camaldoli¤. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2010. Sono questi gli anni in cui si comincia a lavorare con una certa continuità in vigna con un approccio più consapevole. Oggi ne viene fuori un vino dal colore marcato da toni scuri, granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha naso empireumatico, severo, conserva buona pulizia olfattiva restando però concentrico (terra, radici, polveri) consegnando tuttavia un sorso asciutto, agile con una marcata connotazione salina. 12,5% di alcol in volume in etichetta.

** Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2007. Annata calda e asciutta, si direbbe di frutto più che di terroir, a quel tempo capace di tirare fuori vini di grande godibilità un po’ ovunque in Campania, pieni e insolitamente carnosi soprattutto per il varietale flegreo. Ne resta un vino dal colore granato con note aranciate sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso ha bisogno di qualche minuto per liberarsi da un po’ di riduzione, lasciando poi spazio a sentori di prugna e amarena sotto spirito, sentori di sottobosco e humus, frutta secca, chiodi di garofano, erbe medicinali. Non male per una bottiglia che certamente non aveva alcuna velleità di arrivare ad oggi! Il sorso è asciutto e abbastanza fresco, anche caldo seppur non lunghissimo. 13% di alcol in volume in etichetta.

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***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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E poi c’è Rosanna

10 settembre 2020

E’ lei, Rosanna Petrozziello della Cantina I Favati, donna caparbia, energica e solare, qualità che ritrovi pienamente nei suoi vini, in particolare nei suoi Fiano di Avellino, sia nella veste classica del Pietramara Etichetta Nera che quando imbottigliati con l’Etichetta Bianca riservata alle annate straordinarie.

Guai però a parlarle di ”specializzazione” sul Fiano, non ne vuole proprio sentir parlare, tanto per l’impegno che ci mette nel tirare fuori anche ottimi Greco di Tufo, Aglianico e Taurasi, sin dai suoi primi timidi passi mossi in cantina qui a Cesinali, nel 1996, quanto perché questa scelta, a suo tempo, l’ha letteralmente scaraventata nel mondo del vino, portandola a mollare tutto e dedicare tutta se stessa all’azienda di famiglia dei fratelli Favati, con suo marito Giancarlo e il cognato Piersabino al suo fianco. 

Tra vigne di proprietà e in conduzione, collocate in più aree Doc e Docg dello splendido territorio irpino, I Favati lavora oggi poco più di 16 ettari, con il Fiano di Avellino proveniente perlopiù dalle vigne di via Pietramara ad Atripalda – nella foto sotto, con Giancarlo Favati, ndr -, l’Aglianico da alcune parcelle provenienti dai comuni di Montemarano e Venticano, il Greco di Tufo da Santa Paolina.

Ciononostante per noi resta il Fiano di Avellino che emerge perentorio nella batteria dei buonissimi vini assaggiati. Il Pietramara di Rosanna, seguita da sempre nel lavoro di cantina dal bravo Vincenzo Mercurio, conserva in sé l’anima del grande vino, ha verticalità e spessore e il tempo ci continua a consegnare ampie conferme. Resta infatti una lettura varietale (e territoriale) capace di esprimere equilibrio ma anche e soprattutto opulenza ed eleganza; è un bianco vivace e invitante quando giovane, talvolta anche sopra le righe, ruffiano e per certi versi fuorviante, ma al contempo capace di offrire ampi spunti di profondità e complessità olfattive e gustative al pari dei migliori vini bianchi del mondo.

La vigna di Atripalda è a poche curve dalla cantina di Cesinali, conta circa 5 ettari, è un piccolo anfiteatro naturale che si apre da nord-est a nord ovest e arriva in certi punti a circa 450 metri s.l.m.. Ai piedi delle vigne insiste un piccolo insediamento boschivo, nelle vicinanze ci passa il fiume Sabato, a monte ancora querce, castagni, noccioleti e vegetazione sparsa lungo una dorsale costantemente spazzata dal vento, dove l’uva si avvantaggia, in certe annate, di una maturazione lenta e tardiva, giovandosi anche di particolari escursioni termiche notturne. Quello che ne viene fuori è uno spettacolo liquido per le papille gustative tutto da assaporare!

**** Fiano di Avellino Pietramara 2019. Millesimo fortunato, che sembra aver regalato vini in forma smagliante, dal colore paglierino intenso con accenni oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Il calice sprizza fiori gialli, agrumi e frutta a polpa gialla, con note anche tropicali, ci trovi dentro caprifoglio e timo, pesca e susina, mango. Il sorso è fresco ed equilibrato, col tempo saprà ”allargarsi” ma resta un assaggio di notevole persistenza.

****/* Fiano di Avellino Pietramara 2018. Buono ogni oltre ogni ragionevole dubbio, di quelle bottiglie indimenticabili, dal colore luminoso paglia oro. Il naso è ampio e complesso, il ventaglio olfattivo dona tanti spunti, note floreali, macchia mediterranea, sentori che lasciano spazio a profumi più maturi di frutta a polpa gialla (pesca noce e mango) sostenuti da balsami e agrumi, accenni salmastri. Il sorso è carico di buona materia, polposo e fresco, succoso ed equilibrato, persistente da masticare, finemente intessuto.

I due ettari di Greco di Tufo, come dicevamo, sono invece in conduzione a Santa Paolina, collocati, per intenderci, nella parte alta che si alza sopra Cutizzi, più verso il centro del paese, nel cuore di una delle tre Denominazioni di Origine Controllata e Garantita irpine, e da qui proviene il Terrantica.

Del Greco ne abbiamo ampiamente raccontato  e non smetteremo mai di farlo, non è un vino “facile”, tutt’altro: è un bianco che va lasciato respirare e soprattutto servito ad una giusta temperatura (12°-14°) per non ghiacciare con le papille gustative anche i sottili ma persistenti profumi varietali e minerali, quella vivacità gustativa che sorso dopo sorso si tramuta in una profondità davvero encomiabile, che avvolge il palato e non lo lascia più, per molto, molto tempo.

**** Greco di Tufo Terrantica 2019. Il colore è giallo paglierino, appena un po’ più marcato oro sull’unghia del vino nel bicchiere. Ha un naso sottile, profuma di frutta a polpa bianca e di agrumi, di fiori e frutta secca. Il sorso è fresco e sapido, un poco statico in questo momento, però fresco e gradevolmente sapido. Sarà certamente una splendida rivelazione con qualche mese ancora di bottiglia, ne siamo sicuri!

**** Greco di Tufo Terrantica 2018. Già nel colore paglierino oro sembra voler raccontare qualcosa in più della sua sostanza, ha un naso complesso e invitante, tira fuori sensazioni agrumate e fruttate di pompelmo e albicocca, di mela cotogna e pesca matura. Il corollario regala anche note più sottili di balsami che richiamano gelsomino e zenzero, macchia mediterranea. Il sorso è fresco e gratificante, morbido e fine, con buon equilibrio e persistenza gustativa, dei tre Greco in batteria quello di maggiore efficacia.

***/* Greco di Tufo Terrantica 2016. E’ stato un millesimo complesso con alcuni giorni di pioggia proprio nel mese di ottobre ma in fin dei conti ci sembra venir fuori ancora un buon Greco, caratterizzato da piena maturità espressiva, forse una spanna sotto i precedenti anche se proprio qui emergono sin da subito la mineralità sulfurea e l’acidità che caratterizzano il Greco di Tufo nelle sue espressioni più tipiche. Il colore è oro, con un naso che sa di camomilla, malto ed erbe officinali, mela cotogna, zenzero e ancora qualche tono balsamico; il sorso è pieno, asciutto, ancora deciso e persistente ma nel complesso, forse, un po’ distante dalla piena e coinvolgente complessità olfattiva.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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Lapio, Fiano di Avellino Tognano 2017 e 2016 di Rocca del Principe

5 settembre 2020

E’ un luogo d’elezione per il Fiano di Avellino Contrada Arianiello, a Lapio; camminarci le vigne, calpestare questa terra argillosa, lasciarsi carezzare il viso dal fresco soffio del vento, continuamente baciati dal sole, dona sensazioni di appartenenza straordinarie che arrivati a Tognano sembrano conquistare pienezza e consistenza irreprensibile, un luogo segnato da una pietra miliare scolpita nella roccia lapiana.


C’ha messo qualche anno Ercole Zarrella nel decidersi a mettere in bottiglia una quota parte del suo Fiano di Avellino proveniente da questo pezzo di terra, tirandone fuori un nuovo vino, qui dove insistono tra l’altro residui di lapilli e pomici nel substrato e il vitigno sembra aver conquistato piena coscienza della sua proverbiale forza evocativa, la sua capacità di maturare, evolvere, crescere senza disperdere nemmeno un filo della sua freschezza e della sua viva materia.

E’ il 1990 quando proprio qui si piantano i primi filari specializzati di Fiano, è anzitutto qui che negli anni a seguire si lavora per conservare una propria identità caratteriale innestando la restante parte del vigneto, oggi di 4 ettari, con talee provenienti esclusivamente dalle vigne di proprietà. Per la prima volta, con l’annata 2014, venne fuori Tognano, proprio da queste vigne che giacciono su terreni caratterizzati da argille e sabbie di medio impasto, tratteggiati da consistenti sedimenti di origine vulcanica, dove il microclima è particolarmente asciutto e ventilato, poste a circa 550 mt s.l.m..

Le uve vengono di sovente raccolte ai primi di ottobre, sottoposte a macerazione con le bucce per circa 15 ore, lasciando il mosto fiore fermentare in acciaio per circa 45 giorni; un protocollo di base, non certo un dogma, soprattutto da quando in cantina c’è Simona Zarrella, la giovane enologa di famiglia, a scuola con Luigi Moio in cattedra, che a quanto pare sembra avere le idee ben chiare, quello che conta è l’attenzione e la particolare aspettativa che si nutre per le uve provenienti da questo che possiamo definire a tutti gli effetti un vero e proprio Climat.  


Il vino resta poi in acciaio per almeno un anno, tanto quanto in bottiglia prima di vedere l’uscita sul mercato. Ad occhi chiusi, bicchiere alla mano, pare di stare ad appena un palmo di mano da certi territori d’oltralpe, tipo Chablis e dintorni, luoghi tanto amati dai cercatori di emozioni più attenti. Qualche anno fa scrivemmo che il tempo e l’intraprendenza di alcuni farà di Lapio, con ogni probabilità, un vero e proprio Cru della Docg alla maniera borgognona, non siamo poi tanto lontani, in effetti, frattanto ci accontentiamo, se così si può dire, di godere di bianchi ogni anno più coinvolgenti, profondi, pienamente espressivi a tal punto dall’essere, in certi casi come questo, davvero unici.

****/* Fiano di Avellino Tognano 2017. L’annata è ritenuta calda, torrida per certi versi, eppure sia il colore che l’impronta olfattiva di questo vino sembrano consegnare al bicchiere un racconto tutt’altro che scontato. L’aspetto conserva un bel giallo paglia, ben luminoso, mentre il naso sovrappone sentori fruttati di frutta a polpa gialla a piacevolissimi rimandi agrumati, poi balsamici, di macchia mediterranea, con un abbrivio finanche salmastro. Il sorso è secco, riempie la bocca con la sua morbida piacevolezza, carico di frutto, possiede buona persistenza gustativa, di finissima tessitura.

***** Fiano di Avellino Tognano 2016. E’ una splendida lettura varietale questo Tognano duemilasedici, davvero suggestivo e ricco di stoffa. Il colore è splendido, paglia oro, il naso regala frutta a polpa bianca, anche esotica, fiori gialli, erbe aromatiche, spezie, balsami, richiami salmastri. Ha però forma e sostanza, si conferma la duemilasedici una grande annata da queste parti, l’annata della gioia come abbiamo già avuto modo di dire qualche recensione più in là, un millesimo che ha regalato vini di gran frutto e spalla acida, trame finissime ordite con manico intelligente. Vini consegnati nelle mani del tempo, certamente capaci di evolvere, mutare, superando i tratti più immediati del varietale per lasciare spazio al carattere minerale più complesso e identitario che lo lega indissolubilmente a questo straordinario territorio.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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