È una Campania dalla qualità sempre più diffusa, soprattutto sul fronte dei vini bianchi, quella fotografata dagli assaggi di quest’anno. Gran parte del merito va a un 2025 particolarmente felice e a un 2024 più complesso, ma generalmente ben interpretato. Cresce inoltre il numero di produttori che scelgono di uscire più tardi, sfruttando la tipologia Riserva nel caso delle due Docg bianche irpine oppure, più semplicemente, prolungando gli affinamenti per guadagnare spessore, complessità ed equilibrio [Gambero Rosso, Ottobre 2026].
C’è ancora quest’anno una folta rappresentanza di vini flegrei tra quelli premiati, di questo non possiamo che esserne fieramente orgogliosi, sentendoci anche noi parte della storia degli ultimi vent’anni di questo straordinario percorso di rinascita ed affermazione. Siamo certi che ne arriveranno altri, ancora. Ci sono ad esempio i vini di carissimi amici che abbiamo visto muovere i primi passi, crescere nelle difficoltà ed affermarsi con costanza ormai da oltre un decennio: c’è La Sibilla della famiglia Di Meo, c’è Agnanum di Raffaele Moccia e c’è il ”nostro” Gerardo Vernazzaro e Cantina Astroni, quest’ultimi – è notizia degli ultimi giorni – ai titoli di coda dopo oltre due decenni di collaborazione (leggi qui). Ma andiamo a scorrere i premiati:
C’è quindi tanto fiano, un po’ meno greco, tornano due grandi Taurasi a noi molto cari come quello di Raffaele Boccella e l’immancabile Piano di Montevergine di Feudi (!). Si continua a ”trascurare”, a nostro modesto parere, ciò che sta avvenendo nell’Ager Falernus, territorio che continua a pagare un po’ di isolamento mediatico e, in tutta onestà, di questo fatto non riusciamo proprio a capacitarci conoscendo bene cosa si sta facendo da quelle parti, e non da ora. Per il primitivo, l’aglianico e il piedirosso di quei luoghi ci auguriamo miglior sorte! Così come niente nuove dal Vesuvio…
Continua insomma la diatriba storica in Campania: vitigno o denominazione? Il territorio campano è da sempre ben inteso come la culla di numerosi varietali, alcuni tipici ed esclusivi altri meno, la falanghina e il piedirosso su tutti, due varietali straordinari che nei Campi Flegrei ad esempio assumono caratteristiche e tipicità uniche tanto franchi dall’essere quasi irripetibili altrove; l’aglianico continua a ricevere più rampognate che elogi ma in certi contesti emerge con vini di straordinaria complessità e longevità, vedi ad esempio qui, in Irpinia o in altre denominazioni regionali, eppure sembra mai pienamente protagonista della scena enologica regionale.
Una piacevolissima scoperta durante il nostro ultimo viaggio in Alto Adige è stato questo posto davvero suggestivo, Gasthof Jäger, un rifugio a conduzione familiare a Sirmiano, a circa 1000mt sopra Nalles, letteralmente immerso nella magnifica natura che circonda questi luoghi preziosi. Un posto per famiglie con bambini che possono divertirsi a scoprire la natura, un posto per escursionisti e amanti della bicicletta, ideale per una piccola sosta, un posto soprattutto per buongustai che, siamo certi, diventa subito il luogo tra i preferiti, tutti i piatti girano intorno a materie prime eccezionali del posto!
Il profumo intenso e aromatico del muschio bagnato e dei pini era già nell’aria non appena abbiamo varcato la soglia di Nalles, quel piccolo borgo incantato incastonato come una gemma lungo la Strada del Vino dell’Alto Adige. È stata una vacanza breve la nostra, una manciata di giorni appena, ma un’immersione totale e passionale in una cultura dell’accoglienza e culinaria che qui, dalla famiglia Ottl sa parlare dritta al cuore.
Una volta arrivati ci hanno subito accolti e accomodati in giardino, tra alberi secolari con una vista mozzafiato sulle montagne intorno, non abbiamo dovuto aspettare molto per essere avvicinati da daini e cerbiatti, diffidenti ma presenti poco distanti dai nostri tavoli e panche in legno. E’ una bella giornata di sole ma siamo ben protetti dall’ombra dei pini, la temperatura è più che accettabile nonostante l’afa di fine luglio. Il servizio ci è parso subito familiare ma attento e accogliente: ci siamo subito innamorati dei buonissimi formaggi di malga e dei vari salumi in carta, autentici, profumati e saporiti, con l’imperdibile Speck sopra tutti!
Poi i piatti: abbiamo scelto più cose e diverse tra loro, presentati benissimo, colorati, luminosi, freschissimi gli antipasti dove non sono mancate le verdure e gli ortaggi dell’orto di casa, a pochi metri da noi, dorate le paste fatte in casa, servite nel burro d’alpeggio fuso spumeggiante e impreziosite da erbe e foglie di campo appena colte. Un morso era sufficiente a raccontarci anni di tradizione alpina. Ad accompagnarli, abbondante acqua per spegnere l’arsura e qualche buon calice di rosato da Lagrein locale, vivace e cristallino, fresco a gratificante con quelle note fruttate e minerali che solo le vigne arrampicate sulle ripide colline qua attorno a Nalles sanno regalare.
Qui già l’aria ha il sapore di buono, pulito e giusto. Persino l’insalata — croccante, dolce sembra immediatamente distinguersi dalla routine del palato a cui siamo abituati. E poi, infine, lo Strudel, ovviamente sfornato all’alba, con la pasta tirata così sottile da sembrare velo, con il ripieno di mele e ricco di uvetta, pinoli e un pizzico di cannella che inebriava il palato. Doveroso poi passeggiare tra i filari di vite che circondano il paese lungo la via del ritorno, tutto intorno la vista sulle montagne che svettano fiere, abbiamo riempito la pancia ma prim’ancora gli occhi e il cuore. Sono pochi i posti del mondo dove la gastronomia non è solo cibo, qui c’è un legame indissolubile con la terra, così prende una forma d’arte lenta e generosa immediatamente riconoscibile.
Jäger è una piacevole esperienza da vivere, alla portata di tutti e salire fin quassù a 1000mt ne vale veramente la pena; siamo ripartiti con grande soddisfazione, senza nemmeno perderci alcune soste successive sulla strada statale che ci hanno permesso di portarci via tanti buoni prodotti del territorio, speck stagionato, alcune belle bottiglie di vino e distillati locali, formaggi di malga, ma soprattutto l’anima colma di meraviglia e il palato ancora vibrante. Una fuga breve nel tempo, ma fissata nei ricordi.
Il 18 ottobre, negli spazi del Milan Marriott Hotel, sommelier provenienti da tutta Italia si riuniranno per un appuntamento che, nell’ambito della Milano Wine Week, riunisce alcune delle figure più autorevoli della sommellerie italiana e offre una fotografia unica del vino contemporaneo attraverso le scelte di chi lo seleziona, lo racconta e lo serve ogni giorno.
Ci piace la notizia che qui, tra i 100 sommelier italiani presenti, ci sarà anche Marika Arcopinto! Napoletana, cresce in una città dove accogliere è un gesto spontaneo prima ancora che una professione e nel 2019 entra nella squadra di SUD Ristorante, a Quarto (ce lo ricordiamo tutti, vero?). Vi rimane sei anni, affinando un’idea del servizio fatta non soltanto di tecnica, ma di attenzione, sensibilità e capacità di “leggere l’ospite”. È in questo percorso che il vino entra gradualmente nella sua quotidianità: consegue il diploma AIS e trasforma una curiosità crescente in professione.
Dal 2026 Marika è sommelier al Ristorante Lago del Grand Hotel Victoria di Menaggio, sotto la direzione dell’F&B Director Angelo Di Costanzo (uhm…). Qui continua a raccontare il vino come risultato di un luogo, delle persone che lo abitano e del tempo che gli dedicano, con un obiettivo preciso: renderlo comprensibile e mai distante da chi lo beve. La carta diventa così un invito alla scoperta di territori straordinari e dei loro protagonisti.
Sono ormai ben oltre 150 le aziende che ho visitato nell’arco di più di 25 anni, 166 ad essere precisi senza tenere conto che in molte di queste ci sono tornato, con grande piacere, anche 2,3, 5 volte nel tempo per ragioni di lavoro (*); ho certamente fatto un po’ fatica nel metterle tutte in fila, nonostante mi ritenga un abile archivista, non è stato facile dare immediato riscontro ad ogni singolo ricordo, ma tutto è nato da questa splendida foto del novembre ’00, ”la prima grande esperienza” fuori casa per vigne a cantine, prima a Castello della Sala, poi nel Chianti Classico della famiglia Antinori.
Sono queste che seguono tutte aziende nelle quali ho fisicamente camminato i luoghi, le vigne, la cantina, approfondito la conoscenza dei protagonisti, delle loro produzioni; è bello ritrovarli oggi, alcuni di questi come veri protagonisti della scena del vino che, al tempo, potevano essere pionieri in alcuni territori se non veri e propri esordienti; ci sono poi alcuni tra i grandi nomi della storia del vino internazionale, con altri che, ahimè, per un motivo o per un altro non hanno forse retto al tempo che corre via veloce. Che magnifica storia è stata andar per cantine!
Dietro questi nomi ci sono ovviamente luoghi, persone, tanti momenti che hanno segnato il mio percorso e quello di chi è stato al mio fianco in questi anni, viaggi talvolta alla scoperta di cose straordinarie altre uniche: perché il vino è piacere, è cultura, è lavoro ma è soprattutto passione e vita vissuta, sono quindi bottiglie tra le mani che s’intrecciano, è scoperta e talvolta anche delusione, regala assaggi memorabili e anche cibi autentici, indimenticabili ancora oggi.
Ecco, scrivo queste righe non per pavoneggiare chissà quali velleità, con un invito: pensate veramente che basti una foto sui social per raccontare tutto questo? Ebbene, se vi va leggete fino in fondo allora…
Quassù ci arrivi salendo da San Michele all’Adige fin su a Spormaggiore, sulla strada per Andalo e il Lago di Molveno, non puoi non fermarti: per buttarci un occhio, un assaggio o, come poi accade, spendere e spandere per riempire il baule della macchina di prelibatezze straordinarie tipiche del territorio.
Da qualche anno li seguono i figli Alex, impegnato perlopiù col padre nel caseificio e Daniel che si occupa della parte commerciale e dei rapporti con i clienti, devo ammettere con grande competenza e cordialità, vista la nostra bella esperienza vissuta. Una volta entrati qui lasciatevi guidare e accompagnare in un lungo viaggio del gusto, è possibile provare quasi tutti i prodotti presenti in negozio e per chi ne volesse cogliere virtualmente un assaggio anche il sito/shop on line non è male: bottegadelformaggio.it, dove formaggi, salumi, mieli, creme, salse, mostarde, anche vini di interessanti piccoli produttori trentini possono allargare certamente la vostra vita!
Ai piedi delle suggestive rovine di Castel Belfort nel comune di Spormaggiore, ai confini del parco naturale Adamello Brenta, ha sede l’omonima Apicoltura Castel Belfort, azienda agricola a conduzione famigliare che, con più di 800 alveari situati nelle zone di montagna e media collina di particolare pregio del Trentino e varie altre regioni d’Italia, produce un prodotto di alta qualità con caratteristiche uniche per integrità, salubrità e naturalezza.
Chi passa da queste parti non può non dedicare un po’ di tempo ad ascoltare la storia di Gualtiero Marcolla che ha iniziato a fare l’apicoltore negli anni ’70 quando da ragazzino,curioso e sognatore, partì con appena due alveari ed i primi attrezzi del mestiere muovendosi a spanne in questo cammino che lo avrebbe fatto diventare un riferimento del meraviglioso mondo dell’apicoltura.
Col passare degli anni infatti e l’affinamento della tecnica gli alveari sono diventati prima 50, poi 100 e così via fino agli attuali 800 e grazie alla pratica del nomadismo Castel Belfort può vantare oggi la produzione di un’ampia gamma di mieli in larga parte monofloreale.
La pratica del nomadismo prevede infatti che gli alveari vengano spostati in base al periodo e al tipo di fioritura che caratterizza un determinato territorio. Nel dettaglio, durante i periodi di raccolto, le api vengono portate nelle zone di particolar pregio di montagna e media collina del Trentino, nonchè fuori regione in località prealpine e preappenniniche selezionate per la produzione di mieli in prevalenza monofloreali. Particolare cura viene posta nella scelta dei siti per gli apiari privilegiando gli ambienti lontani dai centri urbani e da ogni possibile fonte di inquinamento.
Il risultato, oltre a destare grande ammirazione per la fatica e la cura di una pratica così antica quanto preziosa, da conservare e tramandare, è poter godere di prodotti eterogenei, di grandissima qualità e davvero unici nel loro genere.
A pochi chilometri da Como, a Blevio, immerso in un parco botanico secolare sulla sponda orientale del Lago di Como, il Mandarin Oriental rappresenta uno dei luoghi più suggestivi di questo ramo del Lago; 75 camere, suite e ville private disposte in nove edifici distinti, che consentono una maggiore privacy, pensate con l’intento di conciliare eleganza e comfort italiani, ognuna presenta delicate sfumature che conferiscono un’atmosfera leggera ed estiva.
L’ambiente con le sue vetrate a tutta altezza e gli arredi contemporanei suggerisce un’atmosfera vivace e rilassata. La terrazza è senz’altro il punto forte del ristorante L’Aria, la vista sul lago da qui è spettacolare, tutto è decisamente suggestivo e ricco di fascino.
Circondato dal rigoglioso parco botanico del resort, il ristorante promette di offrire un’esperienza culinaria intensa e conviviale. Al timone c’è lo Chef Massimiliano Blasone, il suo appare subito un approccio incisivo con la gastronomia, proponendo piatti italiani con chiare influenze orientali: tecniche culinarie sofisticate che esaltano i sapori e la qualità delle materie prime, ingredienti stagionali, piatti ben elaborati, eleganti alla vista e dal gusto autentico.
L’occasione è un prezioso invito in terra lombarda, un quasi ”Tour d’Italie” di Tenute Sette Ponti, una delle realtà più blasonate del firmamento enologico italiano che muove i suoi primi passi negli anni ’50 grazie a l’architetto Alberto Moretti Cuseri che acquista sulla via che da Firenze conduce ad Arezzo i primi 55 ettari di terreni direttamente dalle principesse Margherita e Maria Cristina di Savoia d’Aosta, figlie del Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta. Qui, a Castiglion Fibocchi, trovano subito spazio e si sviluppano due delle sue più grandi passioni: la produzione di vino e di olio d’oliva e la caccia. La grande vocazione di questo territorio ben presto si rivelerà decisiva spingendolo praticamente sin da subito nell’occuparsi di persona dei vigneti, prima producendo uve per la vendita ai produttori, senza vinificarle, poi rilanciando un progetto di filiera completo di vinificazione e imbottigliamento.
Nascerà di qui a poco Tenuta Sette Ponti, appellativo che evoca i Sette Ponti sul fiume Arno presenti sulla strada che proprio da Firenze porta ad Arezzo, uno dei quali, il Buriano, presente anche nel celebre dipinto Gioconda di Leonardo Da Vinci. Il 1999 vede l’uscita della prima annata di Oreno, vino che dopo solo tre vendemmie raggiungerà la vetta delle più importanti classifiche mondiali, non a caso.
Ci viene facile parlare subito dell’Oreno ventiventitrè: emerge perentorio durante il panel di degustazione, una spanna sopra lo splendido duemilasedici. L’etichetta nasce nel 1999 con l’idea di creare un’elegante taglio bordolese con tocco toscano. Affidandosi al celebre vivaista Gilbert Bouvet, si innestano vigneti adulti con Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, ben adattabili al territorio toscano. Il nome deriva da un torrente, Oreno per l’appunto, che attraversa la tenuta, proprio nella zona più ricca di argilla dove appunto crescono le prime piante di Merlot. Mentre nei terreni con maggior presenza di ciottoli, che assicurano un perfetto drenaggio e svolgono una funzione autoregolatrice della temperatura e dell’umidità, trova la sua naturale collocazione il Cabernet Sauvignon. A perfetto completamento dell’assemblaggio c’è il Petit Verdot, tradizionalmente utilizzato in quanto portatore di note speziate ed intensità gustativa.
E’ certamente un vino poderoso, ti conquista subito con l’eleganza del suo colore rubino e l’estrema intensità e complessità olfattiva ricca di note fruttate e balsamiche, sa di piccoli frutti rossi maturi, confettura di frutti di bosco, poi eucalipto, note tostate, di cioccolato, cacao e spezie. L’ingresso in bocca è avvolgente, caldo e abbastanza morbido, i tannini già finissimi, eppure persistente e sapido.
Un’altra storia ce la racconta il Vigna Impero duemiladiciannove, Sangiovese in purezza proveniente dall’omonimo vigneto piantato da Amedeo di Savoia Duca d’Aosta nel 1935. E’ un ”rosso d’altri tempi” per l’azienda, con quel timbro ancestrale, ci regala rimandi terragni e ottima beva. Il Crognolo resta la prima etichetta qui prodotta, nel lontano 1998; prende il nome da una pianta selvatica che abbonda all’interno della tenuta, il cornus. E’ un vino che rappresenta fortemente la visione del suo ideatore, già proiettata sul taglio del Sangiovese con il vitigno bordolese per antonomasia, il Merlot, tra valorizzazione del territorio e, quindi, l’innovazione.
Nel solco delle proprie passioni nasce anche Feudo Maccari, a Noto, nel cuore del Mar Mediterraneo, non lontano dagli scogli e dalle spiagge del lembo di terra più meridionale della Sicilia, qui Antonio Moretti Cuseri riesce a mettere insieme una proprietà di circa 250 ettari acquisendoli da più di cinquanta proprietari terrieri diversi per farne un luogo di splendore, dove i vigneti che si affacciano direttamente sull’Oasi Naturale di Vendicari, hanno già fatto una trentina di vendemmie sotto il sole regalando grandi vini. Tra questi sicuramente il Vigna Firraru, ”Fabbro”, in dialetto Siciliano ”Firraru” è il nome che da sempre accompagna questo vigneto dalla terra nera, che ha un declivio naturale ed una importante presenza di calcare, scheletro argilloso e matrice ferrosa molto presente rispetto ad altri terreni della Sicilia. Firraru è una particella estremamente luminosa, che beneficia delle brezze marine dello Ionio che favoriscono una maturazione ideale delle uve. Il Grillo è tra l’altro una varietà molto versatile che, grazie alle sue caratteristiche, ha un buon potenziale di invecchiamento e si presta a diverse destinazioni, sia con delle versioni giovani che, come in questo caso, più mature, complesse e votate all’invecchiamento in piccole botti di primo passaggio di tre tostature diverse (blonde, media e coeur) per almeno 6 mesi.
L’ultimo tassello di questo grande mosaico è Orma, a Bolgheri. Da grande appassionato di vino e cultore della bellezza, attratto da questa zona ritenuta “genius loci”, l’architetto Cuseri decide di lasciare qui la sua impronta creando un vino che rispecchia perfettamente l’eccellenza del territorio vinicolo bolgherese. Qua si producono 4 etichette, Orma Igt Toscana, Passi di Orma Bolgheri Doc, Rosso di Orma e Bianco di Orma Igt Toscana. Orma ventiventuno è per il 50% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon, 20% Cabernet Franc, nel massimo rispetto del territorio e dei vitigni che lo esprimono, interpretando con eleganza e carattere lo storico l’assemblaggio bordolese. Tutte vengono vendemmiate a mano e separatamente a seconda delle loro esigenze di maturazione, per essere poi eventualmente unite in stadi diversi della vinificazione. Sempre partendo dal concetto che per fare un grande vino è necessario avere una grande uva.
A noi cinquantenni non basta sentirci realizzati, o almeno ciò che noi pensiamo sia quella sensazione di realizzazione, a 50 anni. Ai cinquantenni di oggi gira così, pretendiamo che ci venga riconosciuto IL merito, per ciò che abbiamo fatto, per ciò che siamo stati in questi anni, per quello che abbiamo dato, forse, per ciò che siamo oggi davanti agli occhi degli altri: la famiglia, gli amici, chi ci guarda (e ci giudica). Guai però a lodarsi da soli! Meglio siano altri a riconoscerci un ruolo, un valore per il posto che occupiamo al mondo.
Se oggi ci godiamo nel bicchiere questo m-o-n-u-m-e-n-t-a-l-e Vigna Astroni duemiladiciannove, così in splendida forma, gran merito va soprattutto al lavoro fatto in campagna negli ultimi 20 anni a Cantine Astroni, con la cura maniacale del vigneto, l’attenzione alla terra, dove affondano le radici delle piante, rieducate, negli anni, lentamente, alla sostenibilità con potature mirate, diradamenti necessari, quegli interventi misurati sull’intero ciclo biologico annuale della vite, non solo all’occorrenza o per urgenza, insomma: intervenire prima, con ragionevolezza, per intervenire meno.
Così il frutto che arriva in cantina è sempre integro, da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Ne viene fuori così un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa; è un bianco dal naso subito invitante, ricco di fascino, intrigante, orizzontale e che va in profondità con finezza ed esuberanza, suggerisce note iodate e frutta polposa, dolcezze e sentori di macchia mediterranea, cedro, albicocca, miele e zenzero ma anche rimandi marini, certe passeggiate sugli scogli neri, vulcanici, bagnati dal mare, della costa flegrea da Miseno a Bagnoli. Il sorso poi è incredibile: fresco, puntuto, sferzante, sapido, giustamente caldo, tratteggiato con finezza, come disegnato da mano esperta eppure libera da lacci e lacciuoli prospettici, assolutamente coinvolgente dal primo all’ultimo sorso.
Per chi s’appassiona al simbolismo di tradizione cristiana, pare immaginare il cammino di molti di noi, a questo punto della nostra vita e del nostro percorso professionale, con dentro decenni di passione per la ricerca, di amore per il racconto, quella dedizione di lunghi anni spesi nel valorizzare la nostra terra, i Campi Flegrei, come “quella pietra dolente che tanti costruttori avevan per anni rigettato, possa così diventare la principale pietra d’angolo”, con questo vino qui.
L’enologo, cinquantenne – siamo coetanei -, ha una laurea in Viticoltura ed Enologia conseguita a Udine nel 2001, poi numerose esperienze formative in Italia e nel mondo, prima di ritornare a casa, a Napoli; su tutte, una presso l’azienda agricola Leonildo Pieropan a Soave, l’altra, indimenticata, in Argentina, presso l’azienda Luigi Bosca di Mendoza. Gerardo Vernazzaro è amico di bevute memorabili, oltre ad essere un tecnico di elevatissimo talento, uno dei più attenti e preparati viticoltori flegrei ma sopra tutto è una gran bella persona, capace di svoltarti una giornata con una battuta folgorante delle sue. Mi viene proprio di dirglielo: ”Ma che caxxo di vino monumentale hai tirato fuori amico mio quell’anno”!
Torniamo come ogni fine anno a fare i conti con quanto di (più) buono è passato su questo blog. Inutile sottolineare che diviene oggettivamente sempre più difficile, per nostra fortuna. Prendete però questi dieci vini per quelli che sono, secondo noi: alcuni tra i migliori in evidenza tra le decine e decine di buone bottiglie passateci per mano quest’anno, ma anche e soprattutto appunti di viaggio per ricordare luoghi e belle bevute tra amici, vigne che abbiamo camminato e tante belle persone che abbiamo incrociato. Tra questi, ecco quelli che (forse) riteniamo i nostri migliori assaggi dell’anno!
Irpinia Coda di Volpe del Nonno 2018 Cantine dell’Angelo. Rappresenta certamente un risultato molto incoraggiante per l’areale, cosa ne sarà potrà dirlo solo il tempo, con le prossime vendemmie , frattanto ci è sembrato un bianco che viaggia assolutamente parallelo agli altri due bianchi di Cantine dell’Angelo¤, i Greco di Tufo Miniere e Torrefavale. Se il primo rappresenta appieno l’idea di Greco di Angelo Muto, voluminoso e concreto, mentre Torrefavale resta un viaggio nel tempo tutto da affrontare, questa etichetta qui sembra volerci consegnare il gusto del momento, quel sapore dei vini immediati di una volta, non a caso dedicato al nonno. Il colore è paglia oro, abbastanza luminoso, il naso è sobrio ma fine, qualche lieve nota floreale e agrumata, sa di fiori gialli e bergamotto, della frutta a polpa gialla, di nespola. Il sorso è notevolmente fluido, gratificante, morbido, sapido.
Paestum Fiano Tresinus 2018 Agricola San Giovanni¤. C’è tanta strada e sacrificio alle spalle di Ida Budetta e Mario Corrado, un duro lavoro che rende i loro vini ancor più autentici e territoriali, provenienti da uno degli areali più suggestivi della Campania, il Cilento; ci arriva nel bicchiere un vino dal bellissimo colore paglia oro, luminoso, con un corredo aromatico merlettato: vi si colgono note di agrumi, fiori gialli, erbette aromatiche, odore di salsedine, balsami. Il sorso mostra subito consistenza e stoffa, finissima tessitura, persistenza gustativa, misurata sapidità, è certamente uno di quei bianchi da bere con piacere già oggi ma che anticipa una certa capacità di maturare ed evolvere in bottiglia, di quelli che verrebbe voglia addirittura di incorniciare.
Campania bianco Cupo 2013 di Pietracupa. Un vino a dir poco emozionante, di rara complessità, venuto fuori da un’annata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio in Irpinia, di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire. Non a caso il Cupo¤duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido.
Fiano di Avellino Tognano 2016 Rocca del Principe. E’ una splendida lettura varietale questo Tognano¤duemilasedici, Cru suggestivo e ricco di stoffa. Il colore è splendido, paglia oro, il naso regala frutta a polpa bianca, anche esotica, fiori gialli, erbe aromatiche, spezie, balsami, richiami salmastri. Ha però forma e sostanza, si conferma un millesimo riuscitissimo da queste parti, l’annata della gioia come abbiamo già avuto modo di dire qualche recensione più in là, annata che ha regalato vini di gran frutto e spalla acida, trame finissime ordite con manico intelligente. Vini consegnati nelle mani del tempo, certamente capaci di evolvere, mutare, superando i tratti più immediati del varietale per lasciare spazio al carattere minerale più complesso e identitario che lo lega indissolubilmente a questo straordinario territorio.
Greco di Tufo Giallo d’Arles 2018 Quintodecimo. Questo è un vero e proprio Cru prodotto con le uve provenienti dalla Tenuta del Giallo d’Arles¤ di Tufo, 12 ettari tutti a Greco, a conduzione biologica, allevati a Guyot, da dove ci sembra venire fuori, con questo duemiladiciotto, una delle versioni più autentiche di Greco degli ultimi anni; un vino dal colore luminoso e invitante, che sa di pesca gialla e pompelmo, di caprifoglio e citronella, dove emergono perentorie il frutto e il territorio, proprio grazie alle abilità tecniche, la profonda conoscenza del territorio e del varietale, l’uso intelligente e misurato del legno, che consentono a Moio di portare in bottiglia tutta l’anima e l’energia di questo pezzo d’Irpinia, intessuti, potremmo dire, senza più puntini, niente più tratteggi, nessuna sovrastruttura ma solo grande armonia.
Piedirosso Campi Flegrei Colle Rotondella 2019 Cantine Astroni. Piccolo grande gioiello! E’ un rosso decisamente contemporaneo quello che ci arriva nel bicchiere, capace di regalare un piacevolissimo gioco dei sensi a chi si avvicina alla tipologia per la prima volta, con quel colore rubino dalle vivaci sfumature quasi porpora; è decisamente un piccolo fuoriclasse, possiede un ventaglio olfattivo estremamente varietale, è vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. Un corredo aromatico arricchito da lievi sfumature officinali e da una fresca tessitura gustativa, abilmente tenute assieme dal manico esperto di Gerardo Vernazzaro¤, proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, infonde piacere di beva e grazia ricevuta, una sorsata ne richiama subito un’altra, sfrontata, agile, calda e avvolgente.
Piedirosso Campi Flegrei Terrazze Romane 2018 Cantine del Mare. Ancora una chicca, ancora un Piedirosso, si tratta di una manciata di bottiglie che testimoniano appieno la qualità del grande lavoro in vigna e in cantina di questi ultimi anni portato avanti da Gennaro Schiano¤; il colore è splendido, rubino vivace, luminoso come sacro fuoco, il naso è un portento, fitto, ampio, finissimo, pieno di rimandi a frutta rossa polposa, sa di ciliegia e melagrana, floreale di rosa, peonia e gerani, con appena un accenno di balsami e macchia mediterranea. Il sorso è rotondo, sottile e disteso, si fa poi largo e si allunga ad ogni assaggio, abbastanza morbido, ricco di tanto frutto polposo, teso il giusto, dissetante. E’ un piccolo manifesto questo vino, oggi pronto a bersi con soddisfazione ma siamo certi anche capace di maturare e sorprendere nel tempo.
Falerno del Massico rosso Falé 2015 Torelle. “Falé” duemilaquindici è il Falerno di Torelle¤, il sogno di Emanuele Guardascione. E’ un Falerno rosso con Aglianico al 99% che fa un lunghissimo affinamento in acciaio, legni e bottiglia, ben 60 mesi, anche per questo ha un sapore assolutamente ancestrale, dal colore rubino vivace e un naso sfrontato e guascone, con quel timbro vinoso, floreale, fruttato e speziato e un sorso sottile, fresco, polposo e saporito, finanche sgraziato nel suo incedere gustativo ma pienamente autentico. Una bella novità in terra di Falerno che merita assolutamente di essere conosciuta, l’azienda è a Cascano di Sessa Aurunca, nel cuore dell’Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est e il Monte Massico a Sud-ovest.
Irpinia Campi Taurasini Cretarossa 2012 I Favati. Siamo tornati a cercare un Irpinia Campi Taurasini che fosse (finalmente) capace di farci ritornare a bere con piacere questo rosso Irpino di carattere ma audace e sbarazzino; ci siamo così ritrovati davanti a questo splendido vino, il Cretarossa¤duemiladodici di Rosanna, Giancarlo e Piersabino Favati. Un rosso, manco a dirlo dopo 8 anni, con ancora tanta strada da fare, dal colore esemplare, rubino appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, fruttato, certamente balsamico, speziato ma pienamente succoso, nerboruto, pieno di stoffa, il buon rosso che ci aspettavamo insomma, dall’Aglianico, da quel territorio di provenienza, qui siamo a Montemarano e Venticano, dalla passione e dal manico di chi li ha governati.
Feudi Studi Taurasi Candriano 2015 Feudi di San Gregorio. ”Pezzo da 90” del progetto Feudi Studi¤, prodotto con le sole uve provenienti dall’areale di contrada Baiano, nel comune di Castelfranci, da vigne di età media di 20 anni, Candriano rappresenta una delle migliori espressioni di Taurasi in circolazione provenienti dal Versante Sud-Alta Valle della denominazione, dove il vigneto ad Aglianico assume una quota di rilevanza notevole, in alcuni punti sino a 700 mt s.l.m., vigneto distribuito nei comuni di Castelvetere sul Calore, Montemarano, Paternopoli e, appunto, Castelfranci. Ci arriva nel bicchiere un grande rosso, dall’impronta netta, con un bellissimo colore rubino e un naso subito coinvolgente, con profumi di viola, ciliegia, cacao, lievi nuances fumé; il sorso è pieno e avvolgente, possiede tannini finissimi, chiude vigoroso con un finale di bocca caldo e gratificante.
Dal 26 Gennaio proseguono gli appuntamenti #aspiathome con 3 nuovi interessantissimi incontri sulla Campania Felix, alcuni dei suoi territori e i suoi vitigni, con Angelo Di Costanzo, Food&Beverage Manager e Sommelier. Durante gli incontri verrà degustato un vino che rappresenta le tipicità del vitigno o territorio oggetto della lezione, con l’intervento in diretta del produttore.
26 Gennaio – ore 20.30 – Le Terre del Fiano, con la Signora del Fiano Clelia Romano. Il racconto di uno dei vini di maggior successo dell’Irpinia, in provincia di Avellino, culla di tre straordinarie docg che proprio qui a Lapio serba una storia memorabile: una terra questa storicamente vocata all’aglianico ma che ad un certo punto si scopre vestita di bianco, sino a diventare patria e mito del Fiano di Avellino, grazie anche al coraggio e alla storia di donne del vino come Clelia Romano, per tutti la Signora del Fiano. Degustazione di Fiano di Avellino con Clelia Romano e Carmela Cieri.
2 Febbraio – ore 20.30 – Le Terre del Pallagrello e Casavecchia, c’era una volta un Principe. E’ una storia incredibile quella che proveremo a raccontare, proveniente dalla provincia di Caserta. Un viaggio che comincia proprio come una favola senza tempo, attraversando gli ultimi vent’anni immersi in un territorio unico e particolare, dalle tante anime, di cui racconteremo i vitigni Pallagrello bianco e Casavecchia. Degustazione del Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia di Terre del Principe, con Manuela Piancastelli e Peppe Mancini.
9 Febbraio – ore 20.30 – Il Taurasi, il giovane grande rosso dell’Irpinia. L’aglianico è un vitigno di particolare pregio che qui, in questo territorio straordinario, situato nel cuore dell’Irpinia, trova una casa ideale; il vino Taurasi ha una grande storia che Antico Castello prova a ripercorrere con un vino moderno e proiettato nel futuro. Degustazione di Taurasi di Antico Castello con il produttore Francesco Romano.
Non perdete questa occasione di avere un sommelier ed un produttore a casa vostra, fate domande, soddisfate le vostre curiosità affidandovi ai professionisti per il migliore approccio al vasto e meraviglioso mondo della sommellerie.
Iscrivendovi a questo percorso alla scoperta dei territori e dei vini della Campania riceverete comodamente a casa le tre bottiglie che degusterete insieme al sommelier. Questo percorso ha un costo di 105€ (90€ per i soci in regola con la quota 2021).
Iscriversi é molto semplice, basta mandare una mail a info@aspi.it che fornirà tutte le modalità per partecipare. Ad iscrizione confermata, vi verrà fornito il link a cui potrete seguire la diretta, nel giorno prestabilito, con l’app Zoom. Non perdete questo speciale approfondimento sulla Campania e continuate a seguirci, sono in arrivo altri interessanti appuntamenti.
Chi segue queste pagine da tempo conosce bene la profonda devozione che nutriamo da sempre per Angelo Gaja e la sua straordinaria galassia di etichette prodotte in Piemonte, a Barbaresco e nelle Langhe, e in Toscana, tra Montalcino e Bolgheri. Ci pregiamo di condividere con voi una parte sostanziosa del report dell’annata 2020 di Gaja nelle Langhe.
Un primo giudizio sull’annata nelle Langhe. La quantità prodotta è nella media, le uve sono sane e mature, con acini pieni e succosi, bucce resistenti e ricche di antociani. Rispetto alla norma i grappoli sono un po’ più lunghi e gli acini un 15% più grandi.
Abbiamo buone prospettive in quanto le fermentazioni sono regolari, i colori sono intensi, i tannini morbidi e non aggressivi anche se molto presenti. I vini hanno una concentrazione leggermente inferiore al solito, forse per via degli acini mediamente più grossi, ma emerge la finezza del Nebbiolo e si denotano fin da subito profumi puliti, eleganti, senza pesantezze o rusticità. Anche le gradazioni sono equilibrate, vanno dai 13,5 ai 14,7, l’acidità è regolare, tra i 6,5 e 7 con ph tra 3,45 e 3,5.
Andamento stagionale. Il 2020 è stato un anno con una piovosità oltre la media (circa 1000 mm in zona Barolo, 900 mm in zona Barbaresco rispetto a precipitazioni totali annue mediamente di 800mm). Il fatto anomalo però è la distribuzione delle precipitazioni che, invece di essere in inverno e in primavera, si sono concentrate nei mesi estivi. Inoltre, va rimarcato come eccezionale il fatto che nonostante l’alta frequenza temporalesca, per la prima volta in tanti anni nessun nostro vigneto è stato danneggiato dalla grandine.
Gran parte delle piogge invernali è caduta nel mese di novembre (si segnala anche una nevicata precoce il giorno 15 che ha colto di sorpresa le viti ancora cariche di foglie) ed è stata fondamentale per contrastare la siccità di dicembre, gennaio, febbraio e marzo. In questi mesi le temperature sono state sopra lo zero termico, in particolare il mese di gennaio 2020 verrà ricordato per essere stato il più caldo degli ultimi 50 anni. A causa del grande accumulo idrico dell’autunno e del calore di inizio anno, le viti si sono risvegliate in anticipo. Il freddo è arrivato davvero solo a metà marzo, portando le temperature sotto lo zero fino a metà aprile. Non si sono verificati danni da gelate.
Con la sola eccezione di un picco di caldo a fine maggio, di uno ad agosto e uno a metà settembre, il periodo che va da maggio a inizio settembre è stato caratterizzato da giorni caldi ma mai eccessivi, frequenti temporali e abbassamenti delle temperature nei giorni a seguire.
Pertanto l’anticipo vegetativo di inizio anno è stato così annullato, tornando in linea con i tempi di sviluppo medi. Nelle 2 settimane centrali di agosto le temperature si sono alzate raggiungendo anche i 39 gradi e portando benefici alla maturazione delle uve. Dal 10 al 18 settembre le temperature si sono nuovamente assestate sui 28-30 gradi, completando la maturazione del Nebbiolo. Sono poi tornate le forti escursioni termiche per tutto il resto del mese e a inizio ottobre, favorendo ottimi colori, aromi netti ed un eccellente stato sanitario delle uve.
Le statistiche. La sensazione a prima vista è che soprattutto per San Lorenzo e la zona di Barbaresco i vini prodotti nel 2020 abbiamo delle affinità con le annate 2016 e 2014. La quantità lievemente più abbondante, le gradazioni alcoliche importanti ma equilibrate, la freschezza, eleganza e precisione degli aromi, il colore intenso, la lunghezza al palato ricordano il 2016, ma i tannini sono fin da subito meno astringenti. Le affinità con il 2014 sono invece la maggiore espressività dei profumi, i simili aromi fruttati e la struttura dei vini, con una concentrazione leggermente inferiore al solito.
Un commento ai dati che paragonano il 2020 al 2016 e al 2014. Va premesso che non ci sono mai parametri uguali in natura tra annata e annata e che oltre a luce, temperature e radiazione solare contano molte altre variabili tra cui l’età delle viti, il carico di uva per ceppo, la sanità dei suoli, la gestione delle malattie. Detto ciò, anche se nel complesso il meteo ha avuto andamenti diversi, sia nel 2016 che nel 2020 c’è stata una primavera fresca ed un surriscaldamento verso la fase finale della maturazione che ha ottimizzato i risultati. Anche il comportamento del vigneto, la gradualità dello sviluppo vegetativo delle viti e la dinamica della lotta ai patogeni così come lo stato sanitario delle uve ricordano il 2016.
Le precipitazioni e la distribuzione della luminosità nel 2020 hanno invece maggiore affinità con il 2014, così come anche la grandezza media degli acini, lievemente superiore al solito. In entrambe le annate le piogge non sono state di facile gestione, tuttavia sia quelle tra primavera e estate che quelle estive e autunnali, insieme ai forti sbalzi termici tra giornate calde e giornate fredde, sono state un fattore molto positivi per l’ottenimento della piena maturazione del Nebbiolo.
Cetara è sempre stato un piccolo paese di pescatori, non a caso tra le origini del suo nome vi è certamente il termine latino ”Cetaria”, ovvero tonnara, per gli abitanti ”Cetari”, venditori di pesci grossi. Anni di ricerche hanno ipotizzato anche che il suo nome derivi dal termine ”Caeditaria”, cioè “pertinenza della Caedita”, luogo disboscato. Ancora, lo si avvicina al termine ”Citrus”, ossia limone, da diversi secoli coltura importantissima qui come altrove in tutta la Costiera Amalfitana.
Cetara però è conosciuta nel mondo per le sue alici, vieppiù per la Colatura, come quella prodotta qui in questo piccolo laboratorio di C.so Umberto I. Nettuno è stata fondata nel 1950 da Raffaele Giordano, l’attività principale a quel tempo era la trasformazione dei prodotti ittici e ortofrutticoli, questi ultimi abbandonati agli inizi del 2000 per dedicarsi completamente ai prodotti offerti dal mare di Cetara, lavorati fin dagli anni ’50.
A metà degli anni ’90 infatti c’è stata una forte riscoperta dell’antico condimento principe delle tavole di Cetara, la Colatura di alici, che con il passare degli anni torna alla notorietà persino nazionale. Così buona parte degli sforzi dei Giordano si concentrano su questo prodotto, senza mettere in secondo piano, però, tutti gli altri prodotti ittici che ne caratterizzano la filiera interamente lavorata a mano e con materie prime esclusivamente del posto.
La Colatura, dicevamo. Un condimento dalle origini orientali che prende il nome dal misterioso pesce “Garos” (forse si trattava proprio delle comunissime alici), da qui, probabilmente, si è arrivata a quella che gli antichi greci chiamavano “Garon”, che i romani ribattezzarono “Garum”. Invero da qui alla “Colatura di alici di Cetara” come la intendiamo oggi c’è tanta strada fatta, sino a quando, intorno alla seconda metà del XIII secolo, furono i monaci Cistercensi della canonica di San Pietro a Tuczolo, colle nei pressi di Amalfi, ne cominciarono a fare un prodotto da commerciare¤.
I monaci si muovevano abitualmente in costiera con le loro barche che utilizzavano per il trasporto del frumento e che nei mesi estivi adattavano per la pesca del pesce azzurro, in particolare delle alici. Le abbondanti quantità del pescato andavano in qualche maniera stipate e conservate nel tempo, riponevano perciò le alici in botti private della testa e delle interiora, alternate a strati di sale. Sulla copertura della botte riponevano un pesante masso che permetteva al liquido in eccesso di depositarsi sul fondo del barile e attraverso le doghe scollate di versarsi sul pavimento. Il profumo e la limpidezza di questo liquido che colava sul pavimento indussero i monaci a raccoglierlo in recipienti e a portarlo all’attenzione del fratello che si occupava della cucina, il quale immediatamente ne provò l’utilizzo come condimento per le verdure, aggiungendovi all’occorrenza spezie, aromi e olio.
Questo nuovo condimento cominciò a circolare nei dintorni della Costiera, come dono ai conventi e a molti cittadini della zona, vi fu chi tentò di replicare la preparazione per conto proprio in casa sino a quando qualcuno ebbe l’intuizione di usare il cappuccio comunemente adoperato per stillare il mosto d’uva, per filtrare anche i liquidi e le alici spappolate residuati nei fondi dei vasi di terracotta, dando così il via alla nascita della Colatura di alici, più o meno come quella prodotta attualmente.
Il processo si può dire sia rimasto invariato, assolutamente ancestrale: le alici fresche appena pescate vengono “scapezzate” cioè decapitate ed eviscerate e sistemate in un contenitore di legno detto “terzigno” (un terzo di una botte) a strati alterni con il sale. Sull’ultimo strato viene appoggiato un coperchio di legno detto “tompagno” sul quale viene posata una pietra massiccia, in genere di origine marina. L’odore acre, fortissimo, che si sprigiona dalle camere di maturazione sono un segno distintivo di una cultura radicata straordinaria, che ha segnato la storia di questa comunità e che promette di rimanerti dentro anziché addosso!
Si lasciano così maturare le alici per almeno 12-18 mesi, si può arrivare anche ben oltre, in qualche caso. Giunte a maturazione, il liquido affiora in superficie grazie alla pressione esercitata dalla pietra. Con un attrezzo appuntito detto “vriale” viene praticato un foro sotto il ”terzigno” dal quale comincia ad uscire, goccia dopo goccia, il nettare ambrato. Attraversando lentamente i vari strati, il liquido raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche delle alici e fuoriesce, già filtrato dagli stessi strati di alici e sale, dal foro praticato. La colatura viene raccolta in un recipiente di vetro e quindi imbottigliata, generalmente in piccole ampolle di 100 e 200 ml, sino al litro.
Un un prodotto così prezioso, unico e straordinario non poteva che beneficiarsi di grandi ambasciatori che hanno fatto sì che la Colatura di alici di Cetara arrivasse ovunque in Italia e nel mondo grazie al suo corretto utilizzo in cucina. Tra questi, vi è senza dubbio lui, Pasquale Torrente, ”l’uomo che sussurra alle alici”, così definito per la sua completa devozione per la riscoperta e valorizzazione di quest’antica tradizione cetarese e questo prodotto così particolare, avviato finalmente al riconoscimento della Dop.
La famiglia di Pasquale occupa questo luogo, Al Convento a Cetara, sin dagli anni 60, quando i nonni Gilda e Gaetano lo hanno prima allestito come sala da gioco, per poi farne un bar, gelateria e poi una Trattoria e Pizzeria, sin da subito apprezzatissima. Un percorso che ha seguito e segnato la storia famigliare fino a quando proprio Pasquale ne ha fatto un avamposto di cucina tradizionale e rampa di lancio per la Colatura, con i suoi piatti e i progetti che l’hanno portato, con la fortunata collaborazione di Eataly, a girare luoghi e paesi e raccontare di Cetara, del profumo del suo mare, le alici, la colatura e la sua idea di cucina in tutto il mondo, mantenendo però l’ombelico qui, a Piazza S. Francesco a Cetara, oggi con al fianco il figlio Gaetano.
Al Convento ci si viene per nutrire soprattutto l’anima, questo basti per raccontare l’atmosfera d’altri tempi che ne caratterizza l’accoglienza gioiosa di Pasquale e della sua famiglia, la buona cucina di mare che scorre in tavola, vivace, piatto dopo piatto. Le alici anzitutto, quelle locali, al massimo del Golfo di Salerno: marinate, sott’olio, impanate e fritte, imbottite, poi lo spaghetto alla Colatura, gli Ziti alla Genovese di Tonno, infine il pescato del giorno, tra Gallinelle, Triglie, Merluzzi serviti all’acqua pazza, fritti o lessati, al vassoio, con le verdure di stagione ripassate o alla griglia. Sono questi i sussurri che conducono alla piena felicità!
Dal 16 Giugno proseguono gli appuntamenti #sommelierathome con ASPI, con 3 interessantissimi incontri sulla Campania, i suoi territori e i suoi vitigni, con alcuni tra i più apprezzati protagonisti del vino e il nostro Angelo Di Costanzo.
Durante gli incontri verrà degustato un vino che rappresenta le tipicità del vitigno o del territorio oggetto della lezione, con l’intervento in diretta anche del produttore. L’iscrizione da diritto a:
– 3 incontri sulla Campania – 3 bottiglie comodamente a casa tua – Streaming con il sommelier Angelo Di Costanzo e 3 produttori – Attestato di partecipazione al termine del minicorso – Uno speciale gadget ASPI per ogni partecipante
16 Giugno – ore 20.30 – I Campi Flegrei, dove nascono i vini del vulcano. Alla scoperta di una delle aree viticole più suggestive della provincia di Napoli, dove nascono vini particolarmente autentici prodotti su sabbie vulcaniche e da vigne a piede franco, in un contesto di grande valore storico e culturale. Degustazione di Falanghina Campi Flegrei Settevulcani con il produttore Salvatore Martusciello.
23 Giugno – ore 20.30 – Falerno del Massico, duemila anni di storia sulla bocca di tutti. Il grande vino della provincia di Caserta, che può essere senz’altro annoverato come il primo vino doc della storia. Un viaggio immersi in un territorio unico e particolare, dalle tante anime. Degustazione di Falerno del Massico Ariapetrina di Masseria Felicia con la produttrice Maria Felicia Brini.
30 giugno – ore 20.30 – Il Greco di Tufo, il grande bianco dell’Irpinia. Caratteristiche di un territorio straordinario, situato nel cuore dell’Irpinia e di un vino prodotto in soli 8 comuni del circondario di Tufo da cui la docg prende il nome, un vino moderno e proiettato nel futuro. Degustazione del Greco di Tufo Cutizzi di Feudi di San Gregorio con il produttore Antonio Capaldo.
Non perdete questa occasione di avere un sommelier ed un produttore a casa vostra, fate domande, soddisfate le vostre curiosità affidandovi ai professionisti per il migliore approccio al vasto e meraviglioso mondo della Sommellerie italiana.
Iscrivendovi a questo percorso alla scoperta dei territori e dei vini della Campania riceverete comodamente a casa le tre bottiglie che degusterete insieme, in diretta, con il sommelier e il produttore. Questo percorso ha un costo di 85€ (75€ per i soci ASPI in regola con la quota annuale) e iscriversi é molto semplice, basta mandare una mail a info@aspi.it. Ad iscrizione confermata, vi verrà fornito il link da cui potrete seguire la diretta con l’app Zoom.
Non perdete questo speciale approfondimento sulla Campania e continuate a seguire ASPI – l’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, sono in arrivo altri interessanti appuntamenti con gli hashtag #sommelierathome#aspi#sommelier#formazioneonline.
E’ un bianco di inusuale spessore quello di Michele Farro, uno di quei produttori che non può certo mancare all’appello quando si prova a raccontare il territorio, la storia e vini dei Campi Flegrei .
Ha carattere fiero e caparbio Michele, l’istinto commerciale lo conduce ben presto, da autodidatta, a sporcarsi le mani in cantina; di cervello fine e modi affabili, quasi dorotei, gli bastano pochi anni per ritagliarsi il suo spazio sulla scena enologica napoletana e regionale; ci mette poco, appena due parole, per farti capire di che pasta è fatto, che è uno di quelli che si è fatto da solo e che la sua azienda, praticamente dal nulla, può essere oggi considerata tra quelle di riferimento per tutto il territorio.
Cantine Farro nasce negli anni ’90, ha sede a Bacoli e oggi gestisce circa 4 ettari in conduzione diretta, rimangono invece tante di più le vigne monitorate da Michele in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo che, con capacità, destrezza, sa di poter abilmente gestire portandosi in cantina solo il meglio di cui ha bisogno, non disdegnando di raggiungere nelle migliori annate una produzione che si attesta sulle 200.000 bottiglie, per il 70% destinate al mercato estero.
L’idea di questa nuova etichetta prende forma a cavallo degli anni ’90 e ’00, nel pieno del boom del vino affinato in legno, della barrique tout court e sur toutes, anche per questo le prime uscite sortiscono quasi un effetto boomerang per l’azienda e Farro, per sua stessa ammissione, si convince quasi immediatamente di aver probabilmente forzato un po’ troppo la mano: ”Ne veniva fuori un buon vino, la provenienza delle uve era di primissimo ordine, restava però lontanissimo dalla mia idea di bianco flegreo, di quella piacevolezza a cui puntavo”, dirà poi.
Una marcia indietro che in realtà faranno un po’ tutti i produttori campani di lì a poco, tanto prima folgorati dal ”Dio Boisé” quanto poi immediatamente redenti – chi prima, chi poi, ndr – sulla strada della tipicità varietale e territoriale; così sarà anche per Le Cigliate, una panacea il ritorno all’essenziale che gli consentirà un salto in avanti non indifferente. Con la solita freschezza e sapidità, proprie della sua espressività, la Falanghina prende così il largo con maggiore sostanza, si fa vino più complesso e coinvolgente, non più, semplicemente, un bianco di pronta beva e di approccio facile ma che diviene capace di affinare ed elevarsi, di portarlo in tavola su piatti ben più strutturati della classica cucina di mare territoriale, concedendosi addirittura il lusso di poterselo dimenticare qualche anno in cantina.
Le recenti uscite lo vedono prodottto con le uve provenienti perlopiù dal vigneto situato all’altezza di località La Schiana, nel comune di Pozzuoli, uno splendido appezzamento di 4 ettari che gode di piena luce e il giusto calore del sole di una intera giornata, con il mare a due passi, là oltre via Scalandrone. Le Cigliate duemiladiciassette è un bianco senza lacci e senza ammiccamenti, dal colore paglierino netto e tratteggiato da un naso immediato e invitante, profuma di fiori bianchi ed erbette di campo, sa di nespola e frutta esotica; il sorso è invece asciutto, pieno e caratteristico, di piacevole beva e segnato da buona sapidità.
Con collaborazione musicale (identificata anche con il termine inglese featuring), si indica nell’industria musicale la collaborazione di un artista in una canzone solitamente eseguita da altri. Tale collaborazione può essere più o meno estesa e riguardare il solo ritornello o porzioni più ampie del brano.
Prendendo spunto da alcuni riuscitissimi, tra gli ultimi ricordiamo l’accoppiataRovazzi-Morandiche ha riscosso davvero un grande successo, che bello sarebbe raccontare di vino mettendo assieme due o più anime di un territorio pur caratterizzate tra loro da identità e storie diverse.
Di recente, qualcosa del genere nel vino accade ad esempio conGenerazione Vulture, in Basilicata, ed il messaggio ci pare estremamente positivo per il futuro non solo dei vini di quella regione ma anche e soprattutto per i vini del sud. Ci sono state, e ci sono ancora in giro, diverse iniziative e prestigiose collaborazioni di vini fatti ”insieme”, ma iniziative corali come queste, dove ognuno conserva sì la propria unicità ma mette a disposizione degli altri e del suo territorio la propria storia e l’esperienza, riescono secondo noi a veicolare meglio il messaggio che non vuole e non deve essere esclusivamente di carattere commerciale ma bensì di promozione vera di tutto un areale nel suo insieme.
Che bello sarebbe, ad esempio, che anche in certi luoghi qui in Campania, in particolare in certe denominazioni spesso caratterizzate da piccole produzioni si potesse fare la stessa cosa. Solo così, forse, cresce meglio un territorio.
Negli ultimi mesi non sono stati pochi i vini che abbiamo raccontato su queste pagine, ebbene, volendone tirare fuori una cinquina, tra i tanti buonissimi bianchi assaggiati, ci piace riproporvi alcune etichette come suggerimenti ”sicuri” per le vostre prossime bevute in vacanza, a cominciare da questi…
Falanghina Campi Flegrei 2017 Cantine del Mare. Non è più così difficile scegliere bene tra i buonissimi bianchi dei Campi Flegrei, sono ormai tanti i nomi ”sicuri” sui quali puntare ad occhi chiusi e qui, su questo pezzo di costa flegrea l’uva sembra davvero baciata da Dio, con la terra che sembra beneficiare di un microclima straordinario: il mare è lì, a due passi oltre la scarpata, la vigna gode dei venti che spazzano costanti il Canale di Procida che contribuiscono ad arieggiare il catino naturale intorno al quale insistono i terrazzamenti da dove nasce questo delizioso bianco di Alessandra e Gennaro Schiano, in questo momento in splendida forma. Un bianco da spendere a tavola sopra tutto!
Fiano di Avellino Clos d’Haut 2017 Villa Diamante. Dobbiamo dire di un duemiladiciassette piacevolissimo, invitante e seducente al naso quanto caratterizzato da particolare freschezza, sapidità ed avvolgenza al palato. E’ incredibile quanto sia facile tirarvi fuori chiarissimi riconoscimenti di nespola ed albicocca, di solito un po’ forzati in certe degustazioni ma qui espressi in maniera quasi disarmante, così come i sentori di mango e ananas subito sospinti da gradevoli note balsamiche e fumé. Il sorso è franco, sapido, avvolgente, regala una bevuta decisamente ben al di sopra dei canoni di un’annata non proprio felicissima per la denominazione. La memoria liquida di Antoine Gaita non smette mai di stupire, un bianco dal profilo ”nordico” proveniente dal sud che ci piace, l’Alta Irpinia! Da metterci vicino tanti piccoli assaggi di crudo, marinato e sott’olio di mare.
Calabria bianco Benvenuto Zibibbo 2017 Cantine Benvenuto. Virando ancor più verso sud, ecco un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo) ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate. Non solo sul pesce alla brace, o un trancio di tonno scottato e aromatizzato ma anche con carni bianche e formaggi poco stagionati.
Terre Siciliane Grotta dell’Oro 2017 Hibiscus. Restiamo su questo straordinario varietale questa volta proveniente dall’isola di Ustica dove ogni anno si producono poco più di 13.000 bottiglie di vino, tra le quali questo delizioso bianco secco. Il Grotta dell’Oro 2017 è uno Zibibbo caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca. Da aperitivo, o conversazione, tra un boccone e l’altro di fritto di pesce azzurro o gamberi in pastella.
Alsace Grand Cru Pfingstberg Riesling 2015. Siamo ad Orschwhir, nel sud dell’Alsazia. Questa è la prima annata vestita con la nuova bottiglia disegnata apposta per il Domaine Zusslin, non più una classica renana ma ispirata ad una borgognotta dal collo un po’ più allungato. Il duemilaquindici è buonissimo, un vero lusso per il palato, nel bicchiere il colore paglierino carico è splendido, luminoso, invitante. Il naso ha bisogno di tempo per aprirsi del tutto, dissolte le particolari sensazioni idrocarburiche viene fuori agrumato, floreale e speziato. Nessuna nota rimanda al legno grande utilizzato. Sa anzitutto di cedro e bergamotto, poi di fiori ed erbe di montagna. Il sorso è secco, teso e serrato, dal finale di bocca vibrante, asciutto e caldo. Semmai vi dovesse capitare a tiro una duemilatredici (in foto) non fatevela scappare. A tavola ci sta senza timori reverenziali, è uno di quei vini da scegliere al di là del cibo che si ha in mente di mangiare.
Crediamo nelle belle persone che abbiamo incontrato in questi dieci anni sulla nostra strada, camminandoci assieme le vigne e girando per cantine, stappando e assaggiando (tantissime) bottiglie, correndo tra i tavoli dei ristoranti dove abbiamo avuto la fortuna di lavorare rincorrendo clienti dei più diversi e, grazie a questi, e ai loro buoni consigli, vivere tante belle esperienze umane utili ad insegnarci come poter stare al mondo, in questo mondo del vino e del cibo che ci appassiona sempre più e che richiede rispetto, ogni giorno di più.
Ci crediamo nei cronisti del vino, non certo nei guru, ancor meno in quelli autoreferenziali, guardiamo con attenzione, talvolta anche con una discreta ammirazione e rispetto, agli “industriali del vino”, quando per industriali s’intendono quelli con due, tre, a volte cinque o sei generazioni di vitivinicoltura alle spalle; crediamo nei loro vini, corretti, puliti, acquistabili un po’ ovunque, vini che sono stati, indiscutibilmente, un esempio e un modello, anche di contrasto, per i tanti piccoli e grandi produttori nati successivamente capaci di emularli se non addirittura superarli: ci pensate ad una Irpinia senza i Mastroberardino, ai Campi Flegrei senza i Martusciello oppure, allargando il giro, alla Toscana senza gli Antinori o i Frescobaldi, la Sicilia senza i Planeta?
Crediamo infine nella biodiversità, ma non quella che ci hanno voluto propinare certi soloni, strumentalizzandone all’inverosimile il senso, precisandola ogni volta con tutte le sigle del mondo o le fisime del momento, fossero pure ancestrali o contro-culturali. Crediamo quindi in una diversità biologica certamente possibile ma che rispetti l’originalità e preservi l’autenticità di quello che ci arriva nel bicchiere, con tutti i limiti eventualmente ad essi legati purché corretti, puliti, acquistabili, vieppiù da piccole produzioni. In fondo stiamo sempre parlando di vino, o no? Meglio quindi se buono, e magari da poterlo raccontare a qualcuno, con tutto l’amore possibile!
Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.
Questo che andiamo a raccontarvi non è certo un vino che segue le ultime tendenze che sembrano convergere sempre più su vini bianchi dalla verve per così dire ”acidina”, purtuttavia si tratta di una bella espressione di una tipologia, il Lugana, che ci ha tenuti ”attaccati” al bicchiere con grande piacere di beva.
Nasce da uve trebbiano provenienti dalla riva bresciana del Lago di Garda. E’ un vino franco e immediato, con un naso ben centrato, fruttato e floreale, caratterizzato da sensazioni di agrumi e fiori bianchi, cedro e limonella. Il sorso è morbido, delicato e avvolgente, dal finale di bocca gradevole e ammiccante.
Dell’azienda veronese I Campi ne abbiamo già parlato in questo articolo¤ in occasione della degustazione del Soave Campo Vulcano. L’impressione è di trovarci nuovamente davanti ad un calice di vino pienamente rappresentativo della denominazione di appartenenza, gran merito va riconosciuto anzitutto al lavoro di selezione in vigna, alla profonda conoscenza del territorio¤ nonché per la maniacale attenzione a tutto il processo produttivo.
Continuiamo a seguire con particolare attenzione quanto sta avvenendo in Borgogna in queste ore, in particolare a Beaune, Pommard e nelle terre di Meursault e Puligny dove si sta lottando con grande impegno strenuamente e senza sosta per difendere le prime fioriture di primavera dalle insistenti e straordinarie gelate notturne.
Notizie e immagini ancora più suggestive provengono anche dalla vicina area dell’Aube in Champagne e da Chablis. Forza e coraggio nos amis!
Pochi vini sanno essere così riconoscibili come il Bricco delle Viole della famiglia Vaira, un Barolo pieno di fascino, tanto immediato quanto profondo e fine, di rara eleganza.
E’ uno splendido vino quello saggiato alcune settimane fa durante la manifestazione SoWine in Rinascente a Roma, tanto buono che ci siamo ritornati su più volte, ad ogni passaggio sempre più coinvolgente. Viene fuori da una delle colline più alte del comune di Barolo, il Bricco delle Viole per l’appunto, un promontorio tutto esposto a sud, che guarda le Alpi e che gode della luce del sole praticamente dal primo mattino sino all’ultimo raggio prima del tramonto. La vigna è caratterizzata perlopiù da vecchi ceppi di Nebbiolo delle varietà Lampia e Michet di età media tra i 60 e i 70 anni che affondano le radici in un terreno bianco chiarissimo ricco di calcare e minerali.
Ne cogli il gran fascino e l’eleganza già innanzi al suo splendido colore rubino brillante, trasparente sull’unghia del vino nel bicchiere, possiede una lucentezza straordinaria che ammalia, invita, conquista. Il naso è subito intenso, ampio e caldo, sono finissime le note di violetta e rosa, cui s’aggiungono ciliegia e agrumi, seguite da rimandi lievemente più eterei, infine un accenno balsamico che ricorda la liquirizia. Di pregiatissima tessitura, il sorso è setoso e piacevole, pare esprimere già una sostanziale armonia di beva, con un finale di bocca lungo, che chiude asciutto, stuzzicante, lievemente speziato. Un Barolo duemilaquattordici che profuma di grazia e sa di eleganza.
Buono a sapersi che anche nelle piccole realtà resiste la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo e diverso che suscita grande entusiasmo, come ad esempio provare a tirare fuori dal Piedirosso, nei Campi Flegrei, un sorprendente quanto delizioso vino spumante.
Invero le voci su prove, affinamenti e sboccature varie girano da diversi mesi, nel merito abbiamo raccolto più di qualche indiscrezione sulle quali però vige ovviamente il massimo riserbo. E’ doveroso invece riportare che non si va più rincorrendo (solo) il solito percorso che vede le cisterne di Falanghina, e già in qualche caso Piedirosso, raggiungere le autoclavi del trevigiano per poi ritornare, in bottiglia, sulle tavole flegree.
Stiamo parlando infatti di qualcosa forse meno ridondante ma proprio per questo, secondo noi, da valorizzare a prescindere dai numeri: si tratta di piccole produzioni di Metodo Classico che hanno come obiettivo da un lato soddisfare le tante richieste di mercato di bollicine (facili) da bere sopra tutto alle quali un po’ tutte le aziende si trovano a dover dare risposta negli ultimi anni, dall’altro poterle ricondurre ad un territorio di provenienza specifico dove, per quanto possibile, avvenga pure tutta la filiera. Più che di una rivoluzione diciamo che al momento si tratta di una piccola rivincita.
Ci siamo così imbattuti in questo spumante unico nel suo genere da queste parti, prodotto dai fratelli Nicola e Emilio Mirabella di Cantine dell’Averno¤ a Pozzuoli, cuore dei Campi Flegrei. Una manciata di bottiglie per il momento, un migliaio, non in commercio e destinate al solo consumo didattico che lasciano però presupporre una visione nuova e in qualche maniera stimolante per chi ama e si avvicina a questi territori, questi vini e ci spende del tempo camminandoci le vigne.
Si tratta di solo Piedirosso proveniente da alcuni filari di vigne vecchie a piede franco della collina di Cigliano che sovrasta il golfo di Pozzuoli, raccolto prematuramente e vinificato in bianco e che da un vino dal colore rosa pallido avviato alla seconda fermentazione in bottiglia dove vi rimane per circa 20 mesi. Non vi stiamo a spiegare il senso ancestrale di tutto questo ma il risultato è davvero una piacevole sorpresa: uno spumante dai gradevoli sentori floreali e fruttati, dal perlage essenziale, dal sorso vivace e di grande bevibilità. Non c’è da aspettarsi acidità spinte, né velleità particolari, bensì franchezza e il piacere di stare bevendo qualcosa di insolito, buono, magari affacciati su uno dei posti più belli al mondo, il lago d’Averno, al tepore di una splendida giornata di sole quasi primaverile!
Ci siamo tutti sentiti un po’ più vuoti quel giorno d’inverno di sette anni fa, era il 21 Febbraio del 2012, avevamo un nodo in gola, come non potevamo, eravamo dispiaciuti, commossi, tristi per la scomparsa di una persona così cara e stimata che tanto ha fatto e ha dato per i nostri Campi Flegrei.
Si chiudeva un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.
Eh sì, perché quando più o meno venticinque anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si erano affacciati il Greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto e a Pozzuoli si cominciava a ragionare anche sulla Falanghina e il Piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse un po’ lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano¤ della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa¤, fermo e spumante. L’avremo letto centinaia di volte in articoli, guide, post, qui come altrove, un leit motiv quasi stancante, che però pare non bastare mai per ricordare quanta strada sia stata fatta: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale, fosse solo per questo che oggi gli si deve molto più di un semplice ricordo.
E’ stata una persona stimatissima nell’ambiente don Gennaro, abbiamo sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato forse da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante.
E’ stato un uomo vulcanico zio Gennaro¤, proprio come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo sì profondamente nel fisico ma non nella testa, con un’invidiabile talento professionale che ne ha fatto un uomo del sud che ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, un esempio per tanti che l’hanno seguito, emulato, un riferimento assoluto per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, non solo in Campania che ne conservano molto più di un semplice ricordo.
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Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro.
Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.
Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare.
La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!
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Da qualche settimana sul giornale on line ilNapolista c’è una nuova rubrica ”Un Calciatore, Un vino” a nostra firma; proviamo a raccontare il vino buono, quello autentico e che ha qualcosa da dire, ai tifosi del pallone.
Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno. Se vi va, seguiteci¤!
Siamo a Quarto, territorio che a torto non ha mai goduto di una particolare considerazione in ambito vitivinicolo, ma nei pressi della ‘’Montagna Spaccata’’ sull’Antica via Consolare Campana costruita dagli antichi Romani per collegare il porto di Puteoli a Capua, proprio sul confine naturale che la divide da Pozzuoli da un lato e da Napoli (Pianura) dall’altro, c’è una collinetta particolarmente vocata che domina tutta la piana quartese. Da qui, in lontananza, si colgono chiaramente Capo Miseno e buona parte del golfo di Pozzuoli.
Pèr ‘e Palummo dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini
La Collina di Viticella passa dai 50m s.l.m della via omonima ai poco più di 150m s.l.m., niente di particolare si direbbe eppure nella sostanza questo lembo di terra tufacea dà uve particolarmente caratteristiche e segnate da profonda pienezza e fragranza gusto-olfattiva.
Il vigneto conta all’incirca 10 ettari tra vigne vecchie di 25/30 anni piantate con sistemi tradizionali e alcuni nuovi impianti più recenti, vi è perlopiù falanghina ed in parte pèr ‘e palummo¤ – così come si preferisce ancora raccontare quest’ultimo -, coltivato quasi esclusivamente nella parte alta della collina e che generalmente viene vinificato con le altre uve piedirosso provenienti da altre parcelle del circondario che assieme danno vita all’unico rosso flegreo prodotto dall’azienda. Piedirosso 2017 che conserva tutta la sua piacevole verve fruttata e floreale al naso e paga forse un po’ di ritardo di maturazione al palato, il sorso rimane affabile e gradito ma un tantino acerbo, contrapposizione che nulla toglie alla qualità del vino ma che forse dà troppa vivacità alla degustazione.
Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella 2017 Carputo Vini
Eccolo nel bicchiere il Collina Viticella 2017 dei Carputo¤, ad un anno dalla vendemmia, in tutta la sua freschezza e pienezza gustativa. In questa bottiglia vi finisce solo una parte del raccolto in collina che viene vinificato separatamente e tenuto in serbatoi diversi prima dell’assemblaggio finale. Siamo fortunati a provare una delle ultime bottiglie in circolazione dell’annata duemiladiciassette, millesimo complicato che ha dato vita ad un bianco un po’ sopra le righe già conosciute in precedenza ma pur sempre caratterizzato da un quadro di degustazione pieno di fascino e sostanza.
Se sono infatti da annoverare come una rarità assoluta i tredici gradi e mezzo in etichetta, esempio di come questa vigna sappia distinguersi nettamente in un territorio così frammentato ed eterogeneo, non siamo lontani dai canoni di pulizia e nettezza olfattiva, dalla sua solita complessità dei profumi floreali e fruttati e dalla puntuta freschezza che ne accompagna costantemente ogni sorso, tutto a favore della grande bevibilità del vino!
Falanghina dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini
Del resto non bisogna mai dimenticare quale sia il ruolo principale del vino a tavola, il suo essere funzionale a tutto un pasto completo e non (solo) ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica che vuole spesso – addirittura lo impone talvolta -, vini mediamente leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare certi piatti più che a sostenerli.
È un bel momento magico per questo territorio e per i vini dei Campi Flegrei¤, risultato di un duro lavoro cominciato anni fa con non pochi alti e bassi e tanti protagonisti alle prese con scelte talvolta condivisibili altre volte meno.
Non sono mancati passi falsi, cambi di rotta, un po’ di confusione. Non a caso per almeno una decina di anni si è fatta enorme fatica ad imbroccare la strada giusta; non a caso l’areale contava due, forse tre riferimenti che valesse veramente la pena seguire. Alcuni si limitavano a girargli intorno senza mai però tirar fuori fino in fondo una propria idea precisa di vino. Poi c’era chi lavorava sodo¤.
A metà anni duemila, a 10 anni dalla doc ottenuta nel 1994¤, a chi già sulla breccia da anni e in qualche maniera portabandiera del territorio flegreo si sono affiancati nomi nuovi e piccoli artigiani del vino che lentamente hanno saputo dettare i tempi di un’impronta territoriale propria, uno stile ogni anno sempre più riconoscibile e apprezzato trasversalmente da bevitori appassionati e professionisti della degustazione, la cosiddetta critica di settore.
Tra questi val bene ritornare su Gennaro Schiano e la sua Cantine del Mare. Gennaro ha saputo con caparbia insistenza ripartire dalle origini, è riuscito in pochi anni ad allargare le fila della piccola azienda agricola di famiglia nei pressi della cantina di via Cappella a Monte di Procida acquisendo poi meravigliose vigne nelle zone tra le più vocate del comprensorio Bacoli-Monte di Procida e Cigliano a Pozzuoli.
Andare in vigna con lui significa camminare per luoghi di grande fascino e ricchi di storia antica: il Belvedere al Fusaro e l’Anfiteatro (o Stadio) sulla Panoramica a Monte di Procida sono posti da colpo a cuore, vigne di incredibile suggestione vista mare. I suoi vini cominciano finalmente ad esprimersi con una certa continuità di profilo e tipicità, segno questo di equilibrio raggiunto anche in cantina.
Il suo Piedirosso ha trovato da tempo una più che discreta quadratura, l’ultimo assaggio del 2013 ha confermato la pienezza espressiva che lo caratterizza da sempre, offre un gran bel naso e un sorso sempre appagante; tra l’altro, prove alla mano, è capace di attraversare il tempo con una certa disinvoltura come dimostrano i diversi riassaggi di annate passate come la 2003, ancora in forma smagliante. Qui forse vale molto il fatto di poter contare su vigne e uve provenienti da areali flegrei collocati su più fronti, terreni diversi, esposizioni e microclimi differenti.
A questo giro però è la Falanghina¤ 2015 che ha pienamente convinto della tanta strada fatta. Assaggiata la prima volta lo scorso Maggio mostrava una vivacità incredibile sorretta dalla tessitura fine e minerale di sempre. A distanza di mesi, oggi, è decisamente in rampa di lancio, si distende con fierezza ed offre una complessità di beva di grande equilibrio e soddisfazione. Sa profondamente di questa terra di mare. È quel vino da bere adesso e per i prossimi tre-quattro anni con sempre maggiori aspettative. Non c’è che dire: Monte di Procida, “Hoc vinum optimum est”. E Gennaro Schiano è senz’altro il protagonista.
Raccogliamo l’invito di Arianna Occhipinti lanciato sul suo profilo Facebook nel rilanciare il suo grido di denuncia. È per la verità una situazione che accomuna molte realtà soprattutto del nostro sud, su più fronti vituperato e sfregiato spesso abusato per poi essere abbandonato a se stesso da una classe politica e dirigente sempre più assente e distante dalla realtà del paese. Istituzioni e classi dirigenti chiuse nelle maglie di una macchina abominevole e impenetrabile, che impone, pretende e prende senza mai sentirsi in dovere di darne conto. La verità però è che non si può più pensare di cavarsela così, scaricando su altri una responsabilità così grande; ognuno di noi, sempre, deve fare la sua parte. Ognuno, fino in fondo! (A.D.)
Io non ce la faccio più a vedere il mio territorio devastato dalla spazzatura, ogni angolo, ogni ciglio di strada, di fronte una vigna, di fronte un campo di grano, di fronte un giardino, di fronte lo sguardo disarmato di chi ama questa terra. Mi sono sempre chiesta se parlare male del mio territorio fosse controproducente, io che su questa terra faccio vino, vino di Vittoria, città di questa meravigliosa Sicilia che evoca sole, mare, ulivi, case di pietra e agricoltura. Ebbene ora qui la situazione è insostenibile, agricoltori che abbandonano, pecorai che conquistano terre, bruciando tutto, rompendo quei pochi muretti a secco ancora rimasti, cittadini incivili che scaricano immondizie, dentro e fuori città, calcinacci, plastica, polistirolo, elettrodomestici in discariche a cielo aperto e sui cigli delle strade, bottiglie che escono dai finestrini. Reti di materassi a chiudere il contorno delle case, come fossimo mandrie di pecore. Macerie umane. Un quadro di terrore e inciviltà che spegne giorno dopo giorno chi questa terra la Ama e vuole scoprirla, sognandola da km e km di distanza come Magica. Ebbene questo post serve anche per liberarmi di un peso, di un pensiero che mi attanaglia da mesi, di un senso di responsabilità che non posso fare più finta di ascoltare: Non posso più parlare bene di tutto ció che mi circonda. Non posso più dire che abbiamo una storia millenaria, perché non è più così. È del nostro presente ora che dobbiamo occuparci. Questi luoghi sono stati distrutti da gente che non ama, che non vede, che non respira, che non ridarà mai ai suoi figli, una terra migliore di come l’hanno trovata. Aiutiamoci insieme a ripulirci, a ripulire. Fate circolare questo messaggio. Spero servirà a qualcosa.
Sud è sopra molti altri il posto del cuore, sin dai suoi primi passi. Ci torniamo con piacere anche con Letizia e Alessia, qui loro ci stanno volentieri, è ad appena due passi da casa, quindi nessuno stress da viaggio ma soprattutto nessuno tra i camerieri che le guarda in cagnesco, in cerca di guai.
La sala gira come un orologio, si usa dire. Diciamo che se qui si sta bene un po’ di merito va anche a loro, a Pino, Carmine e Giannantonio. Perchè quando siedi alla tavola di Sud la gioia prende subito il largo, talvolta incontenibile.
Sono piatti sempre pieni di luce quelli di Marianna, carichi di piacere, ricchi di sfumature, di repentini contrasti. Per ciò, vincenti. Per dirla con il piglio di un architetto, votati ai pieni più che ai vuoti. Il Calamaro, zucca e datteri tra gli ultimi venuti fuori per farsene un’idea più precisa.
Come pure per Ostriche, friarielli e chinotto, una prova di assoluta grazia per le papille, qui degnamente accompagnato dal Blanc de Noirs di Boizel, squillante contrasto metallico dolce-amaro sostenuto con precisione e carattere da ”bulles” ricche di complessità e autorevolezza elaborate con pinot noir provenienti da Mareuil sur Ay, Cumières, Mailly, les Riceys (di cui almeno il 30% di Vins de Reserve¤).
Seguono l’Impepata¤, ovvero Mischiato delicato con cozze, pepe e limone, Anemoni, lo Spaghettone¤ ai ricci con mozzarella, il Gran Fritto¤, piatti già classici e riferimenti assoluti per la cucina di Sud.
Dicevamo della gioia, sentimento che diventa straripante quando qui ci vieni con le persone che ami, con gli amici che stimi di più con i quali andresti in giro per il mondo a raccogliere storie e pezzi di terra da mettere assieme nel puzzle della vita.
Con loro, certe bottiglie del cuore che ne raccontano la strada percorsa, i momenti più belli. Come lo Chassagne-Montrachet 2008 di Vincent Girardin, per esempio. Un Vielles Vignes che viene fuori quasi tutto dal ”Les Chaumes”, uno dei più preziosi 1er Cru dell’appellation, vino dal carattere inconfondibile, con un passo formidabile, di grande bevibilità e finezza come solo questo pezzo di Borgogna sa regalare.
Ancora un classico La Tartare di vitello irpino con fichi e nocciole, da tempo stabilmente in carta, dal sapore terragno e voluttuoso. Qui, autentico e verace viene fuori alla grande il Vigna Astroni 2014 di Cantine Astroni, il bianco vulcanico di Gerardo¤ bevuto, si può dire, tutto d’un fiato: avvenente e calibrato al naso, così ampio e varietale, regala sorsi di freschezza e ritagli minerali assai piacevoli. Vino saporito e solare.
In chiusura, La perla del mediterraneo, ovvero il semifreddo alla cassata, pistacchio di Bronte, salsa al passito di Pantelleria e gelée alle pere con anice stellato, dessert che messa così, nero su bianco, sembra venuto fuori da un film di Lina Wertmüller, un po’ come le (astruse ma impeccabili) cravatte che indossa Pino ultimamente, per dire. Più semplicemente è un dolce gustoso e ruffiano, un vero e proprio omaggio al sud più a sud di noi tutti!
È una Stella solida quella di Marianna, solidissima, ancora unica per questo territorio e ancora più preziosa perché acciuffata con merito sin da subito, appena dopo poco tempo l’esordio, con sacrifici e abnegazione enormi, e chi non vede questo o è cieco o più semplicemente è in malafede. E vale tanto questa Stella perché si fa autentica ambizione a cui non si può non guardare con attesa e speranza, perché quale che sia il futuro di Sud, qui o altrove, varrà sempre la pena sostenerlo e continuare a viverlo a piene mani. Menu degustazione a 68 euro, escluso i vini.
Ristorante Sud Via SS Pietro e Paolo n° 8 Quarto (Napoli) tel. 081.0202708 http://www.sudristorante.it Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo. Chiuso il lunedì