Posts Tagged ‘campi flegrei’

Pozzuoli, Falanghina dei Campi Flegrei Harmoniae 2016 Cantine Babbo

6 febbraio 2019

L’areale dello Scalandrone tra Pozzuoli e Bacoli è uno dei luoghi più suggestivi di questo pezzo di Campi Flegrei, luogo particolarmente vocato per la viticoltura, si erge dalla piana del lago d’Averno sino ad affacciarsi sul Lago Fusaro e quindi sul mare aperto della vicinissima Costa Cumana.

Qui, tra le tante storie di persone, vigne e vini vi è quella della famiglia Babbo. Una famiglia con radici forti sul territorio, sono tra l’altro apprezzati ristoratori di lungo corso, e proprio grazie a questa attività ultradecennale che non hanno mai smesso di coltivare la terra, una manciata di ettari preservati per garantirsi e garantire ai propri avventori materie prime di pregiata qualità e a km 0. Così anche la vigna e il vino hanno avuto negli anni un ruolo decisivo in particolar modo nella storia personale di Tommaso, sino a prenderne talvolta quasi il sopravvento pur con alti e bassi.

La vigna conta poco più di 1 ettaro, piantato perlopiù con Falanghina e in larga parte Piedirosso, piante baciate dal sole capaci di tirare fuori vini caratteristici ed apprezzabili sin dalle prime vinificazioni, tanto da spingerlo già nel 1995 e poi nel 1996, dopo varie peripezie per trovare qualcuno disposto nell’aiutarlo nelle varie prassi autorizzative, a metterne in bottiglia una parte da poter commercializzare anche fuori dalla propria attività di ristorazione.

Una storia quella di Cantine Babbo lunga oggi quasi 25 anni, tanti o pochi sono serviti a rincorrere un sogno, consolidare un valore importante come il legame con questa terra. Cosciente della necessità di proporre un salto di qualità ai suoi vini, già da qualche anno Tommaso, dopo un percorso di affiancamento con Vincenzo Mercurio, ha affidato la parte enologica alla giovane figlia Alessia che ci auguriamo sappia fare suoi questi principi e mantenerne il giusto profilo conservativo.

Certo sarà necessario un lungo percorso di studio e analisi, ma soprattutto di confronto, sia con quanto avviene sul mercato oggigiorno ma anzitutto con quanto si sta facendo sul territorio per dare maggiore risalto e lustro all’unicitá dei varietali qui coltivati. I vini provati sono fortemente incoraggianti, tutti puliti e concreti, immediati e godibili, tra questi ci ha piacevolmente colpito l’Harmoniae duemilasedici, una manciata di bottiglie, appena 3500, di un bianco proveniente da una selezione di Falanghina, alla sua prima uscita, messo in bottiglia dopo una sosta più lunga sulle fecce fini.

Un esordio a dir poco convincente che ci consegna un vino bianco dalla trama essenziale e coinvolgente, con un profilo olfattivo tenue ma pienamente varietale, dapprima erbaceo, poi appena agrumato, quindi fruttato. Al palato è secco, fresco e coinvolgente, un sorso tira l’altro, uno scandire piacevolissimo con un finale di bocca rinfrancante, vivace e leggero. Saltato il 2017 questa etichetta sarà nuovamente prodotta con l’ultima vendemmia 2018 ora in affinamento in cantina, non ci resta che attendere!

Leggi anche Piccola guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Annunci

Falanghina Domus Giulii 2011 La Sibilla

14 gennaio 2019

E’ un vino con il quale continuiamo ad avere una certa distanza emozionale, convinti l’uno dell’altro di non piacerci abbastanza. Non riuscendo a perderci di vista, le ragioni del cuore sono tante e profonde, ci rasserena l’idea, ad ogni nuovo assaggio, che qualche anno è passato ma non invano.


Cento per cento Falanghina dei Campi Flegrei. Per la verità il vitigno si sa è diffusissimo in Campania ma sembra avere proprio qui nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, microclima temperato con sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che unito alle basse rese contribuisce ad esaltarne la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.

Domus Giulii viene fuori da una selezione dei migliori grappoli provenienti da alcune vigne vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo ma con merito sin da subito pienamente immerso nelle responsabilità produttive della realtà famigliare flegrea, ne volle “sperimentare” anni fa con la dumeilaotto una versione decisamente diversa dal solito, un bianco macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, pur restìo all’idea, lo lasciò fare, così, tanto per capire.

L’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi è spesso figlia di un lungo percorso di maturazione, le macerazioni sono più o meno lunghe sulle fecce fini a cui talvolta si susseguono particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette una grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che un’abile capacità di intelligere il terroir di provenienza, col rischio, talvolta accade, di passare come una trovata estemporanea.

Non di meno, certe particolarità come il tono ombroso del colore – qui spiazzante -, i profumi eterei, il gusto quantomeno lontano dal solito, necessitano di una certa esperienza da parte dell’appassionato di turno o quantomeno una certa predisposizione per esser colte come marcatori di autenticità e non come un mero esercizio di stile fine a se stesso, talvolta addirittura deleterio per la tipologia se non per il produttore. Non a caso sono spesso vini prodotti senza i lacci delle denominazioni in cui ricadono le vigne di provenienza.

Venendo a noi, questo duemilaundici ha un bel colore oro cangiante, tendente all’ambra, quasi fulvo. Si sta con un vino di sette anni nel bicchiere, non so se rendiamo l’idea. Il primo naso è buccioso, poi si fa speziato, e di frutta secca; sa di uvetta, tè e camomilla, di scorzette d’agrumi e albicocca candite, il tono è un po’ iodato ma pulito e franco. Il sorso è subito materico, sulle prime un po’ spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza, anche qui pulito e senza sbavature, anzi, intriga profondamente e lascia la bocca piacevolmente ammantata di vino e di sale. Inutile negarglielo ancora un passo avanti rispetto agli esordi, restiamo  ideologicamente ancora lontani, però, forse, finalmente equidistanti, Domus Giulii rimane una valida alternativa espressiva che continueremo senz’altro a scrutare con sufficiente interesse.

Leggi anche Falanghina Domus Giulii 2009 Qui.

Leggi anche Falanghina Domus Giulii 2008 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

La grande bellezza del Piedirosso dei Campi Flegrei 2017 di La Sibilla

8 gennaio 2019

Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro. 

Campi Flegrei Piedirosso 2017 La Sibilla - foto L'Arcante

Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.

Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare. 

La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!

Leggi anche Vigne Storiche, il nuovo Piedirosso dei Di Meo Qui.

Leggi anche il Naso, i Napoletani e l’apologia del Piedirosso #1 Qui.

Leggi anche il Naso, i Napoletani e l’apologia del Piedirosso #2 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: