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Segnalazioni| Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa 2018 Cantine Astroni

5 marzo 2020

E’ un lavoro sartoriale quello che Gerardo Vernazzaro prova a condurre in porto con questa nuova etichetta, ”ritagliando” e ”imbastendo” gli ultimi 10 anni di esperienze in vigna e in cantina con questa bottiglia di Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa duemiladiciotto.

Il racconto liquido che ne viene fuori è un viaggio emozionale nel recente passato che si chiude con un salto repentino nel futuro presente; nel bicchiere ci arriva ogni solco tracciato in vigna, il calore delle mani segnate dal freddo, l’emozione dell’ultimo raccolto, la fatica dei travasi, i millimetrici passaggi in anfora, poi defluiti in bottiglia, ogni prova d’assaggio, le cui distrazioni, gli errori e i ripensamenti si rivelano chiari e ben definiti consegnandoci una testimonianza viva e coinvolgente ad ogni sorso, un insieme di valori che sapranno, ne siamo certi, disvelare tutto il reale potenziale ancor più nei prossimi anni a venire.

Tenuta Jossa, questo il nome del vino, è anche una novità assoluta per la denominazione che troveremo sul mercato tra qualche settimana e che ci pregiamo di presentarvi con piacere nella sua veste definitiva dopo i ripetuti assaggi degli ultimi mesi¤. Su questo vino Gerardo Vernazzaro¤ ci sta lavorando con grande attenzione da diversi anni, come dicevamo; l’impianto da cui proviene è di 3 ettari – ripreso a matita in etichetta –, la metà piantati a bacca bianca e risale al 2011, allocato lungo la strada comunale che dal quartiere Pianura conduce fin su alla collina dei Camaldoli, a due passi dal centro metropolitano di Napoli, da qui si gode di un affaccio sul mare e le isole del golfo a dir poco mozzafiato.

Il vino è composito di Falanghina al 90% e per la restante parte da altre varietà autorizzate dalla doc Campi Flegrei bianco (perlopiù Fiano, ndr), denominazione rivista con alcune modifiche al disciplinare introdotte a partire dall’annata 2011 ma che in realtà, ad oggi, non era mai stata ”utilizzata” in precedenza da altre aziende flegree; la molteplice composizione varietale contribuisce ad accentuarne la verticalità e l’ampiezza del quadro olfattivo senza tradire però la solita tipicità vulcanica che ne caratterizza profondamente il profilo organolettico. Tenuta Jossa è un vino subito invitante e finissimo nei profumi, sa di agrumi, mela, felce, al palato è secco e ben sostenuto dalla freschezza, giustamente sapido nel finale di bocca. Siamo certamente di fronte ad un sensibile scatto in avanti per l’azienda napoletana e ad una grande ”nuova” opportunità per il territorio flegreo.

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Il Colle Rotondella 2018 di Cantine Astroni è l’omaggio di Gerardo Vernazzaro alla sua Napoli

2 febbraio 2020

E’ un ideale, quello dell’appartenenza, che conservano un po’ tutti i produttori e i viticoltori a cui generalmente rivolgiamo la nostra attenzione, tra questi, negli anni, alcuni hanno saputo raccogliere il testimone dalla generazione precedente segnando in maniera profonda e inconfondibile il futuro dell’azienda di famiglia.

La famiglia napoletana Varchetta da quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, più o meno vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla Riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Proprio dalle vigne del circondario flegreo e dell’areale dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari piantati perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo delizioso rosso, il Colle Rotondella, che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata giovinezza: un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere.

E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico per chi si avvicina alla tipologia, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente interpretate da Gerardo Vernazzaro proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso che ne richiama subito un altro. Questo duemiladiciotto ci appare un vero e proprio elogio alla bevibilità¤, nonché un sincero omaggio a Napoli e alla napoletanità da parte di uno dei suoi più attenti e preparati interpreti enoici in circolazione!

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Il successo del Piedirosso dei Campi Flegrei spiegato facile con tre ottime bottiglie

14 settembre 2019

Chi ha vissuto e può raccontare a suo modo gli ultimi quindici/vent’anni di viticoltura nei Campi Flegrei sa bene che era necessario solo attendere e continuare a stimolare vignaioli e produttori nel fare meglio, il successo dei vini flegrei, presto o tardi, sarebbe arrivato; la distanza che li separava dal resto del mondo del vino, quel gap soprattutto di mentalità, certi difetti dei vini, originati soprattutto da una cattiva gestione del vigneto, della vinificazione o dell’affinamento, talvolta proposti addirittura come tipicità, sono stati per anni un fardello pesantissimo da portarsi dietro ma finalmente (quasi) del tutto superati.

La strada da fare, sia ben chiaro, è ancora tanta, è necessario anzitutto che il territorio, la sua gente, le istituzioni che li governano sappiano riconoscere in questo lungo percorso nuovi obiettivi di crescita condivisi per non mancare l’appuntamento con la storia, fare di questo pezzo di terra, di questa vocazione unica e straordinaria un’opportunità di sviluppo di largo respiro internazionale.

Tornando al nostro Pér ‘e Palumm, per lungo tempo, come ampiamente raccontato più volte proprio su queste pagine con l’aiuto dell’amico enologo Gerardo Vernazzaro¤, ci siamo sentiti raccontare che certe puzzette del Piedirosso fossero un tratto caratteriale tipico del vitigno, o del territorio: niente di più sbagliato! Per non parlare del carattere vegetale di alcuni, un difetto riconducibile solo ed esclusivamente ad una non corretta maturità dell’uva, quindi da una gestione approssimativa del vigneto.

Altro tasto sempre molto dolente, la riduzione, dovuta invece alla produzione di idrogeno solforato (uova marce) e metantiolo (acqua stagnante, straccio bagnato) ad opera dei lieviti quando si trovano in condizione di particolare stress per carenza di ossigeno o per carenza di azoto. I suoli vulcanici si sa sono composti principalmente da sabbie, sono terreni sciolti, poveri di azoto, tale macro-elemento è indispensabile per un corretto metabolismo del lievito, quindi avendo valori di azoto prontamente assimilabile (APA) bassi – in media tra 80-120 mg/l quando solitamente ne occorrono circa il doppio -, non è difficile cogliere quale fosse l’origine del male di certi vini sempre un po’ sospesi tra l’inferno ed il purgatorio.

Tant’è, senza fare torto a nessuno dei produttori flegrei che continueremo a seguire sempre con grande passione per raccontare approfonditamente dei loro vini, proviamo ad anticipare, tra le prime, l’uscita di tre ottime bottiglie che ci sono capitate a tiro nelle scorse settimane, bevute in anteprima, che ci sembrano ben rappresentare la lunga strada percorsa sino ad oggi dal varietale, dal territorio e dai loro interpreti. 

Campi Flegrei Pér 'e Palumm Agnanum 2018 Raffaele Moccia - foto L'Arcante

Pér ‘e Palumm Campi Flegrei Agnanum 2018 Raffaele Moccia. Raffaele tiro dritto per la sua strada, nessun compromesso in vigna dove si continua a mantenere fede all’eredità del padre e condurre la vigna in maniera ancestrale. I vini di Agnanum¤, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati e lasciati respirare, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, una breve sospensione temporale necessaria per godere a pieno persino delle piccole imprecisioni, quelle sottili sgrammaticature che rappresentano per i palati più attenti un segno distintivo dei meravigliosi vini prodotti qui su questo costone di sabbia vulcanica che conduce direttamente sull’oasi del Parco naturale degli Astroni.

Questo duemiladiciotto ha un bellissimo colore purpureo tutto suo, a tratti caratterizzato da toni scuri che si ritrovano immediatamente anche al naso, dapprima ermetico, al solito, ma che stilla man mano piccole sfumature invitanti, di frutto polposo e note speziate, anche terrose, che si fanno poi dense al gusto, nuovamente asciutto, persistente, saporito. Di quei rossi plastici da spendere su una ricca Zuppa di mare o uno Spiedo di pesci e molluschi arrosto.

Gennaro Schiano nelle sue vigne a Cigliano - foto A. Di Costanzo

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Terra del Padre 2017 Cantine del Mare. Ne abbiamo scritto a lungo di Cantine del Mare e ne riscriviamo ancora volentieri oggi davanti a questo splendido Piedirosso Riserva. Un cambio di passo epocale qui a Monte di Procida, segnato da nuove bottiglie, si passerà infatti alla borgognotta, da nuove etichette che però verranno svelate solo tra qualche settimana, con i vini Riserva duemiladiciassette e quelli d’annata duemiladiciotto disponibili con ogni probabilità solo verso fine novembre prossimo, con almeno un anno di affinamento alle spalle. Nel merito, stiamo parlando di poco più di 1.300 bottiglie di cui Alessandra e Gennaro Schiano¤ possono andare molto fieri, coronamento di quasi vent’anni di storia della piccola cantina montese e della lunga e faticosa riconversione di diversi appezzamenti in conduzione avviata ben oltre un lustro fa.

Le uve provengono infatti quasi esclusivamente da vigne vecchie, di età che vanno dai 40, 60 anni delle vigne di Bacoli ai quasi 100 anni di alcuni ceppi collocati perlopiù sulle grigie sabbie vulcaniche della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli. Il colore è uno splendido rubino vivace, luminoso come fosse sacro fuoco, il naso è un portento, ampio, finissimo ed espressivo di frutta rossa, è floreale, sa di melagrana e gerani, appena un accenno di cipria; il sorso è pieno, appare sottile ma saprà distendersi, si fa infatti largo e si allunga ad ogni assaggio, nessuna traccia del legno, solo tanto frutto: vibrante, polposo, teso. Un piccolo capolavoro da portare in tavola con primi al ragù di mare ma anche con carni stufate o preparate al forno con contorni di verdure.

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2016 Cantine Astroni. Ecco un altro rosso dalla forte impronta territoriale che in appena una manciata di vendemmie sta là a disegnare nuove traiettorie. Qualcuno tra agli appassionati più attenti l’ha accostato a bottiglie prodotte lontano migliaia di chilometri da questi pochi ettari terrazzati sopra le colline dei Camaldoli, a Napoli, ma in realtà il vino di Gerardo Vernazzaro¤ non ha nessuna intenzione di somigliare a questo o quel vino d’oltralpe se non provare a scolpire nella materia liquida i tratti distintivi del varietale e di questa sorprendente terra sospesa.

Questo assaggio conferma in tutto e per tutto le velleità della precedente uscita duemilaquindici¤, è un rosso originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, dal naso allettante e seducente, proteso all’ampiezza del frutto, profuma di melagrana e susina, di arbusti di macchia mediterranea cui segue, sottinteso, un sorso sottile e coinvolgente, pieno di nuovi cardini da scoprire di volta in volta nei prossimi mesi, anni, e un finale di bocca particolarmente gratificante. Uno di quei vini bonus da stappare tra amici con buoni Salumi e Formaggi di media stagionatura ma anche su carni rosse pregiate appena scottate, pensiamo ad una Tagliata di manzo con rucola e Grana.  

Sono questi vini che hanno inoltre la missione-ambizione di riuscire nel difficile compito di avvicinare sempre più appassionati alla riscoperta della leggerezza e della bevibilità¤, in un momento storico di forte inversione di tendenza dove alla potenza, alla concentrazione e alle alte gradazioni alcoliche di vini pesi-massimi vengono preferiti prevalentemente la finezza, l’eleganza e la bevibilità di pesi-medi leggeri, vini dalle gradazioni alcoliche contenute, vieppiù quando identitari e di spiccata personalità varietale e territoriale.

Infine, per chiuderla con una nota di orgoglio territoriale, il Piedirosso ha successo perché incarna forse anche la marginalità di Napoli, entrambi si trovano infatti ”Parà ta éscheta” ovvero ”prossimi ai limiti estremi”, ad un palmo di mano dall’abisso, pronto alla resurrezione ma anche ad un passo dal precipizio. Uno dei grandi problemi ancora irrisolti di questo vitigno infatti è la scarsa produttività che ne pregiudica la definizione di un modello viticolo moderno, capace di esaltarne le peculiarità limitandone le avversità; anche per questo alcuni contadini lo stanno in parte estirpando, sostituendolo nella migliore delle ipotesi con la Falanghina, di certo più generosa. Noi invece siamo per preservare il valore assoluto di questo straordinario vitigno, orgoglio agricolo e àncora di salvezza e rinascita viticola della nostra città, di questa provincia, delle sue periferie.

Leggi anche Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #1 Qui.

Leggi anche Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #2 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

La Primavera nei Campi Flegrei| Vigna Astroni

14 aprile 2019

Napoli, Cantine Astroni – Foto di Gerardo Vernazzaro.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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