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Cirò Marina, il Duca San Felice 1993 di Librandi

11 settembre 2010

Negli ultimi mesi si è scatenato un ampio dibattito su questa storica denominazione calabrese, una visibilità forse mai avuta prima, nemmeno nel più affollato e fornitissimo dei supermercati di germanica ispirazione. Il Cirò sulla bocca di tutti, di giornalisti e presunti tali, di cronisti afecionados e di spietato cinismo, un vortice mediatico a cui non si può che guardare con attenzione e riflessione, per quello che ha voluto sollevare, sottolineare e, in più di una occasione, aborrire. Un turbinare nel quale non desidero certo entrare, lasciando il dovuto spazio a menti sicuramente più ispirate della mia, ma che non posso lasciarmi girare intorno passivamente, fosse solo per il lavoro che faccio.

Così inaspettamente, mi tocca raccontare ad un ospite olandese cosa stia accadendo lì in terra cirotana, e facendolo nel più suggestivo dei momenti immaginabili, tra una bottiglia di A’ Vita 2008 e questo delizioso, direi superbo, Duca San Felice ’93, senza dubbio alcuno tra i più sottili ed al tempo stesso eleganti vini rossi mai bevuti prima di adesso. Tutto nasce per caso, sull’abbinamento ad un piatto di Oliver Glowig che amo molto, coda di astice con lenticchie di Leonforte e fave di cacao, dove vanno via d’amore e d’accordo due bicchieri del gradevole rosso di Francesco De Franco; A questo punto, pur convinto dalla leggiadrìa e dalla buona capacità di reggere l’accostamento del primo mi si avanzano seri dubbi sulla longevità del gaglioppo, di questa tipologia di vini per altro proveniente da una terra del vino, a detta del commensale, di cui giammai ne avea sentito parlare prima; Entra così in scena il secondo, che già dopo un breve tempo di ossigenazione mostra uno stampo gustolfattivo particolarmente suggestivo: il colore pare arrivare da un tempo lontanissimo, granato tenue con nette sfumature  aranciate; Il naso è subito salino, il legno solo un ricordo fugace, il frutto dissolto e lievemente caramellato, appena accennate le nuances speziate. In bocca ci arriva in punta di piedi, sottile, delicato, l’alcol si sarà perso da qualche parte, non la lineare bevibilità, avvolgente, per niente statica, persuasiva. Un vino con un’anima autentica, di una terra unica, quella stessa anima che stanno biecamente tentando di strappare via al Cirò per offrirla ad un buco nero che non porterà da nessuna da parte se non verso quella omologazione ormai smentita già da anni e che solo menti stolte non vogliono vedere.

Il Cirò con molta probabilità non sarà mai protagonista della mia carta dei vini, anzi su questo punto non esito a mettere le mani avanti, e non per snobismo professionale, tutt’altro; Ho avuto per molto tempo la pazienza di aspettare e cercare anche nel Mare Magnum ionico quelle due-tre referenze giuste per dare l’idea di come non debba essere per forza scontata l’offerta in una lista vini: mi sono fidato nel tempo della storia degli Ippolito, della voglia di fare di Francesco De Franco ma non posso negare che in principio era solo Librandi, il suo Gravello rimane un riferimento importante se non del tutto irresistibile, e solo la fortuna di ritrovarmi in cantina una verticale storica di Duca San Felice, giocata tra una decina di vendemmie tra il ’90 e il ‘00, ha potuto aiutarmi a comprendere meglio tutto il potenziale di un vitigno, il gaglioppo, capace di attraversare  il tempo con disarmante scioltezza e rappresentare con la storia di ognuno di questi produttori un arma in più per raccontare meglio un territorio tra i più vocati e storici del sud Italia. Ecco, di questo sento di aver bisogno assoluto, di bottiglie da proporre come un messaggio e non come esca, di vini plausibili e non di ennesimi, banalissimi succhi, o peggio ancora concentrati, di frutta.

L’Arcante sostiene, sin dall’inizio di questa assurda storia tutta italiana, il  Comitato in difesa dell’identità vino Cirò

Chiacchiere distintive, Francesco De Franco

4 marzo 2010

Pozzuoli, Abraxas, ore ventuno in punto. Aspettiamo seduti nella piccola e calda veranda che affaccia sul giardino, di lì a pochi metri, oltre la staccionata, a perdita d’occhio la veduta sul lago d’Averno e sul monte Barbaro; Le luci della sera uniformano il panorama e disegnano una visuale in chiaroscuro particolarmente affascinante, suggestiva, evocativa, niente a che vedere con lo scempio urbanistico, lampante alla luce del sole, avviato e lasciato declinare a più non posso negli ultimi trent’anni da amministratori biechi e strafottenti, e senza praticamente fine.

Francesco De Franco è un giovane calabrese, architetto, che con la moglie Laura, friulana ed operatrice culturale hanno deciso di mettersi tutto alle spalle per ripartire da zero, dalla madre terra e dai sogni di entrambi, in una parola, riscoprire la lentezza, quel moto naturale della vita vistosi negli ultimi anni sopraffatto da ritmi, assolutamente inconciliabili, della moderna ricerca del tutto e subito. L’inizio di tutto è l’origine, così nelle origini (in questo caso di lui) hanno creduto di ritornare e ripartire,  scoprendosi vignaioli, si spera ‘A Vita!  

Giovane, architetto affermato, in giro per luoghi così suggestivi e notoriamente vivibilissimi come Firenze, Padova, San Marino: perché si decide di ritornare a Cirò, a fare vino? Quello che per molti è apparso così controcorrente per me, per noi, è stato banalmente semplice. Quando si parla delle radici, spesso si tende a semplificare un concetto certamente complesso e profondo, oppure all’opposto, lo si banalizza riducendolo al senso di incapacità, riferito spesso a noi italiani, del sud in particolare, di essere cittadino del mondo. Beh, io cittadino del mondo ci sono stato, ho viaggiato molto, ho vissuto per tanti anni in giro, e ti posso assicurare che non c’è più bel posto che la propria terra, sentirsi cioè cittadino, del mondo, a casa propria.

Bene, ma qual è stata la molla che ti ha fatto scegliere di tornare a casa piuttosto che continuare la tua vita? Ci sono due aspetti: uno più concettuale che è la ricerca della lentezza, di una vita con ritmi più in armonia con la natura. Ho riflettuto molto sul concetto di tempo partendo dai testi sulla cronofagia della società industriale del Prof. Ilio Adorisio, illustre cirotano docente alla Sapienza di Roma, purtroppo scomparso precocemente. Ho sempre dato molto peso ai rapporti umani e sono arrivato alla convinzione che la lentezza sia l’unico modo per potersi godere gli amici e la vita.

Il secondo aspetto, più viscerale, è l’attaccamento a questa terra che ti porta ad esserci sempre anche quando ti allontani per molto tempo. Una sorta di marchio che ti segna per sempre, una condizione dell’anima. Non è solo la mia storia ma di molta gente emigrata. Ho vissuto a Firenze, S. Marino e Padova ma sono sempre tornato per organizzare eventi artistici e culturali per promuovere le tradizioni locali e la tutela ambientale.

Cirò, il vino. Per molti è stato il vino-ricordo delle vacanze in Calabria, per contro per alcuni un grande business, per i guru del vino italiano, negli ultimi vent’anni la promessa mancata dell’enologia del sud. Tu ci credi molto, perché? Perché è la mia vita, il vino della mia famiglia, della mia terra, della mia infanzia. Ho creduto opportuno riportare in auge una tradizione che ci portiamo dentro da sempre; Quando ho iniziato avevo paura di dover fare interventi drastici e di non essere compreso, ma  così non è stato, addirittura ho quasi rimpianto di alcuni interventi di espianto che sono stati eseguiti in vigna prima del mio avvento. Poi non è mica vero che in passato si è lavorato male, o almeno non sempre, per quanto mi riguarda ho conosciuto tanti vecchi vignaioli, contadini che sanno bene come lavorare in vigna. Sono convinto che c’è tanto da fare, ma soprattutto sul cambiare la mentalità, l’approccio sociale e culturale, il modo di intendere il nostro vino e la nostra terra.

Qual è il tuo idealtipo di Cirò, esistono esempi precedenti a cui ti rifai? Il mio idealtipo non è riferito ad un unico Cirò ma ad una molteplicità di Cirò che deriva dalle diversità che caratterizzano il territorio Cirotano. All’interno della zona DOC esistono le colline argillose marnose che fiancheggiano la valle del Lipuda con esposizione nord e sud, i terrazzi che dominano Punta Alice costituite da terre rosse, le pianure costiere affacciate direttamente sul mare, insomma condizioni microclimatiche e pedologiche che possono produrre Cirò molto diversi. In definitiva perseguo la cultura del cru nel rispetto comunque delle caratteristiche varietali del Gaglioppo.

Cosa pensi del tentativo messo in campo qualche tempo fa di cambiare la denominazione? Sono contrario alla modifica del disciplinare per come è stata proposta. Al riguardo la mia posizione è stata molto chiara, riportata sul nostro blog ed esposta pubblicamente nell’assemblea del consorzio e in alcune riunioni preliminari. Non sono un amante dei disciplinari, penso che musealizzino una realtà che è comunque in continua evoluzione, in linea di principio quindi non rigetto a priori possibili modifiche al disciplinare vigente. Per me l’aspetto culturale è prioritario e riguarda sostanzialmente la nostra identità di calabresi e cirotani. Solo l’idea che si possano utilizzare varietà non calabresi o addirittura internazionali è assurda, aberrante e poco rispettosa della storia e dell’identità di tutto il territorio cirotano, senza considerare poi i risvolti negativi rispetto agli aspetti tecnici e di mercato.

In passato, nelle nostre vigne, oltre al Gaglioppo esistevano varietà locali (Greco Nero, Lacrima, Mparinata, Malvasia nera), quantitativamente minoritarie, che davano maggior complessità al Cirò e sopperivano in parte alle problematiche legate al colore del Gaglioppo. Un modello questo facilmente applicabile e coerente con la nostra storia viticola. Secondo me è stata un’occasione persa, si poteva puntare molto più in alto e pensare alla richiesta della DOCG, prevedendo una riduzione significativa delle rese per ettaro, l’esclusione dei vigneti di fondovalle posti su terreni alluvionali e la possibilità di utilizzare in piccola percentuale altre varietà locali. Tutto questo avrebbe portato un sicuro e proficuo ritorno per l’immagine e la qualità del Cirò.

Mi dici della bravura di alcuni contadini che hai conosciuto una volta tornato in Calabria, ma i giovani calabresi, oltre la tua esperienza, intravedono nell’agricoltura un futuro possibile? Siamo in un momento cruciale, molti anziani lasceranno la vigna senza un ricambio generazionale e c’è il pericolo che si perdano molte conoscenze sulla nostra viticoltura. Quasi tutte le famiglie posseggono un vigneto ed esiste nel cirotano una cultura viticola, un saper fare legato alla viticoltura che rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale che ci caratterizza rispetto al resto della Calabria. Negli ultimi anni a Cirò sono nate molte cantine di giovani viticoltori. La vendita delle uve non è più remunerativa e l’unica prospettiva possibile per la sostenibilità della viticoltura cirotana è quella della trasformazione del prodotto. Secondo me la via da seguire per noi piccoli produttori è quella di proporre vini con personalità che raccontino la propria storia, senza imitare i modelli industriali delle grandi cantine storiche del cirotano.

C’è chi dice che i vini biologici non esistono, non si possono fare, tu cosa ne pensi?Il vino biologico esiste se il vino è fatto in vigna piuttosto che in cantina. Questo è il presupposto principale. Come ti ho già detto non sono amante dei disciplinari e delle certificazioni. Fare viticoltura biologica e vino da uve biologiche significa per me avere un atteggiamento mentale e culturale che supera i dettami dei disciplinari. Quindi possiamo anche essere certificati, ma se nel nostro agire quotidiano di viticoltori, non abbiamo un atteggiamento critico e responsabile verso l’ambiente, per me non si fa viticoltura biologica. Anche in cantina, indipendentemente dai disciplinari, si deve avere un rispetto verso la materia prima. Non si può pensare di poter smontare e rimontare un vino per raggiungere determinati parametri analitici-sensoriali e poi applicare il bollino biologico.

E la biodinamica, qual è il tuo pensiero in merito? Sono due anni che seguo corsi di biodinamica tenuti da Agribio a Cissone in Piemonte ed ho avuto modo di conoscere le esperienze di uomini e donne che da tempo praticano la biodinamica in vigna. Appena c’è un corso interessante salgo sul treno a Cirò e 14 ore dopo sono ad Asti.

Della biodinamica mi interessa molto la visione olistica del “sistema vigneto”, inteso come un unico e complesso organismo vivente che considera il suolo, le piante e l’ambiente circostante in connessione con il resto dell’universo. Non sono interessato ad applicare una “ricetta biodinamica”, al momento cerco di acquisire una sensibilità per ascoltare questo sistema complesso. Non utilizzo i preparati biodinamici ma il mio atteggiamento e la mia pratica agricola sono cambiati da quando ho approfondito la conoscenza della biodinamica.

Il sud soffre atavicamente di debolezza nel fare sistema, come siete messi lì a Cirò? Male, veramente male. C’è molta amarezza quando ragiono su questo aspetto. Ognuno di noi grande o piccolo che sia, viticoltore o produttore di vino lavora tantissimo e cerca di dare il massimo, ma va solitario per la sua strada con una dispersione di energie enorme. Prova ne è la mancanza di cantine cooperative di piccoli viticoltori o il fatto che il maggior produttore di Cirò è fuori dal consorzio di tutela. Come hai giustamente evidenziato nella domanda, è una situazione atavica che dipende da un limite culturale generale e non dall’azione dei singoli. Penso che nessuno abbia una ricetta pronta per risolvere il problema, ma un primo passo potrebbe essere quello di prendere atto di questo nostro limite piuttosto che scaricare le responsabilità verso l’esterno. Da qui può iniziare un percorso che può essere vantaggioso per tutti.

Ringrazio Francesco per la bella chiacchierata, ho conosciuto una gran bella persona. Ho già avuto modo di esprimermi a riguardo del suo Cirò rosso Superiore ‘A Vita, aspetto con attenzione di riassaggiarlo tra qualche tempo per trovare conferme, ma soprattutto sono curioso di bere l’altro suo vino, il Cirò riserva, che però uscirà il prossimo anno. Tutto arriva a chi sa aspettare!

Cirò Marina, ‘A Vita di Francesco De Franco

26 febbraio 2010

Inutile nasconderlo, ci vuole un gran coraggio. Francesco e Laura, lui calabrese, lei friulana, lui architetto, a San Marino, lei operatrice culturale.

Due mondi complessi, spesso tanto distanti quanto facilmente sovrapponibili l’uno all’altro, due persone però che hanno un senso comune di responsabilità verso la natura eccezionale, che li porta in poco tempo a decidere di rivedere tutti i progetti della loro vita per dedicarsi completamente alla vigna, in Calabria, in una delle aree certamente più vocate della viticoltura italiana ma atavicamente legata ad una percezione di qualità molto labile, oltremodo offensiva per un territorio di straordinarie qualità naturali, storiche e culturali come questo lembo di terra tra la Sila e lo Jonio.

L’azienda è a Cirò Marina, in località Muzzunetto, 8 ettari di vigna piantati ad alberello, di età media tra i 30 ed i 40 anni e condotti interamente con sistema di agricoltura biologica: niente prodotti di sintesi per i trattamenti, nessuna concimazione, solo sovesci primaverili e tanta particolare attenzione in tutta la fase produttiva; grappoli ognuno dei quali trattati come figli di un padre che li ritrova dopo mesi di lontananza! Qui il terreno è argilloso-calcareo con esposizione a nord-ovest e gode di una particolare favorevole incidenza di escursioni termiche (nonostante i soli 100m sul livello del mare, da qui a vista d’occhio) tra giorno e notte che conferiscono alle uve gaglioppo, in piena maturazione prima della vendemmia, ottime concentrazioni di aromi primari. In cantina solo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e senza aggiunta di enzimi, decantazioni naturali e limitato utilizzo di solforosa, questo vino in particolare ha svolto una macerazione sulle bucce di sei giorni ed è rimasto in affinamento esclusivamente in acciaio prima di essere imbottigliato.

Il Cirò rosso Superiore ‘A Vita 2008 di Francesco e Laura è un gran bel vedere, ha un colore assai invitante, rosso rubino-granata di una tonalità splendente, trasparente, direi tanto esemplare come pochi negli ultimi vent’anni prodotti con questa denominazione, dove nonostante la “franchezza visiva” fosse un tratto distintivo del vitigno, di questo territorio, si è forzatamente cercato di coprirne la trasparenza con artefizi o tecnicismi fuori da ogni logica di valorizzazione e dentro ogni illogica idea di omologazione. Il primo naso è affascinante, sfumata la primaria nota vinosa che attacca le narici viene fuori un quadro aromatico molto invitante, intrigante e gradevole, floreale, fruttato, lievemente speziato: subito note di rosa e lampone, poi amarena, ribes, infine sottili sfumature di mirto e alloro, note iodate. In bocca è sicuramente ricco, avvolge il palato e mi convince di stare bevendo un ottimo Cirò, sicuramente buono come pochi altri negli ultimi anni. Dalle parole di Francesco avevo intuito, oltre al grande amore per la sua terra anche le notevoli aspettative che nutre nei confronti dei suoi due vini prodotti, questo e la riserva, in invecchiamento, che arriverà quindi solo tra qualche tempo. In bocca è secco, caldo, a tratti prorompente, ben legato ad una sapidità sgusciante e avvolgente il palato. 

L’unico elemento che non mi ha del tutto convinto in questo vino è la fittezza dell’acidità e del tannino, meno espressiva, tangibile, rispetto alle mie aspettative, di quanto cioè avuto notizia nella disquisizione tecnica di entrambi i vini prodotti. L’opulenza alcolica pare un po’ sovrastante le durezze, che dovrebbero in effetti garantirgli equilibrio e non di meno lunga vita, se lunga vita pretendiamo da un vino-frutto (una delle poche volte che questa sorta di scrabble grammaticale ha davvero senso) così irrimediabilmente affascinate alla sua prima annata di produzione, per’altro ad un prezzo, 10 euro in enoteca, abbastanza alla mano. Opportuno servirlo ad una temperatura non superiore ai 14-16 gradi, valido compagno di una bevuta serale settembrina a base di amici e racconti post-vacanza, storie di luoghi, profumi e colori chiari e splendenti, proprio come le spiagge di ghiaia ed il mare da Cirò Marina a Torre Melissa.


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