Archive for the ‘Calabria’ Category

Saracena, Milirosu 2011 Masseria Falvo 1727

13 febbraio 2013

Moscato di Saracena 2011 Milirosu Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Che poi l’acidità¤, strano forse a dirsi, diviene pilastro per certi vini come questo Moscato di Saracena¤: dal sapore dolce, leggiadro, mellifluo, che sa di zagara ed agrumi glacé. Il sorso è delizioso, accattivante ma quieto; chiude morbido rinfrancando il palato di giusta freschezza, salace quasi, smarcando abilmente inutili stucchevolezze. Una conferma, ancora uno scatto in avanti. Da fine pasto, o da meditazione, magari però sulle chiacchiere¤.

Saracena, Donna Filomena 2010 Masseria Falvo

5 gennaio 2012

Che strano verrebbe da dire, proporre un bianco del genere in un momento di mercato come questo, dove un’attenta lettura dei gusti e delle tendenze consiglierebbe leggerezza e sobrietà; in particolar modo quando si tratta di vini bianchi.

Il Donna Filomena 2010 di Masseria Falvo è tutt’altro, per contrapposizione è un vino bianco corpulento e “grasso”, come verrebbe da dire saggiandone attentamente la gran materia prima. Un bianco assolutamente inaspettato, poderoso, dal colore luminoso e con un ventaglio olfattivo incredibile, fulgido, pimpante, profondo, dove ci puoi riconoscere di tutto un po’, laddove ficcandoci bene il naso un degustatore con un minimo di allenamento non la smetterebbe più di tesserne le lodi: per fittezza, intensità e variopinta descrizione organolettica, sino a perderci la testa. E poi carattere, tanto, da vendere, spalle larghe 14 gradi e mezzo ma ossute e calibrate da una tessitura da far invidia a un signor vino rosso, come in realtà parrebbe di bere alla cieca.

Un gran bel risultato, che arriva da un lento e attento recupero di un pezzo di viticoltura calabrese nel cuore del parco del Pollino, a Saracena, nel cosentino. Quella Saracena già conosciuta ai più grazie a quel moscato tanto amato quanto per troppo tempo misconosciuto. Così i fratelli Falvo, tra le mille risorse messe in campo sul territorio – è notoria la loro storia imprenditoriale -, si sono dati da fare per rimettere in moto anche questo piccolo ma fondamentale pezzo di storia agricola locale: 26 ettari piantati per lo più con varietali autoctoni senza però perdere di vista quel poco di buono che arriva dalle esperienze ampelografiche altrui. Così con i più classici rossi gaglioppo e greco nero e i bianchi guarnaccia e malvasia, si è piantato anche qualche filare di traminer che a queste latitudini, come avvenuto per esempio in Basilicata, ha già espresso risultati più che buoni.

In definitiva, Masseria Falvo è una bella realtà di cui sicuramente sarà bene non perdere traccia, tra l’altro è guidata in cantina dal “nostro” bravo Vincenzo Mercurio; i vini sin qui saggiati dicono chiaramente che si fa sul serio, e si guarda lontano; molto buono per esempio anche il loro bianco “base” Pircoca 2010, giocato più o meno sulla stessa composizione varietale ma con un timbro degustativo decisamente più immediato e leggero. Poi il Milirosu, delizioso Moscato di Saracena, quadrato e avvincente come solo certi vini da meditazione sanno essere; ma di questo val la pena attendere qualche tempo per leggerne.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Saracena, Pircoca bianco ’10 Masseria Falvo 1727

1 gennaio 2012

Ci sono sempre piacevoli sorprese qui al sud, così quando meno te l’aspetti ecco un bel bianco calabrese a farti sgranare gli occhi e pensare che sì, non è mai troppo tardi per rinascere.

Cominciamo così il racconto di questo nuovo anno insieme con un bell’esempio di rilancio rurale, Masseria Falvo 1727, recuperata dall’abbandono e rimessa a nuovo con caparbietà dai fratelli Piergiorgio, Ermanno e Rosario Falvo dell’omonimo storico gruppo imprenditoriale calabrese, convinti che si potesse rinverdire una parte dell’antica tradizione di famiglia e recuperare con essa un suggestivo pezzo di viticoltura calabrese lì nel cuore del Parco del Pollino, nei dintorni di Saracena, nel cosentino: 26 ettari di vigneto coltivati in regime biologico su terreni tendenzialmente argillosi, a tratti di natura calcarea, alternati a terre rosse e coriacee. L’idea è stata sin da subito di puntare sui vitigni autoctoni calabresi, senza però tralasciare quelle valide opportunità offerte da alcuni varietali bianchi capaci di esprimere buoni vini anche da queste parti, avvalendosi tra l’altro delle sapienti mani di Vincenzo Mercurio in cantina. Così con il magliocco, qui detto lacrima del Pollino, il gaglioppo e il greco nero, oltre alla guarnaccia bianca e il moscatello di Saracena si è pensato di mettere giù qualche filare per esempio di traminer.

Pircoca è il nome di questo bel bianco duemiladieci  prodotto appunto con guarnaccia e un saldo di traminer, un uvaggio calabro-altoatesino che a molti può risultare un azzardo alquanto inusuale, e in verità lo è, ma che senz’altro ha colto nel segno: un esordio più che convincente per un vino invitante con un fragrante e avvincente corollario di profumi, vinosi, floreali e fruttati molto coinvolgenti; il naso è fulgido di note di gelsomino, agrumi, pesca e pera, con un timbro minerale decisamente persuasivo. In bocca è asciutto, il sorso stilla gradevolissimi rimandi fruttati, e infonde freschezza e gradevole sapidità. Decisamente a lungo.

Per quel che riguarda la guarnaccia bianca prometto di ritornarci a breve, il Donna Filomena, il loro cru, mi ha ancor più colpito tanto da convincermi in una più ampia e meditata attenzione; in merito al traminer invece, non lasciatevi spiazzare dalla consuetudine perché anche a queste latitudini, in particolar modo su questi terreni, pare esprimere risultati davvero eccellenti; soprattutto quando lavorato di fino e impiegato come varietale migliorativo. Non a caso anche in Basilicata (leggi qui) sta facendo registrare risultati assai interessanti. Frattanto godetevi questo primo delizioso consiglio per gli acquisti: un bianco insolito e gradito, dove un sorso chiama l’altro e i dodici gradi e mezzo sono calibratissimi; va via d’un soffio come aperitivo, mentre in tavola non fa nemmeno in tempo ad arrivarci. Potete fidarvi.

Cirò Marina, il Duca San Felice 1993 di Librandi

11 settembre 2010

Negli ultimi mesi si è scatenato un ampio dibattito su questa storica denominazione calabrese, una visibilità forse mai avuta prima, nemmeno nel più affollato e fornitissimo dei supermercati di germanica ispirazione. Il Cirò sulla bocca di tutti, di giornalisti e presunti tali, di cronisti afecionados e di spietato cinismo, un vortice mediatico a cui non si può che guardare con attenzione e riflessione, per quello che ha voluto sollevare, sottolineare e, in più di una occasione, aborrire. Un turbinare nel quale non desidero certo entrare, lasciando il dovuto spazio a menti sicuramente più ispirate della mia, ma che non posso lasciarmi girare intorno passivamente, fosse solo per il lavoro che faccio.

Così inaspettamente, mi tocca raccontare ad un ospite olandese cosa stia accadendo lì in terra cirotana, e facendolo nel più suggestivo dei momenti immaginabili, tra una bottiglia di A’ Vita 2008 e questo delizioso, direi superbo, Duca San Felice ’93, senza dubbio alcuno tra i più sottili ed al tempo stesso eleganti vini rossi mai bevuti prima di adesso. Tutto nasce per caso, sull’abbinamento ad un piatto di Oliver Glowig che amo molto, coda di astice con lenticchie di Leonforte e fave di cacao, dove vanno via d’amore e d’accordo due bicchieri del gradevole rosso di Francesco De Franco; A questo punto, pur convinto dalla leggiadrìa e dalla buona capacità di reggere l’accostamento del primo mi si avanzano seri dubbi sulla longevità del gaglioppo, di questa tipologia di vini per altro proveniente da una terra del vino, a detta del commensale, di cui giammai ne avea sentito parlare prima; Entra così in scena il secondo, che già dopo un breve tempo di ossigenazione mostra uno stampo gustolfattivo particolarmente suggestivo: il colore pare arrivare da un tempo lontanissimo, granato tenue con nette sfumature  aranciate; Il naso è subito salino, il legno solo un ricordo fugace, il frutto dissolto e lievemente caramellato, appena accennate le nuances speziate. In bocca ci arriva in punta di piedi, sottile, delicato, l’alcol si sarà perso da qualche parte, non la lineare bevibilità, avvolgente, per niente statica, persuasiva. Un vino con un’anima autentica, di una terra unica, quella stessa anima che stanno biecamente tentando di strappare via al Cirò per offrirla ad un buco nero che non porterà da nessuna da parte se non verso quella omologazione ormai smentita già da anni e che solo menti stolte non vogliono vedere.

Il Cirò con molta probabilità non sarà mai protagonista della mia carta dei vini, anzi su questo punto non esito a mettere le mani avanti, e non per snobismo professionale, tutt’altro; Ho avuto per molto tempo la pazienza di aspettare e cercare anche nel Mare Magnum ionico quelle due-tre referenze giuste per dare l’idea di come non debba essere per forza scontata l’offerta in una lista vini: mi sono fidato nel tempo della storia degli Ippolito, della voglia di fare di Francesco De Franco ma non posso negare che in principio era solo Librandi, il suo Gravello rimane un riferimento importante se non del tutto irresistibile, e solo la fortuna di ritrovarmi in cantina una verticale storica di Duca San Felice, giocata tra una decina di vendemmie tra il ’90 e il ‘00, ha potuto aiutarmi a comprendere meglio tutto il potenziale di un vitigno, il gaglioppo, capace di attraversare  il tempo con disarmante scioltezza e rappresentare con la storia di ognuno di questi produttori un arma in più per raccontare meglio un territorio tra i più vocati e storici del sud Italia. Ecco, di questo sento di aver bisogno assoluto, di bottiglie da proporre come un messaggio e non come esca, di vini plausibili e non di ennesimi, banalissimi succhi, o peggio ancora concentrati, di frutta.

L’Arcante sostiene, sin dall’inizio di questa assurda storia tutta italiana, il  Comitato in difesa dell’identità vino Cirò

Cirò Marina, ‘A Vita di Francesco De Franco

26 febbraio 2010

Inutile nasconderlo, ci vuole un gran coraggio. Francesco e Laura, lui calabrese, lei friulana, lui architetto, a San Marino, lei operatrice culturale.

Due mondi complessi, spesso tanto distanti quanto facilmente sovrapponibili l’uno all’altro, due persone però che hanno un senso comune di responsabilità verso la natura eccezionale, che li porta in poco tempo a decidere di rivedere tutti i progetti della loro vita per dedicarsi completamente alla vigna, in Calabria, in una delle aree certamente più vocate della viticoltura italiana ma atavicamente legata ad una percezione di qualità molto labile, oltremodo offensiva per un territorio di straordinarie qualità naturali, storiche e culturali come questo lembo di terra tra la Sila e lo Jonio.

L’azienda è a Cirò Marina, in località Muzzunetto, 8 ettari di vigna piantati ad alberello, di età media tra i 30 ed i 40 anni e condotti interamente con sistema di agricoltura biologica: niente prodotti di sintesi per i trattamenti, nessuna concimazione, solo sovesci primaverili e tanta particolare attenzione in tutta la fase produttiva; grappoli ognuno dei quali trattati come figli di un padre che li ritrova dopo mesi di lontananza! Qui il terreno è argilloso-calcareo con esposizione a nord-ovest e gode di una particolare favorevole incidenza di escursioni termiche (nonostante i soli 100m sul livello del mare, da qui a vista d’occhio) tra giorno e notte che conferiscono alle uve gaglioppo, in piena maturazione prima della vendemmia, ottime concentrazioni di aromi primari. In cantina solo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e senza aggiunta di enzimi, decantazioni naturali e limitato utilizzo di solforosa, questo vino in particolare ha svolto una macerazione sulle bucce di sei giorni ed è rimasto in affinamento esclusivamente in acciaio prima di essere imbottigliato.

Il Cirò rosso Superiore ‘A Vita 2008 di Francesco e Laura è un gran bel vedere, ha un colore assai invitante, rosso rubino-granata di una tonalità splendente, trasparente, direi tanto esemplare come pochi negli ultimi vent’anni prodotti con questa denominazione, dove nonostante la “franchezza visiva” fosse un tratto distintivo del vitigno, di questo territorio, si è forzatamente cercato di coprirne la trasparenza con artefizi o tecnicismi fuori da ogni logica di valorizzazione e dentro ogni illogica idea di omologazione. Il primo naso è affascinante, sfumata la primaria nota vinosa che attacca le narici viene fuori un quadro aromatico molto invitante, intrigante e gradevole, floreale, fruttato, lievemente speziato: subito note di rosa e lampone, poi amarena, ribes, infine sottili sfumature di mirto e alloro, note iodate. In bocca è sicuramente ricco, avvolge il palato e mi convince di stare bevendo un ottimo Cirò, sicuramente buono come pochi altri negli ultimi anni. Dalle parole di Francesco avevo intuito, oltre al grande amore per la sua terra anche le notevoli aspettative che nutre nei confronti dei suoi due vini prodotti, questo e la riserva, in invecchiamento, che arriverà quindi solo tra qualche tempo. In bocca è secco, caldo, a tratti prorompente, ben legato ad una sapidità sgusciante e avvolgente il palato. 

L’unico elemento che non mi ha del tutto convinto in questo vino è la fittezza dell’acidità e del tannino, meno espressiva, tangibile, rispetto alle mie aspettative, di quanto cioè avuto notizia nella disquisizione tecnica di entrambi i vini prodotti. L’opulenza alcolica pare un po’ sovrastante le durezze, che dovrebbero in effetti garantirgli equilibrio e non di meno lunga vita, se lunga vita pretendiamo da un vino-frutto (una delle poche volte che questa sorta di scrabble grammaticale ha davvero senso) così irrimediabilmente affascinate alla sua prima annata di produzione, per’altro ad un prezzo, 10 euro in enoteca, abbastanza alla mano. Opportuno servirlo ad una temperatura non superiore ai 14-16 gradi, valido compagno di una bevuta serale settembrina a base di amici e racconti post-vacanza, storie di luoghi, profumi e colori chiari e splendenti, proprio come le spiagge di ghiaia ed il mare da Cirò Marina a Torre Melissa.


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