Archive for the ‘Trentino’ Category

Vallagarina Poiema 2012, il rosso autentico di Eugenio Rosi viticoltore di montagna a Volano

10 ottobre 2015

Eugenio Rosi è un viticoltore di montagna, uno di quelli che difficilmente va in copertina o vince premi a ripetizione, e comunque i suoi non sono vini patinati, capaci cioè di convincerci tutti, anzi, il suo è uno stile unico, più che tradizionale varrebbe definirlo originale, forse per questo talvolta divide, a cominciare dal fatto che sta in Vallagarina e fa, per esempio, marzemino. Sì, avete letto bene marzemino.

Eugenio Rosi - foto archivio famiglia

‘Avevo dieci anni, spesso da solo mi incamminavo per la campagna, nessuno mi obbligava, mi piaceva punto e basta. Credo che la passione, questo tipo di legame ancestrale, sia stato fondamentale, se non ci fosse, se non si avvertisse dentro uno non farebbe questo lavoro. Io ho sempre lavorato in Vallagarina e questa mia terra non è solo terra ma è anche le persone che ci vivono. Mi sento un viticoltore artigiano, l’artigianalità ti consente di vivere per interpretazioni personali, di vivere personalmente, senza protocolli, sulla corda delle sensazioni.’

‘Fare il contadino è un lavoro che bisogna imparare a fare, che bisogna essere capaci di fare ma che in dono ti porta la possibilità di interpretare ciò che fai. Quel che più conta, però, è il rapporto con le persone, a volte si trascurano proprio quelle a noi più vicine perché si è presi da mille impegni.’

Vallagarina Poiema 2012 Eugenio Rosi - foto L'Arcante

Il marzemino, dicevamo, questa varietà dal carattere particolare tipica proprio di queste terre, tanto diffusa quanto del tutto ignorata sino all’abbandono, oppure utilizzata perlopiù per farne base di vini frizzantini e dolcini, invero come molti la ricordavamo ancorché vagamente retrò. Eugenio Rosi¤ c’ha lavorato per anni, riprendendo la strada dei vecchi, ripercorrendo a ritroso le origini, lavorando duro in campagna, in vigna, sull’uva, poi in cantina sull’affinamento.

Ha ripreso a sistemare le pergole trentine, a vendemmiarne una parte da far appassire in cantina per 30-40 giorni lasciando l’altra ancora in vigna a maturare sin quando fosse possibile. Ha poi ritrovato, manco a dirlo in Irpinia, quell’antico castagno perfetto per le sue botti da 700 e 500 litri da alternare al ciliegio e al rovere durante il periodo di affinamento.

Il risultato è un gran bel rosso autentico ed originale, luminoso e fragrante, succoso e avvolgente, asciutto e caldo. Il Poiema 2012 è giovane e graffiante, in questa fase anche un poco esuberante ma la spiccata vivacità di questo momento non copre affatto il bel frutto croccante e ricco di polpa, anzi, ne accentua semmai l’anima molto originale da godere sin da subito. Appena una manciata di bottiglie, dalle seimila alle ottomila bottiglie nelle annate migliori.

Poiema 2007, L’Arcante Wine Award 2010¤.

Trento, Osteria Due Spade¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Rovereto, Pinot Nero 2010 Elisabetta Dalzocchio

3 giugno 2014

A dirla con tutta sincerità ultimamente faccio uno sforzo enorme anche solo a tirare le fila di una recensione degna di questo nome. La testa è altrove, un giorno per una ragione un giorno per un’altra.

Vigneti delle Dolomiti Pinot Nero 2010 - Elisabetta Dalzocchio, foto A. Di Costanzo

Fortuna che c’è il pinot nero, mi verrebbe da dire, un bene di rifugio non certo per stipare grana – ad avercela quella! – ma quantomeno utilissimo a rilassare i nervi tesi e rasserenare l’animo.

I vini di Elisabetta Dalzocchio mi sono sempre piaciuti, certo sono difficili da raggiungere, non sempre disponibili quantomeno per me che sono costretto a programmare i miei acquisti talvolta con largo anticipo altre con colpevole ritardo, il suo pinot nero però è sempre degno di attenzione ed ammirazione che merita di essere rincorso.

Un piccolo gioiello per grandi appassionati. Chi l’ha veduta dice che l’azienda è di una suggestione notevole, circondata da montagne, boschi di querce e piante di conifere, immersa in un ambiente unico. Poco più di due ettari, una manciata di bottiglie, quattro, forse cinque sorsi e via, finito.

Il naso quasi mai dice tutto subito, anzi, qui su questo 2010 pare giocare a nascondino, dispettoso e frugale. Si smarca continuamente, almeno però ti lascia cogliere il meglio delle sue innumerevoli sfumature, un po’ varietali ma soprattutto dall’impronta fortemente identitaria: sa di queste terre, di sottobosco, erbe officinali, té nero, di mandorla. Il sorso ha spessore e grande matrice, spiega un lunghissimo tempo avanti e chiede pazienza, il che rende questo assaggio solo un primo piccolo consiglio per gli acquisti. Di certo non ve ne pentirete!

© L’Arcante – riproduzione riservata

La sfida del tempo, nasce il Trentodoc Riserva del Fondatore Giulio Ferrari Collezione 1995

21 novembre 2013

Il numero uno, non v’è dubbio. Il numero uno che si lancia nella sfida del tempo e un po’ anche a se stesso. Giulio Ferrari, la Riserva del Fondatore¤, la famiglia Lunelli, il Trentodoc, il metodo classico italiano che portano il cuore oltre l’ostacolo.

Ferrari a LARTE Milano - foto A. Di Costanzo

Mai un vino italiano aveva osato sfidare il tempo in maniera così sfrontata. E forse mai sarebbe accaduto se Mauro Lunelli dinanzi a quell’annata così formidabile come quella del ’95 non avesse pensato (bene) di mettere via queste 1500 bottiglie, così, tanto per capire se oltre i soliti 7/8 anni di sosta in bottiglia – poi diventati via via 10, in ultimo 11, ndr – si potesse ottenere dal Giulio¤ qualcosina in più. 

Dicono, i fratelli Gino e Franco, che di questa ‘pensata’ di Mauro non ne sapevano nulla. E Franco lo giura con lo slancio piccato e sornione che da sempre lo contraddistingue: lui, ragioniere e contabile dell’azienda, non nasconde che se l’avesse saputo a quel tempo sarebbe andato su tutte le furie visto che proprio in quegli anni la Riserva del Fondatore prendeva sempre più mercato e non si riusciva a stargli dietro perché, ahilui, mancava puntualmente.

Franco Lunelli e Giulio Collezione 1995 - foto L'Arcante

Vaglielo a spiegare 18 anni dopo il segno che lascia questo vino oggi nella storia del vino italiano. Ma invero Franco lo sa, sa bene chi e cosa rappresentano oggi lui e la famiglia Lunelli¤ in Italia e nel mondo; e sa bene che tutto il lustro di cui godono se lo sono guadagnato anche grazie a scelte importanti, coraggiose, lungimiranti come quella fatta da Mauro quell’anno. Chapeau! 

Il Collezione 1995? E’ quello scatto in avanti che ti aspetti da uno dei più grandi vini italiani. Pensatelo così, non semplicemente un Trentodoc o uno spumante, il Giulio Ferrari non lo è mai stato per la verità, tant’è che questo ha tutto per essere la Pietra Miliare dell’evoluzione massima dello chardonnay di quel pezzo di terra così unico di Maso Pianizza¤, l’espressione italiana più alta del cosiddetto terroir tanto caro ai cugini d’oltralpe. Altro riferimento questo non buttato lì a caso: se al Dom Perignon viene concesso di sfidare il tempo con l’oenoteque al Giulio viene naturale, a quanto pare, farlo con questo straordinario vino!

Giulio Ferrari 1995, particolare del Collezione - foto L'Arcante

18 anni dicevamo, sboccato a febbraio 2012 e solo adesso sul mercato. Il colore è di un giallo oro intenso, ricco e luminoso. La spuma è densa e cremosa, le bollicine finissime. Il naso non ha la pungenza del Giulio¤ a cui siamo abituati e questo è un primo segnale di compostezza ed equilibrio di cui dobbiamo sempre tener conto da qui in avanti, tant’è che oltre a stapparlo tranquillamente qualche minuto prima di servirlo consiglio anche di caraffarlo, pur potendolo rinfrescare in acqua e ghiaccio di tanto in tanto. 

Il naso è ampio e vivace, sentori e riconoscimenti si avvicendano lievi e fini, accenni di humus e mandorla tostata e agrumi canditi, su tutti una dolcissima nota di mela confit sul finale. Ma è in bocca che conquista: il sorso è lungo, ampio, cremoso come solo i migliori chardonnay d’annata (di Borgogna) sanno essere. Ecco, magari sarò sfrontato anch’io, ma in attesa di un’altro Giulio Collezione cui rifarsi viene difficile paragonare il quadro organolettico di questo vino, l’integrità della sostanza, la sua profondità ad altre ‘bollicine’ in circolazione. Unico, verrebbe da dire.    

Trento, Giulio Ferrari Riserva del Fondatore ’01

11 agosto 2013

Negli ultimi anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani¤, dai Franciacorta¤ agli stessi Trentodoc in giù, è esponenziale e viene difficile farla passare inosservata persino ai francesi. Non mancano esempi¤ di distinzione un po’ ovunque ma il Giulio Ferrari¤ rappresenta a pieno titolo l’essenza stessa di tutte queste eccellenze.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore - foto tratta dal web.docx

Il 2001 è meno ridondante rispetto alle precedenti annate qui¤ raccontate, ma molto probabilmente è solo una questione di tempo. E’ ancora tutto proteso in verticale. Pare difficile spiegarlo con altre parole – a qualcuno sembrerà una forzatura – ma è un vino ancora ‘giovane’ nonostante i suoi 12 anni.

Te ne accorgi soprattutto dal sorso: teso, assai fresco, lungo. Il corredo aromatico è sempre di grandissima levatura, invitante, suggestivo, dipinto da una sovrapposizione di tante piccole sfumature che si rincorrono di continuo. Nel bicchiere c’è tanta materia, una tessitura fine e precisa che non mancherà di regalare bei momenti per molti anni a venire.

Anche per questo non mi sorprende più di tanto quanto sia ogni volta emozionante tornare pure sul 1994¤. Conta poco aggiungere altro alle note già descritte qui ma quello che vale la pena ripetere fino alla noia è quanto questo vino continui ad attraversare il tempo con disinvoltura senza soffrirne più di tanto il peso degli anni. Certo è evoluto, ma è incredibile la sua progressione gustativa e quel ventaglio di sentori che va lentamente aprendosi sino a dolci note di miele, mandorle tostate e frutta candita e di zenzero. Un vino da meditazione, per dirla con poche parole.

Qualche assaggio interessante di cui sparlare…

3 giugno 2013

Sono stato a Vitigno Italia¤ per un breve passaggio con degli amici. Della fiera in se mi viene da dire poco o niente; ci sono stato troppo poco tempo, a malapena un paio d’ore, ma certe cose si colgono a pelle. ’Il braccialetto? Il braccialetto! E il braccialetto?’ Oh, manco fossero ‘le farfalle’ di Cruciani!

Vitigno Italia, il braccialetto

C’è uno sforzo enorme per farlo sopravvivere questo Salone, va detto, ci sta anche bene. E’ pur sempre una valida opportunità per i napoletani di rimanere in contatto con uno spicchio di mercato nazionale. Come rimane suggestiva la location a Castel dell’Ovo seppur con le tante difficoltà operative che comporta.

Va sottolineato però che a distanza di quattro anni (dalla mia ultima fugace partecipazione) poco o nulla mi è parso cambiato in meglio. Dal cosiddetto servizio d’ordine – ahimé talvolta fin troppo sgarbato – ai problemi di sempre mai risolti: vini bianchi non proprio alla giusta temperatura, qualche espositore (assente al banco) in perenne ritardo, qualcun altro chiaramente poco interessato all’interlocutore di turno.

Qualche buon assaggio però me lo son portato dietro lo stesso. Meravigliosi due bianchi su tutti: il Vette di San Leonardo 2012¤, dell’omonima azienda di Avio, vicino a Trento e poi il Nussbaumer stessa annata di Tramin. Uno strepitoso sauvignon blanc il primo, di una vivacità olfattiva tanto coinvolgente quanto invitante: pesca bianca, frutto della passione e menta piperita, salvia e roccia calcarea. Niente pipì di gatto insomma. In bocca è secco e acidulo, rinfrescante e sapido. Di enorme bevibilità, piacerebbe persino a chi non ama per niente il sauvignon.

Il Nussbaumer 2012 invece conferma che il gewurztraminer ha superato brillantemente quella fase di pura tendenza e sta cominciando a proporsi ogni anno sempre più a grandi livelli. Fitto e compulsivo il naso, oltremodo piacevole e balsamico, di grande equilibrio (finalmente) il sorso; è quindi secco, fresco, godibilissimo. Senza sbavature.

Buono buonissimo (ché c’era bisogno di conferme?) il Giorgio I 2009 di Giampaolo Motta¤. Assai varietale il purpureo Colle Rotondella 2012 degli amici Gerardo¤ ed Emanuela e, a tema, stuzzicante anche se un tantino interlocutorio il piedirosso 2012 di Vincenzino Di Meo¤. Un po’ avanti al naso, un po’ in ritardo in bocca. E’ pur vero che è in bottiglia da pochissimo e l’approccio non è stato dei più felici (un caldo!), e mi intriga l’idea di tostare i vinaccioli, però un piedirosso d’annata che pinotnoireggia così ti spiazza, ed un poco confonde. Ci siamo ripromessi di parlarne e berci su nuovamente tra qualche tempo.

Trento Riserva del Fondatore Giulio Ferrari ’97

16 febbraio 2012

Se guardi al mondo delle bollicine italiane un pensierino subito a Ferrari lo fai, anzitutto a questo nome, a questo marchio ormai storico, poi anche a tutti gli altri, quelli che ti vengono in mente. E se cerchi, tra i metodo classico italiani, quelli di riferimento, lo spumante ideale, quello assoluto, forse l’unico a giocarsela alla pari con i più grandi Champagne, bene, il Giulio è sempre lì, lassù, tra i migliori, quando non il migliore.

Il Giulio Ferrari è la Riserva del Fondatore, prodotto per la prima volta nel 1972 e avviato sin da subito ad un luminoso futuro. Non è uno spumante qualsiasi, è anzitutto uno chardonnay di gran spessore, poi un finissimo metodo classico – da un punto di vista tecnico di grandissima levatura -, che si giova quindi di una materia prima e di un terroir eccezionali e poi di una pratica di cantina altrettanto unica per esperienza e capacità. E tutto ciò salta subito al naso e al palato, sin da un primo assaggio. Non a caso ci vogliono almeno dieci anni di maturazione sui lieviti per donargli quel carattere distintivo unico ed inequivocabile, siffatto, di una tale opulenza e al tempo stesso finissima eleganza; a parer mio da sempre avanti anni luce a qualsiasi altra bollicina italiana.

Il 1997 è stato un millesimo di spessore, e nonostante i quindici anni questo vino si conferma capacissimo di attraversare il tempo senza perdere carattere e verve espressiva: il colore, tendente all’oro, è solo appena più pronunciato di quanto ci si aspetti ma decisamente in forma, luminoso, rinvigorito tra l’altro da un corollario di bollicine che hanno conservato finezza e persistenza. Il naso è chiaramente maturo, però sorprendente e pulito, integro, variopinto di erbe alpine, frutta gialla sciroppata e cioccolato bianco, e che sfuma lentamente su lievi sentori speziati di zenzero candito e frutta secca. Il sorso è asciutto, pieno e caldo, accompagnato da una sobria vivacità ma soprattutto da una avvolgente rotondità gustativa che chiude con un finale di bocca piacevolmente sapido. Un bicchiere tira l’altro. E’ un gran peccato, ma pare che anche i magnum prima o poi finiscono.

Se vi va, qui trovate una più ampia cronistoria del Giulio con annessa una speciale miniverticale di tre annate.


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