Archive for the ‘Marche’ Category

Barbara, Passerina 2009 di Stefano Antonucci

17 ottobre 2010

Non ho grandi esperienze in merito, ma non credo che in giro ne esistano di così saporite…! Silenzio, poi…risata generale!

Inizia così – invero si sancisce – una piacevole bevuta tra amici-colleghi appena dopo il lavoro; La notte per chi fa il nostro mestiere ha sempre un sapore particolare, netto. Il tempo, contrariamente ai diuturni impegni, certe volte inverosimilmente frenetici,  sembra scivolare via molto più lentamente, in maniera quasi indolente.

Tra una chiacchiera e l’altra passano distrattamente sul tavolo birra ed analcolici vari, mentre, ancora intento a sfogliar la carta dei vini, mi accorgo tra una riga e l’altra, di qualche buona referenza inesplorata, quantomeno non di recente asaggio. “Ecco, la Passerina“. Passa uno sfottò, qualcuno si lancia in una battuta, così giusto per insaporire il tempo necessario a stappare questa benedetta bottiglia di Passerina 2009 di Stefano Antonucci.

Il vitigno ha una storia, come tanti autoctoni italiani, piuttosto controversa, sembra abbia attraversato parecchie crisi d’identità, spesso confuso o più semplicemente considerato tal quale un Bombino bianco o come un Trebbiano con il quale condivide parecchi fattori genetici; Nulla però di più sbagliato. La Passerina, il vitigno, ha una sua specifica identità, qua e là viene chiamata da sempre con nomi a dir poco folcloristici (cacciadebiti, cacchione, uva passera, uva d’oro, uva Fermana) e seppur non vanti nobili origini certe del suo nome, grazie alla sua abbondante produttività ha saputo garantirsi una certa riconoscenza che gli ha consentito di arrivare sino ai tempi moderni, dove, grazie all’impegno, soprattutto di produttori del frusinate e delle Marche, si sta proponendo come utile e fresca novità di mercato in quanto a vino di invidiabile leggerezza, bevibilità e quindi gradevolezza.

Da un punto di vista ampelografico, il vitigno si presenta con un grappolo piuttosto grande e di media compattezza, solo a volte provvisto di ali. L’acino è generalmente di medie dimensioni (nel caso specifico invece è di poco più piccolo) in piena maturazione esprime un colore teso al giallo oro con buccia spessa, consistente e soprattutto pruinosa; Il vino che ne viene fuori ha di solito un carattere piuttosto acido, anche per questo  lo si ritiene ottima base per vini spumanti. Come detto è ben predisposto ad una costante ed elevata produttività.

Il vino di Stefano Antonucci, indicato come un Marche igt, si proprone con un bel colore giallo paglierino con evidenti riflessi verdognoli, nel bicchiere pare quasi scappare via. Il primo naso è un po chiuso, chiede venia, ma si rifà appena subito dopo con una bella sprizzata erbacea, poi fruttata, ancora balsamica. Giocando con la temperatura si percepiscono, a vari strati, fresche note agrumate di cedro, mentina, poi si apre a piacevolissime nuances di susina e camomilla. Il naso, per capirci, è certamente più complesso, cioè variegato, che persistente, ma essenzialmente il bouquet risulta comunque molto avvincente. In bocca è secco, appena passato sulle papille lascia solo piacevoli sensazioni, i gradi alcolici sono appena 12, quindi per niente incisivi, la beva è fresca, lineare, corroborante, l’acidità trova una discreta trama di sapidità che gli rende un finale di ineguagliabile giustezza. In definitiva, un bell’esempio di easy to drink all’italiana da non farsi mancare al prossimo assaggio, da spendere come aperitivo o su piatti semplici, persino su di una magra insalata di lattuga e pomodorini condita con un filo d’olio extravergine. “…and you, do you like passerina?

Osimo, Pelago 1998 Umani Ronchi

23 gennaio 2010

Fine estate 2001, varcavo la soglia  dell’autodeterminazione, decidevo del mio futuro lasciandomi alle spalle anni di duro lavoro ed importanti soddisfazioni personali, iniziavo però ad intuire che era nella crescita corale di una intera brigata di sala il successo più importante, mancato negli ultimi tempi, non certo per mia volontà.

Era il tempo delle vacanze e come molte in quegli anni era tempo di andar per cantine a scoprire e capire il vino e le sue origini; La Toscana nel cuore ma divenuta già pane quotidiano per non parlare dell’amato sud, ecco che gli occhi ricaddero sul Conero, nelle Marche, con l’idea poi di fare una capatina di lì a qualche decina di chilometri in Umbria, a Torgiano e Montefalco in particolare. Così fu.

Arrivammo ad Osimo alle porte di Umani Ronchi una domenica mattina di fine agosto, io, Lilly e la mia Peugeot rosso lucifero fiammante: ne ha macinati di chilometri, ne ha presi di moscerini in faccia il vecchio leone francese irto sulla mascherina davanti al radiatore. Ci accolgono, inattesi, con cordialità ed estrema disponibilità, facendoci visitare il bellissimo vigneto da poco reimpiantato che sovrasta la cantina interrata, l’area di vinificazione ipermoderna, la suggestiva barriccaia e la sala degustazione dove, con il dott. Bernetti ci fermiamo a bere alcuni vini cult dell’azienda: il verdicchio Villa Bianchi, il mio sempiterno amato Casal di Serra ed il Lacrima di Morro d’Alba subito prima del fuoriclasse di casa, il Pelago. Nel tempo a venire, non avrei mai dimenticato quella mattinata e l’assaggio di ieri sera dell’ultima bottiglia di ‘98 in cantina, condivisa con l’amico Massimo Andreozzi, ha riaperto, in maniera vigorosa, importanti riflessioni personali sulla necessità di un profondo rinnovamento, di rispolverare, se necessario, quella soglia di autodeterminazione, ferma lì a qualche metro, apparentemente distante ma facile da raggiungere e nuovamente superabile con appena uno scatto in avanti, inevitabile, imprescindibile per rinvigorire stimoli ed obiettivi.

Il Pelago di per sé è un vino decisamente fuori dall’ordinario e questo piacevole e suggestivo riassaggio del ’98 non ha potuto che confermare questa mia convinzione. Nasce da un uvaggio rimasto perlopiù invariato nel tempo di cabernet sauvignon al 50%, montepulciano al 40% e Merlot col restante 10%.Il colore è vivace su di una  tonalità rosso rubino con riflessi nitidamente granati; Il primo naso è variamente caratterizzato da note varietali tipiche del cabernet come l’erbaceo, il vegetale, con sentori che vanno via via facendosi più o meno intensi su riconoscimenti di pepe nero, liquirizia, lignite, sensazioni sottili, eleganti, invitanti. Lo spettro olfattivo man mano si apre su fronti più ammiccanti, si distinguono pregevoli toni floreali di viola passita ed un fruttato maturo di prugna e ribes nero in confettura. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona profondità gustativa, il tannino è assolutamente risoluto e lascia ampio spazio all’equilibrio ed alla piacevolezza di beva confortata soprattutto da una discreta sapidità. Noi l’abbiamo bevuto per puro piacere, probabilmente all’apice della sua parabola evolutiva, l’abbiamo trattato da compagno di conversazione, e non ci è certo rimasto indifferente. In genere, è bene abbinare il Pelago a piatti importanti, strutturati, succulenti, anche aromatici, non mancherà di sorprendere con la sua costante intensità gustativa.

(Santa)Barbara, Maschio da Monte 2005

15 dicembre 2009
Un vino ha sempre qualcosa da dire, basta lasciarlo esprimere. Ci sono alcuni che puoi aspettarli per ore, parlo naturalmente di vini di un certo spessore, ma che non sempre rispettano le aspettative, certi altri invece hai quasi da placargli l’animo talmente che sono esplosivi: eccovi in poche righe il Maschio da Monte 2005 di Santa Barbara. L’Azienda di Stefano Antonucci rappresenta sicuramente una delle più belle realtà venute fuori negli ultimi anni nelle Marche, area viticola di grande spessore ma sempre troppo defilata (non certo per vocazione) dai rumors mediatici in materia di vino. I suoi Verdicchio sono rincorsi in giro per il mondo e non solo per la storica bottiglia ad anfora, ma ciò che sorprende ogni anno di più è la grande crescita rossista a cui si è assistito in maniera sistematica e costante per tutto l’ultimo ventennio e che ha fatto di alcuni vini ormai dei must imperdibili per il cultore appassionato.
 
Di Stefano Antonucci amo la profonda mineralità che sa regalare il suo Le Vaglie, un verdicchio che si propone di anno in anno sempre in grande spolvero; Sono stato più di una volta impressionato dalla grande concentrazione del Pathos, internazionale sì ma di grande franchezza. Il Maschio da Monte, dei suoi vini, rimane però il mio preferito, fosse anche perchè mi piace più l’espressione soave ed elegante marchigiana rispetto alla rude concentrazione abruzzese, ma questo, come il Dorico di Moroder o il Cùmaro di Umani Ronchi rappresentano per me interpretazioni davvero superlative di ciò che questo vitigno sa esprimere.

Rosso Piceno è una denominazione nata verso la fine degli anni settanta per dare lustro alle prime produzioni di qualità intorno alla provincia di Ascoli. Negli anni, oltre alle classiche varianti di blend con il sangiovese, ciò che è risultato un grande valore aggiunto è stata proprio la scelta di indirizzare importanti sforzi di riqualificazione della d.o.c. verso la produzione di vini da sole uve Montelpulciano, ed il Maschio da Monte ne è valida esaltazione. Colore rosso rubino scuro, poco trasparente, consistente, Il primo naso è caratterizzato da una intensa sensazione fruttata, ricorda in maniera esplicità la visciola, poi è floreale e lievemente tostato.

Un vino dal naso complesso, estremamente fine ed elegante. In bocca è secco, caldo, di buona freschezza e persistenza gustativa, il frutto pervade il palato, ma il tannino, presente, vivido, concede poco spazio, in questa fase, alla morbidezza; solo dopo qualche secondo, questa (pur piacevole) sensazione di robusta invadenza riesce a lasciare spazio ad un ritorno di piacevole sensazione fruttata e poi balsamica. Un rosso da spendere su piatti carichi di succulenza ed aromaticità, perfetto per un bollito degno di questo nome, oppure della cacciaggione al forno. 


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