Archive for the ‘Emilia Romagna’ Category

Fiumana di Predappio, Il Sangiovese di Romagna 2017 di Noelia Ricci

12 febbraio 2019

Non è certo la Romagna il primo posto che ti viene in mente quando cerchi un Sangiovese purosangue nonostante la regione ne abbia di belle storie interessanti da raccontare con i suoi vini. Va da sé che il piacere è doppio quando ci prendi, o forse sarebbe meglio dire quando chi ti ha consigliato ha fatto centro.

Sangiovese di Romagna Predappio il Sangiovese 2017 Noelia Ricci

Invero il primo approccio non è stato dei più esaltanti, anzi, il naso soprattutto si è dimostrato inizialmente addirittura sviante, sicuramente ampio e intriso di cose da raccontare ma un po’ sovrapposte, così come il sorso, in avvio apparentemente scisso e impreciso, monocorde, ma qualcosa ci ha tenuti ”appesi”, qualche cosa di insolito che ci ha invitati ad attenderlo persino un giorno in più. E sì, perché questo vino ci ha convinto pienamente solo il giorno dopo averlo aperto.

L’area di produzione del Sangiovese di Romagna si sviluppa perlopiù a sud della via Emilia, tra le province di Ravenna e Forlì-Cesena, con quote generalmente basse ma che in qualche caso raggiungono i 100 e i 350 metri s.l.m.; qui i terreni sono di matrice sedimentario-argillosa e si contano ben 12 sottozone, tra queste l’areale di Predappio, una sottozona molto estesa e luogo storico per la viticoltura e per la storia del Sangiovese di Romagna.

Il Sangiovese duemiladiciassette di Noelia Ricci viene fuori da un piccolo cru sul crinale della collina esposto a sud-est, tra i 200 e i 340m s.l.m. in località San Cristoforo. La terra qui è argillosa e leggera per la presenza di sabbie ricca di minerali sulfurei e calcarei, con il mare che da qui dista circa una cinquantina di chilometri. Tutti elementi che pian piano si sono rivelati e che abbiamo ritrovato nel bicchiere. Il colore rubino è vivace e luminoso, il naso dopo un lungo respirare ci ha regalato un delizioso afflato di frutta rossa ben matura, così in bocca, dopo i primi sorsi un po’ concentrici ci siamo ritrovati, più che altro il giorno dopo, un vino piacevolissimo, coinvolgente, disteso, sapido, succoso, asciutto ma godibilissimo, un’altra cosa, buonissimo da metterci vicino pane e Salame di Felina come se non ci fosse un domani. Una piacevole scoperta su cui torneremo sicuramente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Una bolla per l’estate 2015, il Lambrusco di Modena Trentasei 2010 di Cantina della Volta

23 gennaio 2015

Lambrusco di Modena Spumante Trentasei 2010 Cantina della Volta - foto L'Arcante

Ci sono vini che sono un pezzo di storia dell’Italia, il Lambrusco ad esempio. Bottiglie come queste poi non fanno altro che confermare quanto sia sempre più di un semplice trend il crescente successo di vini immediati e di grande piacevolezza, soprattutto quando prodotti partendo da uve di primissima scelta e grandi capacità tecniche.

Il Trentasei¤ di Christian Bellei è un gran bel Lambrusco di Modena 100% sorbara, un metodo classico dal bel colore cerasuolo tenue, che sa di rosa e lamponi, ciclamino e ciliegia. Il sorso è facile e di grande piacevolezza, fresco e dissetante, fruttato a tutto tondo col finale lievemente mandorlato, per questo ancor più delizioso. Una bolla per l’estate 2015, se non fosse per le pochissime bottiglie ancora disponibili!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Modena, Lambruschi, coltelli, rose & popcorn

23 luglio 2010

Ci sono passioni che attraversano i confini del tempo, Luciano Ligabue è il primo rocker italiano capace di farmi sussultare per davvero. E’ vero, prima di lui Vasco aveva già solcato una scia, ma pur apprenzadolo tanto non me ne sono mai curato particolarmente. Del Liga si, è stata vera passione. Il tempo lo ha consacrato alla musica italiana, oggi è una star, non so quanto ancora rock, ma è una star. Continuo a pensare che il vero Liga si sia fermato a “Buon Compleanno Elvis!” e checchè se ne dica nessun album mi ha mai emozionato di più di “Sopravvissuti e Sopravviventi” di qualche anno prima; Al solo pensier di sentire la batteria di Gigi Cavalli Cocchi ancora mi vengono i brividi. Ringrazio Alessandro Marra  per avermi concesso ispirato questa piccola introduzione-riflessione a questo suo bel pezzo sui Lambruschi modenesi, buona lettura. (A. D.) 

«Lambrusco e popcorn, un bicchiere di vigna e un vassoio di mais già scoppiato»: così cantava Luciano Ligabue quasi vent’anni fa, era il 1991. Bello il pezzo, anche se, in effetti, mi sono sempre chiesto se Lambrusco&Pop Corn fosse solo un abbinamento musicale o qualcosa di più. Che così, a pensarci un po’, starebbero pure bene assieme, con il rosso mosso a sgrassare la bocca unta e ri-unta dagli scoppiettanti chicci di mais. Certo, c’è lambrusco e lambrusco. E, soprattutto, di lambroosky – come dicono sul 2.0 – ce n’è un bel po’: maestri, marani, montericco, viadanese, salamino di santa croce, grasparossa e sorbara.

Nel mio caso, se ho cominciato a ripensare questo «pezzo di mondo» (per dirla alla Liga…) è stato grazie agli assaggi di Terre di Vite, la bella manifestazione che si è svolta nel febbraio scorso in terra modenese; e al Vinitaly di aprile, quando è stata presentato al pubblico il Simposio dei Lambruschi, neo-nata associazione di otto produttori del modenese: Azienda Agricola Paltrinieri Gianfranco, Azienda Agricola Tenuta Pederzana, Azienda Agricola Villa di Corlo, Azienda Vinicola Ca’ Berti, Azienda Vinicola Fiorini, Azienda Vitivinicola Fattoria Moretto, Podere il Saliceto Società Agricola e Società Agricola Vezzelli Francesco, decisi a mettere in mostra “le affinità dell’eccellenza“.

Forse, anzi togliete pure il forse, sarebbe il caso di rimetterlo a tavola questo rosso, tanto conosciuto all’estero quanto bistrattato in patria: non solo a Capodanno, quando lo zampone, il cotechino e le lenticche lo chiamano a gran voce; ma anche nella quotidianità, magari accanto ai maccheroni al gratin di una che conosco io.. Che il mio pezzo suoni – quindi – come un invito, uno sprone a curiosare nel modenese (e poi ancora nel parmigiano, nel reggiano e nel piacentino): chè di lambruschi, e di non-lambruschi, ce n’è tanti, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Quelli che vi propongo sono cinque assaggi del modenese, con la promessa di riparlarne ad ottobre quando farò di sicuro ritorno a Levizzano Rangone per To Be Lambrusco, evento che ospiterà anche i lambruschi del Mosaico piacentino e del Convito di Romagna.

Lambrusco di Modena L’Albone 2009 Podere Il Saliceto Gian Paolo Isabella lo trovi spesso su Vinix e a Vinitaly l’ho conosciuto di persona. Il suo lambrusco prende il nome dalla vigna che si estende lungo il vecchio argine del fiume che scorre a Campogalliano. La vinificazione contempla una macerazione pre-fermentativa a freddo per 3-4 giorni (al fine di ottenere una maggiore estrazione di colore e di tannini) e la fermentazione in autoclave. Blend di salamino di santa croce (70%) e sorbara (30%): del primo ha le caratteristiche note di frutta rossa dolce e di viola, del secondo la mineralità. Il risultato è un vino d’un violaceo piuttosto intenso e con una discreta componente alcolica (12.63%). In più lo mandi giù che è una bellezza per quanto è fresco. Lungo, naso/bocca spiccicati, persistente, con una piacevole trama tannica. Prezzo e numeri piccoli piccoli.

Lambrusco di Sorbara Corte degli Attimi 2009 Fiorini. L’azienda è di quelle che hanno vissuto quasi un secolo e produce anche l’aceto balsamico tradizionale di Modena. Il primo assaggio di questo sorbara in purezza soffriva di “imbottigliamento del giorno prima” ma il secondo ha convinto: bello e luminoso il colore rubino, affascinante la spumetta iniziale. Dal naso si capisce che spinge molto sulla freschezza e sulla mineralità (che è poi uno dei tratti distintivi del sorbara): i profumi non sono particolarmente intensi ma, quello sì, eleganti. Il sorso – invece – è secco, molto fedele alle sensazioni olfattive di amarena, ribes rosso e violetta; leggerino per componente alcolica (11%). Venticinquemila bottiglie, boccia più boccia meno, sotto i 10 euro.

Lambrusco di Sorbara Leclisse 2009 Paltrinieri, si scrive senza l’apostrofo dopo la elle ed è anche questo un sorbara in purezza, ottenuto dall’areale tradizionalmente più vocato, quella striscia di terra che sta in mezzo ai fiumi Secchia e Panaro che è conosciuta come “la zona del Cristo”. Lo fanno solo nelle annate migliori: del millesimo 2009 si contano all’incirca dodici mila bottiglie. Tratti olfattivi elegantissimi di lampone e melograno, di rosa e violetta. Il colore è scarico (se lo si paragona ad esempio al grasparossa): ma è questa un’altra peculiarità del vitigno. Da’ il meglio di sè in bocca dove il gusto è secco e si concede con una bellissima persistenza di lampone. I dodici gradi fanno il loro mestiere egregiamente riportando ad equilibrio le accese sensazioni di freschezza che altrimenti stonerebbero. Di grande, grandissima bevibilità. 

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Robusco 2009 Ca’ Berti. Il grasparossa di Gian Matteo Vandelli (lui, invece, lo trovi spesso e volentieri su faccialibro) l’avevo già provato a febbraio; e anche lui, in quell’occasione, aveva detto a chiare lettere di essere ancora in fasce. Il tempo ha dato i suoi frutti perchè a Verona, due mesi dopo, era in gran forma. A voler essere precisi, nell’uvaggio ci sarebbe anche un 15 per cento di malbo gentile, vitigno che nemmeno sapevo esistesse e che ho saputo esser stato soltanto da poco recuperato dopo che con il boom delle ceramiche era stato spiantato negli anni ’60. Le uve utilizzate provengono da un vigneto di 45 anni e il risultato è un vino molto rotondo, in cui il malbo gentile arriva dove il grasparossa non può arrivare per la sua bassa acidità e i tannini poco eleganti. In bocca è molto gradevole; come pure al naso, in verità, dove dominano i profumi di viola mammola e amarena, con un grado alcolico del 12%. Ne produce circa settantamila bottiglie e lo porti a casa con 8-9 eurini se non vado errato.

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Monovitigno Fattoria Moretto. Come da tradizione, il cru dell’azienda non riporta l’indicazione dell’annata in etichetta. Le uve – coltivate secondo i canoni dell’agricoltura biologica – provengono da un piccolo appezzamento di viti vecchie più o meno cinquant’anni, con una resa per ettaro che non supera i 50 quintali: una miseria se si pensa alle quantità tollerate dai disciplinari di produzione. Nel bicchiere mostra una spumetta generosa e un leggero residuo zuccherino si insinua nel sorso coerentemente a quell’impronta dolciastra dei profumi, intensi e giocati sulle note di fragole, rose e violette. Apprezzabile l’intensità e la durata delle prestazioni al palato, con dodici gradi di alcool.

Buon viaggio, allora…

Segui Alessandro Marra su Stralci di Vite.


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