Archive for the ‘Dizionario del Vino’ Category

Dire, fare, solfitare. Con coscienza e conoscenza è meglio…

25 giugno 2019

L’anidride solforosa è uno degli elementi chimici più discussi in enologia e bistrattati dalla critica enologica, uno tra i tanti additivi utilizzati ma anche il più comune, se non il più importante e decisivo. Qui¤, su queste pagine, ne abbiamo già scritto qualche tempo fa ma ci ritorniamo volentieri su con una più ampia disamina tecnica con la speranza di fugare ogni dubbio e mantenere alta l’attenzione su una tematica sempre molto cara agli appassionati e i professionisti del vino: la salubrità di quello che beviamo.

Cos’è? E’ sostanzialmente un gas incolore, dall’odore pungente e acre, viene utilizzato in enologia per le sue importanti azioni antiossidanti, conservanti e antisettiche, attività indispensabili per la qualità, salute e stabilità del vino. Ma non solo, l’SO2, questa la sua formula chimica, è di fatto uno dei più comuni conservanti utilizzati in tutta l’industria alimentare e delle bevande. Vi sono però delle regole ferree da rispettare, l’Unione Europea infatti ne identifica e codifica il suo utilizzo con delle sigle numeriche precise precedute dalla lettera “E” che devono essere opportunamente riportate nell’elenco degli ingredienti. Tra queste, quelle sigle comprese fra E220 ed E229 sono classificate come “solfuri” – esempio l’anidride solforosa (E220) e il metabisolfito di potassio (E224) – con proprietà conservanti, antisettiche e antiossidanti, evidenza necessaria perché queste sostanze possono provocare eventuali reazioni allergiche in quelle persone sensibili e/o predisposte.

Qual è il suo utilizzo in enologia? Viene utilizzata, dicevamo, anzitutto per le sue azioni antiossidanti e antisettiche. Il suo impiego viene regolamentato da apposite leggi in vigore in ogni paese, per l’Unione Europea, i limiti massimi consentiti sono di 160mg/l per i vini rossi e di 210mg/l per i vini bianchi e rosati. Sono inoltre previste delle deroghe che consentono a taluni di alzare questo valore fino a un massimo di 40mg/l in annate particolarmente sfavorevoli. E’ bene ricordare che l’utilizzo massiccio di anidride solforosa, seppur nei limiti previsti dalla legge, può provocare in quei soggetti predisposti e sensibili emicranie così come incentivare o accelerare altri disturbi correlabili. Anche per questo ci sentiamo di suggerire, almeno quale accorgimento di massima, provare ad ossigenare i vini prima del loro consumo, questa pratica consente di solito di liberare fino al 40% dell’anidride solforosa libera contenuta nel vino.

Saper gestire l’anidride solforosa in enologia, misurare cioè con giudizio il suo utilizzo non è e non deve avvenire solo per motivi salutistici o etici, l’eccessivo utilizzo di additivi chimici infatti compromette generalmente la qualità del vino, in alcuni casi in maniera definitiva. Quantità eccessive di anidride solforosa possono infatti conferire al vino gusti e aromi sgradevoli o favorire il suo intorbidimento nel tempo. L’anidride solforosa non è presente allo stato naturale nell’uva, tuttavia questa può essere prodotta spontaneamente da alcuni ceppi di lieviti naturalmente presenti nel mosto – talvolta finanche 50mg/l – e considerata quindi come un sottoprodotto naturale del vino. Anche per questo spesso sentiamo parlare dell’importanza dell’utilizzo di lieviti selezionati, poiché in questo modo si riesce ad assicurare un processo di fermentazione regolare tale da ridurre al minimo il rischio di sviluppare elementi negativi tali da compromettere la qualità organolettica e la stabilità del vino.

SO2 combinata, libera, totale. In enologia, l’anidride solforosa è utilizzata sin dalle primissime fasi della produzione del vino, a partire dal mosto fino all’imbottigliamento. Nell’usare l’anidride solforosa, è opportuno sapere che una parte di questo gas si combina con alcuni componenti del mosto o del vino, tra questi l’acetaldeide, che lo stesso lievito produce (in condizione di stress nutrizionale, termico, carenza di ossigeno etc..) e gli zuccheri residuali che, nel caso di alcune tipologie di vini, per tale ragione, richiedono un forte utilizzo di SO2, mentre la restante parte resta libera, cioè non combinata. Ed è proprio la parte libera che svolge gli importanti effetti antiossidanti e antisettici, ed è per tale ragione che si ritiene indispensabile che l’anidride solforosa vada a combinarsi il meno possibile. La quantità di anidride solforosa libera sommata alla quantità combinata determina la quantità di anidride solforosa totale.

L’utilizzo di anidride solforosa è dunque indispensabile, anzitutto per i mosti dei vini bianchi, così da evitare l’avviamento della fermentazione alcolica consentendo la decantazione delle parti solide, prima dell’inizio della fermentazione alcolica con lo scopo di selezionare i lieviti e, nel caso dei vini rossi, per favorire una migliore estrazione del colore e dei tannini dalle bucce, quindi in tutte quelle operazioni che prevedono il contatto del vino con l’aria – come travasi, chiarificazioni, filtrazioni e imbottigliamento – evitando quindi l’ossidazione e lo sviluppo di batteri o lieviti indesiderati.

Quali sono gli effetti sul vino dell’Anidride Solforosa? Se ne possono indicare almeno quattro di primaria importanza: antiossidante, stabilizzante, solvente e modificatore del gusto. Nel mosto e nel vino sono presenti diverse sostanze che tendono più o meno repentinamente a ossidarsi, con ovvie ricadute sull’aspetto e sul gusto. L’anidride solforosa previene l’ossidazione di queste sostanze e in particolare delle sostanze coloranti, dei tannini, degli aromi, dell’alcol e del ferro. I rischi dell’ossidazione durante le fasi produttive del vino sono sempre alti, sin dal momento in cui il grappolo viene raccolto in vigna e quando viene condotto in cantina. Inoltre, in tutte quelle operazioni di gestione delle masse in cantina, dove la possibilità di contatti con l’ossigeno è sempre molto elevata, un rischio che aumenta, talvolta in maniera esponenziale, in caso di vini passiti naturali e muffati.

L’anidride solforosa infatti distrugge o blocca momentaneamente lo sviluppo dei batteri della fermentazione malolattica e quelli che provocano malattie gravi del vino, come l’acescenza e lo spunto lattico. Importante è inoltre l’azione selettiva svolta dall’anidride solforosa nei ceppi dei lieviti naturalmente presenti nel mosto. Ogni tipo di lievito risponde a delle caratteristiche proprie e si comporta in modo diverso durante la fermentazione. Con lo scopo di assicurare una migliore e più omogenea fermentazione, l’anidride solforosa risulta utile anche in questo caso. Alcuni lieviti e molti batteri sono particolarmente sensibili agli effetti dell’anidride solforosa che svolgerà quindi un’opportuna operazione di selezione.

Durante la fermentazione alcuni ceppi di lieviti possono produrre sostanze secondarie indesiderate ai fini della qualità del vino, ma sono fortunatamente più sensibili agli effetti dell’anidride solforosa, mentre altri che svolgono un’azione favorevole, come i Saccharomyces Cerevisiae, sono più resistenti. E’ quindi grazie all’anidride solforosa che è possibile intervenire eliminando i lieviti e i batteri indesiderati, conservando invece quelli considerati positivi ai fini della fermentazione alcolica.

L’anidride solforosa svolge inoltre un effetto solvente favorendo quindi l’estrazione di alcune sostanze presenti sulla buccia dell’uva durante la macerazione, pensiamo ai vini rossi, al colore e i tannini. Per questo motivo gli enologi vietano il solfitaggio delle uve bianche prima della sgrondatura, cioè la separazione della parte solida da quella liquida, poiché questo comporterebbe l’ingiallimento del mosto e un arricchimento di tannini che non serve. Fra gli altri effetti solventi, l’anidride solforosa favorisce l’estrazione delle sostanze minerali e degli acidi.

L’anidride solforosa svolge anche un’azione positiva sul gusto e sugli aromi del vino. Dal punto di vista organolettico, evita l’ossidazione degli aromi, in particolare quelli fruttati tipici nei vini giovani, elimina il cosiddetto gusto di svanito, attenua i gusti di marcio e di muffa. Per ottenere questi effetti positivi, l’anidride solforosa deve essere aggiunta quando la fermentazione alcolica è terminata completamente. Qualora si aggiunga troppo presto rispetto alla fine della fermentazione, cioè quando la temperatura del vino è ancora troppo elevata, si possono sviluppare aromi e gusti sgradevoli di anidride solforosa, di mercaptano e di uova marce.

L’anidride solforosa svolge infine una blanda azione chiarificante, poiché favorisce la coagulazione delle sostanze colloidali presenti nel vino e nel mosto, favorendo quindi la spontanea precipitazione delle fecce. L’anidride solforosa, aggiunta in quantità elevate nel mosto, è utilizzata per ottenere il cosiddetto mosto muto, cioè non fermentescibile, a causa del blocco dell’attività dei lieviti.

Nonostante gli effetti dell’anidride solforosa in enologia siano indispensabili e importanti, è comunque sempre opportuno limitare il suo uso e impiegare le dosi minori possibili, soprattutto per limitare gli effetti sulla salute dei soggetti particolarmente sensibili a questo elemento. Di certo ci ritroviamo spesso di fronte a prodotti alimentari con un contenuto di SO2 totale ben più alto del contenuto di uno o due bicchieri di vino ma di fatto non ce ne rendiamo conto chiaramente. Tant’è l’attenzione e la precauzione è particolarmente importante nella produzione di vini, in particolare in quelli che richiedono dosi elevate di anidride solforica, come i passiti, i vini dolci o comunque con un residuo zuccherino importante, vini nei quali si possono utilizzare, anche secondo i termini di legge, quantità maggiori di SO2 con la speranza che il ”dopo” non rovini e maledica del tutto il piacere del ”prima”.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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My name is Tannino

4 febbraio 2019

La lunga esperienza professionale e le molte bevute alle spalle ci hanno lasciato scoprire e apprezzare nel tempo tanti vini tratteggiati e caratterizzati talvolta in maniera decisiva dal tannino, bottiglie che in qualche maniera abbiamo poi imparato ad amare oppure deciso di lasciar perdere perché (troppo) lontane dal nostro gusto. Di vini ‘’tannici’’ ve ne sono in giro per l’Italia molti, alcuni memorabili, altri meno ma in larga parte caratteristici e coinvolgenti.

Si pensi ad esempio ai grandi Nebbiolo di Barolo¤ e della Valtellina o ai più classici Sangiovese che danno vita a certi Brunello di Montalcino o Nobile di Montepulciano. Qualcuno ha mai provato un Pignolo o un Tazzelenghe¤ friulani? O un Sagrantino di Montefalco¤? Invero, già nella nostra amata Campania Felix vini con ‘’tannino da vendere’’ ne abbiamo eccome, basti pensare all’Aglianico, o al Tintore¤ di Tramonti per citarne giusto un paio.

Ma cosa sono i tannini? Ebbene, appartengono alla famiglia dei polifenoli e sono i principali responsabili del carattere astringente dei vini; sono suddivisi in tannini condensati (propri dell’uva), tannini idrolizzabili o ellagici (derivanti principalmente dal legno). Sono generalmente presenti nel raspo, nei vinaccioli e nella buccia dell’uva e sono diversi i fattori che concorrono alla sua forma e sostanza.

Raspo. Sono generalmente ricchi di composti fenolici più o meno polimerizzati e a forte potere astringente.

Vinaccioli. Sono fonte importante di composti polifenolici per quanto concerne la vinificazione in rosso; contengono dal 20 al 55% dei polifenoli totali dell’acino, in funzione della varietà. Nel corso della maturazione aumenta il loro livello di polimerizzazione. I vinaccioli raggiungono la loro dimensione definitiva prima dell’invaiatura, momento in cui raggiungono la loro maturità fisiologica. Osservare e assaggiare i vinaccioli nelle fasi finali del ciclo della vite è fondamentale per determinare anche empiricamente la maturità fenolica dell’ uva.

Quando l’uva non è sufficientemente matura, i vinaccioli sono verdi e ancora ricoperti da sostanze pectiche o mucillaginose (come una sorta di placenta a protezione dell’embrione), all’assaggio sono amarissimi e provocano decisa astringenza; in questa fase i tannini hanno un basso grado di polimerizzazione e sono pertanto molto reattivi e presentando carica elettrica negativa, reagiscono facilmente con le glicoproteine della saliva, caricate positivamente, facendoci percepire la sensazione gustativa amaro-astringente.

Quando l’uva è mediamente matura, presenta vinaccioli che dal verde virano al marrone, lo strato protettivo inizia a staccarsi, all’assaggio sono mediamente astringenti e amari ma non eccessivamente, in quanto in questa fase i tannini presentano un grado di polimerizzazione intermedio e la reattività con le proteine inizia a diminuire.

Quando l’uva è matura, i chicchi presentano vinaccioli che da marrone tendono al nero, si svuotano all’ interno, i tannini hanno un alto grado di polimerizzazione e pertanto la loro reattività è quasi o del tutto nulla con le glicoproteine della saliva.

Per dirla con parole semplici e non entrare oltremodo in meccanismi biochimici complessi e difficili da comprendere, possiamo affermare che nel frutto immaturo i tannini sono scarsamente polimerizzati e con il progredire della maturazione la polimerizzazione aumenta per cui il sapore tannico, quella sensazione allappante, si attenua fino a scomparire a fine maturazione.

Per capire meglio i tannini e le sostanze polifenoliche in generale, dobbiamo sempre tener presente che la vite non porta avanti la maturazione del frutto e quindi del vinacciolo per farci fare il vino buono, ma per un concetto spesso sottovalutato o per niente considerato ovvero la sua riproduzione, per la continuità della specie. Non a caso quando l’uva non è matura è anche acida, ha poco zucchero e le sostanze fenoliche hanno un ruolo perlopiù di difesa e di repellenza, per scoraggiare cioè gli uccelli a magiare l’uva rendendola quindi sgradevole all’assaggio, in quanto il seme non è ancora maturo.

Non è così a fine ciclo, quando l’uva diviene dolce, quindi poco acida, la repellenza pertanto svanisce (si abbassano le difese) per invitare gli uccelli a beccare gli acini e portare i semi in giro attraverso le loro deiezioni, appunto con l’obiettivo della riproduzione. In buona sostanza volendo non è necessario il rifrattometro, o il mostimetro, analisi particolari per avere l’idea della maturità dell’uva, talvolta basterebbe osservare il colore dei vinaccioli e un assaggio per coglierne la maturità, con l’aiuto poi di api e uccelli che quando iniziano a mangiare gli acini ci danno indicazione che siamo (quasi) pronti per raccogliere.

Buccia. I composti fenolici presenti si ripartiscono nelle cellule dell’epidermide e nei primi strati della sotto epidermide. I tannini presentano strutture complesse ma il loro grado di polimerizzazione varia poco durante la maturazione e il loro potere astringente tende man mano a diminuire; essi sono molecole con proprietà colloidali a differenza dei tannini di raspo e vinaccioli. E’ risaputo che i tannini delle bucce sono meno astringenti di quelli dei vinaccioli causa probabilmente di un loro maggior grado di polimerizzazione (circa 15 unità rispetto a un media inferiore a 10 unità per quelli dei vinaccioli) oltre al fatto che essi sono spesso presenti in forma di complessi tannini-polisaccaridi e tannini-proteine che conferiscono morbidezza al vino.

La quantità e qualità di questi composti sopraccitati dipende sia dalla varietà sia dalle tecniche colturali utilizzate in campo, sia dalla scelta dell’epoca di raccolta ed anche dalle tecniche di ammostamento e vinificazione.

Diraspatura e Pigiatura. Da studi (Ribereau-Gayon) emerge che la presenza di raspi aumenta i polifenoli totali (tannini compresi ovviamente) ma diminuisce l’intensità colorante e questo pare dovuto a un effetto adsorbente da parte dei raspi nei confronti degli antociani. Considerando l’evoluzione del colore grazie anche alla copigmentazione si è osservato come vini non sottoposti a diraspatura diano nel tempo vini più colorati, anche se inizialmente l’effetto è esattamente opposto.

In primis, arrivata in cantina, l’uva è sottoposta spesso a una pigia-diraspatura o viceversa a una diraspa-pigiatura. Considerando che i tannini localizzati nei raspi sono a forte potere astringente e quindi i meno nobili, l’utilizzo di pigiadiraspatrice ha come rischio principale quello che i raspi siano schiacciati e quindi rilascino succo vacuolare amaro e astringente. Compiendo invece una diraspa-pigiatura non s’incorre in questo spiacevole inconveniente ma si rischia di aver una minor resa causata da una perdita di prodotto in fase di diraspatura; ovviamente non è condizione del tutto necessaria e difatti in alcuni casi questo passaggio viene eliminato come ad esempio quando s’intende effettuare una macerazione carbonica, in cui l’integrità del grappolo è fondamentale.

Macerazione. Operazione di dissoluzione nella parte liquida dei composti localizzati nelle parti solide dell’uva ottenuta per rottura degli acini durante la pigiatura. La fase fondamentale di una vinificazione in rosso è la cosiddetta macerazione; essa apporta fondamentalmente composti fenolici per struttura e colore del nostro prodotto finale oltre che per quanto riguarda la componente aromatica e altre importanti sostanze. Come abbiamo visto in precedenza nel grappolo si ha una vasta gamma di tannini ognuno con un “sapore” proprio, i quali si localizzano in determinati siti. Lo scopo della macerazione è quindi quello di far si che vengano estratti i componenti migliori per aroma, sapore e struttura cercando di non far passare nel prodotto sostanza con nota vegetale, amara, erbacea ecc.

I Fattori coinvolti sono molteplici: il tempo, maggiore è il tempo di contatto, maggiore è l’estrazione; la temperatura, più è alta, più si contribuisce all’estrazione; il contatto liquido-solido, più lungo è il contatto, piu alta è l’estrazione; l’anidride solforosa, dosi eccessive decolorano, dosi mirate hanno azione estrattiva; l’alcol, più siamo in presenza di alcol e maggiore sarà l’estrazione tannica in quanto l’alcol è per natura un solvente; infine l’enzimaggio, termine un po’ curioso ma che in sostanza ci suggerisce che con l’aggiunta di enzimi macerativi si aumenta l’estrazione del colore e dei tannini.

Ci sono varie tecniche di macerazione che si differenziano sostanzialmente per epoca (pre-fermentativa, fermentativa, post-fermentativa), temperatura, durata che contribuiscono all’estrazione del tannino. Tra queste è bene ricordare:

Macerazione Pre-Fermentativa a freddo (MPF). Questa tecnica consiste nel ritardare l’avvio della fermentazione dei mosti rossi per un tempo variabile dall’una alle due settimane. Essa si basa sul principio di raffreddamento del pigiato (una forma più elaborata prevede il raffreddamento attraverso CO2 liquida o neve carbonica) in modo tale da favorire, attraverso lo choc termico, la rottura delle cellule e la liberazione di succo molto tintoreo. Si ottiene quindi un’estrazione che privilegia il colore attenuando l’estrazione della componente tannica. Dopo questo primo periodo di estrazione a freddo la temperatura viene riportata a livelli idonei per l’inizio della classica fermentazione in rosso.

Macerazione Post-Fermentativa. E’ di solito riservata ai vini destinati a un lungo invecchiamento poiché ha lo scopo di estrarre i tannini dei vinaccioli che andranno con il tempo a interagire con altre sostanze contribuendo alla rotondità del vino. La macerazione è accompagnata spesso da rimontaggi che favoriscono l’aerazione del mezzo e un continuo contatto tra vinacce e parte liquida omogeneizzando la massa.

Macerazione Carbonica. Viene utilizzata frequentemente per vini di pronta beva come i Novelli ma non solo, favorisce la degradazione dei tessuti vegetali; i composti fenolici, antociani e sostanze azotate diffondono più velocemente dalla buccia. L’estrazione di tannini e dei pigmenti polimerici è minore rispetto alla vinificazione classica; ne consegue un vino con minore intensità colorante ma con una componente aromatica imponente. Le caratteristiche di questi vini sono generalmente:
• Colore vivace, non molto intenso;
• Profumo intenso e particolare (fruttato) di durata limitata;
• Tannicità e acidità fissa contenuta;
• Estratto secco non elevato;
• Morbidezza e rotondità di gusto.

Fase di affinamento in legno. In questa fase entrano in gioco un altro tipo di tannini, i tannini idrolizzabili, derivanti dal legno (botti o surrogati). Essi possiedono molti gruppi ossidrilici (OH) suscettibili a essere ossidati e quindi hanno un forte potere antiossidante nei confronti di altri composti presenti nel mezzo. Fanno parte di questa categoria i tannini ellagici e i tannini gallici poiché idrolizzati liberano rispettivamente acido ellagico e gallico. I tannini svolgono anche varie funzioni secondarie tra le quali:
– Combinazione con le proteine;
– Combinazione con i polisaccaridi: questo legame comporta una diminuzione dell’aggressività dei tannini interferendo nel legame sopraccitato tannini-proteine salivari e conferendo quindi una maggior morbidezza al prodotto;
– Polimerizzazione;
– Chelazione dei metalli eliminandoli dal mezzo;
– Condensazione: uno dei fenomeni più complessi a cui partecipano i tannini è la condensazione con gli antociani (frazione colorante).

Tannini aggiunti. Oggigiorno esistono in commercio innumerevoli preparati di tannini ognuno con uno scopo preciso, in base alla composizione (siano essi tannini di vinaccioli, bucce, ellagici, di quercia, castagno, di the, di limone, da mimosa, di tara, di galla, di quebracho, di frutti rossi, di rovere, ecc) e al momento in cui questi vengono aggiunti al vino.

In linea del tutto generale si può dire che sia per la stabilizzazione proteica sia per la protezione del colore siano preferibili i tannini proantocianidinici mentre per quanto concerne il loro potere antiossidante siano più indicati i tannini idrolizzabili.

In conclusione, ripensando alla componente polifenolica del vino che viene condizionata da fattori quali il vitigno, le caratteristiche pedoclimatiche del luogo di coltivazione e le tecniche di coltivazione, vinificazione, invecchiamento e/o conservazione applicate ci viene da fare un’ultima considerazione: che senso ha eliminare i vinaccioli dalla macerazione e poi dopo aggiungere tannini da vinacciolo di un’altra varietà? Che senso ha la pressatura soffice per eliminare immediatamente le bucce e poi dopo aggiungere tannini di buccia estratti da vinacce fresche, ad esempio di Chardonnay? Che senso ha quindi aggiungere, più in generale, se la miglior cosa da fare appare essere togliere?

Togliere e non mettere quindi, questo dovrebbe essere il motto, o meglio lavorare con i buoni propositi di preservare quanto di meglio ci sta nel frutto, a partire da una materia prima sana ed eccellente, figlia di una viticoltura di precisione, per grazia di Dio di una buona annata e di un’enologia non necessariamente sottrattiva a causa di chiarifiche o filtrazioni spinte, senz’altro non additiva ma bensì conservativa di tutto quanto di buono naturale vi è nell’uva e che dovremmo ritrovarci poi nel nostro bicchiere di vino!

di Gerardo Vernazzaro, Viticoltore ed Enologo¤.

Con la collaborazione di Angelo Di Costanzo¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

I solfiti, questi sconosciuti

14 marzo 2016

Those little words “Contains Sulfites” on the bottom of a label often stir up concern. What’s even more confusing is that the US is one of the only countries (along with Australia) that require bottles be labeled. So what gives? How much sulfites are in wine and how do they affect you? Time to get to the bottom of sulfites in wine and how they’re not as bad as you might think.

C’è sempre stata grande confusione sull’argomento, tanto da demonizzare all’inverosimile qualcosa che poi a conti fatti ci ritroviamo a sorbire in decine di altri modi e senza nemmeno pensarci un attimo.

Ecco una breve rappresentazione degli alimenti dei più comuni che contengono (più che) discrete quantità di solfiti, dalle caramelle alla marmellata, dai piatti pronti alle patatine fritte alla frutta secca. Ecco, lo sapevate?

Addendum. I solfiti sono conservanti che hanno una funzione antisettica e antiossidante, presenti nel vino ma anche in tanti altri prodotti alimentari, come appena accennato. Ci sono solfiti prodotti anche dall’uva nella prima fermentazione e questi vengono detti solfiti “naturali” – che non devono essere dichiarati -, di fatti in etichetta sono segnalati solo i solfiti aggiunti e non quelli naturali. A norma di legge questa la quantità massima di solfiti ammessa (anche se ci si ostina a non menzionarla in etichetta, ndr): nei vini rossi il limite è 150mg/l, nei vini bianchi 200mg/l, nei vini dolci 250mg/l, nei vini passiti tipo Sauternes 400mg/l. Facile intuire che per questi ultimi l’aggiunta di solfiti venga in aiuto poiché avendo ancora zuccheri da svolgere, rischierebbero una rifermentazione in bottiglia non voluta mentre con i solfiti si crea un ambiente asettico e il problema non sussiste.

credits: wine folly

© L’Arcante – riproduzione riservata


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