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T’amo o t’odio, così è per il Cerdeña ’08 Argiolas

5 Maggio 2012

L’etichetta è a mio avviso una delle più belle in circolazione, rappresenta l´isola di Sardegna, Cerdeña in catalano, presa da una vecchia carta contenuta nell´Atlante nautico isolano del 1375, detto di Re Carlo V di Francia. La zona interna dell´isola, segnalata con il colore marrone quasi a sottolinearne la sua vocazione montuosa, è decorata da finissimi arabeschi multicolori.

Nasce con l’intento di valorizzare al massimo il vermentino pur accompagnandosi con altre varietà autoctone locali tra le quali il prezioso nasco; ha, anche per questo, una impronta gusto olfattiva molto particolare. Prodotto per la prima volta nel 2000, anche per il Cerdeña come per tanti vini passati in barriques nati a cavallo tra gli anni novanta e duemila si è dovuto faticare non poco prima di centrare appieno il giusto equilibrio con il legno; rimane il bianco di punta della produzione della famiglia Argiolas, un vino che all’approccio ricorda alcune delle più felici versioni secche di un’altro particolare classico bianco isolano italiano, il moscato di Pantelleria, dal naso intriso di fragranti dolcezze mediterranee ed un sorso invece asciutto e salino, talvolta spiazzante.

Il colore porta con se tutto il sole di Sardegna, il naso gode di una timbrica impressionante, è ampio e tremendamente persistente. L’attacco è quasi pungente, decisamente esotico, dalla miriade di fiori passiti si vira immediatamente su profumi più netti e distintivi di frutta secca, miele e burro con sfumature speziate ed eteree quantomeno originali; un ventaglio davvero particolare, unico, dove le note di mallo di noce e mandorla fanno il paio con finissimi sentori di zenzero candito e zafferano in polvere. Il gusto è intenso, in bocca è asciutto e di buona persistenza, ha struttura e buona tensione acida, nonostante l’alcol, chiude quindi particolarmente sapido con un ritorno molto piacevole di profusa dolcezza retro olfattiva. Non è certo a buon mercato, siamo infatti decisamente sopra i 30 euro in enoteca, però penso che almeno una volta si può provarlo. E amarlo, ma anche no!

Turriga 2000, is sardus

27 novembre 2009

Il sud è una terra di grandi vini, soprattutto rossi. Pur buoni, i vini bianchi hanno sempre avuto un ruolo marginale che a dire il vero pian piano negli anni sta spazzando via, ma i colori, i profumi e le sensazioni più calde a scaldare gli animi di avventori e degustatori sono quasi sempre ricercate e ritrovate nei grandi rossi piuttosto che nei bianchi.
Il Turriga è senz’altro uno di questi grandi interpreti, materico, ossuto, profondo, il vino sardo per antonomasia ed il rosso isolano che più di tutti scalda il cuore come gli scenari ed i paesaggi dal Campidano arrivano poi sino al mare cristallino ed alle spiagge bianche di qua e di là del golfo di Cagliari. Selegas è una piccola frazione posta a circa 230 metri sul livello del mare, nell’entroterra cagliaritano, qui il terreno è calcareo medio, con substrati ciottolosi e sassosi, con uno scheletro particolarmente adatto alla viticoltura di qualita’ e soggetto ad influenze microclimatiche che nel tempo hanno delineato di questo terroir un profilo di eccellenza davvero unico e raro. Qui le selezioni dei migliori Cannonau, Carignano e Bovale Sardo che vengono utilizzate assieme alla Malvasia Nera per la produzione del Turriga, magistralmente interpretate da Marino Murru e dal suo mentore Giacomo Tachis.

La vendemmia duemila è passata per molti come un’annata da ricordare pur con tutti i suoi capricci stagionali: diverse le problematiche avute in tutte Italia e soprattutto al nord dove alcune grandinate di fine estate causarono non pochi problemi soprattutto alla viticoltura di qualità, le temperature fresche di luglio facevano invece ben sperare, soprattutto al sud e sulle isole, in una vendemmia più regolare ma il caldo torrido di agosto, prevedibile ma non così soffocante,sgomberò subito il campo da paventate idee di vendemmie tardive o sovra estrazioni naturali prive di stress idrico o complicazioni di vario genere da risolvere poi in cantina.
Il processo produttivo del Turriga è generalmente da manuale, la vendemmia delle uve, diversa e protratta nel tempo a seconda del grado di maturazione delle diverse varietà implicate è svolta di primo mattino, prima ancora dell’alba, quando le temperature consentono di non subire la calura asfissiante altrimenti troppo pressante, evitando anche il rischio di eventuali grappoli soggetti per rottura degli acini a pre-fermentazioni indesiderate; La ricerca di una sana e consona temperatura continua anche per tutto il processo di pigiadiraspatura e vinificazione, per preservarne qualità di frutto ed una originalità davvero spiazzante per integrità e compostezza riscontrabile nel bicchiere.

Proprio seguendo questo filo logico di autentica maniacale perseveranza non vi è, per la fase fermentativa, aggiunta di lieviti selezionati in laboratorio ma bensì la sola attesa che siano gli stessi lieviti endogeni (cioè presenti sulle bucce) a scatenarsi durante il processo di macerazione, spesso protratto anche oltre i 20 giorni; Succede poi un periodo di circa 24 mesi di invecchiamento in barriques, nuove ed un successivo affinamento in bottiglia per ulteriori 6 mesi. Nell’ampio bicchiere un vino di notevole intensità cromatica, rosso rubino che lascia poco spazio alla trasparenza e solo accennate venature granata, dopo nove anni ha conservato una indiscutibile vivacità di colore e concentrazione. Il primo naso è subito terziario, balsamico, speziato, etereo, lo spazio tra una sensazione e l’altra è appena sottoposta ad una nota alcolica un tantino invadente. Il lungo passaggio nel bicchiere tra un sorso e l’altro lo aiuta a venir fuori alla distanza con un timbro davvero interessante: adesso le sensazioni olfattive si fanno frutta in confettura, amarene dolcissime e marmellata di piccoli frutti di bosco, poi cuoio, caramello, stecca di liquerizia. In bocca è possente, è secco e caldo, il tannino ampiamente levigato, nobilissimo e docilissimo, persuasivo. Una lunga ed accorata cavalcata tra intensità e persistenza, equilibrio e finezza, possenza e bevibilità, un vino perfettamente stabile, godibile, esaustivo, pregnante di una qualità certamente attesa, ben interpretata ed assolutamente meritevole di plauso. La “Grande Madre”, così come rappresentata in etichetta ha un nobile, vigoroso e valoroso figlio!!


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