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Le Bombarde 2014, il cannonau di Sardegna per i giovani nostalgici

15 marzo 2016

È la bottiglia dei ricordi, quelli che riportano a quando, poco più che ventenni, hai passato le vacanze della vita là in Sardegna, consumate tra notti brave e giornate talmente piene da rimanerci impalati davanti a tanto ben di Dio in terra Sarda.

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Più che la chiassosa comparsata a Porto Cervo, ben oltre la  preziosa Stintino e le meravigliose acque di Capo di Caccia, o della spiaggia rosa, La Maddalena, poterono le incursioni tra le vigne dell’algherese e le sinuose curve di Santa Teresa di Gallura, sino a spingerci tra le impervie strade desolate del nuorese o in Ogliastra a caccia di buoni formaggi e vini potenti.

Erano gli anni del mito Capichera e del tormentato status quo di Sella&Mosca, del Turriga e del Terre Brune, ma erano anche gli anni di grandi bevute di pancia, di vermentino Aragosta bello ghiacciato e di cannonau bevuto per sete. Avevamo poco più di vent’anni e vivevamo giorni meravigliosi divisi tra la discoteca, le sdraio al sole e la voglia di non perderci luoghi e persone che, forse, non sarebbero più tornati. Erano giorni in cui una bottiglia, anche due, se ne andavano via come se non ci fosse un domani e i 4, forse 5 euro al massimo di oggi, al supermarket, mai venivano spesi meglio.

Le bombarde 2014, più di tutto è anzitutto questo, un sorso intenso e vellutato di ricordi, memoria limpida e succulenta di una terra straordinaria, la Sardegna, mai forse valorizzata pienamente come meriterebbe. Non lo so, chissà se non è proprio questo il segreto di una storia infinita così piena di valori, la dimensione per così dire ‘periferica’ di una cultura unica e meravigliosa che sta alle origini del mondo ma che preferisce rimanere fortemente radicata all’isolamento, che invita alla scoperta imponendosi quasi di non svelarsi del tutto.

Un cannonau succoso e lontano dalle estrazioni materiche a cui troppo spesso va la mente, addirittura da bere fresco giusto intorno ai 14 gradi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

 

L’Arcante raccomanda Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme¤.

 

Amici di Bevute® Professional| Note sparse

9 febbraio 2013

Ho un po’ di cose da raccontare, persone da ringraziare, temi da affrontare; così ci metto in mezzo pure qualche buona etichetta saggiata che vale la pena segnalarvi.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Anzitutto mi preme ringraziare Nando¤ per l’ospitalità, amico di lunga data ed ormai inseparabile compagno di ventura assieme a Pino¤, Gerardo¤ e Fabrizio con i quali – benedetto il vino! – riusciamo a divertirci da matti senza prenderci troppo sul serio dinanzi pure a certe belle bottiglie.

E poi Vincenzo Mercurio¤, come sempre di una disponibilità e serietà professionale impagabile, capace di tenere testa ad un gruppo di sbevazzatori professionisti a quanto dire abbastanza recalcitranti; amicizia preziosissima la sua, come sempre più sopraffina sembra maturare la sua esperienza nelle cantine in giro per l’Italia.

Il territorio, il varietale, le idee, il vino. Sono temi che aprono scenari infiniti, accendono il dibattito, possono confondere e indurre in tentazioni più o meno lecite. Ma non chi ha capito bene qual è il suo ruolo dietro e davanti una bottiglia di vino. Mentre là fuori si scannano tra conservatori ed avanguardisti, convenzionali e vinnaturisti, della qualità e bontà espressiva del vino siffatto sembrano occuparsene sempre meno purché i principi, il manifesto, siano etici e in qualche modo riconducibili ad una sigla, un marchio, un’associazione.

Ecco perché mi piace l’approccio di Mercurio col suo lavoro: non ammette preconcetti e nemmeno deroghe ma lunghe ed appassionate riflessioni, tanto studio, che lo hanno condotto con la stessa dovizia a mettere mano nella patria del fiano di Avellino e dell’aglianico (dove ha mosso i primi passi) come nella Calabria della guarnaccia e del magliocco, piuttosto che in Puglia, a Ponza o sull’Isola dei Nuraghi, tirando via sempre risultati molto incoraggianti, di grande precisione espressiva e, a quanto pare, assolutamente mai banali, pure con quei varietali cosiddetti difficili e/o minori. Così, giusto per farvi qualche buono esempio mettete da parte questi tre/quattro buoni consigli e fatemi sapere.

Vestalis 2011 Cantine Barone, Pircoca 2011 Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Paestum bianco Vestalis 2011 Cantine Barone. Dal Cilento, un fiano in purezza di buona caratura che va atteso con calma, lasciandolo respirare, aprire per bene; è stato capace di smentirmi seccamente, non appena svestita quell’onta un po’ burrosa e legnosa tanto stile italiota anni novanta. Alla lunga infatti s’è ricomposto venendo fuori in grande spolvero, suave, succoso e minerale. Ciononostante rimane il dubbio di un refrain – legittimo, per amor di Dio – ma sempre meno attuale che non so quanti palati siano ancora disposti a rivivere. Comunque sono poco meno di un migliaio di bottiglie, magari per i nostalgici, che arricchiscono il carnet di una bella realtà cilentana.

Terre di Cosenza Pircoca 2011 Masseria Falvo. Pregevole l’impegno portato avanti ai piedi del Pollino, nel cuore più antico della Calabria. Dell’azienda¤ e dei Falvo¤ ne ho scritto a più riprese già l’anno scorso e questo duemilaundici conferma a pieno il grande lavoro che si sta facendo là da quelle parti. E’ gentile e sapido il Pircoca, ma la prova tangibile della gran materia prima è il loro poderoso cru di guarnaccia, il Donna Filomena 2011, che si conferma un bianco davvero interessante, minerale, fitto, di grande compattezza. Insolito ed intrigante.

Campania Aglianico 2007 I Favati, Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa - foto A. Di Costanzo

Campania Aglianico Venticinque 2007 I Favati. Un gran bel rosso fuori dal tempo, un Taurasi a tutti gli effetti se non fosse che il disciplinare non vede la borgognotta tra le bottiglie ammesse come contenitore ideale, per questo declassato a igt. Un naso di grande slancio, dapprima di pepe e tabacco, poi di caffè e Mon Cherì. Il sorso è invece classicheggiante, asciutto, con un tannino nerboruto ed affilato. Un contrasto invitante e stimolante ad ogni sorso. Con uve dalle vigne di Venticano.

Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa. Siamo al recupero di uno tra i varietali più antichi dell’amata Sardegna, un lavoro quasi archeologico. Il cagnulari non è certo il più conosciuto tra i rossi isolani fuori dai confini regionali, tant’è che pure quando prodotto lo si preferisce in uvaggio, come da taglio, crudo e fiero com’è. Approccio molto interessante, dal naso ciliegioso e polveroso, il sorso è ricco di polpa e glicerina sebbene supportato da una precisa, quasi millimetrica impronta acido-tannica; sgraziato il finale bello caldo. Gavino Ledda¤, scrittore e storico della cultura sarda, ne ha fatto il vino della libertà, lièrra appunto.

Grazie a Karen Phillips¤, la foto in copertina è sua. Ma anche a Michela Guadagno¤, Giovanni Piezzo e Aniello Nunziata (Torre del Saracino), Michele Grande, Alessandro Manna¤, con i quali è venuto fuori proprio un bel pomeriggio!

T’amo o t’odio, così è per il Cerdeña ’08 Argiolas

5 maggio 2012

L’etichetta è a mio avviso una delle più belle in circolazione, rappresenta l´isola di Sardegna, Cerdeña in catalano, presa da una vecchia carta contenuta nell´Atlante nautico isolano del 1375, detto di Re Carlo V di Francia. La zona interna dell´isola, segnalata con il colore marrone quasi a sottolinearne la sua vocazione montuosa, è decorata da finissimi arabeschi multicolori.

Nasce con l’intento di valorizzare al massimo il vermentino pur accompagnandosi con altre varietà autoctone locali tra le quali il prezioso nasco; ha, anche per questo, una impronta gusto olfattiva molto particolare. Prodotto per la prima volta nel 2000, anche per il Cerdeña come per tanti vini passati in barriques nati a cavallo tra gli anni novanta e duemila si è dovuto faticare non poco prima di centrare appieno il giusto equilibrio con il legno; rimane il bianco di punta della produzione della famiglia Argiolas, un vino che all’approccio ricorda alcune delle più felici versioni secche di un’altro particolare classico bianco isolano italiano, il moscato di Pantelleria, dal naso intriso di fragranti dolcezze mediterranee ed un sorso invece asciutto e salino, talvolta spiazzante.

Il colore porta con se tutto il sole di Sardegna, il naso gode di una timbrica impressionante, è ampio e tremendamente persistente. L’attacco è quasi pungente, decisamente esotico, dalla miriade di fiori passiti si vira immediatamente su profumi più netti e distintivi di frutta secca, miele e burro con sfumature speziate ed eteree quantomeno originali; un ventaglio davvero particolare, unico, dove le note di mallo di noce e mandorla fanno il paio con finissimi sentori di zenzero candito e zafferano in polvere. Il gusto è intenso, in bocca è asciutto e di buona persistenza, ha struttura e buona tensione acida, nonostante l’alcol, chiude quindi particolarmente sapido con un ritorno molto piacevole di profusa dolcezza retro olfattiva. Non è certo a buon mercato, siamo infatti decisamente sopra i 30 euro in enoteca, però penso che almeno una volta si può provarlo. E amarlo, ma anche no!

Monti, Vermentino di Gallura Le Conche 2009

14 aprile 2010

 

Mi guardo intorno, ricordo il sole, sento l’acqua di mare asciugarsi sulla pelle arrossata, il chiarore delle acque confondersi con la sabbia e le pietre bianche di Stintino. 

Guardo le facce che sbucano dagli stands e rivedo quelle stesse facce che ho imparato ad ammirare durante la lunga cavalcata per le terre sarde di qualche anno fa. Appena venti giorni, a rincorrere le migliori bevute tra Arzachena ed Alghero, tra Jerzu e Bosa ma speciali e necessari a scoprire quei Vermentino, Cannonau e Malvasia entrati poi prepotentemente nel mio immaginario come essenze, di un salino appagamento i primi, di terragna possenza i secondi e di dolce perdizione i vini e le acquaviti prodotti a Bosa, nelle piccole vigne subito a ridosso della piccola insenatura della costa algherese: profumi e sapori poco replicabili altrove. 

Sono quindi di nuovo in Sardegna, al Vinitaly, a dire il vero solo di passaggio, un giorno solo, ma non per questo spocchioso ne tantomeno svogliato, tutt’altro; Ho salutato alcuni amici, mi sono guardato un po’ in giro ed ho bevuto diverse cose interessanti, alcune proprio notevoli. Nonostante molti tendano a sottolineare di preferire volgere lo sguardo altrove, la kermesse veronese riesce comunque, ancora, a proporre cose interessanti, basta, secondo me, venirci preparati, a lavorare e non a fare passerella. 

Mi accoglie Salvator Paolo Isoni, ci sediamo e gli chiediamo di poter assaggiare quanto di buono ha da proporci. Intorno è un via vai di persone, il padiglione è affollato e questo è un bel segnale per una terra che ha offerto sempre grandi vini pur rimanendo sempre una misconosciuta sulla scena mediatica. Il geometra Isoni – geometra, non esita a sottolinearlo – inizia a raccontarci della Gallura e delle sue terre, delle origini e delle prospettive: “assaggiare i vini è un momento di memoria di luoghi ed uomini, ascoltare la loro storia può rivelarne la presenza”. 

Pedra Majore è nel cuore della Gallura, sulla “via delle Conche”, a pochi chilometri dal mare e dall’aeroporto di Olbia, “noi Isoni (Hysony) camminiamo la nostra terra da tre generazioni e produciamo  uve e vino di qualità da sempre”. “Mio padre Giovanni Battista è stato il fondatore e colui che ha dato grande impulso all’attività aziendale con il suo carisma e la sua rettitudine sin dagli anni ’70 e ’80, oggi certi principi, come per esempio la coltura biologica e le micro vinificazioni non sono altro che la continuazione dei suoi dettami”. 

Mi racconta dei terreni, del granito (“le conche”, appunto), della vegetazione, ricca di sugherete e macchia mediterranea e della vicinanza del mare, aspetti questi che ritrovo sintetizzati in maniera disarmante nel calice che ho di fronte, e siamo solo al primo vino della batteria. Il “Le Conche” è un vino da amare appassionatamente, per bere bene, anche un bicchiere in più, spendere poco e ricordare tutto quello che si è mangiato. Spesso certi vini, anche bianchi, talvolta pure isolani, sanno essere belli e prestanti ma egoisti e protagonisti. Questo Vermentino di Gallura è cristallino, di colore paglierino scarico, quasi verde. Il naso è molto intenso, invitante, minerale, granitico appunto, poi fruttato e balsamico; Note di pesco e frutti tropicali molto eleganti, macchia mediterranea. In bocca è secco, abbastanza caldo, arriva appena ai tredici gradi e possiede acidità da vendere, freschezza strisciante, sapidità appagante. Che vino, appena 8 euro in enoteca! 


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