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Un sorso di autentica leggerezza, Valdobbiadene Prosecco Superiore Audax Zero.3 2019 Bortolomiol

1 maggio 2020
Sono trascorsi poco più di dieci anni da quando nel 2009 la parola “Prosecco” è divenuta identificativa di un vino a denominazione di origine e non più della varietà di uva con la quale veniva prodotto, mentre quest’ultima ha ripreso di fatto il nome Glera, suo antesignano originario del Friuli.

E’ bene ricordare infatti che da quel preciso momento storico è vino Prosecco quello che proviene esclusivamente da un’area di produzione geograficamente collocata nel nord-est italiano, lungo i territori che attraversano diverse province a cavallo delle regioni Veneto e Friuli, all’interno dei quali insistono, a livello piramidale, più denominazioni di origine che ne certificano la qualità: alla base di questa piramide c’è la Doc Prosecco, cui segue la Doc Prosecco Treviso, la Docg Asolo Prosecco che ancor più ne circoscrive la produzione in un’area specifica di 19 comuni attorno ad Asolo, nel trevigiano, sino ad arrivare alla Docg Conegliano Valdobbiadene Superiore che identifica i vini prodotti nei 15 comuni dell’area storica del Prosecco al cui apice c’è la Docg Valdobbiadene Superiore di Cartizze.

Seppure a molti appaia complicato questo giro di denominazioni è abbastanza chiaro coglierne l’intento del legislatore: fintanto che “Prosecco” indicava un vitigno e non una zona di produzione, sarebbe stata inefficace qualsiasi prova di tutela (vedi la diatriba tra Tokaji ungherese – denominazione – e Tocai Friulano – vitigno), vi era quindi la necessità di salvaguardare il prezioso aspetto storico e culturale delle aree più vocate – oggi le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sono Patrimonio dell’Umanità Unesco -, senza però trascurare il valore economico delle grandi estensioni produttive di pianura che hanno di fatto contribuito a rendere il Prosecco una delle produzioni enologiche italiane più famose nel mondo, tanto da entrare di diritto anche nel vocabolario Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary¤, uno dei più importanti vocabolari ufficiali degli Stati Uniti.

Tra i tanti protagonisti di questa lunga cavalcata c’è sicuramente Giuliano Bortolomiol, tra i primi nel secondo dopoguerra a raccogliere l’eredità dei pionieri, ad intuire il valore di spumantizzare un Prosecco brut e sin dal principio convinto sostenitore dell’utilizzo del metodo Charmat nella produzione dei suoi vini. L’azienda, fondata nel 1949, è guidata oggi dalle figlie Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana che sin dal 2001, sono passati quasi vent’anni, hanno avviato una progressiva conversione vitivinicola e una profonda ristrutturazione aziendale con al centro il ”Parco della Filandetta”, una splendida area ricavata dal restauro di un’antica filanda nel cuore di Valdobbiadene che riunisce al suo interno la cantina di vinificazione, spazi per la degustazione ed un vigneto biologico. Uno scatto verso il futuro nel segno della memoria e dei valori storici del territorio.

Un segno distintivo di questo percorso di qualità ci è parso l’Audax Zero.3, vino della Collezione Tradizionali, millesimo duemiladiciannove; nel bicchiere ci arriva un Prosecco molto interessante, dal colore giallo verdolino brillante, con bolle mediamente fini e dal profumo invitante e delicato. Prodotto con uve Glera in purezza, 12% di alcol in volume in etichetta, ha un naso lievemente aromatico, un po’ ”verde”, va sull’erbaceo ma è capace di consegnare anche delicati sentori di fiori d’arancio e frutta a polpa bianca; in bocca è secco, il contenuto zuccherino è infatti ai minimi, ma nessuna forzatura eccessiva, è certamente armonico per la tipologia e anzi, pare garantire tanta piacevole freschezza, un extra brut che ci regala un sorso di autentica leggerezza.

Leggi anche Il Prosecco biologico Ius Naturae di Bortolomiol Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il Prosecco ieri, oggi e domani. E dell’ottimo “Ius Naturae” 2011 della famiglia Bortolomiol

12 settembre 2012

La domanda del giorno è: cosa ne vogliamo fare di questo Prosecco oltre che continuare ad allungargli sempre di più il nome?

La domanda me la pongo da un po’ di tempo, da quando, penso un paio d’anni fa, mi accorsi, leggendo dalle pagine di una delle ultime Duemilavini ricevute che gran parte dei produttori di “Prosecco di Valdobbiadene” erano passati, apparentemente così d’emblé, dall’utilizzo di uve prosecco al 100% al ben più “povero” e diffuso glera, chi in uvaggio, chi invece addirittura in purezza.

Ad un mio commento a caldo su Facebook, dove mi dicevo sinceramente un po’ confuso sull’argomento, qualche giorno più tardi, un giovane (bravo) produttore di prosecco di Asolo mi avvisava che non c’era tanto da stupirsi poiché in realtà in molti si preparavano semplicemente allo sbarco della nuova docg Valdobbiadene Prosecco Superiore che sarebbe arrivata di lì a poco.

Perché? Cosa stava per accadere al vino spumante italiano che da anni, secondo l’ex Ministro ed attuale Governatore della Regione Veneto Luca Zaia, va sfidando in giro per il mondo i consumi dello Champagne? Senza entrare troppo nel merito della faccenda è bene sapere che dal 1 Aprile 2010 la parola “Prosecco” è divenuta identificativa di un vino a denominazione di origine e non più di una varietà di uva. Quest’ultima ha assunto il nome di glera.

In parole povere oggi il “Prosecco è un vino ricavato da uve di varietà glera prodotto solo nel nord est d’Italia, rigidamente vincolato da un disciplinare che ne distingue le diverse varietà qualitative in base alla zona di origine”. Per dirne una, chiunque in Italia o nel mondo che vorrà acquistare barbatelle di glera (non più di prosecco) potrà chiamare il vino “Prosecco” solo se esse crescono nelle zone previste dal disciplinare, in caso contrario sarà “costretto” a chiamarlo “Glera” ed in etichetta potrà riportare solo il nome “Glera” (frizzante, Spumante, ecc.) senza nessun riferimento o legame al Prosecco. Più chiaro di così…

E’ evidente quindi che con queste prospettive in molti si stanno dando un gran da fare per migliorare sia la propria presenza sul mercato che, in senso più stretto, la qualità stessa dei vini proposti. Qualità che, sia chiaro, a certi livelli viene garantita da anni, ma è indubbio che questa svolta, che possiamo tranquillamente definire epocale sul Prosecco, è di grande stimolo per tutti produttori a fare sempre meglio.

Ecco quindi capitarmi a tiro lo Ius Naturae 2011 di Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana Bortolomiol che, oltre al nome lunghissimo in etichetta, viene presentato come la sintesi del lavoro di anni di conversione al biologico di alcuni vigneti di famiglia proprio nel cuore di Valdobbiadene, all’interno del Parco della Filandetta.

Un Brut, Millesimato, molto interessante: ha bollicine abbastanza fini ed un colore molto invitante, paglierino assai luminoso. Il naso è sincero, ha un buon timbro minerale e i sentori sono fragranti e puliti. Il sorso è fresco, equilibrato, la sensazione zuccherina appare ben contrastata da una buona dose acida e dalla giusta sapidità. La strada mi sembra quella giusta, conserva – vivaddìo! – grande bevibilità ed è questo, al di là di lustrini e paillettes, che desidero non manchi mai a questo vino.

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Qui il viaggio nelle terre del prosecco di qualche anno fa.


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