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Se questo non è un grande vino, parliamo del Terra di Lavoro 2016 di Galardi

7 maggio 2019

Ci sono almeno due notizie importanti da considerare: la prima è che l’etichetta, abbandonata definitivamente nel 2012 l’igt Roccamonfina per abbracciare l’indicazione geografica tipica Campania, si candida con pieno titolo a diventare vino-icona regionale nel mondo; l’altra è che l’azienda, per la prima volta dalla sua fondazione, uscirà con un secondo vino, dal nome Terra di Rosso, da Piedirosso in purezza, che certifica, semmai ve ne fosse ancora bisogno, quanto questo straordinario vitigno va conquistandosi sempre più spazio sui mercati (anche) internazionali.  

L’azienda di San Carlo di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, giusto per riprenderne velocemente le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Il vigneto, con la cantina, sono immersi nel parco regionale di Roccamonfina, di tutta la proprietà sono circa 10 gli ettari votati alla coltura di Aglianico e Piedirosso per una produzione media annuale che si aggira sulle 30.000 bottiglie, cui si aggiungono uno splendido olio extravergine di oliva e, come detto, da quest’anno, con l’annata duemiladiciassette, una prima uscita di poco più di 6.500 bottiglie di Terra di Rosso.

Ci sono alcune tappe fondamentali nella storia di questa azienda che, dopo l’esordio del ’94, visse un primo punto di svolta importante con l’annata ’99, probabilmente l’inizio di tutto, la spinta decisiva per quello che poi è diventato il Terra di Lavoro per gli appassionati di tutto il mondo, un grande vino italiano. Da qui, a distanza di circa un decennio, con l’annata ’08¤, altro millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima, si riuscì a mettere un’altra pietra miliare fondamentale nella storia di questa splendida realtà.

Affrontiamo certe etichette sempre con grande riverenza, in questo caso, come raramente accade, la sentiamo dovuta e necessaria seppure mai declamata abbastanza come di sovente avviene invece per tante altre blasonate etichette italiane. E’ stata un’annata particolarmente complessa la duemilasedici, fredda e piovosa, ma questo non ha impedito a nostro avviso di tirare fuori tratti caratteristici peculiari che ritroviamo in larga parte sin dal colore, poi nel corpo e nella finissima tessitura acido-tannica del vino.

Dal colore vivace, le pareti del calice sono pennellate di un velo rubino porpora di rara lucentezza, il naso è sfrontato, ricco di sfumature, giocato però anzitutto sul frutto, polposo e fragrante, fine ed elegante, accompagnato ad ogni passaggio da gradevolissime sensazioni balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca è carnoso, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma per niente aggressivo, il sorso è infatti dinamico, avvolgente, dal sapore persistente, sapido e minerale. Se questo non è un grande vino…

© L’Arcante – riproduzione riservata

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