Posts Tagged ‘celentano’

Il Terra di Rosso 2017 di Galardi e l’apologia del Piedirosso in Campania

19 maggio 2020

Ci avviciniamo a questo delizioso rosso a distanza di qualche mese dalla sua primissima uscita sul mercato, Terra di Rosso è un vino prodotto con solo uve Piedirosso provenienti da una delle splendide vigne di San Carlo di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, di proprietà dell’azienda, nel pieno della sua maturità espressiva.

”I Galardi” – se così possiamo permetterci di sintetizzare il fortunato incrocio di passioni e devozione per questo meraviglioso pezzo di Terra di Lavoro dei cugini Roberto Selvaggi, la moglie Maria Luisa Murena, Arturo e Dora Celentano e Francesco Catello -, con questa nuova etichetta inaugurano un nuovo corso produttivo, non più appannaggio del solo Terra di Lavoro¤, peraltro conosciuto e già molto apprezzato in tutto il mondo per la sua costanza qualitativa, sdoganando l’idea di un secondo vino che non sia però una seconda scelta, bensì un progetto del tutto dedicato specificatamente al Piedirosso.

Una varietà a cui siamo notoriamente molto affezionati, per lungo tempo lasciata al suo destino di figlio di un Bacco minore ma che, come abbiamo avuto modo di cogliere più volte negli ultimi anni su queste pagine, resta capace, in certi luoghi, nelle mani giuste, di venire fuori con vini di grande personalità, finanche di raffinata eleganza, non più banalizzato a causa di alcuni difetti cronici di interpretazione ma esaltato per delle sue peculiarità specifiche.

Il Piedirosso ama le sabbie e i terreni vulcanici, non disdegna temperature fresche, non a caso due caratteristiche specifiche del territorio di San Carlo di Sessa Aurunca, alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina. A queste vi si aggiungano l’età delle piante, in media sopra i 20 anni e quindi nel pieno della loro maturità produttiva e, ancora, l’esperienza dell’azienda lanciatissima verso il suo primo trentennio di vita, capace quindi di leggere ed interpretare perfettamente il territorio e il vigneto, l’umore dei frutti che ne vengono fuori, la giusta misura del legno e del manico in cantina.

La discesa in campo dell’azienda di Roccamonfina sul tema Piedirosso trova non pochi consensi nella storia vitivinicola regionale e ne avalla peraltro l’apologia manifesta degli ultimi anni. Alla base di questo momento fortunato ci sono però radici storiche forti, troppe volte negate, si pensi solo al suo impiego già previsto nel primo disciplinare del Taurasi¤ doc, anno 1970, dove vi entrava in uvaggio con l’Aglianico, come pure in diversi altri disciplinari regionali che ne fanno da sempre, in certi territori, il varietale in larga parte più diffuso, se non il protagonista assoluto, come ad esempio accade nei Campi Flegrei o a Ischia e in certe zone del Beneventano.

Assistiamo tra l’altro negli ultimi anni ad un lento ma inesorabile cambiamento di fronte sul piano gustativo; un tempo si ricercavano prevalentemente vini opulenti e comunque di grande struttura, ora la situazione si va praticamente ribaltando, almeno in certi contesti. E’ in atto una costante inversione di tendenza laddove alla potenza, la concentrazione e le alte gradazioni alcoliche di pesi massimi vengono preferiti la finezza, l’eleganza e la bevibilità di pesi medi-leggeri, anche quando tratteggiati da gradazioni alcoliche non necessariamente contenute. Non più, quindi, vini centometristi ma maratoneti, vini ossuti più che muscolosi, vieppiù quando identitari e di spiccata personalità varietale e territoriale.

Terra di Rosso duemiladiciassette si va collocando a nostro parere proprio nel mezzo di questa storia, se da un lato dà il via ad una nuova stimolante sfida per Galardi, valorizzandone un pezzo di vigna di proprietà, un nuovo percorso stimolante, dall’altro saprà contribuire grazie al suo successo, la sua affermazione internazionale, di cui siamo certi, nel dare maggiore lustro al territorio di Roccamonfina e a questo vitigno che qui ci ha trovato senz’altro un ambiente favorevole e particolarmente vocato.

I presupposti, già con questa ”Prima”, sembrano esserci tutti: nel bicchiere ci arriva un vino dallo splendido colore rubino con vivaci riflessi violacei, di media concentrazione; il naso è subito fruttato e floreale, elegante e raffinato, profuma di rosa e violetta, di melograno e ciliegia, presto ne siamo certi svestirà anche quelle ultime nuances tostate regalate dal passaggio in legno nuovo, lasciando così spazio alla franchezza e alla bontà del frutto che ritroviamo scrocchiante e polposo, persistente sin dal primo sorso, è un rosso di buon corpo e tratteggiato da tannino lieve e morbido. Decisamente un buon esordio per un debuttante!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ti lascio una canzone, dolce melodia…

30 marzo 2010

Urlatori è il nome attribuito dalla stampa italiana dell’epoca a una corrente canora che ha segnato una stagione musicale relativamente breve nel nostro paese, all’epoca del boom economico, fra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. La cifra stilistica di questa sorta di tecnica interpretativa, favorita dal diffondersi dei primi juke-box, era data da una voce ad alto volume, espressa in maniera disadorna e priva degli abbellimenti tipici del canto “melodico”.

Il termine era mutuato dal vocabolo di lingua inglese shouter (appunto, urlatore) che etichettava fin dalla fine degli anni quaranta star del rock statunitense come Howling Wolf (il Lupo solitario poi ricordato in American Graffiti) e Joe Turner, rispettivamente icone del nuovo sound nascente, che mescolava il boogie-woogie bianco alla durezza ritmica del blues di matrice nera, così come veniva praticato a Memphis o a Kansas City. I maggiori esponenti degli urlatori, prevalentemente collegati a etichette con sede a Milano, a quel tempo capitale del mercato discografico, furono cantanti all’epoca molto giovani, destinati – sia pure in misura diversa – a percorrere carriere di successo, come Tony Dallara, Joe Sentieri, Adriano Celentano, Clem Sacco (ve lo ricordate?), Ricky Gianco, Giorgio Gaber, Gene Colonnello, e, fra le voci femminili, Betty Curtis, Jenny Luna, nonché Mina, poi divenuta celeberrima com’è.

Ci fu, in quel tempo, una polemica che fece particolare scalpore, creata e amplificata ad hoc dalla stampa dell’epoca, che contrapponeva gli urlatori agli interpreti della melodia all’italiana (vedi Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, ecc…). Negli anni in cui prendeva campo anche in Italia la musica rock, diventata fenomeno di costume con Elvis Presley, Claudio Villa fu uno dei pochi a capire che l’unico modo per combattere l’offensiva dei cantanti della nuova ondata era quello di usarne gli stessi mezzi di propaganda: questa fu la funzione dei fan club del “reuccio” e dei suoi atteggiamenti provocatori che a lungo fecero notizia in quegli anni.

Il fenomeno degli urlatori faceva pensare a una rivoluzione in atto del gusto e del mercato che coinvolgeva autori, arrangiatori, editori e cantanti. Così non è stato, appena qualche anno dopo, gli urlatori lasciano il posto, grazie anche all’avvento della british invasion e il conseguente arrivo in Italia di gruppi pop la cui musica era ispirata a quella dei Beatles, ad artisti che sarebbero stati, di lì in avanti, etichettati come rocker o cantanti beat: ad esempio, Gianni Pettenati e Patty Pravo fra i solisti, e The Rokes, Equipe 84, Camaleonti, Dik Dik tra i gruppi.

Ai numerosi lettori di questo blog, più di 15000 in appena quattro mesi, questo post risulterà quantomeno fuori tema, “off topic” come amano dire certi blogger più affermati ed affamati di blogosfera: è un piccolo omaggio alla tradizione centenaria della musica popolare in Italia, che ha visto, forse, il suo più alto gradimento proprio negli anni più laboriosi e virtuosi che ha vissuto il nostro bel paese, anni di duro lavoro, spesso sommesso, indirizzati ad affermare per ognuno il proprio ideale di vita, sociale e professionale, pur rimanendo nell’assoluto rispetto dei ruoli. E’ anche, poco velatamente, un invito ad abbassare i toni,a quanto pare un tantino “alticci” nelle utlime settimane, dal caso striscia in avanti sino ai presunti striscianti seguaci di poliphemo, del tipo grande e grosso nella sua “caverna”, meno tra la gente comune quando diviene piccolo e defilato. Anche perchè, come ampiamente raccontato, storia alla mano, gli urlatori hanno avuto vita breve, chi seppe gestire al meglio il proprio talento ebbe grandi opportunità di crescita ed affermò naturalmente stili e proposte, divenute nel tempo patrimonio della nostra musica, Mina e Celentano su tutti; Gli altri, a parte l’istrionico Gaber, hanno poi consumato il resto della loro vita professionale tra comparsate e festival di Sanremo “per buon cuore degli organizzatori” sino a rimanere vagabondi nel dimenticatoio.

Ecco perché dico: abbasso gli urlatori! Nel vino come nella musica, abbiamo bisogno di melodie e non di isterismi galoppanti da frustrazione cronica dilagante, ed incipiente; Oltretutto, ma questa è solo una nota a margine, taluni urlatori, come hanno dimostrato i fatti, di talento, manco alla Gianni Pettenati, assolutamente niente, non pervenuto; Io, dal canto mio, scusate il gioco di parole musicale (sono pure stonato), di Claudio Villa possono ritenermi un esimio ammiratore, ma sono assolutamente poco incline alla sua epocale ficcante vocazione propagandistica, pertanto, e qui chiudo questo post, posso affermare con certezza che certi ritornelli, seppur piacevolmente orecchiabili, alla lunga possono stancare; Ecco perchè, per quanto amaro possa essere il boccone, buttiamolo giù, gridiamo abbasso gli urlatori, loro se ne faranno una ragione (forse) e noi, beh, almeno sapremo cosa ci abbiamo bevuto sopra.

Terra di Lavoro 2006, appuntamento mancato

21 novembre 2009

Premessa: ho scoperto personalmente Galardi poco più di una decina di anni fa, ne avevo sentito parlare durante una bella serata di degustazione presso l’enoteca La Botte di Casagiove, dove, aspirante sommelier mi ero recato con alcuni amici di bevute. Poco dopo, incuriosito e convinto che ne valesse la pena organizzai con gli stessi amici una giornata fuoriporta a Roccamonfina, ufficialmente per raccogliere castagne e mangiare il casatiello ma in realtà avevo già fissato un appuntamento con la signora Maria Luisa Murena con la speranza di fare un giro in cantina a San Carlo di Sessa Aurunca alla scoperta di questo nuovo gioiello di cui si parlava un gran bene e si diceva lanciata alla conquista di un posto al sole nella enologia campana.

L’azienda era un cantiere aperto, si stava lavorando alacremente alla nuova piccola area di vinificazione dove c’erano già i primi macchinari tecnologicamente avanzati consigliati da Cotarella per salvaguardare la grande qualità della materia prima raccolta in vigna; ascoltare il racconto del progetto Galardi da Maria Luisa e poi le parole di Arturo Celentano che ci raggiunse più tardi giù nella barriccaia (scarna ma molto suggestiva) bastò a darmi la sensazione che di questo vino se ne sarebbe parlato a lungo e difficilmente con sufficienza: e così è stato.

Da allora sono passati diversi anni, tutti i Novanta dei “vini bianchi burrosi e vanigliati” e dei rossi merlotizzati e cabernetizzati, sta passando lentamente anche questo primo decennio del duemila che tra le tante ha visto passarci tra le mani vini di molti produttori improvvisati e di tanti affaristi sprovveduti che speravano in un’onda lunga infinita e che invece si sono ritrovati svuotati e decisamente “alla canna”: ecco, queste sono alcune deficienze di cui per fortuna non avremo certamente rimpianti. Ci rimangono però diverse certezze, soprattutto in Campania, seppur qualcuno ancora fatichi a comprenderlo, una delle quali è che il futuro del nostro vino è racchiuso in due aggettivi semplici e complementari, a volte talmente naturali da apparire banali, eppure mai scontati: autenticità ed originalità. Una originalità – sia chiaro – non dettata da chiusure antiche e vetuste ma bensì dall’intuito e dal pensiero moderno che si deve avere oggi della “tradizione”, ed una autenticità che solo chi ama la terra ed i suoi frutti sa esprimere a livelli altissimi.

 

Dell’annata 2006 me ne sono occupato già agli inizi di quest’anno (vedi qui) e in linea di massima non c’è granchè da aggiungere tranne che per una (mancata) evoluzione soprattutto gustativa che mi ha lasciato non poco perplesso. Il vino è spesso sinonimo di moto continuo, si spera in continua evoluzione e nonostante l’annata duemilasei sia stata definita da qualcuno minore, pare e mi aveva certamente convinto già al primo assaggio di aprile che ne fosse venuto fuori comunque un piccolo capolavoro di equilibrio e godibilità tra le componenti austere ed eleganti dell’aglianico e del piedirosso di cui è composto, nonostante il ricordo dell’eccellente 2004 rischi ogni volta di sopraffare le mie aspettative.

Il colore è rimasto di un bel rosso rubino integro e poco trasparente, mediamente consistente. Il primo naso è caratterizzato da sentori floreali secchi e fruttati in confettura, col tempo, nel bicchiere si distinguono nitidamente sentori rosa passita, amarena, poi mora e mirtillo sino a note di pepe nero, carruba ed una lieve sensazione balsamica. In bocca è secco, abbastanza caldo e di buon corpo, il tannino già evidente e pronunciato all’esordio qui è amplificato da una nota acida slegata che ne esalta in maniera inopportuna una durezza tanto inaspettata quanto pressante e per niente supportata dalla sapidità. Ne risente innanzitutto l’equilibrio gustativo oltre che l’armonia complessiva, un frutto così nitido e così avvincente al naso non può rivelarsi così risoluto ed in così poco tempo: è vero sono note di durezza che tendenzialmente dovrebbero assopirsi, ma appena pochi mesi fà questa durezza era più contenuta, meno evidente, non così invadente.

Insomma rimane quell’anima draconiana che affascina e che lascia davvero poco spazio all’ovvietà ma di certo mi conduce a rivedere, al momento, quell’apertura alle molte aspettative che in questo caso appaiono sfuggite ad una complessità non proprio esemplare ed avvincente come da manuale. A volte certi vini manifestano staticità, ma non per questo hanno finito il loro percorso evolutivo, così mi strappo una promessa, di riassaggiarlo almeno tra sei mesi, e vediamo cosa accade.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: