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Cesinali, Taurasi Terzotratto 2004 I Favati

7 dicembre 2009

Quale futuro per il Taurasi? Molti vedono lustrini e paillettes, tanti ci sperano, qualcuno storce il naso e rimane a guardare. Continuare e bere l’aglianico di Taurasi ci servirà nel frattempo per capire quale strada si sta percorrendo e quali le difficoltà più ardue per la comprensione di un vino tanto importante nel panorama enologico italiano quanto incompreso soprattutto dal mercato internazionale.

Il Terzotratto 2004 sancisce il debutto dell’azienda di Piersabino e Giancarlo Favati nella denominazione di origine controllata e garantita più prestigiosa del sud Italia, la prima in assoluto, anche nella stessa Irpinia prima dell’avvento, solo nel 2003, del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo; L’azienda, condotta in maniera eccellente anche dalla brava Rosanna Petrozziello, moglie di Giancarlo, era sino a qui conosciuta soprattutto per lo splendido Fiano di Avellino Pietramara, vino superbo che assieme a poche altre etichette possono vantare ancora oggi di essere un riferimento assoluto in materia bianchista nella nostra regione. Il Terzotratto nasce sotto una buona stella, il 2004 è millesimo di grande slancio evocatico, per molti addirittura l’anno zero della nouvelle vogue taurasina offrendo in generale vini eleganti, fini, risoluti nella loro trasparenza gustolfattiva di un frutto franco e caratterizzato da mineralità spinte capaci di garantirgli con molta probabilità longevità ed evoluzione per lungo tempo. Vincenzo Mercurio qui ha fatto il resto, raccogliendo la sfida ben sapendo come condensare con la sua opera in cantina tutti questi elementi.

Il colore è rosso rubino con accennate nuances tendenti al granato, vivace e poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso mostra subito un interessante ventaglio olfattivo, è subito fruttato maturo, si percepisce nitidamente la  marasca e la prugna, poi diviene etereo, sottile, note delicatamente speziate e balsamiche, pepe nero e china. In bocca è intenso, profondo, il tannino viene rincorso da una sapidità spiccata ma che ancora fatica a compensarne la durezza, rimane vivido ed espressivo per tutta la beva, piacevole e confortante di un vino di carattere e di un potenziale ancora del tutto da svelare. Esecuzione lineare per un vino di grande qualità, mi ricorda per impronta, il Macchia de’Goti di Caggiano di qualche anno fa, stilisticamente improntato sulla finezza aromatica e sulla sottile nerbatura del frutto, ancora in divenire. Da aprire almeno un paio d’ore prima di servirlo, in calici mediamenti ampi, ha bisogno di piatti caratterizzati da buona aromaticità, succulenza e morbidezza innanzitutto, penso per esempio al  maialino cotto lungamente a bassa temperatura di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.


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