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Intervallo. Crudo di mare e Carjcanti 2009 Gulfi

22 settembre 2012

Crudo di Ricciola e Gamberi rossi con capperi di Pantelleria, bottarga di tonno, salvia e pesto di basilico. Puro manifesto mediterraneo: fresco, intensamente aromatico, appena dolce, col finire piacevolmente salino.

Con un campione di leggerezza, il Carjcanti di Gulfi, un bianco sorprendente ad ogni assaggio. E’ pur vero che il naso si nasconde a lungo, il corollario agrumato, aromatico e balsamico che lo caratterizza infatti non è così sfrontato, netto come altre volte ma dove questo duemilanove appare invece superbo è in bocca: ha un sorso sottile, finissimo, sinuoso, mediterraneo, minerale, a tratti tagliente, col finale quasi fumé. Ecco, non è mica sempre necessario mostrare i muscoli per conquistarsi la scena.

Chiaramonte Gulfi, Nerojbleo 2007 Gulfi

1 febbraio 2012

Quando ti passano migliaia di bottiglie l’anno tra le mani potresti certamente vantarti quantomeno di vederne tante, e “darla a bere” come e quando vuoi. Però va da se che oltre il banale esercizio di autocelebrazione – niente male, no? – ciò che fa la differenza, sempre, non è tanto il numero quanto la qualità delle bottiglie che maneggi, che decidi poi di raccontare, e che, soprattutto, trovano conferme.

Non so se l’avete già dimenticato, ma c’è stato un momento, più o meno una decina di anni fa, che vide il nero d’Avola sbancare ovunque. Un successo incredibile, tale che a Napoli, come a Milano o Roma, per qualche anno in tutte le Osterie, Winebar ma anche nei ristoranti di rango, non si beveva altro, sempre e solo “nero siciliano”, fiumi di nero d’Avola, dai 3 ai 5 euro al litro, dai 2 agli 8 a calice, dai 10 ai 50 euro a bottiglia e, chiaramente, per vini non sempre all’altezza. Ma tant’è che si vendeva.

Un fenomeno inarrestabile, che appariva impossibile, ma tale era il successo di questo vino che dal niente, ogni anno, dalla Trinacria, venivano fuori aziende come funghi; e aziende venete, per dirne una, invece di continuare a comprarlo sfuso – per “tagliare” per esempio i loro Valpolicella, se non certi Amarone -, odorando l’affare, si industriarono subito per etichettarlo così com’era, made in Sicily, investendo talvolta direttamente sull’isola acquisendo marchi se non intere tenute agricole. E tale era il successo di questo vino che addirittura pure certe aziende campane – cose mai viste prima, o quasi -, per vendere per esempio Taurasi, non battevano ciglio alle richieste di importatori americani o di Singapore che chiedevano di ricevere con l’austero e fine aglianico irpino anche una o due pedanine di nero d’Avola. “No problem, my friends. Il confine del resto è un pezzetto di mare, è comunque south Italy!”.

Poi, come accade alla fine di un incanto, tutto s’è ridimensionato, lentamente fermato, sino a inchiodarsi. La colpa? Si certo, la crisi, il mercato, la legge dell’imponderabile. Ma più hanno potuto l’incoscienza, la cabernetizzazione o merlotizzazione che si voglia, e soprattutto una mal celata incapacità di dare subito a questo vino una propria identità precisa, un profilo autentico, un’anima, che non fosse solo il fascino di “una botta e via”, replicato a mo’ di bevanda, un semplice ingrediente, quasi con la stessa inerzia con la quale si produce cola. Ciò che in effetti pare riproporsi, se qualcuno non se ne fosse già accorto, sempre in Sicilia, pur con dimensioni (al momento) ridotte, con questa storia dei vini dell’Etna in salsa bourguignonne.

Ma tutto questo bailamme avrà pure avuto un senso? Certo che sì. Anzitutto ha contribuito a un rilancio della viticoltura siciliana, una rinascita, se così la vogliamo chiamare, auspicata e sentita, dove ognuno, nel bene e nel male, ha avuto modo di esprimere la propria idea di vino. E naturalmente poi, il suo destino.

Detto ciò ritorno volentieri su Gulfi e i vini di Salvo Foti, e l’occasione, imperdibile, è  questa bella bottiglia di rosso, indubbiamente una delle più autentiche facce del nero d’Avola di queste terre, della Val Canzeria, a Chiaramonte Gulfi. Il Nerojbleo 2007 si fa qui, su 4 ettari di vigna con esposizione est-ovest e una densità di impianto che quasi da sola suggerisce come la famiglia Catania ha ben inteso il suo impegno nel vino: circa 9.000 (!) le viti piantate per un ettaro, con il risultato, in vendemmia, di appena una manciata di grappoli per ceppo. Il colore è materia viva, di un rubino vivace con ancora con nuances porpora sull’unghia del bicchiere. Il timbro olfattivo è immediato, affascinante, subito intrigante: vinoso, balsamico, di respiro mediterraneo. Il primo naso suggerisce piccoli frutti come mirtillo e ribes nero; ma si aggregano anche note di arancia rossa e delicate sensazioni di erbe officinali, un sottile speziato e una distinta nota iodata, quasi salmastra. Il sorso è asciutto e mai pesante, tutt’altro: il vino entra in bocca succoso, con nerbo acido ben teso e un tannino praticamente diluito; avvincente il finale di bocca, lungo e piacevolmente sapido.

Chiaramonte Gulfi, Carjcanti 2008 Gulfi

8 settembre 2011

Scrivi carricante e t’immagini l’Etna, così il pensiero va subito al Pietramarina, il piccolo gioiello di Giuseppe Benanti che (mi) ha aperto questo vitigno a letture organolettiche sino ad allora inesplorate. E ogni anno sempre con maggiori attese ed attenzioni.

Carjcanti invece è il vino di Gulfi, l’azienda fondata da Vito Catania, oggi nelle mani del figlio Matteo, e portata e raccontata in giro per il mondo – con la sua “I Vigneri” – dall’enologo Salvo Foti, uno dei massimi studiosi nonché conoscitori dei vitigni autoctoni siciliani e mostro sacro dell’enologia isolana; manco a dirlo, lo stesso di Benanti.

Sull’Etna le vigne si levano dalla cenere, e si sa che qui, come forse in nessun altro posto al mondo, più che il vitigno è il microclima, particolarissimo, a contribuire in maniera decisiva a produrre vini di altissima espressività territoriale. Ma pure a Chiaramonte Gulfi, siamo in Valcanzjria, nel ragusano, 150 chilometri più a sud, pare farsi strada un ottimo clone, arrivato proprio dalle pendici del vulcano e per niente lontano da quel modello già apprezzato nei bellissimi bianchi etnei.

Il Carjcanti 2008, con un piccolo saldo di albanello, altro vitigno autoctono locale, richiama immediatamente alla mente le tracce lasciate impresse dalle precedenti vendemmie: vivida brillantezza nel colore, naso costantemente irrorato da sentori minerali e palato di grande sapidità e nerbo acido; il tutto al servizio di un fuoriclasse lanciato spedito nella rincorsa del tempo. La Vigna Campo è per lo più caratterizzata da terreni calcareo-argillosi, impiantata ad alberello, proprio come sull’Etna – con un sistema però meccanizzato, alla borgognona – con una densità di circa 9000 viti per ettaro; il vino tendenzialmente affina parte in acciaio e parte in barrique da 225 litri e in fusti da da 500 litri. Il colore è di un bellissimo dorato acceso, il primo naso è figlio del sole, con sentori fruttati di mango e pesca e scorzette di limone, poi i profumi si distendono in ampiezza e profondità, foraggiati continuamente da reminescenze balsamiche e speziate, sentori erbacei, quindi minerali, e sul finale canditi, di infinita eleganza, finezza e acutezza. In bocca l’ingresso è deciso, spicca inizialmente per l’essenza acida tipica del varietale, ma il sorso viene subito sopraffatto dall’insistente sapidità e carezzato continuamente da morbida mineralità. Dodici gradi e mezzo di pura estasi degustativa, e senza nessuna preclusione per l’abbinamento: si può bere tranquillamente prima di tutto e, quando necessario, dopo tutto.


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