Posts Tagged ‘degustazione vini’

Napoli, i primi 50 anni di vite di Angelo Gaja

3 marzo 2011

Angelo Gaja

festeggia cinquant’anni di attività (1961-2011) dedicati all’azienda di famiglia, la cantina Gaja di Barbaresco. Così lunedì 21 marzo prossimo presso l’Hotel Parker’s C.so Vittorio Emanuele 135, Napoli tel. 081 7612 474, presso la Sala Ferdinando – si terranno, dalle 16.30 eccezionali degustazioni di tutti i vini di Gaja Distribuzione e Gaja. La sessione di degustazione si protrarrà per tutto il pomeriggio.

Alle ore 17:00 invece, con la partecipazione di Gimmo Cuomo e Luciano Pignataro si terrà la conferenza/dibattito “il fascino del vino”, che Angelo Gaja dedicherà esclusivamente  ad enotecari e ristoratori per illustrare la sua esperienza nel mondo del vino; un momento che è stato pensato anche per dibattere con i produttori di vino campani – invitati a condividere ed animare questo momento di particolare confronto senza dubbio nuovo e suggestivo – sul particolare momento storico della vitienologia italiana. Saranno presenti all’evento anche Lucia Gaja e Rossana Gaja. L’evento è esclusivamente su invito.

Falciano del Massico, per esempio dell’ottimo Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 Papa

28 novembre 2010

Ho conosciuto Antonio Papa più o meno un anno fa¤, ma da almeno un paio d’anni prima ero rimasto folgorato da un suo vino in particolare, il Campantuono: un vinone dall’accentuata personalità tanto persuasivo nella beva quanto masticabile nel frutto, partorito tra l’altro da una terra tra le più suggestive in Campania e sotto l’egida di una delle denominazioni più controverse – quantomeno particolarmente eteregonea – presente in regione.

Così, armato di tanta curiosità mi sono avviato sulla via per Falciano del Massico, con Mondragone, uno dei cinque comuni ammessi alla doc Falerno¤ e “specializzato” nella coltivazione di primitivo anziché, come capita negli altri casi, nell’aglianico e piedirosso, con l’obiettivo di camminarne le vigne!

La cantina è proprio nel cuore del paese, le vigne allocate poco più lontano. I Papa si dichiarano viticoltori sin dal 1900 e non mancano certo i segni di una tradizione così forte e radicata, anche quando sul finire degli anni novanta è stato necessario prendere decisioni importanti sul futuro dell’azienda stessa, che pur rimanendo un riferimento per tutto il circondario ha avuto bisogno di un forte rilancio per affermare il suo modo di intendere il primitivo, pur inconfondibile, ma che con l’allora andamento del mercato rischiava di essere coinvolto nel volano della banalizzazione e quindi bollato più comunemente come un vino dal gusto “internazionale”. La svolta, come spesso accade, non è stata immediata e nemmeno semplice da gestire, convincere per esempio lo stesso papà Gennaro ad intervenire drasticamente in vigna per dimezzare la resa per ettaro sino agli attuali 45-50 quintali non è stato certo facile, ma indispensabile, ed i risultati ad oggi gli danno ragione: in poco più di un decennio la piccola azienda di Falciano, nonostante le poche bottiglie prodotte, appena 15.000 bottiglie, si può ritenere a tutti gli effetti un piccolo gioiello della vitienologia campana, ed in quanto a primitivo senza dubbio una spanna al di sopra degli altri, e non solo in regione.

L’Azienda¤ quindi è specializzata nella coltivazione e produzione di primitivo, il Campantuono ne è l’espressione più autorevole, il vino di punta, ma dagli assaggi effettuati in cantina, più del nuovo 2007 – più sottile ed elegante del precedente 2006¤ ma di certo meno impressionante – mi ha conquistato il Conclave 2008, il secondo vino, altro cru anch’esso con base primitivo, che l’anno scorso al suo esordio con il millesimo 2007 non mi dispiacque affatto ma che oggi, con grande slancio, conferma ancor di più quanto sia necessario iniziare a ragionare anche nell’Ager Falernus sulla molteplicità di espressioni legate ognuna, fortemente, al singolo vigneto, al terreno, al suo microclima di appartenenza e non più solo alla generica denominazione Falerno del Massico.

Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 possiede davvero una bella trama, sia nella forma che nella sostanza. Il colore è di un rubino violaceo giovanissimo, impenetrabile data la concentrazione manifesta nel bicchiere. Offre un naso ampio e delizioso di frutti rossi polposi e quando ben ossigenato di note cioccolatose; in bocca è ricco, avvolgente, più fresco – quindi vivace – che tannico e potente nonostante gli oltre 14 gradi. A questo punto, più che ripetermi sulle peculiarità tecnico-produttive, qui come in tutti i vini di Papa votate all’assoluta qualità, ci terrei in questo caso a lanciare espressamente un invito a cercare e bere questo vino per meglio comprendere quanto siano necessari, alla nostra viticultura, vignaioli così integralisti ed attenti come la famiglia Papa, dove per integralismo s’intende la salvaguardia di territori come quelli che ho avuto la fortuna di camminare con loro e quando per attenzione si vuole suggerire anzitutto l’onestà con la quale si è sul mercato producendo solo quanto si è intenzionati a fare e non solo capaci di sostenere.

Giugliano in Campania, si ritorna a Parlare di Vino

20 ottobre 2010

Con l’arrivo dell’autunno mettiamo subito in campo tutte le vecchie buone intenzioni per continuare a tessere quel filo diretto con la terra, i luoghi, le persone, che ci consentono, quotidianamente, di comunicare il vino con tutto l’amore possibile! Molte le iniziative in pentola, con Amici di Bevute riprenderemo presto a camminare le vigne e mettere su incontri conviviali da non perdere, da raccontare e ripetere all’infinito. Giovedì 11 novembre invece parte un nuovo progetto, itinerante, si chiama “Parlare di Vino”, ci porterà in giro a raccontare i grandi vini con parole semplici, perchè in un momento in cui si sente come non mai, nel mondo del vino in particolare, la necessità di scoprire, conoscere, capire pensiamo che tra i tanti un modo utile per farlo al meglio sia proprio quello di aprire – a tutti – quello scrigno meraviglioso che custodisce i grandi vini!

Questo il primo appuntamento in programma

Modena, Lambruschi, coltelli, rose & popcorn

23 luglio 2010

Ci sono passioni che attraversano i confini del tempo, Luciano Ligabue è il primo rocker italiano capace di farmi sussultare per davvero. E’ vero, prima di lui Vasco aveva già solcato una scia, ma pur apprenzadolo tanto non me ne sono mai curato particolarmente. Del Liga si, è stata vera passione. Il tempo lo ha consacrato alla musica italiana, oggi è una star, non so quanto ancora rock, ma è una star. Continuo a pensare che il vero Liga si sia fermato a “Buon Compleanno Elvis!” e checchè se ne dica nessun album mi ha mai emozionato di più di “Sopravvissuti e Sopravviventi” di qualche anno prima; Al solo pensier di sentire la batteria di Gigi Cavalli Cocchi ancora mi vengono i brividi. Ringrazio Alessandro Marra  per avermi concesso ispirato questa piccola introduzione-riflessione a questo suo bel pezzo sui Lambruschi modenesi, buona lettura. (A. D.) 

«Lambrusco e popcorn, un bicchiere di vigna e un vassoio di mais già scoppiato»: così cantava Luciano Ligabue quasi vent’anni fa, era il 1991. Bello il pezzo, anche se, in effetti, mi sono sempre chiesto se Lambrusco&Pop Corn fosse solo un abbinamento musicale o qualcosa di più. Che così, a pensarci un po’, starebbero pure bene assieme, con il rosso mosso a sgrassare la bocca unta e ri-unta dagli scoppiettanti chicci di mais. Certo, c’è lambrusco e lambrusco. E, soprattutto, di lambroosky – come dicono sul 2.0 – ce n’è un bel po’: maestri, marani, montericco, viadanese, salamino di santa croce, grasparossa e sorbara.

Nel mio caso, se ho cominciato a ripensare questo «pezzo di mondo» (per dirla alla Liga…) è stato grazie agli assaggi di Terre di Vite, la bella manifestazione che si è svolta nel febbraio scorso in terra modenese; e al Vinitaly di aprile, quando è stata presentato al pubblico il Simposio dei Lambruschi, neo-nata associazione di otto produttori del modenese: Azienda Agricola Paltrinieri Gianfranco, Azienda Agricola Tenuta Pederzana, Azienda Agricola Villa di Corlo, Azienda Vinicola Ca’ Berti, Azienda Vinicola Fiorini, Azienda Vitivinicola Fattoria Moretto, Podere il Saliceto Società Agricola e Società Agricola Vezzelli Francesco, decisi a mettere in mostra “le affinità dell’eccellenza“.

Forse, anzi togliete pure il forse, sarebbe il caso di rimetterlo a tavola questo rosso, tanto conosciuto all’estero quanto bistrattato in patria: non solo a Capodanno, quando lo zampone, il cotechino e le lenticche lo chiamano a gran voce; ma anche nella quotidianità, magari accanto ai maccheroni al gratin di una che conosco io.. Che il mio pezzo suoni – quindi – come un invito, uno sprone a curiosare nel modenese (e poi ancora nel parmigiano, nel reggiano e nel piacentino): chè di lambruschi, e di non-lambruschi, ce n’è tanti, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Quelli che vi propongo sono cinque assaggi del modenese, con la promessa di riparlarne ad ottobre quando farò di sicuro ritorno a Levizzano Rangone per To Be Lambrusco, evento che ospiterà anche i lambruschi del Mosaico piacentino e del Convito di Romagna.

Lambrusco di Modena L’Albone 2009 Podere Il Saliceto Gian Paolo Isabella lo trovi spesso su Vinix e a Vinitaly l’ho conosciuto di persona. Il suo lambrusco prende il nome dalla vigna che si estende lungo il vecchio argine del fiume che scorre a Campogalliano. La vinificazione contempla una macerazione pre-fermentativa a freddo per 3-4 giorni (al fine di ottenere una maggiore estrazione di colore e di tannini) e la fermentazione in autoclave. Blend di salamino di santa croce (70%) e sorbara (30%): del primo ha le caratteristiche note di frutta rossa dolce e di viola, del secondo la mineralità. Il risultato è un vino d’un violaceo piuttosto intenso e con una discreta componente alcolica (12.63%). In più lo mandi giù che è una bellezza per quanto è fresco. Lungo, naso/bocca spiccicati, persistente, con una piacevole trama tannica. Prezzo e numeri piccoli piccoli.

Lambrusco di Sorbara Corte degli Attimi 2009 Fiorini. L’azienda è di quelle che hanno vissuto quasi un secolo e produce anche l’aceto balsamico tradizionale di Modena. Il primo assaggio di questo sorbara in purezza soffriva di “imbottigliamento del giorno prima” ma il secondo ha convinto: bello e luminoso il colore rubino, affascinante la spumetta iniziale. Dal naso si capisce che spinge molto sulla freschezza e sulla mineralità (che è poi uno dei tratti distintivi del sorbara): i profumi non sono particolarmente intensi ma, quello sì, eleganti. Il sorso – invece – è secco, molto fedele alle sensazioni olfattive di amarena, ribes rosso e violetta; leggerino per componente alcolica (11%). Venticinquemila bottiglie, boccia più boccia meno, sotto i 10 euro.

Lambrusco di Sorbara Leclisse 2009 Paltrinieri, si scrive senza l’apostrofo dopo la elle ed è anche questo un sorbara in purezza, ottenuto dall’areale tradizionalmente più vocato, quella striscia di terra che sta in mezzo ai fiumi Secchia e Panaro che è conosciuta come “la zona del Cristo”. Lo fanno solo nelle annate migliori: del millesimo 2009 si contano all’incirca dodici mila bottiglie. Tratti olfattivi elegantissimi di lampone e melograno, di rosa e violetta. Il colore è scarico (se lo si paragona ad esempio al grasparossa): ma è questa un’altra peculiarità del vitigno. Da’ il meglio di sè in bocca dove il gusto è secco e si concede con una bellissima persistenza di lampone. I dodici gradi fanno il loro mestiere egregiamente riportando ad equilibrio le accese sensazioni di freschezza che altrimenti stonerebbero. Di grande, grandissima bevibilità. 

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Robusco 2009 Ca’ Berti. Il grasparossa di Gian Matteo Vandelli (lui, invece, lo trovi spesso e volentieri su faccialibro) l’avevo già provato a febbraio; e anche lui, in quell’occasione, aveva detto a chiare lettere di essere ancora in fasce. Il tempo ha dato i suoi frutti perchè a Verona, due mesi dopo, era in gran forma. A voler essere precisi, nell’uvaggio ci sarebbe anche un 15 per cento di malbo gentile, vitigno che nemmeno sapevo esistesse e che ho saputo esser stato soltanto da poco recuperato dopo che con il boom delle ceramiche era stato spiantato negli anni ’60. Le uve utilizzate provengono da un vigneto di 45 anni e il risultato è un vino molto rotondo, in cui il malbo gentile arriva dove il grasparossa non può arrivare per la sua bassa acidità e i tannini poco eleganti. In bocca è molto gradevole; come pure al naso, in verità, dove dominano i profumi di viola mammola e amarena, con un grado alcolico del 12%. Ne produce circa settantamila bottiglie e lo porti a casa con 8-9 eurini se non vado errato.

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Monovitigno Fattoria Moretto. Come da tradizione, il cru dell’azienda non riporta l’indicazione dell’annata in etichetta. Le uve – coltivate secondo i canoni dell’agricoltura biologica – provengono da un piccolo appezzamento di viti vecchie più o meno cinquant’anni, con una resa per ettaro che non supera i 50 quintali: una miseria se si pensa alle quantità tollerate dai disciplinari di produzione. Nel bicchiere mostra una spumetta generosa e un leggero residuo zuccherino si insinua nel sorso coerentemente a quell’impronta dolciastra dei profumi, intensi e giocati sulle note di fragole, rose e violette. Apprezzabile l’intensità e la durata delle prestazioni al palato, con dodici gradi di alcool.

Buon viaggio, allora…

Segui Alessandro Marra su Stralci di Vite.

Nord al Sud, LiguriadAmare

28 giugno 2010

 

“Nord al Sud”. Uno del Sud (moi) che è costretto a vivere al Nord e che prova a parlare di Nord al Sud. Anche se, in effetti, ci sarebbe tanto bisogno di Sud al Nord… (Alessandro Marra)

Comincio da qui, a sorpresa. Perchè magari uno si sarebbe aspettato un discorsetto iniziale sul Piemonte o sul Friuli, sul nebbiolo o sulla ribolla gialla… E invece no! [sgomento…] Liguria! L’occasione per parlarne è stata la serata organizzata dalla delegazione AIS di Milano lo scorso 23 giugno, condotta da Antonello Maietta, ligure di La Spezia e Vice Presidente AIS Nazionale.

Io amo la Liguria. Amo il suo mare, le Cinque Terre, il Golfo del Tigullio, Camogli, Portofino e Rapallo (ma non sono mai stato oltre Genova…). Amo i suoi bianchi: così espressivi e minerali, diretti e puliti. Ma non credete che io disdegni i rossi: l’Ormeasco di Pornassio (fino al 2003 sottozona della d.o.c. Riviera Ligure di Ponente) e il Rossese di Dolceacqua.

E amo la sua cucina (sì, anche quella…): la focaccia di Recco e il Pesto Genovese, giusto per dirne un paio. Ah già, il pesto. Quello vero deve essere fatto con basilico ligure (dalla foglia più piccola e – a quanto pare – maggiormente aromatico, con profumi di agrumi e, in particolare, di limone), aglio di Vessalico (presidio Slow Food, aromatico e tendente al dolce), pinoli, sale, parmigiano reggiano, pecorino (che conferisce la leggere piccantezza) e olio extravergine da olive taggiasche. Altrettanto importanti sono l’uso del buon vecchio “mortaio” e “l’ordine di esecuzione”. Non avrei mai pensato si iniziasse dall’aglio che, una volta pestato, rilascia i suoi appiccicosi oli essenziali facilitando così la frantumazione dei pinoli. Solo dopo si aggiungeranno le foglie di basilico, un pizzico di sale grosso (che serve ad esaltare il colore verde delle foglie), il formaggio e – infine – l’olio, lentamente.

Non solo pesto, però. Qualche esempio? La mortadella di Pignone (che, in realtà, è un salame a grana grossa e piuttosto magro), il formaggio San Stè (di latte vaccino ottenuto da mucche di razza “Bruna” o “Cabannina“, con stagionatura di 60-70 giorni), il Canestrello (quello fatto col burro, uno dei pochi per il quale non viene utilizzato extravergine d’oliva) e il pan dolce genovese.

Dicevo, amo i suoi vini, bianchi e rossi, e questi alcuni degli assaggi più interessanti da rivelare in questo primo passaggio di Mani Giunte Raccontano :

Riviera Ligure di Ponente Pigato “MaRené” 2009 Azienda Agricola BioVio.Oltre alla produzione di olio extravergine da olive taggiasche e alla coltivazione di erbe aromatiche (tra cui, manco a dirlo, il basilico), la piccola azienda di Bastia d’Albenga produce due pigato in purezza. I pendii di Albenga (come pure quelli di Ranzo, sempre in provincia di Imperia) sono l’areale di elezione del vitigno, così chiamato per le “pighe”, cioè le puntinature della buccia che arrivano a completa maturazione dell’uva. Il “MaRené” è il pigato per così dire “base” e la sua produzione si aggira intorno alle 25mila bottiglie. E’ bene dirlo subito: non c’è da aspettarsi chissà quale potenza e complessità al naso (specie quando – come in questo caso – è vinificato con una breve macerazione pellicolare a freddo): si percepiscono soprattutto note di pesca gialla, ginestra, salvia e finocchietto. L’intensità non manca, invece, nel sorso che è lineare, coerente, scattante, per via di quella tagliente mineralità che significa sostanzialmente salinità. Pensi ancora di averne in bocca, invece è già finito. Sembra fatto apposta per unirsi alla pasta fresca con il pesto genovese. Circa 12 euro in enoteca.

Colli di Luni Vermentino “Vigneto Boboli” 2008 Giacomelli Se il pigato spadroneggia a Ponente, il vermentino fa lo stesso a Levante ed è protagonista indiscusso della DOC interregionale Colli di Luni (che comprende 14 comuni in provincia di La Spezia e 3 in provincia di Massa Carrara). Giunto a maturazione, il grappolo del primo è di colore dorato, quello del secondo è verde. Il vigneto “Boboli” è forse il cru più importante di Castelnuovo Magra, comune dello spezzino dove Roberto Petacchi ha fondato la sua azienda nel 1993. La prima volta che l’ho bevuto è stato subito amore. Era ottobre, mi trovavo a Roma e da allora non l’ho più scordato: un po’ perché 14 gradi e mezzo non sono cosa da tutti i giorni per un vermentino, un po’ perché le qualità ce l’ha. Il caso ha voluto che incrociassi nuovamente lo stesso millesimo, stavolta da magnum. A parte il colore, più intenso nelle sue tonalità dorate, non poco è cambiato rispetto al primo assaggio: la mineralità, pur rimanendo la vera costante dell’assaggio, si è leggermente defilata favorendo una migliore percezione delle note di mela golden matura, menta e erbe di macchia mediterranea. Il sorso è ricco e opulento, la salinità ben contrasta le forti sensazioni pseudocaloriche. Ha tutto: potenza, eleganza e struttura. Vinificato con macerazione a freddo per circa 48 ore e successiva permanenza sulle bucce per 8 mesi. Prodotto in sole 6500 bottiglie, costa più o meno 18 euro sullo scaffale.

Ormeasco di Pornassio 2009 Cascina Nirasca. L’ormeasco altro non è che un dolcetto col raspo verde. A differenza del cugino piemontese, però, il vitigno è allevato a ben altre altitudini, tra i 450 e i 750 metri sul livello del mare, in quella che è l’Alta Valle Arroscia, a ridosso delle Alpi Liguri. Vinificato in rosato è conosciuto come “Sciac-trà” (da non confondere per il più celebre passito delle Cinque Terre): il nome deriva dai termini dialettali “schiacca” e “trai”, cioè “pigia” e “togli”. Le uve pigiate sono lasciate macerare per un breve periodo sulle bucce e poi eliminate di modo che la fermentazione prosegua con il solo mosto. Le circa 15mila bottiglie dell’ormeasco “classico” di Cascina Nirasca, attiva dal 2003 in quel di Pieve di Teco (IM), sono prodotte con vinificazione esclusivamente in acciaio. Il colore rosso rubino è investito di un’elegante luminosità. Anche in questo caso, non sono da ricercarsi grandi intensità e ampiezza dei profumi che sono, però, molto fini eleganti e ben riconoscibili: ciliegia, amarena, piccoli frutti rossi e viola mammola. Sorprende per quel tannino che è sì setoso ma forse meno di quello che ci si aspetterebbe. Il sorso è morbido, secco e piuttosto caldo ma sempre agile e brioso. Persistente e per di più coerente con le sensazioni olfattive. Costo sullo scaffale circa 10 euro.

Rossese di Dolceacqua “Galeae” 2008 Ka Mancine’. Della giovane azienda di Soldano, fondata nel 1998, mi piace innanzitutto il coraggio di puntare sul rossese, producendo soltanto tre etichette corrispondenti ad altrettante versioni per un totale di appena 8 mila bottiglie. Soltanto 2mila 600 quelle del piccolo vigneto centenario (coltivato ad alberello con rese per ettaro bassissime) chiamato “Galeae“, cioè prigione, essendo probabilmente il luogo ove venivano deportati i prigionieri saraceni catturati sulla costa. Contrariamente a quanto si possa credere, il nome del vitigno non è deriva dalle tonalità cromatiche (per certi versi simili a quello del pinot nero) ma da “roccese”, ovvero “vite delle rocce”, un chiaro riferimento alla composizione dei terreni. Altra cosa che mi piace è la grandissima rispondenza naso-bocca che ne fa una bevuta davvero soddisfacente. Il colore è rubino con riflessi violacei. All’olfatto emerge la sua caratteristica indole mediterranea: le erbe di macchia sono nitide così come la mela e il pepe nero. Il gusto è secco, bello caldo ma non pesante, pur essendo 14 e mezzo i gradi. Il tannino è levigato e la lunga persistenza è giocata sul frutto succoso e sul salino. Curioso l’abbinamento di territorio con carne di capra e fagioli oppure con le “michette”, non il famoso pane milanese ma una brioche dolce poco lievitata e non farcita, cosparsa con un po’ di zucchero. Prezzo medio in enoteca 13 euro.

Cinque Terre Sciacchetrà 2007 Luciano Capellini. Avendo già assaggiato, in passato, il suo Cinque Terre secco, mi aspettavo grandi cose dallo Sciacchetrà di Luciano Capellini, anche lui come me attivo su Vinix. Alla fine le aspettative non sono state tradite: un vino di grande, grandissima tipicità. Peccato per i numeri (non più di un migliaio le bottiglie prodotte) e per il prezzo, che è di circa 60 euro. Certo giustificato, visto che lì nelle Cinque Terre i vignerons – oltre che con madre natura – devono fare quotidianamente i conti con un territorio difficile, con i cinghiali e con i turisti. L’uvaggio è simile a quello del Cinque Terre secco: prevale – però – il bosco (90%), con vermentino e albarola a spartirsi equamente il restante 10%. Lasciando da parte il vermentino, di cui già s’è detto, il primo ha grappolo spargolo e buccia spessa, mentre il terzo (che nel Tigullio è conosciuto con il nome di bianchetta genovese per via della tenue pigmentazione della buccia) ha molta acidità. Tutti e tre i vitigni hanno diverse epoche di maturazione; il che costringe ad allevarli a diverse altitudini per portarli a maturazione più o meno nello stesso periodo. Le uve, raccolte in anticipo rispetto a quelle utilizzate per il bianco secco, vengono messe ad appassire sui graticci per due/tre mesi prima di essere pigiate – a novembre inoltrato, talvolta anche dicembre – con macerazione di circa 20 giorni. Il colore ambrato, quello sì, sembra tradire la giovane età. Profuma di albicocca disidratata, agrumi canditi, fichi secchi, datteri, rosmarino e miele. In bocca conserva le doti di innata eleganza dell’olfatto, con un sorso dolce ma non pesante grazie alla salinità del terroir, bello caldo e rispondente. Chiude lungo, con un finale leggermente amarognolo tutt’altro che fastidioso. Potente (per i suoi 14 gradi e mezzo), allo stesso tempo snello e di grande naturalezza.

Davvero suggestivo lo spaccato ligure raccontato da Alessandro Marra ma ancor più interessanti sono le sensazioni che traspirano dagli assaggi che ci propone. Una regione quindi da vivere, una LiguriadAmare! (A. D.)


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: