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Cartoline dall’Alto Adige, La Rose de Manincor

4 maggio 2013

Una cartolina può avere tanti colori, immagini suggestive, parole d’affetto. Colori, immagini, parole spesso costrette in pochissimo spazio, chiuse tra un francobollo ed un indirizzo sempre così vivo nei ricordi quanto mai precisissimo da riprendere al momento di metterlo nero su bianco.

A. Adige La Rose de Manincor - foto A. Di Costanzo

Sono sfumature certo, ma fanno la differenza, quella differenza che fa sì che un messaggio, la cartolina appunto, arrivi a destinazione. E sia ben accetta.

Il mondo dei vini rosati mi appartiene, anche se non posso definirmi un appassionato assoluto; mi piace cimentarmi ogni anno con tanti numerosi assaggi perché mi aiutano a capire certe differenze. La prima, quella buona, è quanto ci crede un produttore quando decide di farne uno, cosa ci mette dentro la bottiglia: il salasso di uno o più vini, il vino base rosso poco convincente o, magari come avviene per certi spumanti, parte di quello vecchio ‘tagliato’ col nuovo. Cose così insomma.

La seconda, buona ma non necessaria, che potrebbe cioè interessare a qualcuno, è se ha un senso quella bottiglia, se ha qualcosa da raccontare, un messaggio da consegnare che non sia solo ‘il completamento di gamma’ ma una idea più o meno precisa che venga fuori da un progetto ben definito piuttosto che da una fisima, un ‘pallino’ o una mera velleità di chi l’ha pensato. Ci metto cuore nel raccontare una bottiglia di Vigna Mazzì¤ o Rosato del Greppo¤, un po’ meno forse per questa La Rose de Manincor¤ che, però, è buona buonissima uguale.

E’ composto da un infinito elenco di varietali piantati (probabilmente in via sperimentale) da quelle parti là in Alto Adige: lagrein, merlot, cabernet, pinot nero i più comprensibili, ma anche petit verdot, tempranillo, syrah che concorrono a consegnare al palato una cuvèe rosé insolita – fermentata parzialmente in legno con lieviti indigeni – dal profilo sottile nel colore e dolce e fragrante di frutti rossi al naso, di impressionante facilità di beva. Ricorda, per i più informati, i classici Bandol provenzali, da Chateau de Romassan in giù. Non so cos’altro aggiungere, se non che sempre più spesso la cucina di pesce ci strizza l’occhiolino e non sappiamo talvolta che bottiglia pigliare. Eccola.

Provenza, Le Castellet. Bandol rosé Coeur de Grain 2011 Chateau Romassan dei Domaines Ott

14 giugno 2012

Tra le poche cose invidiabili ai cugini francesi c’è senz’altro la grande capacità che hanno avuto negli anni di dare valore aggiunto anche alle produzioni minori. Ecco perché, ad esempio, da quelle parti, in certi periodi dell’anno, i consumi del vino vengono praticamente dirottati sul consumo di mousseux e rosé.

Cinsaut, grenache e mourvedre, sono tra le varietà forse meno conosciute ai più ma che la fanno però da padrone in certe regioni, nel Rodano ad esempio e nel sud della Francia; pensate ad esempio a certi rossi a Chateauneuf-du-Pape, o ai rossi e rosè della Provenza. E proprio qui, ai piedi di Le Castellet, nell’Aoc Bandol, dove nascono di sovente vini rossi robusti e spesso da attendere lungamente, vi sono anche e soprattutto rosé puntuti e minerali di straordinaria bevibilità. Rappresentano più o meno un terzo di tutta la produzione dell’areale e sono noti per il loro carattere fine, speziato ed il sorso fluido e dissetante. Come i rossi, vengono prodotti essenzialmente con mourvedre, grenache e cinsaut, appunto.

I primi due contribuiscono ad arricchirne il frutto, costantemente in buona evidenza, alleggeriti – nemmeno poi così tanto – della loro sodezza alcolica ma non della necessaria tensione acida e garantiscono sapore asciutto e buon nerbo. Il cinsaut invece aggiunge un tocco in più agli aromi primari, completando così un quadro degustativo essenziale ma slanciato, invidiabile per la tipologia.

Mi è piaciuto, è gradevole e per niente banale. Il Coeur de Grain 2011 fatto allo Chateau Romassan, una delle tre proprietà dei Domaines Ott, merita sicuramente buona attenzione. Il colore è delicato, ramato, cristallino. Il naso avverte classicità, lampone e fragola in primo piano ma anche tanta vivacità balsamica, in particolar modo di erbe di montagna. In bocca è asciutto, fresco e di discreta persistenza gustativa. Chiude sapido e rotondo con un piacevolissimo ritorno di lampone assai apprezzabile.


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