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Il gelo in Borgogna, un colpo al cuore!

30 aprile 2016

Nelle scorse giornate del 26 e 27 Aprile delle gelate inaspettate hanno fatto un bel po’ di disastri nelle vigne di molte aree dell’Europa continentale, alcune di queste aree hanno subito perdite ingenti, in certe zone sino al 100% del raccolto 2016 nemmeno sbocciato, come in Stiria in Austria.

Veglia notturna per le gelate in Borgogna - foto Bourgogne Libe

Anche in Italia si sono registrati problemi, in alcune zone più di altre come in Abruzzo, Molise, Toscana e Liguria ad esempio, e anche qui in Campania, in alta Irpinia, dove però sembra ancora presto per fare un bilancio dei danni.

Non si può dire la stessa cosa per la Francia, in particolar modo per alcune aree tanto care un po’ a tutti noi, in Loira e Provenza e ancora in Champagne e Borgogna, da Chablis a Meursault dove tra le varietà più colpite proprio lo chardonnay, notoriamente precoce ma anche nei comuni più a sud e per il pinot noir di prestigiose appellations come Volnay e Pommard. Qui le prime stime raccontano di danni tra il 60 e l’80% del raccolto 2016. Scontata e sentita la vicinanza a tutti i vigneron d’oltralpe.

Una delle rappresentazioni del momento che più mi ha colpito è questa foto scattata in Svizzera, nel Cantone dei Grigioni dove, proprio come in Borgogna, i viticoltori hanno trascorso notti insonni vegliando le vigne con piccoli fuochi per riscaldare le piante e scongiurare così il gelo.

Immagine che ha fatto il giro del mondo con la quale ripropongo un commento di François Despierre di Bourgognelive.com sul particolare momento francese. Da qui il nostro invito è di tenere duro e guardare avanti con forza e coraggio, Allez mes amis!!

“Quel contraste entre la beauté des photos et l’angoisse des vignerons qui ont passé plusieurs nuits à veiller sur leur trésor ! Pour l’avoir vécu à leur côtés ces photos reflètent bien ces nuits surréalistes […] la beauté des images et la dure réalité derrière, car tout le monde dans les vignobles de Bourgogne, de Loire, de Champagne, de Cognac et même de Provence n’a pu malheureusement éviter l’attaque du gel sur les jeunes bourgeons”.

”On connaitre la semaine prochaine un premier bilan officiel des dégâts mais à la vue des nombreuses photos postées cette semaine et des commentaires des vigneron(nes), cela risque d’être important”.

“On ne peut qu’être admiratif face à toutes ces personnes qui chaque année confient leur travail à la nature qui décide elle seule de donner ou de prendre”.

François Despierre, Bourgogne live¤.

Foto Silvain Ross, tratta dal web.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Intervallo|Chapeau et Applause Vincent Girardin

31 dicembre 2013

Vincent Girardin Corton Charlemagne Grand Cru 2005 - foto L'Arcante

Non so se una sola immagine (vinosa) possa sintetizzare tutto un anno, anzi, forse proprio no, ma vi fosse un vino, dico uno solo che si possa insegnare, prendere a modello, io non avrei alcun dubbio. Le mie impressioni? Ssss… per una volta no, stiamo solo ad ascoltare.

vincentgirardin.com

Savigny-les-Beaune 2005 Leroy

24 novembre 2012

Savigny-les-Beaune (in italiano suonerebbe Savigny “vicino” Beaune, ndr) è un grande villaggio nella Cote de Beaune, sul versante della Cote d’Or in Borgogna, regno incontrastato del pinot noir.

Qui si fa tanto vino, il villaggio infatti sembrerebbe essere terzo solo a Mersault (che fa essenzialmente bianchi) e Gevrey Chambertin (rossi) per le quantità negoziate ogni anno. E l’appellation trae senz’altro giovamento dal più ampio e riconosciuto successo dei nobili vicini, pur garantendo – al di là di questa blasonata etichetta di Leroy che sembra piovuta dal cielo -, pinot noir sempre abbastanza netti, anche quando sgraziati, e molto vicini alla qualità dei più ricercati rossi di Beaune; dato poi mai trascurabile quando si va per questi mari, con un rapporto prezzo-qualità davvero affidabile, almeno nel 90% dei casi. 

Di Leroy, per chi non ne sapesse, val bene ribadire solo un paio di cose. Oltre a possedere il 50% del Domaine de la Romanée-Conti è anche tra i più ricercati ed affermati Negotiàns di Borgogna con, tra l’altro, vigne di proprietà un po’ ovunque, sia Grand Cru che Premier Cru e tutte a conduzione biodinamica certificata, compreso il climat les Narbantons a Savigny-les-Beaune da dove nasce l’omonimo primo vino e, nelle annate più floride come la duemilacinque, anche questa seconda etichetta. E poi c’è lei, M.me Lalou Bize-Leroy, molto più di una semplice icona, un mito vero e proprio che, per dirla con Michel Bettane “Leroy ricorda puntualmente a tutti quale sia la sostanziale differenza tra un vino molto buono ed uno invece semplicemente grande”.

Questo Savigny-les-Beaune 2005 di Leroy ci mette un poco a venire fuori, ma quando comincia ad aprirsi offre veramente una bella esperienza degustativa; ci tengo infatti a sottolineare che non è affatto una banalità approcciarsi a bottiglie come queste con una certa attenzione, dalla loro conservazione al servizio, dalla ricerca della giusta temperatura allo stappo definitivo. Che poi proprio questa ricordavo avesse passato pure un paio d’anni non proprio facilissimi nella mia cantina di casa, tanto che infatti ne portava evidenti alcuni segni: il tappo sembrava aver ceduto leggermente così il vino aveva cominciato a sfuggirgli lievemente, sino a bagnarne praticamente tutto il sughero. Pensandoci un po’ su l’avevo riposta per qualche ora in frigo, tenendola intorno ai 14 gradi prima di stapparla; nel servirla poi ho preferito non caraffarla, per berla lentamente, condividendola e seguirne così l’evoluzione sorso dopo sorso: un rosso che alla fine s’è rivelato decisamente coivolgente!

All’approccio subito una nota animale, quel sentore che di solito si definisce “foxy”, quindi note di sottobosco, poi di tabacco biondo e pietra bagnata. Ma il bello sembrava dovesse ancora venire: cominciava infatti a rivelarsi il frutto, maturo e di spessore, che sapeva di amarena e susina, quasi dolci, mentre sul finale di bocca tendeva a sferzare il palato con gran nerbo e un tannino vispo e anche un po’ rude. Non certo un vino “facile” questo Savigny, nel senso che va aspettato (non in eterno però) e “letto” con molta attenzione. Ma che sia buono lo capisci sin da subito, e che, nonostante venga fuori da un’appellation sicuramente minore, si comporta da gran vino, pure. In fondo, non è tutto qui lo spread enoico tra Francia e Italia?

Provenza, Le Castellet. Bandol rosé Coeur de Grain 2011 Chateau Romassan dei Domaines Ott

14 giugno 2012

Tra le poche cose invidiabili ai cugini francesi c’è senz’altro la grande capacità che hanno avuto negli anni di dare valore aggiunto anche alle produzioni minori. Ecco perché, ad esempio, da quelle parti, in certi periodi dell’anno, i consumi del vino vengono praticamente dirottati sul consumo di mousseux e rosé.

Cinsaut, grenache e mourvedre, sono tra le varietà forse meno conosciute ai più ma che la fanno però da padrone in certe regioni, nel Rodano ad esempio e nel sud della Francia; pensate ad esempio a certi rossi a Chateauneuf-du-Pape, o ai rossi e rosè della Provenza. E proprio qui, ai piedi di Le Castellet, nell’Aoc Bandol, dove nascono di sovente vini rossi robusti e spesso da attendere lungamente, vi sono anche e soprattutto rosé puntuti e minerali di straordinaria bevibilità. Rappresentano più o meno un terzo di tutta la produzione dell’areale e sono noti per il loro carattere fine, speziato ed il sorso fluido e dissetante. Come i rossi, vengono prodotti essenzialmente con mourvedre, grenache e cinsaut, appunto.

I primi due contribuiscono ad arricchirne il frutto, costantemente in buona evidenza, alleggeriti – nemmeno poi così tanto – della loro sodezza alcolica ma non della necessaria tensione acida e garantiscono sapore asciutto e buon nerbo. Il cinsaut invece aggiunge un tocco in più agli aromi primari, completando così un quadro degustativo essenziale ma slanciato, invidiabile per la tipologia.

Mi è piaciuto, è gradevole e per niente banale. Il Coeur de Grain 2011 fatto allo Chateau Romassan, una delle tre proprietà dei Domaines Ott, merita sicuramente buona attenzione. Il colore è delicato, ramato, cristallino. Il naso avverte classicità, lampone e fragola in primo piano ma anche tanta vivacità balsamica, in particolar modo di erbe di montagna. In bocca è asciutto, fresco e di discreta persistenza gustativa. Chiude sapido e rotondo con un piacevolissimo ritorno di lampone assai apprezzabile.

Saint Estèphe, Cos d’Estournel 2006

7 giugno 2012

Che il 2009 sia stata un’annata stratosferica a Bordeaux è ben noto, tant’è che al momento, con o senza “en primeur”, molte etichette – anche non premier cru -, sono praticamente inavvicinabili.

Volendo, col portafogli comunque bello gonfio, ci si può “consolare” bevendo ancora alcuni duemilasei niente male. Così questo Saint Estèphe potrebbe fare al caso vostro, per chi ama il cabernet sauvignon, con il merlot e un poco di franc. Quelle cose lì insomma. Non per niente, dopo un po’ di anni in chiaroscuro, Cos d’Estournel va costantemente aumentando le sue già ambite quotazioni di mercato e, per quanto nel bicchiere, aggiungerei, non a caso.

Il 2006 è un rosso di gran stoffa, ha forza ma anche tanta finezza, un corpo solido eppure delicato e soave, per quanto possa essere tale un rosso di questa estrazione: ha spina dorsale ma anche tanta frutta in primo piano. Il colore è inchiostro, assai fitto e il naso subito molto franco, verticale, ampio: visciola e mirtillo in primissimo piano ma anche quelle note “vegetali” – qui molto sottili e fini – tipicamente varietali. Il sorso è asciutto, intenso e teso e si distende con autorevolezza regalando ancora frutta polputa mentre sul finale di bocca chiude con una sferzata quasi metallica. Un piccolo fuoriclasse.

Reims, Champagne Cuvée Louise 1999 Pommery

30 gennaio 2012

Come scrivevo qualche post più in là, sarebbe stato opportuno ritornare sul breve ma intenso viaggio speso in terra di Champagne, alla scoperta del Domaine Vranken-Pommery di Reims. Così rieccoci qua con in mano gli appunti di quei giorni…

Invero, già essere accolti da Thierry Gasco è stato di per se un inizio piuttosto coinvolgente, non fosse altro che il personaggio, uomo chiave in Pommery, dove in qualità di chef de cave tiene in mano il destino di tutte le cuvée aziendali, è anche una figura di un certo spessore per tutta la Champagne ricoprendo, tra gli altri, un ruolo di prim’ordine nel civc nonché di presidente dell’Union des oenologues de France; ma nello specifico, vestito di grande disponibilità, ci ha tenuto a presentarci in prima persona alcune delle etichette che hanno contribuito definitivamente al rilancio di Pommery nel mondo in questi ultimi anni: il Grand Cru Millésimé, l’Apanage rosé, per dire, ma anche quello che in molti tra critici ed appassionati di settore dicono essere il suo personale capolavoro assoluto, la Cuvée Louise.

Dedicato alla figura leggendaria della fondatrice Madame Louise Pommery, tra le prime Grand Dames ad intuire il valore assoluto dell’arte come fine attrattore culturale – ne sono testimonianza viva le tante straordinarie opere fatte scolpire sin da inizio ‘800 nel gesso vivo delle caves del Domaine – questa cuvée nasce essenzialmente dalle vigne di tre Grand Cru di proprietà ad Avize e Cramant, da dove arriva lo chardonnay, e ad Ay, dove raccolgono le uve per la base pinot noir. Poi almeno otto anni, talvolta dieci, di affinamento nelle buie gallerie che si estendono per diciotto lunghi chilometri nel sottosuolo di Reims. E come ho avuto già modo di sottolinearvi in occasione della recensione del Grand Cru 2004, Thierry ci tiene a “dosare” sempre con molta attenzione e parsimonia le sue cuvée per conservare al massimo tutta l’espressività dei vini base.

Eccolo qua il vino, con questo suo colore paglierino carico e brillante, con spuma fine, densa e sostenuta. Il naso è subito molto invitante, verticale, anche se inizialmente un tantino pungente; offre indubbiamente un bel ventaglio olfattivo, diciamo pure di rara eleganza e compostezza: agrumi, ma anche burro fuso e frutta secca, canditi, con le prime note scandite nitidamente. Tenendolo però un poco nel bicchiere, in verità versandone ancora due dita dopo il primo assaggio, vengono fuori anche piacevoli rimandi di spezie dolci. Il sorso è asciutto e di buona intensità; si beve indubbiamente con una certa soddisfazione. Come accennato, della liquer nessuna traccia così evidente come talvolta può capitare in certi grandi Champagne, spesso volutamente “marcati” dallo chef de cave per firmarne lo stile; però è indubbio che risulti un vino sostanzialmente più adatto ad un approccio meditato piuttosto che per accompagnare aperitivi o tutto un pasto.

Tra qualche mese, in Italia, arriverà anche il 2000, che per la verità trovate già in giro ma solo in formato magnum. Generalmente non sono uno di quelli che ama raccomandare di stipare bottiglie di Champagne, pure quando si tratta di un Grand Cru o un Vintage particolare, però non mi farei troppi problemi nel dimenticarne qualcuna di queste in cantina per ritrovarle magari dopo ancora un po’ di stagioni di affinamento. Naturalmente senza esagerare.

Reims, Champagne Grand Cru 2004 Pommery

19 gennaio 2012

Seguiranno post più esaustivi su questa breve ma interessante esperienza in terra di Champagne. Il tempo come sempre non basta mai, corre veloce, velocissimo, e qui, credetemi, non basterebbe un anno intero (o forse sì, non so) di giri in giro e degustazioni per comprendere a pieno tutto il valore di questi luoghi.

Della storia del Domaine Pommery, ovvero Vranken Pommery (vrancaén-pommerì, pronuncia alla francese, ndr) avremo tempo di scriverne. C’è infatti molto da dire, e non solo sulle splendide monumentali cantine: 18 chilometri di gallerie, 120 cave di gesso di origine gallo-romana ed una imponente “macchina da guerra” dell’ospitalità, capace di accogliere centinaia di migliaia di visitatori ogni anno con la stessa tranquillità, precisione, piena soddisfazione, con la quale di solito ci si prende un caffè al gettonatissimo bar del centro; ma anche e soprattutto per aver ritrovato nei bicchieri – superato l’emozionante ricordo di quella sontuosa scalinata di 116 gradini che conduce alle suggestive caves -, quella qualità espressiva, quella sostanza, con la quale si ha certezza di non stare a darla da bere soltanto agli occhi ma che sì, Thierry Gasco, lo chef de cave, sta davvero facendo un grande lavoro di fino con le sue cuvée, tirando fuori grandi vini, animando così con forza perentoria quel sospirato rilancio del marchio, indubbiamente imponente, ma assolutamente da rivalutare dal punto di vista qualitativo.

E cominciamo a farlo con questo imperdibile Grand Cru millesimato 2004, da chardonnay e pinot noir al 50&50. Bellissimo il colore paglierino, decisamente brillante. La spuma, copiosa e delicatissima, anticipa tanta finezza e complessità. Il primo naso è entusiasmante, verticale e coinvolgente. E sorprende, conquistandolo, anche il più disattento dei degustatori, perché non ha nulla a che spartire con le classiche immediate note burrose e di lievito di certe cuvée. Qui vince una riconoscibilità immediata del frutto, e del millesimo, rivelatosi, ci dice Thierry, eccezionale e pregnante nei vigneti grand cru ad Ay come che nella Cote des Blancs.  E così la scelta di andarci piano anche col dosage, qui intorno ai 10 mg/litro, concedendogli quindi di distendersi nel tempo lentamente e sulle “proprie gambe”: soavi e assai affascinanti i richiami floreali, avvincenti invece le sfumature di camomilla, miele e agrumi canditi. Il sorso è voluminoso e vellutato, le bolle non aggrediscono il palato, così la beva risulta avvolgente e dissetante, con ancora un fresco richiamo agrumato sul finale di bocca, certamente secco e sostanzialmente sapido. Ecco, magari cercavate uno Champagne a tutto pasto… bene, l’avete trovato!

In poscritto: io sono fatto così, quando qualcosa non mi torna, metti un vino o un’azienda che non mi hanno convinto del tutto (leggi qui), non butto tutto alle ortiche, ma cerco di capire. Talvolta ci metto tempo, possono passare anche degli anni, del resto il vino non è tutto nella vita, e il fegato è uno solo; però so aspettare, e anche ricredermi (soprattutto quando ho avuto ragione).

Ricchi e Poveri

20 agosto 2011

Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.

Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà.  Un uomo d’altri tempi.

Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.

Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!

St. Emilion 1er Grand Cru Classé 2004 Chateau Figeac, ovvero quando Bordeaux sale in cattedra

3 agosto 2011

Ancora Bordeaux, stavolta però “rive droite”, per un passaggio di primissimo piano tra le eccellenze d’oltralpe; siamo a Saint-Emilion e nel bicchiere ci godiamo uno Chateau Figeac 2004 davvero avvincente, in grande spolvero!

Lo chateau: Figeac è a Saint-Émilion, la rive droite di Bordeaux, una delle più ambìte delle appellation del bordolese. Numeri alla mano, quello della famiglia Manoncourt – Thierry è scomparso appena un anno fa a 92 anni – è il vigneto più grande dell’areale con i suoi 40 ettari piantati quasi in egual misura con cabernet sauvignon (35%), cabernet franc (35%) e merlot (circa il 30%). Di molto ridimensionato rispetto alla sua origine, ben più estesa e dalla cui spartizione, per vicissitudini ereditarie e/o finanziarie susseguitesi negli anni, ne hanno beneficiato in parecchi, ha conservato tuttavia intatto il grandissimo fascino di uno dei luoghi più vocati del bordolese. Qui, contrariamente alla consuetudine che vuole il merlot predominante negli assemblaggi, questi vi è presente per appena un terzo dell’uvaggio; il vino viene solitamente lasciato maturare esclusivamente in legni nuovi. Per quanto possa valere la classificazione – qui davvero poco se non nel merito puramente commerciale -, Figeac viene annoverato come un premier grand cru classé, seppur ancora di classe B nonostante la lunga battaglia (persa) di una riqualificazione in classe A.

La vigna: poco da dire, se non che il terreno qui è eccezionalmente caratterizzato dai cosiddetti graves de feu, letteralmente ciottoli di fuoco, collocati all’estremità nord-occidentale della denominazione, al confine con Pomerol. L’areale è suddiviso perlopiù in cinque microaree ben definite, due delle quali partoriscono oggi quel fenomeno chiamato Cheval Blanc, mentre le restanti tre, Le Moulins, La Terrasse e L’Enfer ricadono ancora nel dominio di Figeac.

Il vino: è palese quanto sia disdicevole appassionarsi a certi vini, apparentemente tutti uguali di anno in anno come se nulla mutasse di millesimo in millesimo; in realtà così non è: qui, più che altrove, l’annata incide notevolmente sull’imprinting del vino, e si fa sentire e come. Questo duemilaquattro pare calzare perfettamente lo stile dello chateau, meno – dicono – quello dell’appellation: Figeac, con questo uvaggio, se vogliamo atipico, è storicamente forse il meno rappresentativo dei vini di Saint-Émilion, ma quasi sempre estremamente fedele alla migliore delle interpretazioni dell’annata; così con questo millesimo, con un vino complesso, di nerbo e freschezza gustativa da vendere, tannini particolarmente eleganti.

Il colore è ricco, rubino vivo e poco trasparente; il primo naso è emblematico, frutti rossi croccanti, prugna e mirtillo in grande evidenza e note eteree, più di quelle balsamiche e speziate, piacevolissime, che richiamano tra l’altro un sentore piuttosto caratterizzante, sottile ma insistente, di brodo di carne. Al palato è asciutto, quasi arido, con un ritorno di frutta secca e spezie molto gradevole; il tannino non è aggressivo, per nulla invadente, ma non manca di sfoderare una certa vivacità gustativa, soprattutto sul finale di bocca quasi vibrante, di ottima fattura. In definitiva, un rosso di grande efficacia, con una spina dorsale importante ma tannino finissimo ed elegante e, non ultimo, una beva a dir poco gratificante dal primo all’ultimo sorso.

Curiosità: Château Figeac produce anche un secondo vino, La Grange Neuve de Figeac; non è da confondere invece con Château La Tour Figeac o con lo Château La Tour du Pin Figeac con i quali non ha, oggi, nulla a che spartire. Pensate inoltre che in tutta la Francia vi sono almeno 150 chateaux che in un modo o in altro recano nel proprio nome la parola Figeac, molti dei quali proprio nei dintorni di Saint-Émilion.

Margaux 3eme cru classé 2006 Chateau Kirwan

23 luglio 2011

Il Desiderio è uno stato di affezione dell’io, consistente in un impulso volitivo diretto a un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente, il possesso. La condizione propria al desiderio comporta per l’io sensazioni che possono essere dolorose o piacevoli, a seconda della soddisfazione o meno del desiderio stesso.

Il dolore morale subentra con la consapevolezza dell’impossibilità di soddisfarlo, e quanto più forte è il desiderio disatteso – per esempio la mancanza della persona amata o un oggetto o ancora una condizione di cui si ha assolutamente bisogno -, tanto più forte è la delusione, quindi, la decadenza del desiderio stesso. Chi ne è capace però, per una rinnovata opportunità, per innata forza di carattere, o più semplicemente per un reiterato amor del vero, può riprovarci, talvolta con spirito rinnovato, anche solo per quella sottile quanto forte e coinvolgente sensazione di poter presto rivivere la stessa attesa, quel desiderio appunto, che la mente riesce a rievocare, e rinnovare, in modi più o meno evanescenti e/o realistici nonostante le percezioni dell’esperienza effettivamente vissuta.

Questo Margaux, classificato come 3eme cru classè, è di sovente prodotto con un uvaggio composto al 40% da cabernet sauvignon, 30% merlot, 20% cabernet franc e circa il 10% di petit verdot; un classico bordolese insomma. Più o meno. Al primo vino dello Chateau Kirwan, questo per l’appunto, viene destinato circa il 65% della raccolta, pertanto è lecito pensare che vi sia una gran cura nello scegliere solo i grappoli migliori per la sua produzione. Il duemilasei in questione è rimasto in legno – un terzo dei quali nuovi – per circa diciotto mesi; non tantissimi, ma nemmeno pochini.

Nel bicchiere mi son ritrovato un vino piuttosto vivo, non c’è che dire, sia nel colore rubino, bello concentrato, che nel frutto, certamente piacevole al naso – ampio e composito delle più classiche sfumature e sensazioni olfattive -, nonché concentrato ed abbastanza fresco al palato; il sorso però, tra l’altro nemmeno così persistente, non è proprio invitante, sinuoso e rotondo come le aspettative spesso lasciano intendere; appare materico e voluttuoso ma l’incidenza speziata, in particolar modo, risulta decisamente debordante sino a conferirgli, nel finale di bocca, sensazioni di amarezza e scompostezza eccessive. Da quel che ricordo, il duemilaquattro non mi dispiacque affatto, però dicono di questo ’06 che sia un Margaux di maggiore carattere, spigoloso quanto basta e con una bella struttura: “eccellenza  in divenire”. Beh, in verità vi dico che no, ad oggi non ci siamo proprio. Io da certi vini voglio decisamente di più. E subito!

Pinot Noir? Meursault Les Durots ’08 Pierre Morey

11 luglio 2011

Il Pinot Nero sa essere una varietà decisamente ostica da maneggiare, soprattutto quando non gli si riesce a corrispondere un giusto metodo di interpretazione e quell’attenzione assoluta necessaria in tutte le fasi produttive del vino; rimane infatti un’uva delle più difficili da collocare, quindi da coltivare e, come appena accennato, da vinificare ed elevare con giustezza.

Non è difficile intuire perché in molti non sappiano cogliere tutto il suo fascino; quel sottile nerbo che ne fa un vino tanto austero, quasi mistico in certe uscite, quanto unico ed elegante come solo pochi vini sanno essere; si potrebbe dire – di questo vino come di pochissimi altri – che o lo ami o lo odi, ma il più delle volte il rancore verso questo varietale, i suoi vini, è più imputabile alla superficialità di chi l’ha pensato che all’espressione stessa del terroir che l’ha generato; come dire che il pinot nero non è cosa per tutti, né quindi per ogni dove.

I fattori che nel tempo ne hanno alimentato il mito sono tanti, e tutti strettamente correlati gli uni agli altri: il vitigno, come detto, fa la sua parte, poi gli interpreti, alcuni dei quali capaci di farne esecuzioni magistrali (leggi qui), infine, ma non certamente per ultimi, la terra, i microclimi, che con i protagonisti appena citati partecipano al cosiddetto terroir; la Borgogna, è stranoto, rimane la regione per elezione, certe vigne poi irraggiungibili per equilibrio pedoclimatico, e non è un caso che proprio qui vengono prodotti, da sempre, molti vini semplicemente inarrivabili; di certo non sono trascurabili nemmeno alcune belle versioni altoatesine, quanto, perché non dirlo, parecchie bottiglie nordamericane e qualche buona versione dalla California (date un’occhiata quiqui). La Borgogna però rimane, per questo vino e per i suoi adepti più appassionati, l’ombelico del mondo.

Meursault è, nell’immaginario collettivo, di sovente associata agli opulenti bianchi a base chardonnay, e non a caso visto che l’areale è destinato alla produzione di questi vini per circa il 98% della sua estensione; tuttavia però, non mancano, come testimonia questo splendido rosso, pinot nero capaci di stupire e conquistare anche l’avventore più appassionato. Les Durots è confinante con Les Santenots, forse il più conosciuto ed apprezzato dei climats qui classificati premier cru, che poco più a nord, attraverso  Les Santenots du milieu e Les Santenots blancs va congiungendosi con le vigne e l’appellation di Volnay, spesso, in quanto alla produzione di pinot nero, preferita – per la sua notorietà per i vini rossi – a quella di Meursault; Pierre Morey è una di quelle aziende di cui raccontare troppo contribuirebbe solo a dirne una in più di quanto già detto o scritto da altri, quindi vi basti leggere di una famiglia di vignerons con più o meno un centinaio di anni di storia alle spalle e che dal 1998 l’azienda è totalmente votata all’agricoltura biologica. I vini qui prodotti, certificati Biodyvin, hanno un senso materico particolare, inconfondibile, profondo.

E il Meursault Les Durots 2008 ha tutti i tratti distintivi di un vino, un pinot nero, raccomandabile ad occhi chiusi a chi si volesse avvicinare ai cosiddetti “vini naturali” senza rischiare di beccarsi l’ennesima sola. Il colore è di uno splendido rubino/porpora trasparente, il primo naso è subito pronunciato su note erbacee e vegetali come menta, foglia di pomodoro e aneto, ma ciò che impressiona particolarmente è la schiettezza del frutto che lentamente governa tutto l’imprinting olfattivo e, successivamente, quello gustativo: la polposità dell’uva è incredibile, ciliegia, lampone, fragola e mirtillo in splendida evidenza, poi tutto il resto compreso note di spezie e caffè tostato, compreso un tannino fine, perfettamente calzato e sostenuto di giustezza da soli 12 gradi e mezzo d’alcol. Uno splendore di vino, decisamente da non perdere!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Dieci anime (più o meno) intorno a me da portare volentieri sull’Arca nel 2011

1 gennaio 2011

Rieccoci! Si riparte alla grande in questo 2011 con subito tanti appuntamenti a cui dedicare particolare attenzione, ma prima di tutto, senza voler essere troppo pallosi, eccovi un piccolo classico con il quale desideriamo sottolineare alcuni riferimenti che ci fanno pensare in positivo per quest’anno appena arrivato. Non è una classifica, solo il piacere – sincero – di ringraziare alcune persone per quello che fanno e sono capaci di trasmettere e dunque una sottolineatura a persone, cose, eventi, fatti che non ci sono risultati indifferenti. Così è se vi pare. Buon anno a tutti!

Rosanna Petrozziello. Moglie, mamma, sommelier, vignaiola di finissime intuizioni sotto l’egida di suo marito Piersabino Favati nonchè – da qualche tempo sempre più ferrata – abile tecnico di cantina grazie agli insegnamenti del suo consulente Vincenzo Mercurio. Potrei anche fermarmi qui, perchè di certe persone basta dire anche meno, per lasciarne carpire il valore umano e morale, ed il suo brillante futuro in questo più o meno meraviglioso mondo del vino. Ci tengo però ad aggiungere solo un ulteriore considerazione, rifacendomi ad una delle più leggere ma al tempo stesso efficaci battute di Totò: in un mondo costellato di mille e più primedonne “tutte pittate*” che sgomitano per ottenere un primo piano, ebbene, come chiosava il più nobile dei comici napoletani ne Il Turco Napoletano, “in questo negozio, fra tanti fichi secchi, un po di poesia non guasta mai”, e Rosanna, con il suo solare splendore, forgiato da sani e saldi principi di un tempo che fu, non guasta davvero no, e guai a chi se ne dimentica! (*) pittate, truccate

Gerardo Vernazzaro, mai senza Emanuela Russo però. E sì, perchè Gerardo è un tipo giusto, che sa il fatto suo, cresciuto come me nella cruda periferia napoletana ma che ha saputo leggere e vivere il presente senza mai rinunciare al suo futuro, ai suoi sogni, pur nella loro reale dimensione, senza cioè voli pindarici. Gerardo fa vino, e seguirlo nel suo lavoro, correre cioè tra le vigne, camminare con lui tra le vasche e rincorrere i suoi ideali nelle bottiglie è, credetemi, uno spasso; Perchè più del valore della fatica, del sacrificio della costruzione, condividere una bevuta con lui significa riuscire a cogliere di un vino”l’essenza” che vuole manifestare, più del territorio che si arroga la presunzione di rappresentare, il suo ideale. E mai compagno di bevute mi fu più gradito!

Teletubbies, sono off topic, lo so, ma aspetto da sei mesi di inserirli in qualche modo in un mio post; Senza di loro non so proprio come farei. Dei quattro, chi mi fa scompisciare è Dipsy, con il suo cappello sempre alla moda ed i suoi balli originalissimi, anche se, per amor del vero, sono quasi costretto a tifare sempre per Po e Laa-Laa, Letizia poi di quest’ultima è follemente invaghita. E che dire poi di Tinky Winky, il più grande (e grosso) della ciurma che se ne va in giro sempre con una borsa rossa (della serie ci fa o ci è?). Tutti protagonisti di storie incredibili alla luce di un sempre splendente Sole-bambina, un po come le mie giornate da quando sono diventato padre, altro che sommelier…

Carmine Mazza. In un tempo in cui Napoli e la sua provincia esprime tutto quello di cui mai ci si potrebbe innamorare ogni tanto salta fuori qualcosa di buono. Il Poeta Vesuviano non è solo un ristorante, prendiamolo come un avamposto di modernariato culinario nella popolosa e popolata provincia napoletana. Torre del Greco non è poi così lontana e andare da Carmine, nella foto con la deliziosa compagna Amalia, val bene il viaggio; Perchè Carmine ha voglia di fare e lo si vede in ognuno dei suoi piatti, ha talento da coltivare e motivazioni da preservare, insomma, il poeta va ascoltato!

La Francia. Credo di aver letto tutto il possibile sulla vitienologia francese e di non essermi mai fatto mancare il tempo per approfondire e cercare di capire: un mondo infinito, altro che bordò e burgogn! La cosa più curiosa è che più ci entri nei dettagli del vigneto Francia e più ne ami, ti appassionano, le mille sfumature più che le poche, solide architetture di un paese del vino straordinariamente ricco di cultura enoica. Così l’approccio dello scorso giugno al sogno borgognone diviene solo l’appetizer di una sì forte motivazione di cominciare quel viaggio fantastico che non si pone mete bensì obiettivi: vivere le terre di Francia.

Pasquale Torrente. Mi dicono che una volta capitato a Cetara si rischia di rimanerci secco, di cetarite o giù di lì. Aggiungono però che trattasi di un male buono, che si insinua dapprima nella mente ma che non perde tempo di rapirti l’anima. Cetara è un borgo marinaro tra i più suggestivi della costiera, vissuto da gente che praticamente si conosce tutta, tra questi c’è Pasquale. Di lui ho incontrato prima la sua fama, di persona per bene appassionata del buono e lento della vita nonchè gran cultore di amicizia. Poi il suo lavoro, di chef e patron dello storico ristorante “Al Convento” e quindi la sua persona: schietta, sincera, onesta, disponibile, trasparente. Un signore, si direbbe. Quanti come lui? Ne conosco solo alcuni altri, e comunque meno bravi con la sciabola!  

Angelo Gaja gira che ti rigira te lo trovi sempre davanti, ma anche no. E’ indubbio che sia un personaggio tra i più ambìti della nomenclatura enologica italiana, tra i pochi, pochissimi a cui va indiscutibilmente concesso il merito di aver creato un aspettativa sempre crescente sui suoi vini. Vuoi per passione, vuoi per critica, i vini di messer Barbaresco – checchè se ne dica – sono sempre un riferimento certo della vitienologia italiana, un caposaldo che sai di avere e di potertelo giocare – con tutti – a tuo piacimento. A lui, come forse a nessun altro, è concesso di apparire e sparire dalla scena a suo piacimento, lui come nessun altro ha maturato, soprattutto negli ultimi anni, quella sottile capacità di essere massmediologo senza esserlo, a volte senza nemmeno proferire parola, lasciando semplicemente parlare i fatti. Altre volte, quando proprio gli girano, ci ha abituato invece a sonore prese di posizioni, più o meno condivisibili, proprio come i suoi vini. Un riferimento Angelo Gaja, meno male che c’è!

Annalisa Barbagli. Il suo vecchio profilo sul sito del Gambero Rosso, per il quale ha collaborato sino a poco meno di un paio d’anni fa, la descriveva come “una persona pratica che vive l’impegno della casa (la spesa, il bucato, le pulizie, il cucinare ecc.) come un tutt’uno da fare all’insegna della massima professionalità”. Ed in verità dalle sue pubblicazioni si è sempre respirato quel non so che di vero che molti tentano – invano – di replicare costantemente nelle ultime uscite culinarie. Negli ultimi tempi non si riesce nemmeno più a contarli i vani tentativi di imitazione, ma chi come noi è cresciuto con La cucina di casa e si è ritrovato in quelle mille e più ricette che ha quasi tutte “vissute”, non v’è tubo catodico che tenga: che se le cuociano e mangino pure tra loro, il mio manuale di cucina è differente!

In ultimo, i miei primi dieci anni di Ais. E sì, son passati dieci anni; Era il 2001 quando mi sono avvicinato all’associazione italiana sommelier, per vocazione e non ripiego; Per molti dei miei amici/colleghi del tempo, quella rimane una “classe di ferro”, per altri addirittura mai più ripetuta. A me basta pensare di aver percorso, anche con alcuni di questi, un bel pezzo di strada professionale, appassionati e mai piegati all’arroganza di chi, nel tempo, ha preferito mettere avanti la scadenza mensile della sua prossima rata del mutuo alle ragioni, umane e morali, di un associazione che fortunatamente rimane un riferimento assoluto per la qualificazione e l’affermazione professionale dei comunicatori del vino, in Italia come nel resto del mondo. L’anno appena messo alle spalle ci ha consegnato una bella ventata di rinnovamento e tanti, tantissimi buoni propositi, a livello nazionale ma anche regionale qui in Campania: staremo a vedere cosa succederà, anche perchè, di cose da cambiare pare che ce ne fossero, chi vivrà vedrà!

Così la mia Arca l’anno scorso. (A. D.)

Etica ed estetica al tempo di fine stagione…

27 ottobre 2010

In principio fu leggere, poi studiare, lavorare; Fermarsi, quindi capire. Avere poi l’opportunità di maturare, grazie al proprio lavoro, esperienze umane e professionali atte a favorire una crescita è fortuna per pochi, e per ognuno di questi, un patrimonio personale da conservare gelosamente.

Sono questi giorni di improvvisa frescura, imperversano vento gelido e scrosci di fredda pioggia, le stanze rimbombano dell’assenza di vita, gli spazi si allargano, si allungano, i corridoi appaiono interminabili, il silenzio, rotto solo dalle grasse risate strappate da una battuta insolente, quasi fastidioso. Così volge al termine questa mia seconda stagione al ristorante L’Olivo del Capri Palace e tra qualche giorno, quando, con giusto distacco fisico e relax mentale potrò farlo, non mancherà un pensiero di fondo, a memoria di una delle più belle stagioni lavorative di sempre: grazie mille Oliver!

A caldo, mi sovviene di lasciare volentieri traccia di una breve, personale, osservazione su ciò che per molti è un dogma, per qualcuno un mero esercizio di stile, per altri più semplicemente la solita fuffa da salotto buono: l’etica e l’estetica in un albergo di lusso e/o ristorante gourmet.

L’architettura, le forme, possono suscitare un eccesso di aspettative, l’arte della raffigurazione della materia è palesemente di altissimo profilo, ed esprimere con essa la sostanza che ci si aspetta, attraverso linee esuberanti, lussuose, non è per tutti: il lavoro è tanto, l’impegno incalcolabile, il risultato già da qualche anno sotto gli occhi di tutti. Un luogo a dimensione umana, ideale per crescere e maturare.

Il dono artistico e la bontà sono due cose distinte? Chissà. Ad un ottimo pittore si possono commisionare tante opere, ma questi, se in gamba, dipingerà solo ciò che rappresenta la sua folgorazione. Alla stessa maniera costruire piatti per colpire l’immaginario può insinuare la mente del palato più fine, non le sue papille gustative. La rappresentazione delle proprie idee, della propria terra non può piegarsi alla sola esibizione estetica, gli ingredienti sono tutto, i colori, i profumi ed i sapori prima  di tutto: un falso – seppur d’autore – non ha implicazioni di valore morale da salvaguardare, uno chef si: in bocca al lupo ad Andrea Migliaccio, il nuovo* manico ai nostri fornelli!

“Se non c’è talento, non c’è arte, e se non c’è anima retta, l’arte è inferiore, per quanto abile”. (John Ruskin, 1819-1900). Con queste poche parole, apparirà banale, autoreferenziale, va raccontato uno spaccato di gioventù motivatissima che insegue il sogno di essere invece che apparire; Giovani senza confini, partiti a 15 o 16 anni per scappare da realtà poco attente alle loro esigenze per conoscere il mondo, con la curiosità di chi guarda al futuro ed ambisce ad essere, imparare, crescere. Arrivano da ogni dove, partono per ogni dove, poi ritornano. Fermarsi sarebbe come delegare ad un ammortizzatore dell’originalità il proprio valore, il maggiore distruttore del proprio talento. Più forte ragazzi, liberi di sognare il proprio futuro, costruito pezzo per pezzo con il gran lavoro!

*già delfino di Oliver Glowig da oltre un lustro.

Pomerol, Chateau La Conseillante 2005

14 ottobre 2010

Un vino incomprensibile! Con un evidente difetto enologico! Davvero strano, si avvia ad una evoluzione inaspettata. Cavolo! Un vino davvero incredibile, eccezionale!

Vi siete mai chiesti perchè Bordeaux è, nell’immaginario collettivo, un luogo culto per il vino nel mondo? La risposta è banalmente semplice, ma purtroppo non così scontata come appare: qui si fanno grandi vini, ma soprattutto si costruiscono grandissime leggende. E’ vero, i francesi in questo ci sono andati a nozze alla grande, furbetti come sono hanno creato ad hoc storie e storielle varie mettendoci di mezzo ora la nobiltà dei terreni, la preziosità delle uve locali, poi la nobile arte dei vignerons, la maestria dei negotiants: insomma, dei gran commercianti!

Ma i vini? Ehmbè, non tutto quello che ci arriva da bordò è da prendere per oro colato, ma certi vini hanno la capacità di entrarti dentro alla grande, ficcarti bene in mente che 150 vendemmie hanno pur un significato superiore all’ultimo coglione arrivato, che una terra seppur sia baciata da Dio ha avuto la fortuna, sfacciata, di essere camminata e vissuta da uomini capaci di valorizzarla e non solo di depredarla, e soprattutto, che i vini qui partoriti sono figli di tutti non per la stupida idea venuta a qualcuno di cabernettizzare o merlottizzare le vigne di ogni dove ma più semplicemente perchè i cabernet ed i merlot che qui nascono hanno una identità precisa, un dna compiuto, un profilo unico ficcatogli nelle radici e poi nel vino dalla terra e non dall’uomo!

La Conseillante è a Pomerol, ed è a tutti gli effetti uno tra i più ambìti Chateau dell’appellation, le sue vigne ricadono proprio al confine tra quelle di St. Emilion e per l’appunto Pomerol, nelle vicinanze di Chateau Cheval Blanc e Petrus. Il vigneto è di circa 29 ettari, piantato a Merlot e Cabernet Franc su terreni composti perlopiù di argilla misto a ghiaia, con evidenti depositi di sabbie e ferro.

Il Pomerol 2005 è un vino incredibile, capace di allontanare, farti storcere il naso, poi di conquistarti sino a lasciarti sciogliere dall’invidia per non aver mai bevuto prima nessun merlottone così buono come questo!

Il colore è un colpo al cuore, nerastro con evidenti sfumature porpora, praticamente impenetrabile; del primo naso ne faresti a lungo a meno, tracce ematiche miste a ferro e funghi, un vino con un tale esordio olfattivo ha di solito i secondi più o meno contati prima di vedere le rotondità del mio lavandino, ma qualcosa mi tiene il naso attaccato al bicchiere, più me ne allontano per non lasciare assuefare le narici più ne rimango affascinato; c’è, dietro l’angolo, un vortice di sensazioni olfattive che di li a poco si manifesteranno in maniera a dir poco entusiasmante.

Così armato di santa pazienza, travaso il vino da un calice all’altro, e via così per almeno un quatro d’ora, adesso quello che per alcuni è un timbro identitario ma che per me era solo una mera sgradevole sensazione, ha lasciato il posto a note certamente più interesanti e intriganti: il frutto prima di tutto, fresco e polposo, lamponi neri e mirtillo su tutti, poi note floreali di violetta, sino a liquirizia e vaniglia, tutte note speziate fini ed eleganti, che rendono a questo vino una trama olfattiva molto suggestiva, che vira continuamente tra la frutta e l’etereo, tra la confettura e l’inchiostro. In bocca  poi è possente, l’ingresso è ricco, il frutto quasi masticabile, il palato viene preso d’assalto da un vino di nerbo e voluttuoso, non proprio seta pura ma certamente caratterizzato da tannini nobili e più che digeribili. Il tempo gli conferirà maggiore grazia, adesso esprime tutta la fierezza dell’uvaggio e della sua nobile terra di origine. Un gran bel vino!

Questo vino è il nostro vino straniero dell’anno.

Benvenuta (generosa) vendemmia 2010, ma…

14 settembre 2010

Benvenuta (generosa) vendemmia 2010! Nelle scorse settimane, in previsione della vendemmia che andava già iniziando in alcune regioni d’Italia, si sono subito levate voci gaudenti di piena soddisfazione in virtù dell’imminente sorpasso, numeri alla mano, nei confronti dei cugini francesi, che avrebbe confermato la produzione vitivinicola italiana come primo riferimento assoluto in Europa, grazie ad una vendemmia abbondante, talmente ricca che porterà nelle cantine italiane (già stracolme, ndr) uve sane ed in quantità più che soddisfacente. Giusto il tempo però di lanciare alcune riflessioni e tutto l’entusiasmo iniziale è andato subito a farsi benedire, lasciando spazio ad accesi dibattiti, speculazioni mediatiche nonchè polemiche sterili e quintalate di buoni auspici per riordinare un sistema che a quanto pare non riesce proprio a vedere ad un palmo dal naso il buco nero che si è aperto all’orizzonte, continuando ad annaspare, ed in maniera pedissequa, a sovrastimare un mercato in continua svalutazione, perchè in Italia di uva e di vino se ne producono fin troppo! 

Così, in attesa del lungo inverno alle porte che ci accompagnerà in in giro per l’Italia e ancora in Francia a scoprire e capire cosa poi è arrivato nelle bottiglie (promettiamo che ne leggerete delle belle!) abbiamo chiesto ad alcuni enologi, stimatissimi amici, di darci delle dritte o più semplicemente illustrarci il loro punto di vista sul campo, in primo luogo in terra campana, certamente primario interesse di questo blog e qua e là in giro per l’Italia. Ecco le prime testimonianze che ci sono arrivate. 

Fortunato Sebastiano, enologo, con Vigna Viva segue diverse aziende sparse nelle cinque province campane; La sua è una testimonianza molto utile che ci da il polso di diverse microaree regionali; Questo il suo racconto: “è importante premettere che tutte le vigne di cui scrivo sono condotte in regime biologico. In provincia di Salerno (Picentini e Cilento) si prefigura una grande annata, con uve Fiano straordinarie, raccolte a fine agosto, di grande equilibrio acidico; L’aglianico promette benissimo, le escursioni termiche e gli abbassamenti di temperatura di fine primavera hanno rallentato le maturazioni ma qui questo non è un problema. In provincia di Benevento, areale di Sant’Agata dei Goti, dove opero, è stata per l’aglianico un’annata difficile, la peronospora è stata particolarmente invadente; La Falanghina invece molto buona, il Greco ed il Piedirosso idem, ci attendiamo vini molto interessanti. Qui alcune zone umide hanno risentito delle temperature medie troppo basse, inchiodandosi e trovando un pò di difficoltà di allegagione, la cosiddetta maturità eterogenea. Ad Avellino, negli areali di Montefusco, Santa Paolina, Castelfranci, Lapio, Montefredane, San Michele di Serino, il Greco è risultato molto equilibrato e dalle acidità perfette che mi fa pensare ad un’annata “tipica e varietale”, peccato per la grandine di fine luglio a Santa Paolina che ha un po ridimensionato le prospettive. L’Aglianico è in grande forma, ci aspettiamo grandi cose anche perchè per le zone più alte si arriverà presumibilmente sino a metà novembre per la raccolta; il Fiano risulta di grande spessore a Lapio, e anche nelle esposizioni più calde si avranno uve di buona spalla acida, a Montefredane si prevede una vendemmia nella media ma proprio qui si è registrata peronospora larvata diffusa, con le problematiche che ne conseguono. Infine a San Michele di Serino non ho dubbi sul fatto che si otterranno uve di grande qualità come base spumante”.

Massimo Di Renzo, enologo in Mastroberardino, senza dubbio tra le aziende di riferimento per tutta la regione; Ecco le indicazioni di Massimo: “Le mie riflessioni sulla vendemmia sono basate soprattutto su dati rilevati e costatazioni nelle province di Avellino e Benevento. L’inverno freddo e piovoso ha ritardato un po’ l’inizio della fase vegetativa, riportandola ai tempi classici delle suddette zone, sfatando gli anticipi a cui si è stati costretti negli anni precedenti. La primavera e l’estate sono state caratterizzate da precipitazioni superiori alle medie stagionali. In linea generale oltretutto non è stata un’estate molto calda e le escursioni termiche sono cominciate già forti nel mese di agosto, e ciò si traduce in un rallentamento nella progressione della maturazione, esaltando ricchezza aromatica e freschezza nelle uve. Siamo in ritardo sull’epoca di raccolta di circa 15 giorni, possiamo dunque confermare quanto accennato in precedenza e cioè che si ha un ritorno alle vendemmie tradizionali di ottobre avanzato e novembre, il che, ove possibile, esalterà fortemente il valore del territorio sulla qualità delle uve che arriveranno in cantina. Più degli altri anni la conduzione del vigneto è stata difficile ma prevedo ottimi risultati per chi ha lavorato bene in vigna, chi ha saputo guardare con lungimiranza ad una materia prima di qualità e non necessariamente di quantità. Detto questo però, con un mese circa ancora avanti, è naturale che saranno decisive le condizioni meteo dei prossimi giorni per definire il profilo definito dell’annata, pertanto incrociamo le dita e buona vendemmia a tutti!”

Grazie mille a Fortunato e Massimo, come sempre precisi e di facile lettura, a breve ci occuperemo anche dell’areale vesuviano (Lacryma Christi, ndr) e dei Campi Flegrei; Continuiamo, imperterriti, a scoprire e capire il vino e le sue origini, e così ci pare più facile, non trovate?

Qui la vendemmia 2010 nei Campi Flegrei illustrata da Gerardo Vernazzaro.

Qui il polso della provincia di Caserta, Gennaro Reale su le Terre del Volturno e Roccamonfina.

Qui le impressioni dei vignerons Antonio Papa e Tony Rossetti che ci presentano il millesimo nella terra dell’Ager Falernus.

Ay, Celebris ’98 Gosset et sa fraicheur puissante!

12 settembre 2010

Quali sono le caratteristiche di uno champagne che ne fanno una Grande Cuvée? Ovvero, cosa ci affascina così tanto dal farcelo preferire tra le milionate di bottiglie di bollicine? 

Difficile un’unica risposta, ma tra le tante plausibili siamo certi di poter trovare quasi sempre quella che fa al caso nostro, da vestire per l’occasione: la storia, forse unica, per qualcuno invece il prestigio, o la costante qualità, la sua rarità; Come dimenticare la sottile eleganza di certe cuvée, o la loro eccezionalità, per il millesimo o per il blasone sfoderato da certi marchi, alcuni dei quali capaci di evocare epoche lontanissime nel tempo, ancora più semplicemente lo status symbol, il valore empirico di certe bevute, ma non di meno quello sostanziale, quasi pregnante di altre ancora.

Nel nostro piccolo, durante gli ultimi mesi abbiamo affrontato l’argomento champagne più volte, proponendo alcuni assaggi da non perdere, in qualche caso consigliando vini memorabili, esperienze uniche e piccole ma interessanti novità sul mercato italiano. Oggi invece è tempo di celebrazione, tra qualche ora infatti due nostri carissimi amici, Felice e Sabrina, convoleranno a giuste nozze: un momento, per me e Lilly che scriviamo queste pagine, di profonda commozione, perchè assieme a loro abbiamo camminato a lungo la stessa strada, e perchè per loro è il coronamento di un sogno, tutto meritato, che diventa finalmente realtà. A loro dedico questo bellissimo vino, bevuto tra l’altro più volte durante questo 2010 e finalmente proponibile per l’occasione giusta sulle pagine di questo blog.

Sturm und Drang, tempesta e impeto, è il motto, il vessillo, l’anima pulsante che ha alimentato il romaticismo, un periodo fondamentale per la nostra cultura occidentale, l’evoluzione del pensiero che lascia posto al sentimento, un momento epocale contraddistinto da un’esplosione di passionalità, di individualismo, di irrazionalità e di riaccostamento all’arte. Ecco in poche righe cos’è per me il Celebris Vintage Extra brut ’98, un vino che lascia alle spalle, quando insistono, tutti i preconcetti sullo champagne, che apre impetuosamente un varco significativo nella lettura gustolfattiva di questo straordinario figlio di una terra eccezionale, tanto unica e rara quanto imprevedibile e sfuggente, un vino che non esito definire a tratti, sovversivo!

Possiede un profilo organolettico affascinante questo Celebris Vintage Extra brut ’98, sin dal colore, sfoggiando una tinta a sfumature dorate brillanti, molto avvenenti; le bollicine, finissime, sembrano venire fuori dal fondo del calice impilate di giustezza. Il naso ha complessità da vendere e non tarda a manifestarlo: è subito ampio e fragrante, vira immediatamente dalle iniziali note agrumate alle più sgranate ma finissime nuances di mandorla tostata e paglia secca. In bocca è fresco, la vivacità dell’anidride carbonica pare defilata e composta, mai cuvée di Chardonnay e Pinot Nero fu animata da un simile equilibrio, sempre in grande evidenza: il gusto è assai avvolgente e lungamente persistente, il frutto sembra quasi masticarlo tanto ricco ed onesto appare. Insomma, il Celebris come il classico a cui fare appello quando si tratta di sottolineare l’eccezionalità di un avvenimento, le cosiddette occasioni speciali. Ops! M’è scappato un luogo comune!

Sauternes 1er cru 2004 Chateau d’Yquem

3 settembre 2010

Ci sono poche certezze nel mondo del vino, una di queste è sicuramente la grandeur che circonda Bordeaux ed il mito di Chateau d’Yquem, “il Sauternes” per antonomasia, il nettare divino, il piacere puro, in alcuni casi millesimi, a detta dei più, una vera e propria libidine palatale. Ma qual è il modo migliore per apprezzarne appieno il frutto, la piacevolezza, l’infinita profondità? Sappiamo come bere un Yquem? La prima risposta è certo che sì, che cavolo, siamo o no dei professionisti? Ma non è questa che conta, non in questo caso, in verità sarebbe più opportuno prendere tempo, perchè forse è no, e questa pare divenire, di assaggio in assaggio, più che una certezza: non vale una sega essere bravi sommelier, narcisi professionisti o travestiti tali per il fine settimana, ci saranno, prima o poi, due dita di di Premier Cru Superieur 2004 a sbattervi in faccia il vostro curriculum, il vostro superbo autoreferenzialismo del ca**o dicendovi: “riprova, sarai più fortunato!”

Ci hanno educato (o provato a farlo) a studiarne la storia, a riconoscerne il blasone, a carpirne i segreti e desiderare l’assaggio, a divulgarne poi il verbo come profeti di un comandamento preziosissimo e dalla sacralità unica. Ne abbiamo tratto, nel tempo, palese visibilio, sino alla frustrazione, costretti tra le altre cose ad adorarlo e al tempo stesso, a seconda dei casi, ad odiarne l’aura sacrale, alla continua ricerca di un degno compagno di merenda per un vino apparentemente inavvicinabile: un adone dai biondi capelli d’angelo, oro puro, cristallino come solo la luce che in esso si riflette. Il tempo rifugge il tempo, e nonostante i tanti tappi levati al cielo, con somma soddisfazione, mai piena consapevolezza dell’accostamento perfetto, mai abbinamento assoluto, mai. Nessun ingrediente all’altezza della soave fragranza di un ventaglio finissimo, verticale sino alle vertigini, del dolce insinuarsi tra le papille, della sfrontatezza che lo vuole, sul finale di bocca, l’unico protagonista della messinscena.

E Le ostriche? Si vabbè, a lume di candela e con la velina di turno; Ma come, e l’amatissimo fois gras? Ecco, allora mettiamoci pure l’Almas Beluga o magari il Roquefort ed abbiamo chiuso con i luoghi comuni!

Voglio allora pensare, ingenuamente, realista come sono, che abbiamo negli anni preferito rivolgere lo sguardo altrove pur di non darla vinta ai cugini francesi: i loro sono solo sentimentalismi puerili, non ci affascinano per niente, i vini invece certo che sì, ma rimangono vini, e come tali replicabili all’infinito e con molta probabilità ovunque, o quasi. Un luogo comune, anche questo, che ha fatto il suo tempo.

Ecco, ho finito le mie due dita di Premier Cru Superieur 2004 d’Yquem, indiscutibilmente il più autentico dei vini da meditazione in circolazione!

Condrieu, Les Terrasses de l’Empire 2007

28 agosto 2010

Pensi al Rodano e la mente va immediatamente ai grandi rossi della Cote Rotie o di Hermitage, o magari al popolarissimo Chateauneuf du Pape dalle mille sfaccettature, e comunque, quasi sempre a vini rossi possenti e ricchi di nerbo: il syrah su tutti, ma anche mourvedre, grenache, cinsault, artefici il più delle volte, da soli ma come spesso accade in uvaggio, di ottimi vini, ed in alcuni casi, come per le denominazioni sopra citate, veri e propri capolavori di frutto e rotondità, ispessiti qua e la e consegnati al tempo da una terra particolarmente generosa, ricca di minerali e da combinazioni microclimatiche piuttosto favorevoli.

In verità però non esiste regione viticola francese con una tale e particolare eterogeneità di terroirs, interpreti, vini, il più delle volte assolutamente misconosciuti al grande pubblico e forse proprio per questo capaci, una volta scoperti, di conquistare definitivamente quanto e più dei blasonati e famosi fratelli bordolesi e borgognoni; Ecco perchè se, sul versante rossista c’è una cronaca abbastanza consolidata, nel caso dei vini bianchi non è facile individuare nel Rodano tutto dei riferimenti assoluti, difficoltà questa dovuta soprattutto all’empasse di una produzione bianchista nel tempo votata quasi esclusivamente a prodotti generalisti, dal profilo mediocre ed il più delle volte atti al veloce consumo locale; E’ questa una tradizione abitudine superata solo da poco più di un decennio, con non poche difficoltà, e solo da quei pochi vignerons eletti che hannno creduto, più degli altri, nella valorizzazione di uno dei più affascinati vitigni bianchi d’oltralpe, il viognier, a discapito delle più remunerative uve bourboulenc, clairette, roussanne e marsanne.

Così Condrieu, appellation situata nell’enclave più a nord della regione rhodaniennes, 10 km poco più a sud della città di Vienne, è riuscita a ritagliarsi uno spazio di particolare eccellenza nell’affollatissima nomenclatura viticola francese. L’areale di produzione è circoscritto perlopiù ai comuni di Chavanay, Ampuis e per l’appunto Condrieu, oltre che in alcune frazioni circostanti ed è interamente votato alla piantagione di viognier, che con syrah, roussanne e marsanne rappresentano gli unici vitigni indigeni da sempre coltivati nella Vallée du Rhone, visto che gli altri, dal clairette al mourvedre, al grenache hanno tutti origini nelle confinanti regioni mediterranee, Spagna in primis; Il suolo qui è di origine sedimentaria con la presenza di spesse rocce granitiche ed una massiccia presenza, nelle vigne, di ciottoli, e nei vini quella spinta minerale che ne caratterizza ampiamente il profilo organolettico garantendogli oltretutto una discreta longevità.

Il Domaine Georges Vernay  possiede oggi circa 16 ettari tra i più vocati dell’areale ed è senza ombra di dubbio tra i più apprezzati e riconosciuti interpreti della denominazione. Christine Vernay, che assieme al fratello Luc ha rilevato il testimone dal papà fondatore dopo la sua dipartita, è riuscita imperterrita a seguire e consolidare la strada avviata qualche anno prima proprio dal padre Georges, sin dagli anni ’50 strenuo difensore della viticultura autoctona, tanto più che oggi i suoi viognier sono indiscutibilmente tra i più interessanti e voluttosi vini bianchi del Rodano settentrionale. Ho avuto modo di assaggiare il Condrieu Terrasses de l’Empire 2007 più volte negli ultimi due anni, confrontandolo in un paio di occasioni con altre interpretazioni dello stesso calibro, ma non c’è partita alcuna, stravince a mani basse: il colore giallo oro, vivace e concentrato lascia presagire un vino maturo e tendenzialmente ruffiano, mieloso come il più beffardo dei complimenti. Affatto! Questo vino ha stoffa da vendere, carattere quasi indomabile, il naso appena dopo un invitante sventagliata di pera e mandorla vira su note di lemongrass e poi grafite, rimanendo a lungo gradevolissmo, un infinito piacere. In bocca è ficcante, aggredisce le papille gustative con un incipit assai fresco, piacevolmente acido, a tratti pungente, balsamico, lasciando una scia di purissima nota aromatica e minerale. E’ il classico vino bianco da bere fresco, ad una temperatura intorno ai 10-12 gradi, in calici non troppo ampi per non lasciar disperdere il finissimo bouquet e perfetto per accompagnare parole al vento e sguardi indiscreti, oh pardon, da abbinare ad un bel piatto di gamberi e scampi crudi in bellavista accovacciati magari su una fresca salsa di pomodoro giallo. Poi mi fate sapere…

Quarts de Chaume 2006 Chateau Pierre Bise

22 agosto 2010

Il Sauternes è il vino dolce più buono al mondo, ma non è il solo, statene certi. C’è una bottiglia, dal nome quasi impronunciabile, che non di rado tira fuori dal suo mezzo cilindro espressioni inarrivabili, che possono conquistare molto e più del blasonato nettare bordolese.

Claude Papin dello Chateau Pierre Bisé (foto tratta dal web)

Il suo nome è Quarts de Chaume (cuarz d’ sciom) e la sua anima lo Chenin blanc, vitigno misconosciuto dai più ma capace di prestazioni di altissimo profilo – e qui nella Vallée de Loire – nella sua patria indiscussa, di vini bianchi tradizionali e da “muffa nobile” dai tratti caratteriali indimenticabili.

Il vitigno offre generalmente un quadro organolettico piuttosto definito ma non si possono certo trascurare le ingerenze dovute alle diverse interpretazioni a cui è soggetto nei rispettivi contesti di produzione dove viene lavorato, dovute soprattutto alla diversa considerazione di cui gode presso i vari produttori alcuni molti dei quali continuano a vedere nello Chenin blanc una mediocre materia prima per banalissimi vini di massa e di modesto profilo qualitativo. Il vitigno infatti, per la sua innata vigoria e capacità di adattamento, è piuttosto diffuso, oltre che in Francia, anche in alcune regioni del mondo particolarmente vocate alla produzione intensiva tra cui la California, l’Australia e non ultimo il Sud Africa, dove in particolare è stato praticamente adottato è riconosciuto con il nome di Steen tra i vitigni autoctoni tanto dall’essere utilizzato come vino base per lo spumante nazionale prodotto con methode champenois, il Cap Classique.

In generale i vini prodotti in zone a clima più fresco e con uve non perfettamente mature esprimono un profilo organolettico generalmente basato su aromi varietali sottili e delicati, di mela verde, limone, agrumi, acacia ed un gusto piuttosto greve se non acido; Risultano invece più intriganti e suggestivi in vini prodotti in aree con un clima tendenzialmente più caldo o magari con uve surmature dove gli aromi primari di frutta tendono alla polpa matura, alla pesca ed alla mela cotogna e albicocca mentre sbocciano piacevoli sfumature mielate pur senza sovrastare le caratteristiche note minerali che soprattutto al palato fanno dello Chenin blanc uno dei più controversi vitigni a bacca bianca d’oltralpe, capace addirittura di offrire, come nel caso del vino in questione, botrytizzato, passito cioè naturalmente in pianta grazie alla cosiddetta muffa nobile, un ventaglio olfattivo davvero impressionante per integrità e complessità ed un gusto a dir poco unico e lungamente intenso, infinito, da meditazione.

La Loira, come detto, rimane la regione d’elezione per il vitigno, e vini bianchi tradizionali come il Vouvray e il Montlouis sono testimonianza dell’ottima verve espressiva di quello che qui, per amor di patria, viene chiamato Pineau de Loire, ma è nel cuore del Coteaux du Layon, a Bonnezeaux e Chaume in particolare, che le uve, attaccate dalla Botrytis Cinerea sono capaci di dare vita a piccoli gioielli della nomenclatura viticola Loirenne, in alcuni casi a vere e proprie rarità enologiche. Proprio a Chaume il terreno è di carattere argilloso e poggia su croste di scisto (quarzo) e silicio, una combinazione piuttosto ideale per una corretta e costante buona vigoria della vite associata ad un clima costante piuttosto favorevole che beneficia tra le altre cose dell’influenza del fiume Loira che taglia di netto l’intero areale della denominazione.

Qui e così nascono i vini di Claude Papin, vigneron di cui vorrei presto conoscerne di più per potervi dare conferma, raccontare, di come – così come mi dicono – riesce a “sentire” i suoi vini mentre evolvono e maturano nel tempo prima di decidere di consegnarli al mercato, di come, non sbagliando un appuntamento, riesce anno dopo anno a garantirsi un posto nella Hall of Fame della viticultura Loirenne, e perchè no, nel mio cuore. Questo Quarts de Chaume è un nettare prelibato da bere con le persone che amate, a parlare di cosa non conta, magari ascoltando le voci di dentro, quelle che arrivano dritto dal proprio cuore!

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L’utile sottovalutato, il tappo a vite per esempio

16 agosto 2010

Lo ammetto, inizio ad accettare di buon grado l’idea delle bottiglie di vino con la chiusura tappo a vite. Credo siano stati fatti buoni passi avanti, innanzitutto sull’utilizzo dei materiali, soprattutto in riferimento alle plastiche utilizzate internamente al tappo come sigillante, da qualcuno, in passato, additate come nocive se non addirittura cancerogene e poi anche, sebbene ancora poco, da un punto di vista comunicativo e divulgativo. Per la verità, per quanto ci riguarda, in Italia il dibattito sulla utilità o efficacia di questa soluzione, nata perlopiù per sopperire alle difficoltà causate dal prezzo dei sugheri in costante ascesa, non si è mai acceso del tutto, dovuto soprattutto al fattore culturale, più che altro così filo mittel-europeo quanto vera e propria sincope del nuovo mondo, distante quasi anni luce dal romanticismo latino, italiano e francese in primis, che vuole, aggiungo forse giustamente, le bottiglie di vino bollate e consegnate al tempo esclusivamente con il tappo di prezioso sughero.

Ecco, pur essendo io un romantico, me ne sono fatto una ragione, professionale innanzitutto e nel tempo ho imparato a rivalutare il tappo a vite sino a pensare che prima o poi ne diverrò un convinto sostenitore, quasi un fan; A ciò aggiungo che rilancio molto volentieri l’invito, a chiunque ne fosse strenuo ostruzionista, a rivedere sin da subito la propria posizione e poichè non sarebbe così male di pensare di utilizzarlo con maggiore frequenza, e mi riferisco in particolar modo a quelle aziende che dedicano stabilmente una “linea di prodotti” per esempio alla banchettistica o più semplicemente propongono sul mercato vini dal consumo più o meno veloce (bianchi e rossi d’annata, rosati). Tra i pro, tra i tanti, uno lampante proprio per gli addetti ai lavori, quello cioè di non dover aprire (metti un evento di gala) cento-centocinquanta bottiglie e – come mi auguro capiti di sovente – provarne l’integrità da tricloroanisolo una ad una. Qualcuno ha pensato bene di attenuare lo stress per il sommelier di turno con i tappi sintetici, bene, bravo, ma rimangono pur sempre da aprire, cavatappi alla mano, cento-centocinquanta bottiglie di cui sopra. Vuoi mettere con uno Stelvin,  svita e… vai!

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Professione Sommelier, il Sauvignon blanc

9 agosto 2010

Diamo ufficialmente il benvenuto su questo blog a Gerardo Vernazzaro¤, giovane enologo napoletano tra i più preparati e attivi della nouvelle vogue nonchè mio Amico di Bevute. A lui, una pagina dedicata nella rubrica IL VINO DEGLI ALTRI, dalla quale ci illustrerà tecnicamente cosa e come nasce ciò che ci ritroviamo a raccontare nel bicchiere. Questo è L’Arcante¤ diario enogastronomico, una passione in grande crescita! (A.D.)

Il Sauvignon blanc (detto anche Blanc Fumé) è un vitigno a bacca bianca, proveniente originariamente dalla zona francese di Bordeaux. Il nome deriva dalla parola francese sauvage (“selvaggio”), aggettivo dovuto alle sue origini di pianta autoctona del sud-ovest francese. Grazie alla sua capacità di adattamento, è coltivato estensivamente in Francia, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, California e Sud America, con una piccola quota anche in Italia. È impiegato (fino ad un massimo del 30%) anche nella produzione di uno dei più famosi vini dolci al mondo, il Sauternes.

A seconda del clima, le uve sauvignon possono dare vini con sentori erbacei o di frutta fresca. In ogni caso i vini risultanti sono destinati ad un veloce consumo, dato che l’invecchiamento superiore ad alcuni anni, non dà effetti migliorativi sulle caratteristiche organolettiche nella maggior parte dei casi. Hanno generalmente un aroma caratteristico che li distingue da tutti gli altri vini, generalmente poco marcato nel mosto, ma decisamente singolare che si sviluppa in particolar modo nel corso della fermentazione alcolica.

I vini prodotti da uve sauvignon presentano un vasto ventaglio aromatico in cui i principali descrittori sono il peperone verde, il bosso, la ginestra, l’eucalipto, la gemma di cassis, il rabarbaro, la foglia di pomodoro, l’ortica, il pompelmo, il frutto della passione, la scorza di agrumi, l’uva spina, il frullato di asparagi, la ginestra e la pietra focaia. Le migliori bottiglie di alcuni vini, dopo qualche anno di affinamneto sviluppano sentori di affumicato, pietra focaia e perfino di tartufo.

Dunque alcuni sentori più vegetali, altri più floreali per finire con quelli più evoluti e di tipo minerale. Fino a poco tempo fa si ignoravano quasi completamente i composti volatili responsabili di queste differenti note (tioli volatili). Si sapeva solamente, grazie ai lavori di autori come Augustyn ed Allen, che il carattere di peperone verde del sauvignon è dovuto a metossipirazine, in particolare all’isobutilmetossipirazina. Questo odore vegetale piuttosto sgradevole è molto marcato nei mosti e nei vini quando la maturità dell’uva è insufficiente, esso è anche tipico dei vini di Cabernet provenienti da vendemmie non molto mature o prodotte da vigneti troppo vigorosi la cui alimentazione in acqua ed azoto è eccessiva. Le metossipirazine non rappresentano dunque gli aromi più tipici e ricercati dei vini di Sauvignon.

Gli enologi sanno chiaramente che i profumi caratteristici sono talvolta difficili da ottenere ed in seguito da mantenere nei vini. Soprattutto nei climi caldi il Sauvignon è un vitigno difficile da vinificare. Il materiale vegetale (clone), terroir, maturazione dell’uva, data di vendemmia, condizioni di estrazione dei succhi, ceppo di lievito responsabile della fermentazione alcolica, metodi di affinamento sono tutti fattori che ne possono influenzare l’espressione aromatica. Infine, anche nelle zone di produzione più vocate, la qualità aromatica dei vini Sauvignon è irregolare da un’annata all’altra e da una vasca all’altra. Per tutto questo insieme di motivazioni è importante fare un piccolo approfondimento sulla natura chimica degli aromi tipici di questo vitigni e sui meccanismi e fattori che li possono influenzare.

La prima molecola scoperta come composto caratteristico dell’aroma di Sauvignon è il 4-mercapto-4-metilpentan-2-one (4MMP) identificato nel 1993. Questo mercaptocetone, che possiede uno spiccato odore di bosso e di ginestra, è olfattivamente molto attivo, la sua soglia di percezione in soluzione modello è di 0,8 ng/l. Il suo ruolo nel vino è indiscutibile dato che il suo tenore nei Sauvignon tipici può raggiungere i 40 ng/l.

In seguito sono stati identificati nel Sauvignon molti altri tioli volatili odorosi da parte di T. Tominaga e D. Dubourdieu tra il 96 ed il 98: l’acetato di 3-mercaptoesan-1-olo (3MHA), il 4-mercapto-4-metilpentan-1-olo, il 3-mercaptoesanolo-1-olo (3MH) ed il 3-mercapto-3-metilbutan-1-olo. L’acetato di 3-mercaptoesan-1-olo è il responsabile di un odore complesso che evoca non solamente il bosso, ma anche la scorza di pompelmo ed il frutto della passione. La sua soglia di percezione è di 4 ng/l ed in certi sauvignon ne possiamo trovare alcune centinaia di ng/l. Anche il 3-mercaptoesanolo ha un aroma che richiama quello del pompelmo e del frutto della passione. La sua soglia di percezione è dell’ordine di 60/ ng/l ed è sempre presente nel sauvignon con tenori che raggiungono qualche centinaio di ng/l, a volte perfino alcuni mg/l.

In definitiva il ruolo organolettico del 4-mercapto-4-metilpentan-1-olo, con odore di buccia di agrumi, è più limitato. La sua concentrazione nei vini supera raramente la sua soglia di percezione (55 ng/l) tuttavia questo valore può essere raggiunto in qualche vino. Il 3-mercapto-3-metilbutan-1-olo, con odore di pera cotta, è molto meno odoroso, la sua soglia di percezione è di 1500 ng/l, valore che non viene mai raggiunto nei vini.

Gerardo Vernazzaro, enologo e viticoltore a Cantine Astroni¤.

C’è davvero ben poco da aggiungere a questo post, da rileggere più e più volte per chi volesse capirne di più su questo particolare vitigno d’oltralpe, se non un paio di considerazioni personali. Da un punto di vista strettamente “commerciale” il sauvignon non gode certo dello stesso successo che ha fatto dello chardonnay una icona dell’internazionalizzazione omologazione del gusto mondiale, e questo è dovuto più che al suo gusto “eccentrico” alla sua limitata capacità di acclimatarsi in vigna; non manca però di un certo appeal soprattutto se considerato alla giusta maniera ed abbinato, a tavola, ai piatti giusti: pesci mediamente grassi, primi piatti iodati, carni succose, formaggi giovani a pasta molle, anche erborinati. La seconda considerazione è quasi una soffiata: molti, qua e la nel mondo, sono soliti usare piccole quantità di sauvignon come “saldo” negli uvaggi di vini bianchi generalmente poco espressivi, spesso non menzionandolo nemmeno, proprio per la sua capacità di “sostenere” una certa carica aromatica senza stravolgere oltremodo, a piccole dosi, l’equilibrio gustativo. 🙂

Consiglio, a chi volesse masticare di riconoscimenti di molecole presenti nel vino, di riprendere questa lettura sui ‘difetti del vino’¤ (A.D.).

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Puligny, Les Folatieres 2006 di Etienne Sauzet

6 agosto 2010

“Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; Sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il romorio torna il lavoro usato”. La quiete dopo la tempesta, tratta da “I Canti” di Giacomo Leopardi.

E’ appena passato su Capri un temporale pazzesco, un scroscio d’acqua gelido come una stilettata inaspettata al bien vivre agostano; Ho tra le mani pura luce, davanti ai miei occhi, profondità sospese, nella mente solo meraviglia! E’ straordinario questo vino, un colpo al cuore, pane per i miei denti: almeno venti pagine del prossimo miglior libro giallo che leggerò, molto più di un sorriso smaliziato in cerca di un complimento. Che vino!

Grazie al recente viaggio in Borgogna ho potuto camminare vigne di una suggestione unica e potuto vivere realtà solo immaginabili sino a pochi minuti prima aver varcato il primo centimentro della Route des Grands Crus, ma la particolare sensibilità al tema Pinot Nero (da sempre “il mio vino”) ed i pochi giorni a disposizione hanno voluto che mi ci dedicassimo in particolar modo al grande rosso borgognone, vivendo solo di striscio la realtà bianchista di una terra dalla vocazione unica al mondo. Così, di Mersault, Chassagne e Puligny Montrachet, Corton Charlemagne continuo ad annaspare nel desìo e sono costretto ad accontentarmi degli assaggi collaterali del momento 🙂 !

Etienne Sauzet è stato, a detta di molti, tra i più brillanti vigneron di Puligny di metà novecento, e Gerard Boudot – marito della figlia di Sauzet, Jeannine, subentrato alla conduzione del domaine alla morte del fondatore nel 1975 – ha continuato come “proprietares et acheteur des raisins” a consolidare il mito di un vero e proprio piccolo gioiello della viticultura borgognona: pensate, appena meno di nove ettari suddivisi però tra i più preziosi Grand Cru dell’areale, Batard-Montrachet e Bienvenues-Batard-Montrachet e i Premier cru Les Combettes, La Perriere, Les Referts, Les Champs Canet e appunto Les Folatieres.
 
Il Puligny-Montrachet 1er Cru Les Folatieres 2006 di Etienne Sauzet è un grande vino, dicevo; Appena aperto si offre con una certa ritrosìa ma gli basta davvero poco tempo per esprimere tutto il suo candore. A tal proposito non appaia una forzatura, in generale, servire questi vini scaraffandoli qualche minuto prima, avendo cura tra l’altro di gestire una temperatura di servizio intorno ai 12-14 gradi, perfetta per cogliere tutte le sfumature che ne caratterizzano i tratti organolettici. Il colore è di un bel paglierino carico, fitto e piuttosto affascinante, scivola nel calice lasciando tracce di sinuosa materia glicerica che riflette sfumature cristalline. Il naso si apre su sensazioni molto piacevoli: saltano fuori, prorompenti, ficcanti note minerali, balsamiche espettoranti, e man mano la temperatura si assesta offre sfumature mielate e tostate certamente consegnate al vino dal lungo percorso di maturazione tra pièces bourgouignonne e bottiglia, di solito non meno di due anni, ma assai coinvolgenti. In bocca è voluttuoso, infonde al palato una grassezza unica, non di banale scioglievolezza burrosa – quella tanto in voga negli sciardonnè volgarmente detti fatti ogniddove – ma di purissima materia territoriale, composta di terra e di frutto, di sapienza e tecnica, e tanta, tantissima pazienza. Un vino, questo, capace con molta probabilità di sfidare un tempo lunghissimo ma in grado di offrirsi generoso e compatto già oggi: lungo, lunghissimo il sapore, irreprensibile, proteso ad ogni sorso verso un nuovo viaggio, perfettamente godibile, abile a mio parere a placare anche l’animo più irrequieto. Ecco il dolce nettare da non perdere per compiacersi, nella quiete, della passata tempesta!

La Bussière-sur-Ouche, l’Abbaye de La Bussière

18 luglio 2010

Due minuti per un pensiero, per fissare una immagine piuttosto suggestiva: ecco, mi viene in mente un paesaggio favoloso, di metà settecento; un parco infinito, rigoglioso, con un piccolo lago privato dove starnazzano le anatre, dove i cigni riflettono la propria immagine nell’acqua limpida solcata da piccole imbarcazioni a remi di legno antico. Le vedi scostare il vecchio pontile in legno per allungarsi alla frescura dell’isoletta al centro del lago, dove le querce secolari offrono riparo dal sole tiepido e dove cespugli ben curati, alcuni sbucano direttamente dall’acqua, celano sguardi indiscreti.

A qualche metro di distanza alcune persone, sedute comodamente, giocano a scacchi. Qualcun’altro, alle prese con bambini piuttosto vivaci, rincorre creste biondissime tentando invano di tacciare urla di felicità con la paura che possano destare un qualche disturbo: invero qui il silenzio, la pace, la tranquillità sembrano non soffrire di questi piccoli sussulti più di tanto. Non è un pensiero campato in aria, è il benvenuto a L’Abbaye de La Bussière, sur-Ouche.

Siamo in Francia, a La Bussière, 45 chilometri da Vosne-Romanée¤, quanranticinque km di curve e saliscendi tra i boschi di querce e distese di grano e pascolo interrotti solo dal canale che scorre parallelo all’Ouche, dal quale ruba le acque da offrire alle genti che popolano i piccoli borghi lungo le sue rive, apparentemente inanimati, così perfettamente integrati nel paesaggio. La storia del luogo e dell’Abbazia in particolare conservano un fascino straordinario e un valore talmente prezioso che è impossibile racchiudere in poche righe, pertanto chi ne abbia voglia può trovare¤ tutte le informazioni possibili su questo meraviglioso luogo del gusto oggi di proprietà della famiglia Cummings, originaria del Sussex (UK) che rimanendo stregata da questa terra fantastica ha deciso, nel 2004, di vendere il Relais-Chateau di proprietà in Gran Bretagna per trasferirsi immantinente a La Bussiere.

Queesta la cronaca di una bella esperienza gourmet, condivisa con i sommeliers dell’ Ais Campania capitanata per l’occasione dal presidentissimo Antonio Del Franco durante il nostro recente¤ viaggio dello scorso giugno.

Al ristorante, a condurre i giochi in sala c’è un giovane italiano, Fabio Rambaldi da Torino che dopo un lungo vagare per le terre di Francia ha deciso di piantare qui nuove radici, svolgendo a mio parere un ottimo lavoro di coordinamento e formazione: il servizio, seppur rallentato dal numero di coperti del tavolo (siamo in sedici) non soffre di attese particolarmente snervanti, complice a dire il vero anche la piacevole atmosfera di convivialità. Un appunto però sulla sommellerie è d’obbligo, mi ci sarebbe piaciuto da parte del sommelier, un tantino di loquacità in più, ma ci accontentiamo dell’ottimo Rully servito, da una carta non ampissima ma ben strutturata.

In cucina, a tirare le redini dei fornelli, un astro nascente della cucina francese, Emmanuel Hébrard che ci è sembrato molto motivato, e nonostante gran parte dei piatti in carta ruotino su ingredienti e sapori tipicamente borgognoni, anche piuttosto intraprendente, lasciando intuire sprazzi di tecnica professionale finissima e vocazione a grande aspettative future. Tra i piatti seerviti, quelli che più mi hanno colpito sono essenzialmente “l’amuse bouche de saison” (nella foto sopra), il benvenuto dello chef a tema uova di quaglia, fois gras e pesce persico: bella la presentazione e dai sapori nitidissimi.  

Il “finto filetto di boeuf Charolais” si dimostra una esplosione di sapori, dalla cottura fenomenale, di aromaticità intensa e gradevolissima, senza contare il magistrale accostamento (davvero prelibato) ad un gioco di piccoli e gustosi assaggi di carciofo marinato ripieno del suo cuore, finferli scottati, finocchio caramellato e patate farcite di cremosa purea.

Il formaggio secondo Emmanuel Hébrard, “Le Pierre qui vire affiné” ovvero una preparazione intelligente per servire un delizioso formaggio vaccino, cremosissimo, dal sapore intenso e persistente accompagnato da un biscotto ripieno di spuma dello stesso formaggio e ciliegie che tendono a stemperare il sapore deciso riconducendo quindi il palato ad un giusto equilibrio prima del dessert. 

Rivelazione questa di un gioco, un contrasto di sapori che vanno superandosi in una rincorsa che poco si addice alla nostra cultura “dolciaria”, ma che non manca certo del suo effetto impatto gustativo positivo: sono piccole ganache di cioccolato fondente Guanaja con percentuale di cacaco amaro all’80% abbinate a grandissimi-bellissimi-buonissimi lamponi, una crema ghiacciata di formaggio e basilico e piccoli fogli di argento alimentare.

Post-cena: per gli appassionati di turno un discreto fumoir arredato di tutto punto li attende al primo piano; per gli innamorati di tutte le età invece, è d’obbligo una passeggiata notturna lungo i viali illuminati di questo meraviglioso luogo d’incanto, una comoda panchina, ogni venti metri più o meno, attende loro per lasciargli aprire gli occhi sul meraviglioso cielo stellato di Borgogna ed al cuore impavido dell’amato amore.

 
Abbaye de La Bussière
Relais&Chateaux
Loc. La Bussière-sur-Ouche
21360 Dijon
Tel. +33 (0) 3 80 49 02 29
Fax +33 (0) 3 80 49 05 23
www.abbaye-dela-bussiere.com
info@abbaye-dela-bussiere.com

Il Pain d’Epices de Bourgogne, et voilà…

14 luglio 2010

Camminando per le vie di Digione, oltre che affascinato dal centralissimo mercato generale, affollatissimo ogni mattina e ricchissimo di colori e profumi provenienti da tutta la Borgogna, per non dire della Francia, sono rimasto profondamente colpito dalla grandissima qualità dell’offerta gastronomica di ogni bottega cittadina: dallo charcutiere che del maiale non butta veramente niente e ne fa, con le verdure di stagione, trionfo di aspic e sformati vari, allo stesso fruttarolo, che non si fa mancare proprio nulla, escargots comprese. A Beaune per la verità avevo già avuto gustose “rappresaglie” di finissima gastronomia, pasticceria in testa, che mi hanno fatto piombare per un attimo piuttosto lungo nello sconforto della gola (della serie …e adesso da dove comincio?); Non solo cioccolato però, lavorato da finissimi maitre chocolatiere, ma anche straordinari macarons, dalla fragranza unica e tante varianti di piccola pasticceria subliminale, esempi di tecnica eccelsa, manualità ineccepible ed equilibrio perfetto nell’utilizzo degli ingredienti: dolci opere d’arte dolciarie di ineguagliabile valore.

Ma come spesso accade, alla fine di un giro nel vortice della perdizione, ciò che mi ha incuriosito e conquistato particolarmente è stato un dolce tipicamente francese borgognone, particolarmente leggero ma corroborante, e seguendo ricette tradizionali, privo addirittura di grassi, a base di farina di segale, spezie e miele: il Pain d’Epices, in uso abituale nel servizio delle colazioni, ma non di rado manna dal cielo per bambini capricciosi ad ogni ora.

Ho consegnato nelle mani della nostra Ledichef diverse ricette, compreso l’abecedario di Mulot et Petitjean di Beaune (con Magazzini e Produzione in Digione), storicamente riconosciuti i conservatori della storia del Pain d’Epices de Bourgogne, oltre che quelle scovate qua e là nei vari luoghi dove è stato possibile carpirne utili indicazioni; Questo è il risultato, perfettibile naturalmente, di alcune prove di cucina contemporanea di una delle più antiche ricette d’oltralpe, datata primi del settecento.

ingredienti per 6/8 porzioni:

  • 300gr di farina bianca;
  • 200gr di farina integrale;
  • 500g miele liquido (es. castagno);
  • 25 cl di latte;
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci;
  • le quattro “epices”, cioè spezie, ovvero: cannella, zenzero, anice, chiodi di garofano;
  • semi di finocchio;
  • 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio;
  • un pizzico di sale;
  • 2 cucchiai di granella di zucchero;

Per la preparazione: scaldare il forno a 180°, nel mentre portare il latte ad ebollizione a fuoco basso, aggiungervi il miele e mescolare finché il miele non si sia completamente sciolto ed uniformato al liquido. Versare le farine, setacciate, in una ciotola capiente, unirvi il lievito ed il sale. A questo punto aggiungere le spezie, il latte ancora caldo e l’acqua di fiori d’arancio. Rimestare il tutto sino ad ottenere un’impasto omogeneo. A parte preparate una teglia da plum cake avendo cura di predisporre al suo interno la carta da forno. Versarci l’impasto e livellare, distribuire la granella in superficie e infornare per circa un’ora finché il pain d’épices non si sarà ben dorato.

Nota a margine: E’ possibile aggiungere a questa ricetta base tante varianti come granella di cioccolato, scorzette di arancia (come nella foto) o canditi di ogni genere, o per esempio aromatizzare l’impasto con vino o liquore, o servire il tutto con creme e salse varie, ma l’origine semplice (povera) della ricetta ci invita a realizzarne la versione più autentica per poter godere al meglio dei profumi e dei sapori di Borgogna. E se vi trovate in zona, non mancate una visita al negozio storico di Mulot et Petitjean nel centro storico di Beaune. 

Pain d’Epices
Mulot et Petitjean
13 Place Bossuet
21000 Dijon – France
Tel. 03 80 30 07 10
www.mulotpetitjean.fr

Vosne-Romanée, qui pulsa l’anima del Pinot Noir

7 luglio 2010

Certi post(i) non hanno bisogno di parole per essere compresi, buttare giù centinaia di melense parole, anche ben legate tra loro, di trama e grammatica, potrebbero aiutare a capire quanto amore si possa profondere per alcuni luoghi, non cosa significhi per un appassionato camminarli, viverli!

Vosne-Romanée è appena fuori Nuits St Georges, appena prima di Vougeot sulla strada per Gevrey Chambertin e la capitale della Borgogna, Digione. Il terreno del vigneto è piuttosto eterogeneo ma poggia tutto su una roccia calcarea abbastanza solida che arriva ad avere, in cima alla collina che abbraccia i Grands Crus, uno spessore piuttosto importante lasciando invece in superficie, a vari substrati, altri conglomerati di natura sedimentaria frammista ad argilla. L’Appellation Village Vosne-Romanée è estesa su oltre cento ettari circostanti il comune omonimo è possono fregiarsi di tale denominazione anche parcelle allocate in altri comuni o ricadenti in appellations locali come per esempio alcune vigne della vicina Flagey a nord o Nuits St Georges a sud.

Benvenuti nel cuore della Borgogna più ambita, ricercata, apprezzata; Vosne è sinonimo di rara eleganza, di preziosa finezza, ne sono testimoni i grandissimi e costosissimi vini che nascono nelle vigne a La Tache, Richebourg, Romanée Conti, La Romanée, ma non di meno nella Romanée St Vivant ed Echezeaux. Se la grandezza di questi ultimi è spesso offuscata (ma non più di tanto) dall’immensità dei primi, i vini che vengono fuori nella vigna de La Grande-Rue, divisa da La Tache proprio da una minuscola stradina sterrata poco asfaltata, esprimono di quest’ultimo l’alter-ego, naso empireumatico e palato, ci raccontano, marcato da una nerbatura acido-tannica molto lontana dalla voluttà del pur confinante La Tache.

La Romanée è uno dei Grands Crus di Pinot Noir più ricercati al mondo eppure rappresenta la più piccola delle appellation di Francia, pensate meno di un ettaro di vigna, caratterizzato anche qui da un terreno marnoso-calcareo frammisto ad argilla. Confina a sud con parte della vigna de La Grand Rue ed in parte con Aux Champs Perdrix (Village), poco più in la spostato verso est con il mitico vigneto de La Romanée Conti e a nord con Romanée St Vivant e Richebourg.

La Romanée Conti è anch’esso un piccolo giardino al sole di Vosne-Romanée, il Grand Cru per eccellenza, consacrato al mito grazie a vini di una longevità impressionante, di una finezza e costante pulizia olfattiva incredibili ed una opulenza insindacabile. Meno di due ettari nel cuore di Vosne, proprio a due passi dal centro del borgo cittadino, appena voltato l’angolo del “Mairie”, il palazzo comunale. Una curiosità del momento mi è saltata agli occhi, un manipolo di corridori sudati ed affannati presi dalla loro corsa antistress lungo le viuzze di campagna, proprio dai filari dei grands crus: che fortunati, mi è venuto da pensare, a pensare a chi è costretto a fare jogging sui marciapiedi di periferie grigie e fumose di città… 

In conclusione, per chi si appassiona alle cifre piuttosto che alle sensazioni, sono circa 225 gli ettari a vigneto di tutto l’areale, per una produzione annuale che varia a seconda della qualità della vendemmia dai novemila ai novemilacinquecento ettolitri l’anno. Come già accennato possono richiedere hanno diritto all’appellation Vosne-Romanée anche alcune parcelle che allignano nei comuni confinanti di Vosne, come per esempio Flagey-Echezeaux; il quadro che ne viene fuori è un “vignoble” di 8 Grands Crus e 15 Premiers Crus, praticamente dei più conosciuti ed apprezzati di tutta la produzione vitivinicola francese. Qui ogni pianta è un piccolo gioiello donato all’uomo dalla terra, gelosamente custodito, non è difficile tra l’altro trovare lungo i filari continui inviti a non invadere il vigneto, non disturbare l’equilibrio naturale instaurato…

E questo perchè puntualmente, più che preoccuparsi dei numeri è proprio camminare le vigne il più emozionante dei passatempi borgognoni…

Vougeot, Chateau de La Tour

27 giugno 2010

Vougeot, 17 Giugno 2010. Il tempo continua nell’essere inclemente, il cielo rifugge ancora i raggi del sole, che pure sorride, l’aria è frescolina a tal punto dal sembrare più un annuncio dell’autunno che uno spiraglio alle porte dell’estate. Ma è Borgogna e noi siamo qui, a camminare le vigne di una terra incredibile, tanto semplice quanto preziosa, tanto ricercata quanto famosa, letteralmente sulla bocca di tutti, eppure terra austera, assolutamente spoglia di quel glamour che tutto il mondo tenta di affibiargli, vestita di una ruralità incredibilmente unica, disarmante: fermo nel cuore del Clos de Vougeot mi giro intorno, il verde tutto mi appare immobile, eppure sento nell’aria una vivacità incredibile!

Vougeot è senza dubbio, dopo Vosne-Romanée, uno dei vigneti più belli del mondo, 50 ettari perlopiù a Pinot Noir (la piantagione a Chardonnay è davvero risicata) frazionati  in oltre centottanta parcelle in mano a ben oltre novanta proprietari, il che la dice lunga sull’enorme valore patrimoniale di anche uno solo dei filari, di ogni singola pianta, dei suoi preziosissimi frutti. Chi arriva qui, conoscendo l’alto numero dei “proprietaires” della vigna si aspetta una concentrazione massiccia di piccole cantine sul posto, ma in realtà l’unico indizio che si può avere nel riconoscere i vari appezzamenti sono le piccole pietre di confine o per chi ne ha fatto l’uso, di piccoli cancelli ornamentali, posizionati lungo il margine della Route des Grands Crus. 

Lasciando stare per un attimo la suggestione di trovarsi dinanzi ad un vero e proprio castello (Chateau non a caso, ndr), ci accoglie a Chateau de La Tour, Claire Naigeon, ma prima di lei il suo sorriso, aperto, smagliante, sincero, poi la sua vitalità, la sua voglia di coinvolgerci subito nella scoperta della splendida proprietà oggi condotta dalla vigna alla cantina da Pierre Labet e sua moglie Julie, tra l’altro titolare anche di un domaine a Beaune nonchè di vigne di proprietà a Mersault. Claire è responsabile alle vendite, ma non è solo questo che giustifica la sua discreta conoscenza dell’italiano, va maturando, ci racconta, una crescente passione per l’Italia, per alcuni dei suoi luoghi incantati, in particolare per l’Umbria e l’isoletta di Pantelleria (!), ma non per i vini qui prodotti bensì per gli scenari naturali che propongono; Ci fa accomodare nell’accogliente sala degustazione invitandoci a più riprese a non esitare nel fare domande nonostante tenterà di essere quanto più esaustiva possibile: ci guardiamo finalmente soddisfatti, non è forse questa la Borgogna che ci avevano raccontato? 

La storia del Clos de Vougeot risulta essere piuttosto travagliata, quasi una saga d’altri tempi, tra compravendite fittizie, spartizioni tra eredi e presunti tali, négotiants e “furbetti del quartierino” che tra una zampata e l’altra non hanno mancato di accasarsi nei dintorni al solo fine speculativo, “ogni mondo è paese” si direbbe, Claire nel sorridere ci conferma di aver ben inteso il senso di questa frase; A noi in realtà ci basta registrare che vige un controllo ferreo su tutto quello che si muove in vigna e soprattutto in cantina, del resto siamo qui per una esperienza emozional-sensoriale, non certo per riscrivere la storia! Chateau de La Tour sorge ad un tiro di schioppo dall’omonimo Clos de Vougeot propriamente detto, dal quale lo separa proprio la torre di guardia a cui deve il nome, circondata dalle verdissime vigne di Pinot Noir (il germogliamento risulta in ritardo di almeno tre settimane rispetto all’Italia, ndr), nelle sue fondamenta la cantina ed alcune stanze-caveaux dove conserva oltre che la memoria storica liquida dello Chateau anche dell’intero Clos, si scorgono qua e là almeno un centinaio di vendemmie, alcune delle quali assolutamente rare e perciò preziosissime, sin dalla fine dell’800!

Il vino che più ci ha impresssionato è stato senz’altro il Clos Vougeot, soprattutto in propettiva, ma non sono risultati scontati i due ottimi Beaune Village bevuti, il bianco ed il rosso a marchio Pierre Labet molto freschi e di gran lunga sapidi. Il bianco in particolar modo, che si giova oltretutto dell’augusta veneranda età delle vigne, sui trent’anni, ha mostrato una spalla acida ben espressa, davvero gradevole per non dire ottimo. Altro che Chardonnay… 

Clos Vougeot 2007, l’annata in molte regioni della Francia e del mondo è stata recepita come una annata particolarmente calda, per alcuni, vedi i produttori di Rodano e Provenza in primis addirittura siccitosa; “E pensare che a Vougeot, ci racconta Claire, è capitato non di rado, anche a metà agosto di avere a mezzogiorno 8°”! Il colore è di un rubino granata cristallino, il primo naso è subito ampio e finissimo su note floreali e fruttate mature, addirittura dolcissime sensazioni di caramella al lampone,  e poi spezie, note eteree appena percettibili di cipria e smalto. In bocca è asciutto, è concentrico, con il frutto in primo piano, tutt’intorno il tannino, la glicerina, l’acidità, la mineralità. Bella bevuta, avanscoperta di ben altre grandi bevute future; In effetti di questi vini, in questo stadio di “immaturità” non si può che percepirne il grande potenziale ed accontentarsi dell’impressione positiva di estratto e concentrazione.

Clos Vougeot 2004, ovvero di Pinot Noir straordinario come pochi bevuti prima. Eppure figlio di una annata non felicissima, a fine luglio infatti una fortissima grandinata, praticamente caricata a pallettoni ha distrutto il 30% almeno del raccolto, complicando e non di poco anche il lavoro in cantina. Comunque stupendo il colore rubino, scarico, trasparente, dal primo naso subito affascinante, davvero interessante, ampio, complesso, di quel varietale in grande spolvero e così difficile da replicare. Le note olfattive sono aromatiche, intense e lunghissime, il ventaglio olfattivo fruttato è divenuto succoso, l’etereo sottile profumo di terra asciutta e pietra bianca, la nota di cipria adesso è più evidente, il cassis esplicito, la succulente mineralità una goduria immensa.

Ci è piaciuto, la precisione della tempestica con la quale è stata gestita la visita, e moltissimo l’accoglienza riservataci, a dir poco calorosa.

Particolare curioso: in cantina, da queste parti, gli enotecnici preferiscono il vecchio attempato tastevin al comune calice per la degustazione dei vini in affinamento. 

nei dintorni, da segnare in agenda:

Le Clos de La Vouge. Appena fuori Vougeot, sulla strada per Vosne-Romanée, praticamente all’incrocio con Flagey-Echezeaux c’è questo delizioso Hotel Restaurant; L’ambiente è informale, un po Brasserie, un po Bistrot, il servizio non è dei migliori, lento e a dire il vero anche un tantino impacciato, ma la cucina, tipicamente borgognone, è assolutamente da provare almeno una volta giunti in questa terra. Materie prime eccelse e preparazioni molto sostanziose e saporite, ottimo in particolare l’uovo in camicia in fondue d’Epoisses  (ne parliamo qui) come eccellente il Boef Bourguignonne soprattutto se mangiato come piatto unico.

Hotel – Restaurant – Séminaire
Le Clos de La Vouge
1, rue du moulin
21640 Vougeot
Tel. 0380628965
Fax 0380628314
www.vougeot-hotel.com
closdelavouge@wanadoo.fr

Morey St Denis, Domaine Dujac

23 giugno 2010

“Noi non crediamo nella grandeur dei vini di Borgogna, di certo non l’abbiamo mai percepita come un alibi, e sinceramente ne faremmo davvero a meno..!”

E’ quanto meno inaspettata, per non dire disarmante, una rivelazione del genere, una frase così esplicita, per niente malcelata e costantemente presente nell’aria in ogni momento successivo all’aver varcato la soglia del Domaine Dujac a Morey St Denis. Ma come? Verrebbe da chiedersi, e noi che almeno tremila chilometri più in là ci lasciamo scaldare l’anima e sbattere il cuore non appena ne sentiamo parlare, di Pinot Noir, di Borgogna, di Clos e di “pippe” varie ed eventuali sulla loro unicità, storia, fascino per di più sostenute da una bio-dinamicità-naturale che tanto significato ha in un mondo del vino in profonda conversione; In realtà, scusatemi il gioco di parole, è la pura e nuda realtà, definiamola pure cruda e mal servita, (praticamente sbattuta in faccia) ma che ci piaccia o no, questo è!

Questa è l’impressione che ci portiamo a casa dall’incontro con il giovanissimo Alec Seysses, figliol prodigo in quel di Morey St Denis, cuore dell’Haute Cotes de Nuits, che con il fratello ed il papà-winemaker Jacques si occupa a tempo pieno dei 16 ettari del domaine dislocati in circa 18 appellations tra i vari villages, premier e grand cru dell’areale. Come sempre la smentita è dietro l’angolo, della quale in verità ne saremmo davvero felici, per questo (e non solo) ci siamo ripromessi un nuovo passaggio da quelle parti ( 🙂 ). Stando ai fatti però, non è stato un buon approccio con il territorio, quello desiderato, auspicato, nonostante i vini serviti, evidentemente mal volentieri, ci hanno impressionato non poco, aiutandoci a capire che l’anima controversa del terroir borgognone è più marcata di quanto si possa pensare e che alcuni dei suoi interpreti più autentici per essere tali hanno necessità di privilegiare il dato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente, da veri e propri “espressionisti” del vino piuttosto che commercianti delle proprie emozioni. Queste, in sintesi, le impressioni sui vini più interessanti degustati, tutti prodotti seguendo il più austero dei protocolli biodinamici, dettato cioè da uno stile di vita piuttosto che dalla moda o la richiesta del mercato.

Marsannay 2008, appellation communale disposta a nord di Morey St Denis, sulla strada di Digione, dove dimorano i due ettari e mezzo di proprietà del Domaine votati perlopiù a chardonnay. Un vino bianco molto fresco, cioè asciutto e minerale, dal colore paglierino tenue e di media consistenza. Il naso è incentrato su note erbacee e floreali, fine ed elegante seppur non lunghissimo, in bocca è, come detto, secco e piuttosto sapido, molto gradevole la chiusura quasi citrina che riporta alla mente agrumi ed al palato una picevolissima sensazione di pulizia. Alla stessa stregua, per intenderci, di un ottimo Fiano del Cilento in tenera età.

Morey St Denis 2008, dalle vigne più o meno prospicenti il Domaine più altri conferimenti del circondario; naturalmente da uve Pinot Nero in purezza, viene vinificato, fermentato ed affinato esclusivamente in “pieces” di secondo e terzo passaggio. Il Colore è piuttosto scarico, rubino/granata con accennatiflessi aranciati, un naso decisamente empireumatico, che offre cioè un ven ritaglio olfattivo organico piuttosto accentuato: note tostate, secche, pungenti, per certi versi affumicate. In bocca è poco carezzevole, in effetti sappiamo benissimo che vini del genere hanno bisogno di almeno un lustro per venire fuori al palato, per rivelare cioè quella voluttà al palato tanto frequentemente espressa in certi Pinot Nero nostrani, ma non dunque di queste terre, di questi interpreti. Bel nerbo, acidità da vendere, finale di bocca lunghissimo, waiting for the glory.

Clos St Denis 1966, il cuore batte ancora mi verrebe da dire. Probabilmente, ripensandoci, il freddo Alec avrebbe voluto riservarci una accoglienza migliore, magari condensata da una manciata di sorrisi in più, non di circostanza, e offerto un panorama delle proprie attività nel Domaine un tantino più esaustivo. Eravamo lì per ascoltare, imparare, non certo per rubare, tempo e spazio. Si salva in “zona Cesarini”, tirando fuori dal caveau, assolutamente non visitabile questo Grand Cru che al tempo, ci dice, Grand Cru non era: “era il vino che circolava in casa, per gli amici, per i parenti”. Sfogliando gli annali scopriremo poi (mannaggia li sommelier!) che non si tratta della migliore delle annate in casa Dujac, e nemmeno della migliore tra le peggiori, un vino insomma del quale certamente non si va fieri. Invece il bicchiere svela una bella esperienza visiva e degustativa, non segnata da clamore e sospiri ma certamente degna di nota. Il colore è praticamente integro, le sfumature aranciate sono appena più marcate del precedente, e la trasparenza pure. Il naso offre un ventaglio olfattivo molto interessante, addirittura ancora spiritoso di frutta, ma balsamico, caramellato, speziato innanzitutto. In bocca è asciutto, austero, lineare sul finale di bocca, equilibrato e minerale.

Ci è piaciuto Morey St Denis, davvero un bel borgo, a misura d’uomo, come del resto tutti quelli visitati durante questo viaggio; La pioggia ed il grigiore del tempo non hanno intaccato più di tanto i colori e il fascino di una terra bellissima.

Non ci è piaciuto, unanimamente, la freddezza con la quale siamo stati accolti, soprattutto contando sul fatto che dai numerosi precedenti contatti non fosse assolutamente trasparita, decisamente una giornata no!

Non ci è piaciuta, l’abitudine del padrone di casa, dichiarata con estrema nonchalance, di recuperare il vino lasciato nei calici dai convenuti, utilizzato a suo dire, successivamente, per colmare le botti in affinamento: “è nettare prezioso, perchè sprecarlo!”

Chalon-sur-Saone, il mercato di Borgogna

22 giugno 2010

Chalon è costruita sui bordi del fiume Saône, vanta una storia di almeno tremila anni ed è stata sempre un punto di riferimento assoluto per l’economia di tutta la regione borgognona: prima, in antichità, come porto navale militare, poi in tempi più moderni come centro di florido scambio commerciale, centro fieristico di prim’ordine: un mercato continuo.

L’ingresso in città non suscita particolari aspettative, pare attenderci una città come tante lasciate lungo strada sino a qui, un po grigie e goffamente frammiste di una ruralità forzata e quella modernità un tantino datata. Ma bastano appena due curve per ricredersi, basta allontanarsi dai viali di cemento che costeggiano il fiume per entrare d’un colpo nella città vecchia, nel cuore di un borgo in cui il tempo pur tiranno sembra soccombere da una tradizione insopprimibile. E’ domenica, ed è la domenica del mercato, un tripudio di colori e di profumi che si rincorrono lungo i vicoli che da Place de l’Obélisque si diramano sin nell’anima del quartiere vecchio. I negozi di ogni genere che durante tutta una settimana animano Chalon alla domenica lasciano il campo a persone ed intenzioni che sembrano venire da ogni dove con i frutti del loro duro lavoro, della loro antica tradizione, della loro profonda cultura.

L’atmosfera riporta alla mente i nostri mercati, in fondo le voci, le urla, il richiamo che si innalza continuamente nell’aria non è poi così differente da quello dei venditori delle nostre borgate, dei nostri quartieri, delle nostre piazze rionali; i colori dei banchi si alternano dal rosso splendente dei pomodori “cuore di bue” a quello “sangue” delle cerise “stark” croquante, il verde dei carciofi giganti del sud con il bianco dei turioni di asparagi delle campagne circostanti; e poi i profumi, quello dolcissimo dei fiori dai mille splendidi soli e quello pungente delle erbe officinali che qualcuno sta pestando poco più in là, quello inebriante delle pentole e delle caccavelle che sbuffano i vapori delle zuppe di pesce e delle fritturine di verdure in cottura, così a la volèe, una cucina in strada che definirei in maniera disincantata senza cucina ma con tanta storia di strada.

Continuiamo a scorrere i banchi, con essi le facce, gli inviti, le raccomandazioni, le preferenze, le simpatie, la voglia di non perdersi nemmeno un attimo, uno sguardo di questa domenica speciale: Jean Luc ci guarda perplesso, stiamo contrattando per diverse pezzature di buonissimo “Epoisses”, il formaggio più amato e consumato in Borgogna, ma non ci lascia margini di favore, il fratello, Arnauld è più propenso a lasciarci come omaggio una manciata di sostanziosi “saucisson” ma non ne vuole sapere ne sui formaggi ne sul delizioso pane di “campagne”, davvero saporito, superlativo; alla fine, “les italiens…” la spuntano, così ci avviamo sulla strada del ritorno. Qui intorno c’è di tutto, dal robivecchi che per una manciata di euro vende il vecchio soprammobile della nonna al finissimo “patissier” intento a rifinire gli ultimi cioccolatini appena sformati, l’urlatore dei tappeti e dei tendaggi di Tournus¤ al formaggiaro della Savoia che ci tiene a sottolineare che i suoi formaggi sono sì brutti da vedere ma solo perchè desidera che li compri solo il vero appassionato: niente forma, solo sostanza! Ripete in continuazione.

E’ vero, è quello che anche noi ci aspettiamo di incontrare sulla nostra strada nei prossimi giorni, niente o quasi forma, molta, moltissima sostanza! (continua)

da non perdere il museo della fotografia
Musée Nicéphore Niépce
28 Quai des Messageries
71100 Chalon sur Saône
tel.: 03 85 48 41 98
fax: 03 85 48 63 20
Entrata libera
Aperto tutti i giorni, eccetto il martedì e i giorni festivi
dalle ore 9.30 alle ore 11.45
dalle ore 14.00 alle ore 17.45
Luglio – agosto
dalle ore 10.00 alle ore 18.00

Il sogno di mezza estate, la mia Borgogna

19 giugno 2010

“E’ la sottile immensità del Pinot Nero  il solo racconto della bianca pietra della mia terra; il solo capace di scaldare gli animi e di frenare i sussulti.”

Prologo: è appena l’alba, l’aria è tersa e l’aereoporto di Capodichino comincia ad animarsi, il check in è abbastanza veloce, siamo fortunati, ci dicono, l’aereo è già li che ci attende, un Bombardier crj900 (!) puntato in direzione Torino: Borgogna stiamo arrivando!

Il volo è sempre una emozione stupenda, lasciarsi alle spalle la terra e varcare le nuvole provoca sempre un certo brivido; da qui l’azzurro del cielo in lontananza sembra più azzurro e la stessa luce che rimbalza sui flap delle ali dell’aereo prima di svanire nel nulla mi appare più limpida, luccicante. Nemmeno il tempo di raggiungere quota e la velocità di crociera (850 Km/h!) che sorvoliamo in un soffio le isole Pontine: adesso l’aria è chiarissima, Palmarola, con le sue rocce bianche, un graffio nel mare laziale; pochi minuti dopo ci lasciamo l’Elba alla nostra destra, adesso lì davanti, sotto le nuvole appena più dense, appare la costa ligure. Le nuvole d’un tratto si infittiscono, poi divengono grigie, gonfie, sul vetro passa sottile un rivolo d’acqua, è l’annuncio di un temporale: benvenuti a Torino!

Inizia da qui il sogno di mezza estate, la mia Borgogna, cronaca di una passione infinita, di un desiderio realizzato. Dopo poco ci riuniamo nel pullmann che attraverso il traforo del Frejus ci accompagna in terra di Francia attraverso la statale italo-francese costeggiata da un paesaggio ancora grigio sullo sfondo ma molto suggestivo, fatto di foreste di abeti, corsi d’acqua rocciosi e pontili sull’ignoto. 

Dopo un centinaio di chilometri ed una melanconica pausa caffé in un bislacco Café l’Arche (pessima interpretazione di un nostro Autogrill) ci immettiamo sulla dipartimentale che ci condurrà a Tournus, un piccolo borgo del 1100, avamposto della cristianità (testimonianza ne è la bellissima abbazia romanica di St. Philibert¤) ed oggi importante centro turistico-culturale dedito soprattutto ad una sopraffina offerta di artigianato locale, di tessuti impreziositi da ricami artistici in particolar modo, di rara bellezza. Più in là a poche decine di chilomentri, Chalon sur Saone,  praticamente la nostra porta sulla Borgogna… (continua)


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