Posts Tagged ‘vini naturali’

Bevitore naturale sarà lei…

13 febbraio 2014

Passare dieci giorni in beauty farm non sta bene se poi fai una vita di merda ed ogni sera ti ritiri solo dopo i soliti tre Dirty Martini bevuti a canna. Correre al parco due ore al giorno per stare bene con se stessi non serve a una mazza se poi ti fumi due pacchetti di sigarette, pure se Slim. Mangiare lattuga e cotoletta di soia un giorno si è l’altro pure non ti salverà se continui a buttare giù ampi sorsi di vino pieno zeppo di chimica e additivi. Devo continuare?

La solita solfa insomma. Eh già. Ma no, c’è dell’altro, non è l’ennesimo pezzo contro il vino naturale, l’ho letto su Intravino¤mi verrebbe da dire più semplicemente che mi pare la dissacrazione più totale dei Vinnaturisti: dei produttori furbetti, dei bevitori fighetti, dei venditori opportunisti, assolutamente non in linea eticamente con ciò che rappresenta l’ideale, il movimento, ma sopratutto rei di oltrepassare la sacra linea invalicabile del consumismo. Così fan tutti ormai.

Perché se è vero com’è vero che bisogna avere una certa rettitudine nel portare avanti le proprie idee c’è sempre, dietro l’angolo, il diavolo che ci mette le corna: tentatore, affabulatore, che ti invita a palazzo non perché te lo meriti o magari te lo sei conquistato ma per metterti a nudo davanti alla bella società. Sei produttore di vini naturali? Bono, ci servi, però guardati intorno, che ci fai qua dentro, qui in mezzo a noi? Posate sta roba e… pussa via!

Poi ti poni una domanda, una sola, che forse c’hai pure la risposta. Ma che stanno a dì? Anzi, ma che stanno a fa? Ci avete rotto i maroni per anni perché nessuno se li filava abbastanza e adesso, adesso che fate? Ah ecco, finché le fiere le fanno in culo al mondo, bene, l’Excelsior di via Veneto però no! Suvvia…

© L’Arcante – riproduzione riservata

Cartoline dall’Alto Adige, La Rose de Manincor

4 maggio 2013

Una cartolina può avere tanti colori, immagini suggestive, parole d’affetto. Colori, immagini, parole spesso costrette in pochissimo spazio, chiuse tra un francobollo ed un indirizzo sempre così vivo nei ricordi quanto mai precisissimo da riprendere al momento di metterlo nero su bianco.

A. Adige La Rose de Manincor - foto A. Di Costanzo

Sono sfumature certo, ma fanno la differenza, quella differenza che fa sì che un messaggio, la cartolina appunto, arrivi a destinazione. E sia ben accetta.

Il mondo dei vini rosati mi appartiene, anche se non posso definirmi un appassionato assoluto; mi piace cimentarmi ogni anno con tanti numerosi assaggi perché mi aiutano a capire certe differenze. La prima, quella buona, è quanto ci crede un produttore quando decide di farne uno, cosa ci mette dentro la bottiglia: il salasso di uno o più vini, il vino base rosso poco convincente o, magari come avviene per certi spumanti, parte di quello vecchio ‘tagliato’ col nuovo. Cose così insomma.

La seconda, buona ma non necessaria, che potrebbe cioè interessare a qualcuno, è se ha un senso quella bottiglia, se ha qualcosa da raccontare, un messaggio da consegnare che non sia solo ‘il completamento di gamma’ ma una idea più o meno precisa che venga fuori da un progetto ben definito piuttosto che da una fisima, un ‘pallino’ o una mera velleità di chi l’ha pensato. Ci metto cuore nel raccontare una bottiglia di Vigna Mazzì¤ o Rosato del Greppo¤, un po’ meno forse per questa La Rose de Manincor¤ che, però, è buona buonissima uguale.

E’ composto da un infinito elenco di varietali piantati (probabilmente in via sperimentale) da quelle parti là in Alto Adige: lagrein, merlot, cabernet, pinot nero i più comprensibili, ma anche petit verdot, tempranillo, syrah che concorrono a consegnare al palato una cuvèe rosé insolita – fermentata parzialmente in legno con lieviti indigeni – dal profilo sottile nel colore e dolce e fragrante di frutti rossi al naso, di impressionante facilità di beva. Ricorda, per i più informati, i classici Bandol provenzali, da Chateau de Romassan in giù. Non so cos’altro aggiungere, se non che sempre più spesso la cucina di pesce ci strizza l’occhiolino e non sappiamo talvolta che bottiglia pigliare. Eccola.

Segnalazioni| Privo, il vino senza solfiti aggiunti

18 marzo 2013

Il progetto è di più ampio respiro, Maurizio De Simone lo sta portando avanti da un po’ di tempo e su più fronti varietali, così anche Paola Riccio gli ha voluto dare attenzione e seguito.

Campania rosso Privo - Alepa

Alepa¤ come è noto è un piccola realtà dell’alto casertano impegnata soprattutto sul fronte pallagrello bianco e nero e, tra l’altro, da sempre molto attenta alla sostenibilità ed alla espressività naturale delle sue bottiglie. Così ad una agricoltura di estrema sensibilità e qualità si va affiancando un passo ancora più avanti sull’integrità dei vini rinunciando di fatto all’aggiunta dei solfiti. Ecco perchè Privo. 

In poche parole il protocollo di lavorazione esclude completamente l’uso di solfitazioni e di metabisolfito di potassio sostituendoli con l’utilizzo di prodotti naturali derivati dai vinaccioli del vino, che hanno notoriamente proprietà antiossidanti e antimicrobiche che, unitamente alle cure di un’attenta pratica enologica soprattutto sotto il profilo della profilassi batterica, hanno consentito di ottenere vini liberi dalle interferenze dei solfiti. Questo cabernet sauvignon è il testimone numero uno ma l’anno venturo seguirà anche il primo pallagrello bianco senza solfiti aggiunti. Staremo a vedere. 

L’annata 2012 ha consegnato un vino ricchissimo tanto che in fermentazione il residuo zuccherino è rimasto predominante. Una caratteristica ‘naturale’ che Maurizio e Paola non si sono sentiti di attenuare o smorzare con tagli o altri interventi di vario genere così da portare in bottiglia un rosso vigoroso, intriso di rimandi fruttati e speziati tipicamente varietali ma dal chiaro sapore dolce e rotondo. Un cabernet da fine pasto, da mettere in tavola magari fresco e principalmente su dolci al cioccolato, o caffè, ma anche solo per fare quattro chiacchiere in libertà.

F.F.S.S.| Fatti Forte Super Sommelier

28 gennaio 2013

Non ho tanto da aggiungere alle solite tante raccomandazioni¤ che vale la pena ripetere a chi voglia avvicinarsi alla professione di sommelier, un ruolo sempre più al centro dell’attenzione nella ristorazione di qualità come in altri ambiti, anche diversi, ma ad essa magari correlata, come ad esempio la comunicazione o la consulenza. Studiare è la parola d’ordine, conoscere la chiave di volta.

Resistenza - fonte web

Questi invece alcuni aspetti – certi anche nuovi ed insoliti, altri un po’ meno -, che mi sento però di sottolineare in funzione di una figura professionale all’avanguardia, moderna e sempre più votata alla qualificazione di un sommelier-comunicatore per eccellenza. O giù di lì.

1- La chimica, non solo quella più chiara e comprensibile: atomi, molecole, ossido-riduzioni, reazioni acido-base, decomposizioni, reazioni organiche, cose del genere insomma; appaiono argomenti sempre più utili da trattare con padronanza, per stare in scioltezza dinanzi ai clienti. 

2- Lo slogan può apparire nuovo ma è estremamente contemporaneo: Dire, Fare, Potare. 

3- Scriverci articoli sobri dei vini che piacciono di più, incuriosiscono o si vendono. Pochi possono oggi permettersi una carta dei vini senza Minutolo, Verdicchio o Pignoletto. 

4- Sui cosiddetti Vini Naturali, puzzette e sfighe varie a parte, lascia dire, fare agli altri, per il momento. C’è in atto una guerra¤ e il fronte non è ancora cosa tua, almeno sino a che non decidono quali armi di distrazione di massa sono ammesse! Mettici su un bel cartello “Lavori in corso”¤. 

5- Archeologia della vite, la vecchia nuova frontiera sempre di moda di tanto in tanto; non ancora del tutto sondata vanta però almeno un centinaio di trattati inediti ed inesplorati che non possono mancare nella biblioteca di un sommelier moderno esperto ed attento. Che prima o poi sarà utile rispolverare. 

6- O sei “con” oppure “contro”. Un poco per i caxxi tuoi nemmeno a pensarci! Non suona bene, anzi, mi sa tanto di una trama già letta. Ma quel sangue lì sulle maniche della camicia sembra dire qualcos’altro. 

7- Quanti vini hai bevuto nell’anno? Quanti ne hai capiti? Quanti ti hanno parlato al cuore? E che cavolo! Un po’ di francese però ti tocca, se continui a scrivere cru con l’accento perché lui ti si presenta così, con la r un po’ moscia e col naso all’insù non va bene, non va mica bene. 

8- Dieci aziende, ne dovresti aver visitate durante l’anno almeno dieci. Solo un paio di prescrizioni: attenzione alle quota rosa, molta attenzione alle quote rosa; e buttaci dentro quantomeno uno o due di quelle proprio piccole, tipo scantinato e, mi raccomando, col torchio ben in vista nelle foto. Non serve a nulla sciorinare immagini d’ordinanza con alle spalle l’opera ultima del Mago di Oz se poi t’ha sbancato la collina e l’ha trafitta con tubi e cemento a go go: è roba vecchia! 

9- I.C.R.F.. Cos’è? Beh, se pensavi di saper tutto di quell’azienda sappi che ti sbagli di grosso; è questa la vera carta d’identità del vino italiano, quella tracciabilità che tutti vomitano come un valore ma che in molti preferiscono nascondere dietro un codice. Impara a riconoscerlo ed avrai il 30% delle risposte di cui hai bisogno. 

10- Alla fine, se ci riesci, migliora il tuo servizio, a stare in sala, in una brigata magari, ad avere a che fare con gli ospiti. A fare il tuo lavoro insomma. E’ vero, le associazioni che dovrebbero sostenere e far crescere queste qualità di un sommelier hanno altro per la testa soprattutto in questo momento di magra: nuovi iscritti, corsi, diplomi, guide; più ne fai e più sei ricco, pensano. Come se fosse quello l’unico scopo di tutto: una tessera, una bevuta, un pezzo di carta, l’ennesimo catalogo. I soldi.

L’Arcante – riproduzione riservata ©


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