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San Lorenzo Isontino, La Vila 2009 Lis Neris

3 gennaio 2012

Sarò sincero, il “friulano”, o “tocai friulano” che si ricordi, non ha mai avuto un grande ascendente su di me e, pur rispettando assolutamente la validissima tradizione di qualità, sono certo di aver raramente avuto tali grandi esperienze degustative da meritare particolare attenzione.

Va così che ti capita a tiro un La Vila 2009 di Lis Neris, ultimo nato dal genio indomabile di quel vigneron di nome Alvaro Pecorari; ci pensi un po’ sù e alla fine decidi: vabbé, questo friulano continua a non pigliarmi pe’ niente, però questo vino val la pena raccontarlo lo stesso. L’azienda, tanto per presentarla brevemente su queste pagine, si trova proprio nel cuore di una delle più suggestive aree viticole del Friuli, fra il confine sloveno a nord e la riva destra del fiume Isonzo a sud, in località San Lorenzo Isontino in provincia di Gorizia.

Le vigne, più o meno 60 ettari, si distendono lungo il fiume da nord a sud in tre ben distinte microzone: proprio intorno al comune di San Lorenzo dove, essendo il microclima più fresco, sono stati concentrati gran parte delle vigne a bacca bianca, mentre poco più a sud, tra Corona e Romans – dove l’areale di pertinenza viene considerato tendenzialmente più caldo -, si è optato per le varietà rosse. Tranne che per la vigna dalla quale viene fuori questo bianco, un sito dove la vicinanza al fiume gli garantisce una buona e costante ventilazione favorendo una lenta e piena maturazione del friulano.

Il varietale – quel tocai friulano divenuto poi per molti (ma non per tutti) friulano e basta – non tutti forse lo sanno, ma in realtà altro non è che sauvignonasse, come ben dimostrato dalle ricerche dell’Istituto Sperimentale di viticoltura di Conegliano. Sauvignonasse che in Francia, nella Loira per essere più precisi, laddove ancora viene coltivato è considerato addirittura un vitigno minore, quando non di basso profilo e spesso “spacciato” per sauvignon (come avviene per esempio anche in Cile, dove è largamente diffuso) nelle versioni meno pretenziose di certi vini che danno solo la parvenza dei più nobili Sancerre e/o Pouilly.

Non a caso, e forse non senza una buona ragione, lo stesso Mario Fregoni, non uno qualunque, a suo tempo, ancor prima della sentenza della corte europea che sanciva il divieto dell’utilizzo da parte dei produttori friulani del nome “tocai” in etichetta, si è sempre schierato a favore dell’utilizzo del riconosciuto varietale sauvignonasse in sua sostituzione, così dal liberare i produttori friulani una volta e per tutte anche dalle solite critiche internazionali oltre che da ulteriori confusioni ampelografiche e vivaistiche, vista la larga diffusione sul territorio e, soprattutto, l’impellenza di rilanciare, praticamente da zero, un vino che nonostante tutto continua a coprire una superficie vitata di circa 7.000 ettari nel solo nord est d’Italia.

Ma tant’è, ritornando a noi, che il 2009 da queste parti è stata una vendemmia abbastanza anticipata rispetto alle consuetudini, con temperature talvolta elevate che hanno accompagnato buona parte di tutta la vendemmia. Il risultato alla fine è comunque più che convincente, soprattutto per un vino praticamente all’esordio: nell’insieme esprime buona struttura, avvolgente e ben integrata, ed una palese freschezza congiunta a persistente e calibrata sapidità; la prolungata maturazione tra acciaio e legno sulle fecce fini poi ne definisce un bel colore paglierino carico ed un naso buccioso e varietale, intriso di note fruttate mature e dolci e continui rimandi salmastri. Il sorso è asciutto e compatto, di spessore, ci si potrebbe azzardare anche nel dire “grasso” per la gran materia espressa, pur sostenuto da vivida acidità. Complessivamente fa registrare una bella prova d’assaggio, e in soldoni nemmeno particolarmente impegnativa, quindi da raccomandare senz’altro. A chi piace il friulano naturalmente.

Capriva del Friuli, il Sauvignon de la Tour 2008

31 agosto 2011

Pensare a un vino e dire che non ha pari è più che innamorarsene, è perderci la testa. Personalmente ho sempre avuto un gran debole per i vini di Villa Russiz, una realtà decisamente incredibile che fa vini al di sopra di ogni aspettativa, qualsiasi ne bevi, i bianchi in primis.

Più del Grafin de La Tour, lo chardonnay capace di attraversare decenni senza alcun cedimento, tra i pochissimi italiani a potersi permettere passerelle oltralpe e oltreoceano, è il Sauvignon de la Tour ha catalizzare da sempre ogni mia particolare attenzione verso i vini di Gianni Menotti e la sua band. Un vino ogni anno straordinario, infinito, ma questo duemilaotto appare decisamente enorme, assolutamente oltre ogni aspettativa. Tre assaggi in un anno, ognuno più dell’altro, mi fanno pensare, offrono conferma – nonostante sia la mia una passione piuttosto nutrita sino ad oggi -, di non aver mai bevuto prima un sauvignon così entusiasmante. Da manuale.

Di un bellissimo giallo paglierino luminoso si offre ad un approccio olfattivo strabiliante; il naso è portentoso, strepitoso per eleganza e finezza, direi superlativo: inizialmente delicato, si apre ad un corollario di sentori e riconoscimenti incredibili, note erbacee e speziate che fanno da trampolino a sottili nuances vegetali e di frutti esotici e agrumi; sensazioni balsamiche di salvia e maggiorana che rincorrono peperone giallo, pesca e pompelmo. E l’immancabile passion fruit. In bocca l’attacco è disincantato, senza freni, fitto, tanto ampio quanto profondo, acidità a tutto spiano addolcita da una struttura importante, stratificata, non indifferente. Unico appunto, non ce n’è più in giro. A meno che in Fondazione non decidano di dar fondo alla cantina di Capriva dove riposano – si dice – ancora un paio di migliaia di bottiglie di duemilaotto in attesa di una possibile reimmissione sul mercato nel 2014. Mai attesa sarà più gradita!


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