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Prepotto, C.O.F. Tazzelenghe 2007 La Viarte

16 gennaio 2012

Tra le le fortune che mi ritrovo, l’ho sempre detto, vi è senz’altro quella di avere stimate amicizie un po’ in giro ovunque. Il vino poi si sa, è un gran collante, un bene prezioso, così come certi “regali”!

Colgo al volo l’occasione per buttare giù due righe su questo assaggio quantomeno “particolare” e assai degno di nota, a parer mio; il tazzelenghe, per chi non ne sapesse, è un vitigno autoctono friulano, originario per lo più della zona collinare di Buttrio-Cividale in provincia di Udine. Non uno dei più conosciuti evidentemente, ma non per questo, laddove coltivato con coscienza, meno apprezzabile di altri; tra l’altro è notorio come in Friuli, forse più che altrove, si sia avuto in poco più di cinquant’anni una tale grande integrazione dei cosiddetti vitigni internazionali da caratterizzarne profondamente tutta la mappatura ampelografica regionale, e non senza un grande consenso, sia di critica che di appassionati. Tant’è però che dopo un periodo di oblìo piuttosto lungo, che ha caratterizzato un po’ tutta la storia della maggior parte dei vitigni a bacca rossa friulana, il tàce-lenghe, il taglia-lingua per dirla con il dialetto friulano (data l’elevata tannicità) è stato ripreso e coltivato con continuità e con ottimi risultati. E questo di La Viarte pare esserne sicuramente un buonissimo esempio.

Questo C.O.F. Tazzelenghe 2007 è sicuramente un rosso di grande impatto, di quelli senza “mezze misure” si potrebbe dire. Bello il colore rubino concentrato e vivace, come interessante e verticale il naso, subito espressivo e ricco di sentori e sfumature fruttate e balsamiche; dalle imminenti note di lampone e prugna si vira subito su sensazioni olfattive decisamente più “impegnative”, che rimandano all’inchiostro, alla terra bagnata e al sottobosco. L’annata – la ricorderete, una di quelle dichiarate tra le più calde del decennio 2000-2010 -, ne favorisce senz’altro una maggiore complessità olfattiva,  contribuendo anche ad arricchirne sensibilmente lo spessore e la “godibilità” del sorso, mascherando (ma non troppo) quella classica velleità acido-tannica di cui si racconta, senza però sminuirne minimamente l’austerità tipica che lo contraddistingue da altri vini.

Il taglio degustativo però, in definitiva, preso così com’è, non è sicuramente dei più facili, o quantomeno a misura di palati delicati: l’ingresso in bocca è asciutto e austero, non proprio tagliente come promette il nome, ma giù di lì senz’altro; ha gran carattere e un sapore succoso, affatto legnoso, chiaramente tutto da domare, di nerbo e con un tessuto tannico importante, di forte personalità. Ecco, è certamente uno di quei vini che o ami o odi, però a tavola, su certe pietanze (brasati, paste sugose, zuppe grasse) si lascia apprezzare divinamente.

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San Lorenzo Isontino, La Vila 2009 Lis Neris

3 gennaio 2012

Sarò sincero, il “friulano”, o “tocai friulano” che si ricordi, non ha mai avuto un grande ascendente su di me e, pur rispettando assolutamente la validissima tradizione di qualità, sono certo di aver raramente avuto tali grandi esperienze degustative da meritare particolare attenzione.

Va così che ti capita a tiro un La Vila 2009 di Lis Neris, ultimo nato dal genio indomabile di quel vigneron di nome Alvaro Pecorari; ci pensi un po’ sù e alla fine decidi: vabbé, questo friulano continua a non pigliarmi pe’ niente, però questo vino val la pena raccontarlo lo stesso. L’azienda, tanto per presentarla brevemente su queste pagine, si trova proprio nel cuore di una delle più suggestive aree viticole del Friuli, fra il confine sloveno a nord e la riva destra del fiume Isonzo a sud, in località San Lorenzo Isontino in provincia di Gorizia.

Le vigne, più o meno 60 ettari, si distendono lungo il fiume da nord a sud in tre ben distinte microzone: proprio intorno al comune di San Lorenzo dove, essendo il microclima più fresco, sono stati concentrati gran parte delle vigne a bacca bianca, mentre poco più a sud, tra Corona e Romans – dove l’areale di pertinenza viene considerato tendenzialmente più caldo -, si è optato per le varietà rosse. Tranne che per la vigna dalla quale viene fuori questo bianco, un sito dove la vicinanza al fiume gli garantisce una buona e costante ventilazione favorendo una lenta e piena maturazione del friulano.

Il varietale – quel tocai friulano divenuto poi per molti (ma non per tutti) friulano e basta – non tutti forse lo sanno, ma in realtà altro non è che sauvignonasse, come ben dimostrato dalle ricerche dell’Istituto Sperimentale di viticoltura di Conegliano. Sauvignonasse che in Francia, nella Loira per essere più precisi, laddove ancora viene coltivato è considerato addirittura un vitigno minore, quando non di basso profilo e spesso “spacciato” per sauvignon (come avviene per esempio anche in Cile, dove è largamente diffuso) nelle versioni meno pretenziose di certi vini che danno solo la parvenza dei più nobili Sancerre e/o Pouilly.

Non a caso, e forse non senza una buona ragione, lo stesso Mario Fregoni, non uno qualunque, a suo tempo, ancor prima della sentenza della corte europea che sanciva il divieto dell’utilizzo da parte dei produttori friulani del nome “tocai” in etichetta, si è sempre schierato a favore dell’utilizzo del riconosciuto varietale sauvignonasse in sua sostituzione, così dal liberare i produttori friulani una volta e per tutte anche dalle solite critiche internazionali oltre che da ulteriori confusioni ampelografiche e vivaistiche, vista la larga diffusione sul territorio e, soprattutto, l’impellenza di rilanciare, praticamente da zero, un vino che nonostante tutto continua a coprire una superficie vitata di circa 7.000 ettari nel solo nord est d’Italia.

Ma tant’è, ritornando a noi, che il 2009 da queste parti è stata una vendemmia abbastanza anticipata rispetto alle consuetudini, con temperature talvolta elevate che hanno accompagnato buona parte di tutta la vendemmia. Il risultato alla fine è comunque più che convincente, soprattutto per un vino praticamente all’esordio: nell’insieme esprime buona struttura, avvolgente e ben integrata, ed una palese freschezza congiunta a persistente e calibrata sapidità; la prolungata maturazione tra acciaio e legno sulle fecce fini poi ne definisce un bel colore paglierino carico ed un naso buccioso e varietale, intriso di note fruttate mature e dolci e continui rimandi salmastri. Il sorso è asciutto e compatto, di spessore, ci si potrebbe azzardare anche nel dire “grasso” per la gran materia espressa, pur sostenuto da vivida acidità. Complessivamente fa registrare una bella prova d’assaggio, e in soldoni nemmeno particolarmente impegnativa, quindi da raccomandare senz’altro. A chi piace il friulano naturalmente.

Cormòns, C.O.F. rosso 2005 Livio Felluga

25 novembre 2010

Merlot, o lo ami o lo odi. Io sto giusto nel mezzo, perché ci sono vini, a base merlot, capaci di impalarti di fronte al bicchiere, altri – forse proprio quelli che hanno fatto degenerare la fama di questo nobile vitigno bordolese – capaci solo di scivolare anonimamente giù per il lavandino. Alla fine, come in tutte le cose della vita, ognuno è artefice del proprio destino, e chi ha creduto di trovare nel merlot una facile fonte di reddito anziché un confronto ambizioso ed impegnativo con i cugini d’oltralpe, ha dovuto ben presto, in maniera meschina, dall’Alto Adige alla Sicilia, alzare le mani se non in qualche caso abbassarsi le braghe di fronte ad una sconfitta sonante senza se e senza ma.

In Friuli, dicono gli annali, c’è arrivato intorno al 1880 per opera del senatore Pecile e dal conte Di Brazzà, per diffondersi poi anche in Veneto e via via in tutta la pianura padana. In Friuli Venezia Giulia ha trovato sicuramente una terra particolarmente vocata a tal punto dal divenire in pochissimo tempo un fermo dell’enologia friulana, non a caso il merlot è oggi il vitigno a bacca nera più diffuso in regione assieme al cabernet sauvignon ed al cabernet franc, ormai riferimenti assoluti per molte delle denominazione di origine di vini rossi. Personalmente però, parlando di vini rossi, continuo a ritenere di gran fascino molti vitigni autoctoni locali, il Refosco su tutti ma anche altri come il tazzelenghe, in forte rilancio sulle colline di Buttrio, Manzano e Rosazzo, e che assieme al pignolo e allo schioppettino sono stati letteralmente salvati dall’estinzione certa.

Ma oltre a questi vini, austeri, se vogliamo rustici, seppur in alcuni casi decisamente autentici – il nome tazzelenghe per esempio deriva dal dialetto friulano tacelenghe (taglia lingua) – è innegabile che vi è stato per lungo tempo (e lo è per certi versi tutt’oggi, ndr) una profonda necessità di proporsi sul mercato con vini che offrissero caratteristiche peculiari tendenti più alla morbidezza invece che all’elevata acidità e tannicità dei vitigni appena citati, sicuramente indiscutibili per le qualità patrimoniali, ma avendo necessità di lunghi affinamenti prima di essere pronti da bere causavano non pochi problemi gestionali ad un sistema economico spesso in affanno, soprattutto quando, nel periodo subito dopo l’estate, calavano drasticamente le vendite dei ben più apprezzati vini bianchi mentre quelli rossi erano ben lungi dall’essere pronti da bere. Ecco, bevendo questo delizioso C.O.F. rosso 2005 di Felluga, base merlot con un saldo di refosco, è proprio questa l’idea che subito mi son fatto del perché di un successo tanto scontato del varietale internazionale in terra friulana, e di un vino – questo in particolare – tanto rotondo e ruffiano, a dispetto di una terra che partendo proprio dai suoi vini bianchi, partorisce da sempre prodotti con una grandissima capacità di attraversare il tempo, in maniera quasi disarmante, esaltandosi addirittura con l’evoluzione in bottiglia.

Livio Felluga vine oggi considerato come il patriarca della vitienologia friulana, primogenito della quarta generazione che da Isola d’Istria si trasferì in Friuli e tra i primi ebbe l’intuizione di puntare su Rosazzo e sui Colli Orientali del Friuli per fare del suo ideale un presente in grande spolvero che oggi vanta un’estensione collinare nel Collio e nei Colli Orientali del Friuli di oltre 160 ettari di proprietà, di cui oltre 135 a vigneto. Sul vino invece rimane ben poco da scrivere, ritengo di averlo trovato di gran compagnia, francamente un bel rosso da bere senza troppo chiedere né al palato né alle proprie attitudini degustative; Offre un bel colpo d’occhio, rosso rubino perfettamente integro nonostante i cinque anni, di buona consistenza. Il naso è piuttosto gradevole, suadente, delicato ma ampio, richiama anzitutto note di amarena, lampone e mirtillo, alla beva, sul finale, in retrogusto, si apprezzano anche discrete note speziate. Più in generale offre una bevibilità particolarmente avvolgente, è un vino quasi robusto – i 14 gradi non hanno dove nascondersi – ma lineare e di ottima consistenza. Un rosso che non offre certo spunti di riflessioni articolate, ma che non delude certamente una sana e piacevole bevuta tra amici.


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