Posts Tagged ‘ribolla gialla’

Tufo non è Oslavia

17 luglio 2014

C’è grande entusiasmo intorno ai vini bianchi campani ultimamente, un rinnovato e straordinario entusiasmo, falanghina, fiano e greco (ma anche pallagrello per dire) non sono mai stati così cercati ed apprezzati come negli ultimi tempi.

Tufo non è Oslavia - foto L'Arcante

Vi è tuttavia ancora tanta confusione che spinge alcuni produttori a seguire pedissequamente modelli sballati e in certi casi superati dal tempo. Alcuni vini, certi Greco di Tufo ad esempio, risultano sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da berli a tavola se non ci costruisci ad hoc un piatto. Dicono che sono cru, talvolta una vigna ‘unica’, esempi di cosa si potrebbe fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, non lo fate per favore.

Non vorrei farla pesante ma temo una deriva stilistica che non ci porterà assolutamente a nulla. Tufo non è Loreto Aprutino, o Oslavia, e per quanto nobile risulti l’accostamento non mi piace; mi sono spinto con pazienza ad assaggiare una moltitudine di vini fatti più o meno seguendo lo stesso nobile intento, con le stesse tecniche con cui si fanno certi trebbiano in Abruzzo e ribolla nel Collio: l’uva migliore, la terra bla bla bla, la bravura del vignaiolo e la sapienza dell’enologo sopra tutto: i vini però appaiono sempre più uguali a loro stessi, dal sorso fluido, appesantito, con niente di varietale se non il corpo e un liquido opaco nudo e crudo. Interessante forse, ma figlio di cosa?

Attenzione per favore, perché quando avrete strapazzato l’ultimo Greco di Tufo per stare appresso alle menate di quattro scribacchini sarà troppo tardi per tornare indietro…

© L’Arcante – riproduzione riservata

Capriva del Friuli, il Sauvignon de la Tour 2008

31 agosto 2011

Pensare a un vino e dire che non ha pari è più che innamorarsene, è perderci la testa. Personalmente ho sempre avuto un gran debole per i vini di Villa Russiz, una realtà decisamente incredibile che fa vini al di sopra di ogni aspettativa, qualsiasi ne bevi, i bianchi in primis.

Più del Grafin de La Tour, lo chardonnay capace di attraversare decenni senza alcun cedimento, tra i pochissimi italiani a potersi permettere passerelle oltralpe e oltreoceano, è il Sauvignon de la Tour ha catalizzare da sempre ogni mia particolare attenzione verso i vini di Gianni Menotti e la sua band. Un vino ogni anno straordinario, infinito, ma questo duemilaotto appare decisamente enorme, assolutamente oltre ogni aspettativa. Tre assaggi in un anno, ognuno più dell’altro, mi fanno pensare, offrono conferma – nonostante sia la mia una passione piuttosto nutrita sino ad oggi -, di non aver mai bevuto prima un sauvignon così entusiasmante. Da manuale.

Di un bellissimo giallo paglierino luminoso si offre ad un approccio olfattivo strabiliante; il naso è portentoso, strepitoso per eleganza e finezza, direi superlativo: inizialmente delicato, si apre ad un corollario di sentori e riconoscimenti incredibili, note erbacee e speziate che fanno da trampolino a sottili nuances vegetali e di frutti esotici e agrumi; sensazioni balsamiche di salvia e maggiorana che rincorrono peperone giallo, pesca e pompelmo. E l’immancabile passion fruit. In bocca l’attacco è disincantato, senza freni, fitto, tanto ampio quanto profondo, acidità a tutto spiano addolcita da una struttura importante, stratificata, non indifferente. Unico appunto, non ce n’è più in giro. A meno che in Fondazione non decidano di dar fondo alla cantina di Capriva dove riposano – si dice – ancora un paio di migliaia di bottiglie di duemilaotto in attesa di una possibile reimmissione sul mercato nel 2014. Mai attesa sarà più gradita!


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: