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Taurasi, Grecomusc’ 2010 Cantine Lonardo

8 ottobre 2012

Sono tanti i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?

Così chiudevo il racconto di una delle più belle verticali a cui abbia partecipato lo scorso anno; l’organizzarono, a Napoli, da Rosiello, in collaborazione coi Lonardo’s, l’amica sommelier Marina Alaimo e Luciano Pignataro (qui). Fu quello un viaggio appassionato ed appassionante attraverso sette annate rivelatesi immediatamente assai diverse tra loro, in qualche caso proprio in antitesi. In poche parole, il Grecomusc’ 2010 di Cantine Lonardo è senz’altro un grande bianco ma in piena evoluzione, lentamente in divenire e tutto da scoprire nei prossimi anni. Ma soprattutto, senza particolari istruzioni del caso (abbinamenti o cose del genere), da bere in libertà e quando si vuole. 

Frattanto, a distanza di quasi un anno, il duemiladieci ha fatto incetta di premi e riconoscimenti arrivati da ogni pulpito; gli elogi della critica infatti sono arrivati trasversalmente da tutte le maggiori guide di settore. Non che se ne sentisse l’urgenza, o il bisogno commerciale, che poi il fenomeno delle Guide ormai si sa, per quanto ancora utilissime alla statistica e all’orientamento nel mare magnum delle aziende italiane, non ha più la stessa capacità di spostare i consumi del mercato come effettivamente, va riconosciuto, accadeva negli anni ottanta/novanta; tra l’altro stiamo parlando di un vino andato esaurito ancor prima di uscire sul mercato. Certo però che quando degustatori seriali, esperti e fini giornalisti di settore premiano vini come questo fa solo bene a tutto il sistema.

A questo, si aggiunga il lustro, lo spessore mi verrebbe da dire che certamente acquisisce in maniera definitiva il lungo, faticoso e controverso percorso di ricerca scientifica e culturale messo in campo sul grecomusc’ e portato avanti da un nutrito e qualificatissimo gruppo di lavoro, un esempio pari a pochissimi altri in Italia (leggi qui).

Insomma, a parlar di questo bianco di ciccia ce n’è e come, provare per credere; tocca però, per scriverne definitivamente il nome nel firmamento, aspettare cosa diranno nel tempo le bottiglie, e chiarire – se c’è – l’equivoco di cui in apertura. Bottiglie che bisogna però cercare in giro, e conservare gelosamente perché, come detto, di Grecomusc’ 2010, come di tutte le annate precedenti, in cantina non ve n’è manco a pagarle a peso d’oro. Rien ne va plus!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Verticale storica Grecomusc’ Cantine Lonardo, emozionante viaggio nel tempo dal 2010 al 2004!

2 dicembre 2011

Bella. Ma che dico?, bellissima la serata messa su da Luciano Pignataro e Marina Alaimo – con Slow Food – da Salvatore Varriale al ristorante Rosiello di Napoli. Un emozionante viaggio nel tempo a testimonianza di un vino, il grecomusc’, unico e raro, che ormai da tempo fa parlare di sé e che finalmente si racconta in 7 particolari interpretazioni (ognuna decisamente diversa dall’altra).

Vi tralascio tutta la serie di informazioni sul vitigno e le origini del progetto che potete però ritrovare tutte qui, in un nostro precedente post. Aggiungo invece alcune importanti annotazioni che vale la pena conoscere per farsi una idea ancor più precisa di cosa andiamo raccontando. Ebbene, le prime annate di questo vino sono state caratterizzate dalla ricerca quasi vana di una materia prima integra, dato che il grecomusc’ veniva – lo è tutt’ora – per lo più raccolto nel circondario taurasino da piccoli contadini o privati che certamente non avevano altri fini se non la monetizzazione di quel piccolo capitale che si ritrovavano. Non è da escludere infatti che i primi millesimi – di certo il duemilaquattro –  siano, seppur con percentuali minime, caratterizzati da un saldo di altre uve come per esempio coda di volpe e/o fiano. Altra sottolineatura: il 2004 viene elevato per qualche tempo in barriques, mentre 2005, 2006 e 2007 in tonneaux. Dal 2008 invece il vino viene elevato esclusivamente in acciaio, quindi in bottiglia. Tutte le annate, tranne la 2010, hanno visto smanettare in cantina – come solo lui sa fare, ndr – Maurizio De Simone. Da poco più di un anno invece gli è subentrato un altro guaglione davvero in gamba, un certo Vincenzo Mercurio.

Queste che seguono, le mie personali impressioni di un panel davvero interessante e impreziosito tra l’altro dalla presenza – oltre che dei due curatori, con l’amica Marina in grande spolvero, leggi qui– di Sandro Lonardo e Antonella Monaco (che ha curato, con il genetista Giancarlo Moschetti e altri ricercatori di più università, tutta la parte scientifica del progetto di rivalutazione del varietale).

Irpinia bianco Grecomusc’ 2004 Colore paglierino/oro, primo naso maturo, intenso e persistente: sentori di uva spina, camomilla, poi note mielate, di cedro candito e pietra minerale. In bocca è asciutto, con un ingresso prorompente, vivace, avvolgente e, particolarmente fresco. Sorso decisamente pimpante, eccellente, finale di bocca particolarmente gratificante con note balsamiche a rinsavire le papille dal ritorno soave di dolci note caramellate. Straordinario per integrità, con un naso di particolare fascino ed un sorso a dir poco sorprendente. Il migliore della batteria.

Irpinia bianco Grecomusc’ 2005 Colore paglierino carico, meno vivace però del precedente. Naso inizialmente sporco, materico, ermetico, non particolarmente espressivo. Il sorso è fresco e di buona intensità seppure un tantino spigoloso; parrebbe nato da un frutto acerbo o comunque giunto ad una non felice maturazione. Conserva per tutto il tempo questa empasse. Alla fine risulterà il meno affascinante della batteria, con un naso troppo a lungo disadorno e un palato se vogliamo decisamente greve.

Irpinia bianco Grecomusc’ 2006 Colore paglierino vivace. Naso anche qui chiuso, a dire il vero si potrebbe azzardare nel definirlo “risoluto”, pur se non del tutto. E’ voluminoso nella sua intensità minerale, ma poco altro. Addirittura arriva poi qualche nota ossidativa a infastidire lo spettro olfattivo assestatosi poi su piacevoli rimandi speziati e officinali. Dopo, anche un poco felice sentore medicinale. Palato asciutto, di buona freschezza e notevole intensità, qui però senza pungere, senza spigolature. Buono il finale decisamente sapido.

Campania bianco Grecomusc’ 2007 Colore paglierino maturo, ancora ben espresso. Naso subito empireumatico, di quelli classicheggianti alsaziani che non te li dimentichi manco a farti il lavaggio del cervello. Una pistola fumante, un timbro minerale particolarmente incisivo che, o lo ami, o lo odi. E nulla il tempo ha cambiato, spogliato. Poi, pian pianino vengono fuori, timidi, rimandi fruttati maturi e di erbe officinali, fieno e zenzero candito. In bocca è decisamente secco, austero, con un nerbo altisonante come del resto questo vino sa conservare come pochissimi altri. Anche qui sul finale offre una piacevolissima sensazione balsamica, quasi espettorante che si accompagna a decisa sapidità. L’annata, decisamente asciutta, ne caratterizza particolarmente lo spettro olfattivo; il rapporto buccia/polpa, i lieviti indigeni hanno fatto il resto. Forse, a parer mio, il più autentico.

Campania bianco Grecomusc’ 2008 Paglierino carico, colore maturo ma in perfetta sintonia con le aspettative. Il naso rimane ancora giocato su note empireumatiche, qui però più sottili e assai più gradevoli, ben fuse a note floreali e fruttate ed una ammiccante speziatura dolce. Ritorna piacevolissimo un finissimo sentore di ginestra, mortella, fior di camomilla e di frutto della passione, di zenzero candito. Palato asciutto e di buonissima intensità e complessità. Finale di bocca lungo e persistente. Forse tra tutti quelli saggiati, il vino con maggiore equilibrio e corrispondenza naso/bocca, frutto/acidità. Di spessore, molto buono.

Campania bianco Grecomusc’ 2009 Colore paglierino tenue, naso floreale di buona compostezza, espressivo poi anzitutto di note fruttate polpose e persistenti rimandi agrumati, di frutto della passione e pompelmo rosa. L’incidenza minerale qui è soprattutto al palato; al naso appaiono quasi strappate via quelle insistenti escandescenze di pietra focaia, polvere da sparo, assai espressive per esempio nel 2007. Il sorso è asciutto, poderoso, domina le papille gustative e sul finale infonde dirompente la sua classica fittezza acida, ma siamo veramente agli albori di quello che questo vino esprimerà senz’altro in futuro: finezza ed estrema ricchezza. Peccato perderselo. Dico peccato perché… è già quasi impossibile trovarlo in giro. Quasi.

Campania bianco Grecomusc’ 2010 Un assaggio che anticipa di pochi giorni il debutto sul mercato. A guardarsi indietro è un vino decisamente spiazzante. Aggiungo: l’approccio è molto diverso da ciò da cui si è partiti. Ma sì, è l’evoluzione della specie mi dico. Si sa per esempio che dal 2008 in poi niente più legno per questo vino, e che il 2010 è stata la prima vendemmia che ha visto Vincenzo Mercurio affiancare in cantina Maurizio De Simone: ah sì, ecco, forse il manico. Ed è indubbio che la “pulizia”, soprattutto olfattiva, derivi da un opera certosina dell’enologo (Mercurio in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone è uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir).

Sono tanti quindi i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non ci lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?


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