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Burlesque 2015 il Grecomusc’ di Cantine Lonardo

16 novembre 2018

Con dispiacere ci eravamo persi qualche ultimo passaggio di questo particolare vino bianco campano prodotto là nelle campagne di Taurasi. Ché a dirla tutta manco ci aspettavamo un ritorno al passato così efficace da farci addirittura venire un senso di colpa così vivo tale da colpirci nell’orgoglio, quasi.

Campania bianco igt Burlesque 2015 Cantine Lonardo - foto A. Di Costanzo

Eh sì, perché noi al Grecomusc’ ci siamo appassionati sin da subito e su queste pagine chi volesse trova tanta narrativa su questo vino e la sua storia. Si sta parlando di una varietà coltivata come dicevamo perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, entrambi in provincia di Avellino, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’. Storicamente si sapeva che il Greco Moscio (o Roviello bianco) fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche già nel 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà più redditizie, specialmente Fiano e Greco, presumibilmente a causa della sua precocità e quindi destinato così all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, talvolta a piede franco, piantati più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per precisi fini produttivi.

Qui il grande merito della famiglia Lonardo e del gruppo di lavoro che con a capo Giancarlo Moschetti hanno saputo portare avanti ricerca e sperimentazioni per la salvaguardia, il recupero ed il rilancio di questa produzione da annoverare quindi tra le più preziose della nostra tradizione vitivinicola regionale.

Ci torniamo su con colpevole ritardo, dicevamo, anche se l’ultima annata passata nei calici, un’anteprima della duemiladieci¤, destò qualche perplessità nonostante fosse buonissimo e qualche tempo dopo elogiato e pluripremiato da diverse Guide ai Vini d’Italia. Era il dicembre 2011, eravamo certamente felici ma anche un po’ confusi. Dopo l’esordio in legno con la 2007, dalla 2008 in poi niente più passaggio in legno per questo vino che con la 2010 passava nelle mani dell’ottimo Vincenzo Mercurio che subentrava in cantina a Maurizio De Simone. Anche il manico si sa ha la sua incidenza, è indubbio che la “pulizia” espressiva soprattutto al naso derivasse da un opera certosina dell’enologo Mercurio che in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone rimane uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir senza mezze misure. Però delle due l’una, e questa doppia faccia del vino spiazzava un po’ tutti.

Grecomusc’ duemilaquindici ci ha subito riportato alla memoria quelle bottiglie, ci ha scaraventati indietro nel tempo riportandoci ai primi Grecomusc’, quelli temerari, con quel suo naso sfrontato e imperfetto e il sorso spavaldo e sgraziato di chi è là nel bicchiere per raccontarsi e non necessariamente per piacere. Un naso ampio, maturo ed etereo, una bevuta dal sapore succulento e stuzzicante. Il nome, Burlesque, non è da cogliere nella sua accezione di genere avvenente e sensuale ma più che altro, quindi, come un riferimento al teatro satirico, parodistico, quasi a sottolineare la distanza siderale tra certi bianchi storici e in qualche maniera monumentali del territorio da questo piccolo e (non più) anonimo bianco taurasino (!) che sa, invece, di saperla parecchio lunga.

Leggi anche Verticale Storica Grecomusc’ di Cantine Lonardo Qui.

Leggi anche Grecomusc’ 2008 di Cantine Lonardo Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Taurasi Contrade di Taurasi 2001 Cantine Lonardo

15 gennaio 2014

Chi segue queste pagine e lucianopignataro.it¤ ricorderà quando scrissi del Taurasi Contrade di Taurasi 2001 messo a confronto con un’altro grande rosso italiano, il Barolo Runcot 2001 di Elio Grasso.

Taurasi 2001 Cantine Lonardo - foto L'Arcante

Di quello scritto val bene ricordare qualche passaggio: anzitutto che siamo proprio nel cuore del paese omonimo che dà il nome alla docg, a circa 400 metri d’altitudine dove le vigne, parte impiantate a guyot (le più giovani hanno in media 20 anni) e parte, quelle vecchie di 50 e più anni con ancora il tradizionale “starseto” taurasino, insistono su terreni di chiara origine vulcanica frammisti ad argilla e sedimenti calcarei. La poca uva raccolta, una sessantina di quintali in tutto quell’anno, è rimasta in macerazione per più di un mese, poi il vino ha fatto circa 2 anni in tonneau, quindi in bottiglia per almeno 12 mesi; senza trattamenti, stabilizzazioni e filtrazione.

Qualche giorno fa, a distanza di due anni, ci sono tornato su senza indugio. Il colore tiene botta, sono solo un po’ più accentuate quelle sfumature granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso conserva ancora tanta verve unendo a un buon frutto tante piccole nuances di sottobosco, frutta secca, tabacco e pepe in grani.

Pure il sorso non ha ceduto di un millimetro, puro e arcigno, ancora ruvido ma di piena soddisfazione; quel tannino lì, così fitto sembra inamovibile, asciugante quasi. Al momento di stapparlo ricordate che è un vino non filtrato, se preferite tenetelo pure in bottiglia avendo però buona cura nel versarlo, tuttavia credo opportuno decantarlo con attenzione. Dispiace infatti dover rimettere al tempo quasi due dita di vino a causa di un deposito abbastanza consistente. A dirla tutta però, pagare pegno non è mai stato così piacevole.

Taurasi, Grecomusc’ 2010 Cantine Lonardo

8 ottobre 2012

Sono tanti i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?

Così chiudevo il racconto di una delle più belle verticali a cui abbia partecipato lo scorso anno; l’organizzarono, a Napoli, da Rosiello, in collaborazione coi Lonardo’s, l’amica sommelier Marina Alaimo e Luciano Pignataro (qui). Fu quello un viaggio appassionato ed appassionante attraverso sette annate rivelatesi immediatamente assai diverse tra loro, in qualche caso proprio in antitesi. In poche parole, il Grecomusc’ 2010 di Cantine Lonardo è senz’altro un grande bianco ma in piena evoluzione, lentamente in divenire e tutto da scoprire nei prossimi anni. Ma soprattutto, senza particolari istruzioni del caso (abbinamenti o cose del genere), da bere in libertà e quando si vuole. 

Frattanto, a distanza di quasi un anno, il duemiladieci ha fatto incetta di premi e riconoscimenti arrivati da ogni pulpito; gli elogi della critica infatti sono arrivati trasversalmente da tutte le maggiori guide di settore. Non che se ne sentisse l’urgenza, o il bisogno commerciale, che poi il fenomeno delle Guide ormai si sa, per quanto ancora utilissime alla statistica e all’orientamento nel mare magnum delle aziende italiane, non ha più la stessa capacità di spostare i consumi del mercato come effettivamente, va riconosciuto, accadeva negli anni ottanta/novanta; tra l’altro stiamo parlando di un vino andato esaurito ancor prima di uscire sul mercato. Certo però che quando degustatori seriali, esperti e fini giornalisti di settore premiano vini come questo fa solo bene a tutto il sistema.

A questo, si aggiunga il lustro, lo spessore mi verrebbe da dire che certamente acquisisce in maniera definitiva il lungo, faticoso e controverso percorso di ricerca scientifica e culturale messo in campo sul grecomusc’ e portato avanti da un nutrito e qualificatissimo gruppo di lavoro, un esempio pari a pochissimi altri in Italia (leggi qui).

Insomma, a parlar di questo bianco di ciccia ce n’è e come, provare per credere; tocca però, per scriverne definitivamente il nome nel firmamento, aspettare cosa diranno nel tempo le bottiglie, e chiarire – se c’è – l’equivoco di cui in apertura. Bottiglie che bisogna però cercare in giro, e conservare gelosamente perché, come detto, di Grecomusc’ 2010, come di tutte le annate precedenti, in cantina non ve n’è manco a pagarle a peso d’oro. Rien ne va plus!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Barolo Rüncot 2001 Elio Grasso Vs Taurasi Contrade di Taurasi 2001 Cantine Lonardo

2 febbraio 2012

Barolo vs Taurasi, perché no? L’idea è venuta fuori così per caso, con bottiglie aperte da quasi 24 ore e un paio d’ore ancora di piacevole discussione/confronto. Con Nando Salemme, tra amici appassionati.

E’ pur vero che vi sono tanti altri riferimenti di spessore il Langa come in Irpinia, ma dieci anni sono dieci anni, un lasso di tempo più che ragionevole per poter dire sì, il Rüncot sarà pure un Signor nebbiolo, ma questo duemilauno è praticamente arrivato alla conta con il tempo, risoluto, spogliato del tutto di quella verve solitamente riconosciutagli, in quanto Barolo, a mani basse. Nulla a che vedere con il Taurasi dei Lonardo’s. Poi vabbé, ci sarebbe da dire anche dell’altro per il confronto con quel Greppo ’99 di Biondi Santi, ma di questo magari ne riparliamo fra cent’anni!

Il Barolo Rüncot esce solo nelle annate eccezionali con il nebbiolo raccolto nell’omonimo cru in Monforte d’Alba: poco meno di due ettari – terreno di natura calcarea argillosa, ben esposto a sud – “strappati” al più grande vigneto Gavarini che, reimpiantati nel ’90, dal 1995 vengono destinati esclusivamente alla produzione di questo vino. Vinificazione classica con fermentazione di 12/15 giorni in acciaio a temperatura controllata, con rimontaggi e malolattica sempre in acciaio. Poi fino a 28 mesi in barriques nuove di rovere francese, e ancora almeno due anni di bottiglia prima di uscire.

Sulla carta è chiaramente di concezione moderna, e a leggere qua e là pare che l’azienda ci tiene proprio a sottolinearlo, così non è difficile presumere quanto “contrasto” generazionale abbia potuto creare questo vino tra padre e figlio; da un lato papà Elio, notoriamente artefice di Barolo dalla marcata impronta territoriale, vini con “carattere tipicamente monfortino”, mentre il Rüncot, da quel che ho potuto cogliere in giro, è stato voluto proprio dal figlio Gianluca, e nato essenzialmente per approcciare tutti quei palati magari incapaci di cogliere a pieno la vera natura di questi vini dai tannini duri e solitamente bisognosi di lunghi anni di affinamento per essere apprezzati pienamente.

Questo assaggio però non depone certo a suo favore. Il colore è bruno, anche cupo, con toni sfumati evidentemente aranciati. Il naso è chiaramente evoluto, imbrigliato da sentori essenzialmente terziari; e l’impronta tostata del legno è addirittura ancora evidente, dolce e slegata. Poi note di sottobosco, tanto rabarbaro, china e spezie macerate, troppo. In bocca è asciutto, anche denso, voluminoso ma il sorso appare statico, privo di guizzi, nerbo, vivacità. Di estrema serbevolezza? E’ evidente che ha bruciato le tappe, sarebbe stato interessante coglierne il profilo non appena presentato al mercato, ma non v’è dubbio che l’anima, la spina dorsale pare l’abbia lasciata altrove, magari in cantina. Peccato (anche perché costicchia!).

Del Taurasi Contrade di Taurasi 2001 val bene ricordare qualche passaggio: anzitutto che siamo proprio nel cuore del paese omonimo che dà il nome alla docg, a circa 400 metri d’altitudine dove le vigne, parte impiantate a guyot (le più giovani hanno in media 20 anni) e parte, quelle vecchie di 50 e più anni con ancora il tradizionale “starseto” taurasino, insistono su terreni di chiara origine vulcanica frammisti ad argilla e sedimenti calcarei. La poca uva raccolta, una sessantina di quintali in tutto quell’anno, è rimasta in macerazione per più di un mese, poi il vino ha fatto circa 2 anni in tonneau, quindi in bottiglia per almeno 12 mesi; senza trattamenti, stabilizzazioni e filtrazione.

Il colore è ancora vivissimo, rosso rubino concentrato, solo appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è incredibile, intenso, verticale, ampio, con ancora evidenti ed invitanti sentori fruttati di ciliegia e prugna rossa, e arricchito da sfumature di frutta secca, note tabaccose e speziate. In bocca è un portento, dopo più di dieci anni t’aspetti un liquido armonico e sopito, ti arriva invece una sferzata di frutta e mineralità irresistibili; il tannino è sfuggente, ovvero perfettamente integrato col corpo del vino, non del tutto invece l’acidità, ancora tesa, vibrante e asciugante. Mi piace pensare a questo vino come modello di riferimento, magari non in assoluto, ma senz’altro decisivo come rappresentazione del terroir taurasino.

Per farla breve, senza scadere in banali campanilismi, è che, laddove ce ne fosse ancora bisogno, non appena ci metteremo ben in testa qual potenziale inespresso ha il nostro straordinario aglianico, e il Taurasi, non vi sarà più timore reverenziale che tenga, e con qualunque altro grande vino vi venga in mente. E questioni tipo misconoscenza, sottovalutazione, emulazione, saranno solo un banalissimo ricordo, “fesserie” come si dice dalle nostre parti.

Questo pezzo esce anche su www.lucianopignataro.it.

Verticale storica Grecomusc’ Cantine Lonardo, emozionante viaggio nel tempo dal 2010 al 2004!

2 dicembre 2011

Bella. Ma che dico?, bellissima la serata messa su da Luciano Pignataro e Marina Alaimo – con Slow Food – da Salvatore Varriale al ristorante Rosiello di Napoli. Un emozionante viaggio nel tempo a testimonianza di un vino, il grecomusc’, unico e raro, che ormai da tempo fa parlare di sé e che finalmente si racconta in 7 particolari interpretazioni (ognuna decisamente diversa dall’altra).

Vi tralascio tutta la serie di informazioni sul vitigno e le origini del progetto che potete però ritrovare tutte qui, in un nostro precedente post. Aggiungo invece alcune importanti annotazioni che vale la pena conoscere per farsi una idea ancor più precisa di cosa andiamo raccontando. Ebbene, le prime annate di questo vino sono state caratterizzate dalla ricerca quasi vana di una materia prima integra, dato che il grecomusc’ veniva – lo è tutt’ora – per lo più raccolto nel circondario taurasino da piccoli contadini o privati che certamente non avevano altri fini se non la monetizzazione di quel piccolo capitale che si ritrovavano. Non è da escludere infatti che i primi millesimi – di certo il duemilaquattro –  siano, seppur con percentuali minime, caratterizzati da un saldo di altre uve come per esempio coda di volpe e/o fiano. Altra sottolineatura: il 2004 viene elevato per qualche tempo in barriques, mentre 2005, 2006 e 2007 in tonneaux. Dal 2008 invece il vino viene elevato esclusivamente in acciaio, quindi in bottiglia. Tutte le annate, tranne la 2010, hanno visto smanettare in cantina – come solo lui sa fare, ndr – Maurizio De Simone. Da poco più di un anno invece gli è subentrato un altro guaglione davvero in gamba, un certo Vincenzo Mercurio.

Queste che seguono, le mie personali impressioni di un panel davvero interessante e impreziosito tra l’altro dalla presenza – oltre che dei due curatori, con l’amica Marina in grande spolvero, leggi qui– di Sandro Lonardo e Antonella Monaco (che ha curato, con il genetista Giancarlo Moschetti e altri ricercatori di più università, tutta la parte scientifica del progetto di rivalutazione del varietale).

Irpinia bianco Grecomusc’ 2004 Colore paglierino/oro, primo naso maturo, intenso e persistente: sentori di uva spina, camomilla, poi note mielate, di cedro candito e pietra minerale. In bocca è asciutto, con un ingresso prorompente, vivace, avvolgente e, particolarmente fresco. Sorso decisamente pimpante, eccellente, finale di bocca particolarmente gratificante con note balsamiche a rinsavire le papille dal ritorno soave di dolci note caramellate. Straordinario per integrità, con un naso di particolare fascino ed un sorso a dir poco sorprendente. Il migliore della batteria.

Irpinia bianco Grecomusc’ 2005 Colore paglierino carico, meno vivace però del precedente. Naso inizialmente sporco, materico, ermetico, non particolarmente espressivo. Il sorso è fresco e di buona intensità seppure un tantino spigoloso; parrebbe nato da un frutto acerbo o comunque giunto ad una non felice maturazione. Conserva per tutto il tempo questa empasse. Alla fine risulterà il meno affascinante della batteria, con un naso troppo a lungo disadorno e un palato se vogliamo decisamente greve.

Irpinia bianco Grecomusc’ 2006 Colore paglierino vivace. Naso anche qui chiuso, a dire il vero si potrebbe azzardare nel definirlo “risoluto”, pur se non del tutto. E’ voluminoso nella sua intensità minerale, ma poco altro. Addirittura arriva poi qualche nota ossidativa a infastidire lo spettro olfattivo assestatosi poi su piacevoli rimandi speziati e officinali. Dopo, anche un poco felice sentore medicinale. Palato asciutto, di buona freschezza e notevole intensità, qui però senza pungere, senza spigolature. Buono il finale decisamente sapido.

Campania bianco Grecomusc’ 2007 Colore paglierino maturo, ancora ben espresso. Naso subito empireumatico, di quelli classicheggianti alsaziani che non te li dimentichi manco a farti il lavaggio del cervello. Una pistola fumante, un timbro minerale particolarmente incisivo che, o lo ami, o lo odi. E nulla il tempo ha cambiato, spogliato. Poi, pian pianino vengono fuori, timidi, rimandi fruttati maturi e di erbe officinali, fieno e zenzero candito. In bocca è decisamente secco, austero, con un nerbo altisonante come del resto questo vino sa conservare come pochissimi altri. Anche qui sul finale offre una piacevolissima sensazione balsamica, quasi espettorante che si accompagna a decisa sapidità. L’annata, decisamente asciutta, ne caratterizza particolarmente lo spettro olfattivo; il rapporto buccia/polpa, i lieviti indigeni hanno fatto il resto. Forse, a parer mio, il più autentico.

Campania bianco Grecomusc’ 2008 Paglierino carico, colore maturo ma in perfetta sintonia con le aspettative. Il naso rimane ancora giocato su note empireumatiche, qui però più sottili e assai più gradevoli, ben fuse a note floreali e fruttate ed una ammiccante speziatura dolce. Ritorna piacevolissimo un finissimo sentore di ginestra, mortella, fior di camomilla e di frutto della passione, di zenzero candito. Palato asciutto e di buonissima intensità e complessità. Finale di bocca lungo e persistente. Forse tra tutti quelli saggiati, il vino con maggiore equilibrio e corrispondenza naso/bocca, frutto/acidità. Di spessore, molto buono.

Campania bianco Grecomusc’ 2009 Colore paglierino tenue, naso floreale di buona compostezza, espressivo poi anzitutto di note fruttate polpose e persistenti rimandi agrumati, di frutto della passione e pompelmo rosa. L’incidenza minerale qui è soprattutto al palato; al naso appaiono quasi strappate via quelle insistenti escandescenze di pietra focaia, polvere da sparo, assai espressive per esempio nel 2007. Il sorso è asciutto, poderoso, domina le papille gustative e sul finale infonde dirompente la sua classica fittezza acida, ma siamo veramente agli albori di quello che questo vino esprimerà senz’altro in futuro: finezza ed estrema ricchezza. Peccato perderselo. Dico peccato perché… è già quasi impossibile trovarlo in giro. Quasi.

Campania bianco Grecomusc’ 2010 Un assaggio che anticipa di pochi giorni il debutto sul mercato. A guardarsi indietro è un vino decisamente spiazzante. Aggiungo: l’approccio è molto diverso da ciò da cui si è partiti. Ma sì, è l’evoluzione della specie mi dico. Si sa per esempio che dal 2008 in poi niente più legno per questo vino, e che il 2010 è stata la prima vendemmia che ha visto Vincenzo Mercurio affiancare in cantina Maurizio De Simone: ah sì, ecco, forse il manico. Ed è indubbio che la “pulizia”, soprattutto olfattiva, derivi da un opera certosina dell’enologo (Mercurio in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone è uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir).

Sono tanti quindi i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non ci lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?

Taurasi, prove tecniche di Grand cru con il Coste e il Vigne d’Alto duemilasette di Cantine Lonardo

1 dicembre 2011

A margine della splendida verticale storica di greco musc’ andata in scena iersera al ristorante Rosiello di Posillipo, i Lonardo’s ci hanno concesso, in anteprima, un prezioso assaggio dei due loro nuovi cru di Taurasi in prossima uscita a Gennaio: il Coste e il Vigne d’Alto, tutti e due 2007.

Ci riserviamo naturalmente di approfondire meglio l’argomento, in vista anche di una prossima incursione irpina proprio tra qualche giorno, poco prima di Natale, quando non mancheremo (promesso!) di fare un salto da quelle parti; vi lascio però volentieri alcune annotazioni di merito sulle prime sensazioni ricevute. Prove tecniche di Gran cru irpini.

Il Coste 2007 appare vibrante, direi un rosso d’impeto. L’annata calda certamente lo incoraggia in questa veste sprint, con un colore decisamente avvincente con ancora evidenti nuances porpora. Il naso è intriso di note spiritose di frutta croccante e macerata, e l’accompagna una sottile e intrigante connotazione pepata. Il sorso è decisamente austero, di gran carattere, seppur quando accompagnato, come abbiamo fatto, con dell’ottimo e arcigno formaggio pareva scorrere via dissolvendosi. Dalle vigne intorno a Taurasi, allignate per lo più su terreni argillosi e di età media sui 40 anni, con una maturazione delle uve precoce e rapporto buccia/polpa a favore di quest’ultimo, quindi un approccio in vinificazione più soft. Tonneau e bottiglia.

Altra impressione il Vigne d’Alto 2007. Naso pronunciato su toni più tradizionali – riferibili ai vini di Contrade di Taurasi intendo -, con note di rabarbaro, fervori terragni, ricordi di ceneri, spiccatamente minerale. Qui “parla” il terroir: le vigne sono allocate in contrada Case d’Alto, su terreni compositi dove affiorano lapilli e ceneri di origine vulcanica. Classici starseti taurasini di età compresa tra i 40 e gli 80 anni: poca uva, di gran nerbo, con una buccia più spessa favorita senz’altro da condizioni pedoclimatiche più consone e quindi una maturazione più omogenea. Nonostante l’annata, qui il colore pare cedere un po’ della sua brillantezza ma appare più denso e meglio calibrato. Su misura. Del naso s’è detto, poi l’aspettiamo ancora, aggiungerei forse voluminoso, e poi un sorso decisamente appagante. Soprattutto, in questa fase, per chi ama le accentuate spigolature di un “giovane” e pimpante tradizionale aglianico di Taurasi. Legni diversi – comunque grandi -, e bottiglia.

Taurasi, Grecomusc’ 2008 Cantine Lonardo

14 aprile 2011

Ecco un esempio di come la ricerca rimanga un valore assoluto da non perdere mai di vista, un assunto per niente opinabile e, men che meno, subalterno a questo o quel giochino politico di turno; il lavoro portato avanti su questo raro e, a quanto pare, straordinario vitigno campano dal prof. Giancarlo Moschetti & co., ci induce oltretutto a pensare, qualora qualcuno non ne avesse ancora colto il valore, non senza una sana presunzione, che la Campania del vino ha tutto quanto necessario per ambire a primeggiare nell’affollato e sempre più omologato calderone del mondo del vino italiano.

Quel che è certo, è  che non abbiamo i numeri per competere con regioni ben più prolifiche della nostra, e a dirla tutta manchiamo anche di annali storici degni di nota, ma da qualcosa bisogna pur partire, e non è certo sul breve, in vitivinicoltura più che mai, che si costruiscono e si affermano ambizioni di questo genere; sono quindi altri gli elementi su cui fare leva e spianarsi al successo. Se ai numeri ed al blasone degli altri si è capaci di contrapporre elementi ancor più preziosi come la continua valorizzazione, come in questo caso, e la riscoperta del nostro straordinario patrimonio ampelografico, soprattutto in virtù di una loro precisa collocazione territoriale, della loro identità, che in certi luoghi, e per certi mercati in particolare, esprimono un valore che va ben oltre la normale esperienza degustativa, ecco svilupparsi un potenziale a dir poco eccezionale, invidiabile, un potere culturale di suggestione unica, un significato antropologico ineludibile; in altri termini, percorrendo questa strada non ci sono ragioni che tendano ad ostacolarci, il futuro è certamente nostro!

La ricerca dicevamo; quella genetica, ampelografica ed agronomica messa in campo sul Rovello bianco ha pochi altri precedenti nel recente passato in regione, e ciò la dice lunga sul fascino che questa varietà ha subito destato agli occhi dei ricercatori che se ne sono occupati, oltre che naturalmente sulla fermezza dei Lonardo’s a riguardo del progetto scientifico. Lo studio ha evidenziato che la varietà, allocata perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’, si differenzia nettamente da altri vitigni sia regionali che nazionali italiani. Storicamente poi, si sapeva che il Roviello o Greco moscio fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche, sin dal 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà, fiano e greco su tutte, probabilmente a causa della sua precocità, e quindi destinato praticamente all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, spesso ancora a piede franco, più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per fini produttivi.

Qui il grande merito di un’azienda come Cantine Lonardo, che sin dai suoi esordi, pur rappresentando appieno lo spirito enoico più tradizionalista, e se vogliamo integralista del comprensorio taurasino, non ha mai smesso di ricercare e sperimentare al fine di migliorare e far crescere la qualità espressiva dei suoi vini, finanche dei già superlativi Taurasi; non a caso è venuta per esempio la scelta di avvalersi, dopo la decisione del bravissimo Maurizio De Simone di prendersi un periodo sabbatico, della collaborazione dell’ottimo Vincenzo Mercurio, profondo conoscitore del terroir irpino nonché tecnico brillante e misurato in cantina.

Ne avevo già di molto apprezzato il duemilasette, annata non certo favorevolissima per i bianchi irpini, ancor meno per una varietà precoce come questa che si offre matura già alla terza decade di settembre, ma questo duemilaotto pare rivelarsi, a distanza di tempo, e cosa ancor più stupefacente, in prospettiva, a dir poco straordinario; bel paglierino nitido, cristallino, offre, a chi ama rincorrere certe sensazioni, un impulso emozionale che ha poco a che spartire forse con l’intero panorama bianchista nazionale; per questo, senza ombra di dubbio, superiore. “Il Grecomusc’ è una varietà che ha una quantità notevole di catechine che è necessario preservare dall’ossidazione durante la vinificazione e l’affinamento”, mi dice, interpellato, Giancarlo Moschetti; “quindi oltre ad una diraspa-pigiatura molto soft, in  riduzione, gli concediamo un tempo di permanenza sui lieviti abbastanza lungo, e di deproteinizzazione naturale mediante precipitazioni a freddo di cantina, per evitare di utilizzare chiarifiche”. Tra l’altro, aggiunge, “essendo un vitigno di tipo tiolico”, caratterizzato cioè da markers piuttosto netti (pensate al bosso o alla ginestra di certi sauvignon, ad esempio), “per preservarne una certa integrità espressiva, vengono preferiti lieviti ambientali selezionati in vigna che possiedono degli enzimi denominati “B liasi”, che tramutano i caratteristici aromi tiolici” – chiare note agrumate, sottile frutto della passione, pietra focaia in lento ma marcato divenire –,“da criptici a presenti”, così da consentirgli di esprimere caratteristiche odorose tipiche di queste tipologie di uve, che certamente non sono per tutti i gusti ma offrono una complessità eccezionale, e che in più mira a garantire al vino una longevità davvero interessante, di cui certo non possiamo ancora avere piena contezza, ma per come si esprime nel bicchiere questo duemilaotto, ricco, tagliente, minerale, non possiamo che apprezzarne l’interessante prospettiva.

Non nego che è piuttosto difficile pretenderlo, soprattutto in un momento di mercato così difficile e complesso dove basta poco per perdere la bussola, però ritornando a noi, al valore assoluto della nostra vitivinicoltura, la specializzazione rimane l’unica via praticabile, e questo vino ne è l’esempio più illuminante; pensare che sia possibile presentarsi ai propri consumatori con un vino bianco così insolito, e non per completare la gamma aziendale – se ci pensate, sarebbe bastato, come fanno tra l’altro in tanti, comperare una o due vasche di fiano di Avellino o greco di Tufo per annata – ma per raccogliere una opportunità di recuperare e valorizzare un vitigno misconosciuto altrimenti disperso, non è mica male come idea vincente, non trovate?

Questa recensione esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it


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