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Hai sbagliato vino e la colpa è solo tua

21 febbraio 2016

Capita talvolta di prendere un abbaglio, succede quando ci si affida o si lascia scegliere ad altri di provare a stupirti. Male che vada l’alibi ci rende salvi e si finisce per farsene una ragione.

Ma quando a sbagliare vino sei proprio tu? Eh sì, succede ai migliori sai, semmai avessi pensato solo per un attimo di saperne una spanna così più degli altri.

Una lettura veloce alla carta dei vini – non che fosse così ampia, è vero -, il commensale che si schernisce dietro un ‘fai tu, mi fido ciecamente’, con l’autostima che si aggancia facile alle stelle: un breve ripasso dei piatti scelti, ‘mumble mumble… ce lo abbino… ma anche no’, un po’ di conti veloci veloci col portafogli e via con il rosso 2014 di questo qui che conosco bene…

Ahi ahi ahi. Il vino é quello e quello é, ché l’avevi scordato? E adesso con chi te la vuoi prendere? Ne bevi un sorso, con grande fatica butti giù il primo bicchiere, ne versi uno ancora, ci accenni un sorso un po’ stizzito, decidi di lasciarlo lì a respirare un poco, chissà magari. Niente, niente da fare. Hai sbagliato vino e la colpa è solo tua. Te ne farai una ragione?

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Elogio all’immediatezza

10 novembre 2013

Capita di aspettare un vino a lungo, tanto, per anni. Capita perché quel vino se l’è meritato o più semplicemente siamo convinti che lo meriti; ce lo consiglia il fiuto, l’esperienza, il mestiere o più semplicemente quel pizzico di riverenza pagato al proprio ego o al Guru di turno. Sta di fatto che quel vino, proprio quello là lo tieni in disparte, smarcato, incartato, piazzato in maniera che non venga fuori ogni volta che ti viene un piccolo slancio ma solo e soltanto quando hai deciso che sì, è il suo momento (e il tuo).

Tiri fuori la bottiglia con cura, carezzandola, ci levi la capsula e gli tiri il via il sughero come fosse un rito propiziatorio, lento e meccanico; ne accompagni l’assaggio assaporandolo – estasiato – col solo pensiero, seguendo ogni giro nel bicchiere con la stessa suspense con cui trattenesti il fiato sull’ultimo tiro dal dischetto di Grosso nel 2006.

Non l’hai ancora fatto ma ti immagini che arriverà la Madonna non appena gli avvicinerai il naso, non lo hai ancora portato alla bocca che ne prevedi un sorso strabiliante per intensità, progressione, distensione. Un finale sferzante e incantevole. Sei eccitatissimo.

Ti viene in mente quel luogo, quella collina, quel pezzettino di terra, quella vigna, quei filari – quelli più in alto -, quell’uva, quei grappoli, i migliori. Per non parlare di lui, il vignaiolo, il Poeta Contadino, la sua vocazione, dedizione, passione, amore, intransigenza in cantina. La sua rettitudine.

Davanti a te ti si schiude un mondo, è perfetto: l’annata del secolo, l’unico posto vocato al mondo, la migliore uva, un vino straordinario. Ti viene da pensare alla fittezza e l’eleganza del colore, a quell’immancabile sottobosco, alla setosita’ dei tannini, l’acidità che ne fortifica la schiena, ben dritta. Un quadro impressionante, un piccolo capolavoro, di quelli rari, e pensi sia irripetibile. Sì, mai annata fu migliore.

Sei pronto, stai ancora valutando se decantarlo o meno ma sei pronto. Tenerlo lì in bottiglia potrebbe regalarti sorsi ognuno un pelino più avvincente del precedente, caraffarlo un po’ più uniformi. Nell’indecisione lo tieni in bottiglia, un ultimo sguardo sul piano bianco ti convince.

Un ampio respiro ed è qui che alzi gli occhi, stai quasi per alzarti in piedi che ti accorgi che davanti a te non c’è più nessuno. Sono andati tutti via. Tutti. Solo, sei rimasto solo coi tuoi pensieri, con la tua bottiglia. Tu e lei. E speriamo che non si sia…girata.

Taurasi, Grecomusc’ 2010 Cantine Lonardo

8 ottobre 2012

Sono tanti i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?

Così chiudevo il racconto di una delle più belle verticali a cui abbia partecipato lo scorso anno; l’organizzarono, a Napoli, da Rosiello, in collaborazione coi Lonardo’s, l’amica sommelier Marina Alaimo e Luciano Pignataro (qui). Fu quello un viaggio appassionato ed appassionante attraverso sette annate rivelatesi immediatamente assai diverse tra loro, in qualche caso proprio in antitesi. In poche parole, il Grecomusc’ 2010 di Cantine Lonardo è senz’altro un grande bianco ma in piena evoluzione, lentamente in divenire e tutto da scoprire nei prossimi anni. Ma soprattutto, senza particolari istruzioni del caso (abbinamenti o cose del genere), da bere in libertà e quando si vuole. 

Frattanto, a distanza di quasi un anno, il duemiladieci ha fatto incetta di premi e riconoscimenti arrivati da ogni pulpito; gli elogi della critica infatti sono arrivati trasversalmente da tutte le maggiori guide di settore. Non che se ne sentisse l’urgenza, o il bisogno commerciale, che poi il fenomeno delle Guide ormai si sa, per quanto ancora utilissime alla statistica e all’orientamento nel mare magnum delle aziende italiane, non ha più la stessa capacità di spostare i consumi del mercato come effettivamente, va riconosciuto, accadeva negli anni ottanta/novanta; tra l’altro stiamo parlando di un vino andato esaurito ancor prima di uscire sul mercato. Certo però che quando degustatori seriali, esperti e fini giornalisti di settore premiano vini come questo fa solo bene a tutto il sistema.

A questo, si aggiunga il lustro, lo spessore mi verrebbe da dire che certamente acquisisce in maniera definitiva il lungo, faticoso e controverso percorso di ricerca scientifica e culturale messo in campo sul grecomusc’ e portato avanti da un nutrito e qualificatissimo gruppo di lavoro, un esempio pari a pochissimi altri in Italia (leggi qui).

Insomma, a parlar di questo bianco di ciccia ce n’è e come, provare per credere; tocca però, per scriverne definitivamente il nome nel firmamento, aspettare cosa diranno nel tempo le bottiglie, e chiarire – se c’è – l’equivoco di cui in apertura. Bottiglie che bisogna però cercare in giro, e conservare gelosamente perché, come detto, di Grecomusc’ 2010, come di tutte le annate precedenti, in cantina non ve n’è manco a pagarle a peso d’oro. Rien ne va plus!

© L’Arcante – riproduzione riservata


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