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Napoli tre cose tiene di bello: il mare, il Vesuvio e le Sfogliatelle di Attanasio

14 agosto 2015

La storia della sfogliatella è la storia di un monastero, quello di Santa Rosa in costiera amalfitana, fra Furore e Conca dei Marini. Come in tutti i conventi di clausura da qui non si usciva, quindi oltre alla preghiera hai voglia a dilettarsi nell’orto, in vigna, in cucina. Tutto si faceva nelle mura del monastero, anche il pane, ogni due settimane.

La Sfogliatella 'frolla' di Attanasio - foto A. Di Costanzo

Un giorno, più di 400 anni fa – siamo nel 1600 – una suora intenta ad occuparsi delle faccende di cucina si accorse che era avanzata un po’ di semola cotta nel latte. Ispirata dall’alto, ci buttò dentro un po’ di frutta secca, zucchero e del liquore al limone. ‘Potrebbe essere un ripieno’, si disse. Ma cosa poteva metterci sopra e sotto? Preparò quindi due sfoglie di pasta aggiungendovi strutto e vino bianco, e ci sistemò in mezzo il ripieno. Poi, siccome anche in un convento l’occhio vuole la sua parte, sollevò un po’ la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco e infornò il tutto.

La Madre Superiora sulle prime fiutò il dolce appena sfornato, subito dopo l’affare; con questa invenzione benedetta si poteva far del bene sia ai contadini della zona, che alle casse del convento. La clausura non veniva messa in pericolo: il dolce veniva messo sulla classica ruota, in uscita. Sempre che, sia chiaro, i villici ci avessero messo, in entrata, qualche moneta. A questo dolce venne dato, inevitabilmente, il nome della Santa a cui era dedicato il convento.

Come tutti i doni di Dio, la Santarosa non poteva restare confinata in un sol luogo, per la gioia di pochi. La divina Provvidenza è un po’ come la dieta: funziona, ma non bisogna darle fretta. La Santarosa ci mise circa centocinquant’anni per percorrere i sessanta chilometri tra Amalfi e Napoli.

Qui ci arrivò ai primi dell’800, per merito dell’oste Pasquale Pintauro con bottega in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida. Osteria fino al 1818, anno in cui Pasquale entrò in possesso, per una via che non è mai stata chiarita, della ricetta originale della Santarosa. La sua osteria divenne così un laboratorio dolciario che non si limitò a diffondere la Santarosa: la modificò eliminandovi la crema pasticciera e l’amarena e sopprimendo la protuberanza superiore a cappuccio di monaco.

Era nata la sfogliatella. La sua varietà più famosa, la cosiddetta ‘Riccia’, mantiene da allora la sua forma triangolare, a conchiglia. Oggi la sfogliatella si può assaggiare in tutte la pasticcerie di Napoli, di sovente con piena soddisfazione. Se si cerca l’eccellenza, la bottega di Pintauro sta sempre là: ha cambiato gestione, ma non il nome e l’insegna, e nemmeno la qualità, che resta quella di quasi duecento anni fa. Al viaggiatore che arriva alla stazione di Napoli si consiglia di fare un salto da Attanasio¤, vico Ferrovia, qui si sfornano sfogliatelle calde a getto continuo. ‘Napule tre cose tene belle: ‘o mare, ‘o Vesuvio e ‘e sfugliatelle’.

credits: sfogliatelleattanasio.it

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Attanasio

Vico Ferrovia 1 – 4 Napoli

Tel. +39 081 28.56.75

aperto 6.30 fino alle 19.30

lunedì chiuso

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Primitivo di Manduria Sessantanni 2010 (Magnum) Feudi di San Marzano

12 febbraio 2014

L’impressione che ho ogni qualvolta mi ritrovo a bere un primitivo così buono è che sia stato fatto in pochi anni tutto quanto sembrava impossibile nei precedenti 30: ridare dignità ma soprattutto rinnovata identità ad un vitigno che sa dare vini davvero impressionanti.

Primitivo di Manduria 60 anni 2010 Feudi San Marzano - foto A. Di Costanzo

La culla com’è noto rimane la Puglia, il Salento, più in particolare il versante tarantino e l’areale qui storicamente più conosciuto qual è Manduria. Da queste terre asciutte, di origine calcaree e coperte da argille rosse viene fuori il 60 anni di Feudi di San Marzano, un Signor primitivo.

Il 2010 è forse un po’ meno carnoso dei passati assaggi¤ ma l’impronta olfattiva è piacevolissima, avvenente ricca espressione di piccoli frutti neri e note balsamiche e speziate. Certo il formato Magnum ne aiuta la lenta maturazione; il sorso ha slancio e buona progressione, un po’ più sottile come accennavo pocanzi, se così si può dire nonostante la stoffa e il buon tenore alcolico, più fruibile, maggiormente godibile azzarderei.

L’epoca dei rossi abboccati e grossolani è finita da un pezzo, è vero, il Primitivo di Manduria oggi è tutta un’altra storia, eppure val bene chiedersi se, in fin dei conti, prima dei signori vini a cui ci stanno abituando i vari Attanasio, Fino, MilleUna¤, la stessa Feudi di San Marzano giusto per citarne solo alcuni, bevessimo ‘veramente’ lo stesso vino oppure chissà cos’altro.

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