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Terzigno, di Villa Dora e del suo ultimo Lacryma Christi del Vesuvio, il Rosato Gelsorosa 2010

17 giugno 2011

Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.

Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.

Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.

Terzigno, tutti i vini di Villa Dora ed un memorabile Lacryma Christi rosso Forgiato ’01

8 dicembre 2009

E’ il vino che non ti aspetti, ti sorprende a tal punto che a fatica credi di stare bevendo un Lacryma Christi! 

Diversi anni fa quando conobbi Vincenzo Ambrosio, il titolare di Villa Dora, ebbi subito l’impressione di stare stringendo la mano di una persona per bene, e che avrebbe sicuramente portato nella viticoltura vesuviana una sferzata di orgoglio ed entusiasmo sino a poterne rivalutare profondamente la stessa denominazione, secondo me, tra quelle campane, la più interessante ed eclettica che si possa annoverare tra i disciplinari regionali, per la particolare identità del territorio, per la diversità e l’autenticità dei vitigni coltivati e vinificati in più declinazioni e non da ultimo per il richiamo storico culturale inevitabilmente unico in questo lembo di terra strappato letteralmente al fuoco.

Eppure del Lacryma Christi del Vesuvio, oltre la storia ed i fiumi di vino venduti nel mondo rimane sempre l’alone di una denominazione vetusta, l’idea statica di un vino fine a se stesso, souvenir d’antàn senza pretese per le carovane di turisti con sandali e calzini bianchi della Penisola Sorrentina piuttosto che liquido emozionale per gli appassionati importatori nipponici che hanno proprio in Giappone costituito del nostro beneamato, un brand straordinario di “vino del vulcano”. Camminare le vigne di Villa Dora è appassionante, io l’ho fatto più di una volta, dapprima per curiosità, poi sempre per pura passione.

Siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne e le difendono dal bosco, un percorso emozionale da vivere, su e giù per i saliscendi tutti intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di falanghina e coda di volpe, di aglianico e piedirosso, 13 ettari di uve ricche, sane che danno vita a vini straordinari che meriterebbero certamente migliore conoscenza e sorte da parte di un mercato e di un consumatore abituato, di inerzia, ad accontentarsi di bere una denominazione invece che ciò che di una terra è la vera espressione, oro puro, il nettare più prezioso.

Il Vigna del Vulcano, Lacryma Christi bianco è un vino che sfida il tempo, uvaggio di coda di volpe e falanghina di straordinaria complessità e mineralità, tra i migliori bianchi vesuviani mai assaggiati e riassaggiati nel tempo, il 2005 proprio in questi giorni mi ha regalato ancora una impressionante verve gustolfattiva, un vino portentoso e coraggiosamente consegnato al mercato dopo almeno due anni di affinamento tra acciaio e bottiglia, una scelta sicuramente inusuale per la consuetudine storica dell’areale.

Il Gelsonero, Lacryma Christi rosso è il connubio perfetto tra il piedirosso e l’ aglianico dell’areale, tra la leggerezza e l’immediato fruttato del primo e l’austera speziatura, la polposità del secondo, un vino proiezione reale di ciò che declinato per tante volte quante sono le bottiglie prodotte sul Vesuvio potrebbe essere la denominazione: un viaggio emozionale tra i diversi interpreti moderni di una storia antica, uno vino subito godibile al debutto sul mercato ma capace di evolvere e maturare nel tempo.

Questo lo spirito con il quale nasce anche il Forgiato, il rosso di punta dell’azienda, l’essenza forse di tutto il progetto di Vincenzo Ambrosio affidato sin dalla prima ora a Roberto Cipresso, l’enologo filosofo che certamente ha trovato sulle pendici del Vesuvio un laboratorio naturale di eccezionale vocazione dove sperimentare al meglio tutte le sue teorie. Il 2001 è un vino possente, da saper aspettare, incredibilmente longevo, fuori pertanto dai quei canoni di cui sopra che si ha necessità di superare per godere fino in fondo di ciò che questa terra sa veramente regalare al suo avventore. Selezione accurata delle migliori uve aglianico e piedirosso, elevato per circa 24 mesi tra legno e bottiglia, si presenta con un colore intrigante, rosso rubino con piccole nuances granata, poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere.

Il primo naso è intenso su sentori terziari, ma non stucchevole: vira dal tabacco alla liquerizia, dalla confettura di more selvatiche a rimandi di polvere di cacao; Il vino è aperto da parecchie ore, quindi riesce ad offrire di se un ventaglio olfattivo davvero complesso ed intrigante sino a sentori animali e di terra. In bocca è secco, caldo, conserva una discreta freschezza ed una piacevole profondità e polposità del frutto, in perfetto equilibrio. Un rosso davvero stupefacente, qui alla sua prima annata, aspettato pazientemente per 6 lunghi anni, utili a superare le iniziali riserve e certamente ad accrescere, magari sostanzialmente, la cultura e conoscenza del vino, di cui non si smette mai di aver bisogno!

© L’Arcante – riproduzione riservata


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