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Terzigno, Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2012 Villa Dora

11 ottobre 2014

L’azienda¤ è nel cuore del parco nazionale del Vesuvio, uno dei luoghi magici di questa nostra amata Campania Felix, con vigne che godono di un terroir unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica – pomici e lapilli qui abbondano, le terre sono scure come la notte -, importanti escursioni termiche ed uve, tutte autoctone, che danno vini sorprendenti e difficilmente ripetibili altrove.

Lacryma Christi del Vesuvio Vigna del Vulcano 2012 Villa Dora - foto L'Arcante

Vincenzo Ambrosio è tra le migliori persone per bene sbarcate nel mondo del vino negli ultimi vent’anni, imprenditore di successo che non ha mai smesso in questi anni, anche in quelli più duri ed incomprensibili dei primi passi di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ha dovuto lottare – più o meno in ordine degli accadimenti, ndr – con tutta una serie di luoghi comuni che qualunque persona per bene con algido ragionamento avrebbe preso come un invito a lasciar perdere.

La poca esperienza in materia, il circo degli avvoltoi del tornaconto, l’ambiente poco abituato a certi slanci, un mercato in perenne crisi, la diffidenza, l’incomprensione, i critici con la pistola fumante, le carezze del Diavolo. Sarà banale, ma chi di questa famiglia ne sa qualcosa¤, chi ha camminato queste vigne, odorato questa terra, chi si è sporcato le mani con questi vini sa che è prevalso il cuore e ha vinto, con quel sentimento mai passito che sta già tutto nel nome dell’azienda, Villa Dora¤.

Il successo di questo bianco non è misurabile coi Diplomi di merito appesi alle pareti dell’ufficio di rappresentanza, non è visibile con il nome stampato a colori sulla Guida ai vini del momento e nemmeno con la classifica imperdibile del fenomeno di turno; il successo del Vigna del Vulcano sta negli occhi della gente, nella contentezza dei loro occhi, nel bicchiere sempre pieno, nelle bottiglie vuote, finite, che poi si passano per mano per capire chi, come, dove.

Perché in fondo è vero, sino a quando non li bevi non si è mai pienamente convinti che da quelle parti possano venire fuori vini così veri, autentici, unici. Quando giovane, stizzito e fresco come questo splendido 2012, tredici gradi di puro godimento, oppure quando maturo, di cinque, sei, dieci anni e ancora in splendida forma (in giro qualche bottiglia se ne trova ancora). Vesuvio, coda di volpe, falanghina, amore: nel nome delle forti emozioni!

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Questione di etichetta

20 aprile 2014

Un caro amico enologo in viaggio studio in Portogallo scrive sulla sua bacheca Facebook di sentirsi sorpreso (ed orgoglioso) che una delle etichette più prestigiose di Graham’s Port si chiami ‘Quinta do Vesuvio¤‘, con un chiaro riferimento al ‘nostro’ vulcano napoletano.

Etna Rosso Planeta

Da qualche tempo prego insistentemente molti amici produttori di vino di crescere da un punto di vista della comunicazione e di sganciarsi definitivamente dall’idea che duemila anni di storia bastino da soli per continuare a vendere vino. Il mercato è in continua evoluzione, una metamorfosi costante ed imprevedibile, non ultimo, in piena crisi di consumi e fatturati. Per un certo segmento più che in altri.Etna rosso I Vigneri

Alcune aziende, un po’ ovunque in Italia, forti della loro struttura per far fronte a questi cambiamenti hanno fatto investimenti importanti per diversificare la propria offerta; un esempio lampante può essere per tutti il fenomeno nero d’Avola in Sicilia, di molto ridimensionatosi in poco meno di un decennio a favore di una crescita esponenziale dei vini dell’Etna. Qui, dacché erano in tre/quattro a fare vino sono arrivati un po’ tutti¤ e non solo dalla stessa Sicilia.

Contrade dell'Etna

Stiamo parlando chiaramente di grandi vini, tra l’altro a prezzi sostanzialmente di segmento medio alto, vini di cui rimango ogni volta conquistato. Così, senza entrare nel merito della questione qualitativa, ritornando allo stato del mio amico, mi sono tornate in mente quante riflessioni proprio con lui abbiamo speso sulla necessità che un territorio – più che un vino – debba saper emergere grazie al lavoro di valorizzazione di tutta una serie di aziende e non per la singola capacità individuale nel riuscire ad imporre una etichetta o un modello.

Inutile ricordare che è stato così a Barolo e Barbaresco, a Montalcino, in parte anche a Bolgheri, per non parlare – ancora una volta – di quanto fatto oltralpe dai cugini francesi.

Lacryma Christi Vigna del Vulcano Villa Dora

Venendo al dunque, non mi stupisce affatto che Donna Antónia Adelaide Ferreira sia rimasta folgorata dal nostro Vesuvio tanto da dedicargli una delle sue più prestigiose tenute, come non mi fa specie che in poco meno di un decennnio i vini dell’Etna vanno affermandosi come ‘Vini del Vulcano’ grazie anche ad una grande intelligenza comunicativa messa in campo.

E invece quelli universalmente riconosciuti dalla storia come tali, quelli del ‘nostro’ Vesuvio per intenderci, faticano ad imporsi nonostante una capacità produttiva soddisfacente ed una domanda mai sopita tant’è che vede impegnati, seppur a fasi alterne, anche i grandi marchi di casa nostra che girano milioni di bottiglie in tutto il mondo.

Lacryma Christi del Vesuvio rosso Mastroberardino

In breve, mentre qui ci si perde tra chi fa prima e chi è meglio temo stiamo rischiando veramente di non essere nemmeno più riconosciuti per quel tratto d’orizzonte che affascina da sempre milioni di appassionati in tutto il mondo. Di questo prima o poi dovremmo cominciare a discuterne. Anche perché se aspettiamo che a renderne conto siano le istituzioni hai voglia di aspettare…

© L’Arcante – riproduzione riservata

Terzigno, di Villa Dora e del suo ultimo Lacryma Christi del Vesuvio, il Rosato Gelsorosa 2010

17 giugno 2011

Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.

Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.

Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.

Chiacchiere distintive, Benny Sorrentino

24 aprile 2011

Laureata alla facoltà di agraria di Portici nel 2006, Benny Sorrentino è l’unica enologa in Campania campana; un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti e nel 2008, a Torino, la specializzazione in scienze viticole ed enologiche. Nello stesso anno, l’abilitazione alla professione di agrotecnico laureato. Con il fratello Giuseppe, si occupa a tempo pieno dell’azienda di famiglia, venti ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio.

Togliamoci subito dall’imbarazzo: dal pettinar le bambole a smanettare in cantina; sono io che la vedo dura o il percorso è più breve di quanto si possa pensare? In realtà fin da piccola ho sempre vissuto molti momenti tra campagna e cantina, e le bambole erano mie compagne di avventura. Effettivamente tra pettinare le bambole e stare in cantina ci sono delle differenze, richiedono ‘sforzi’ diversi. Ma

sono due cose indirettamente collegate, hanno dei punti in comune quali l’ordine e la massima cura. Nel primo caso forse maggiore cura e minore sforzo pratico, mentre nel secondo si intensifica la praticità. Mettiamola così, pettinare le bambole è stato un buon allenamento per la definizione dei particolari, dell’eleganza e dell’immagine dei miei vini. Poi in cantina ho cominciato a sviluppare altri aspetti di gestione e di forza! Tutto sommato mi è andata bene.

Quali sono stati gli ostacoli più duri da superare? Forse la difficoltà maggiore è stata il cercare il miglior metodo di lavoro e di organizzazione, conciliare cioè tutto ciò che era teoria con la pratica perseguendo gli obiettivi prefissati. Da piccola passeggiavo tra le vigne, raccoglievo l’uva in vendemmia, entravo in cantina e osservavo tanti movimenti; ora che ho maggiori basi di conoscenza tutto assume diverse prospettive e tutti quei “movimenti” diventano specifici e determinanti.

La vigna, la cantina, il mercato; nel mezzo la sostenibilità, un tema molto ricorrente ultimamente, qual è il tuo pensiero, il tuo ideale? La sostenibilità è un tema molto ricorrente perché credo che col passare degli anni si sia diffuso un uso incontrollato di prodotti di sintesi in agricoltura e in enologia convenzionale che possono aver provocato uno squilibrio naturale. Non tutti conoscono bene l’azione ad esempio di alcuni principi attivi che sono somministrati in vigna ma soprattutto gli effetti che possono provocare a lungo termine il loro uso improprio.

Ovviamente la sostenibilità si propone di non sconvolgere gli equilibri naturali e di rispettarli. Usare quantitativi minimi di risorse “artificiali” limitando così sempre più l’impatto su di essi. E’ indubbio che alcuni tipi di mercato sono interessati alla sostenibilità più di altri, ma ognuno bada ovviamente alla qualità, alla tipicità, e non ultimo alla piacevolezza del vino. Pertanto ritengo che se si rispetta l’ambiente e dalla terra si hanno prodotti sani che vengono trasformati senza sconvolgere le loro potenzialità, siamo sulla strada giusta.

Il Vesuvio nell’immaginario collettivo è una icona, eppure l’areale vesuviano rimane tra i più martoriati della provincia di Napoli; possibile che le amministrazioni (locali, regionali, nazionali) non riescono a vedere ciò che avete colto e valorizzato voi? A volte non tutti conoscono le realtà che costituiscono il territorio e in taluni casi nelle persone rimane l’immagine poco felice che viene trasmessa in seguito a diverse situazioni che vedono l’areale in forte difficoltà. Ritengo invece che l’area vesuviana assieme a tutte quelle vicine al mare siano importantissime e da tenere in grande considerazione; anzitutto per l’antica vocazione viticola e, come nel nostro caso, trattandosi di una zona vulcanica tra le più vaste in Europa continentale, con un vulcano ancora attivo e, per l’ambiente pedoclimatico davvero particolare.

Il problema sostanziale credo sia rappresentato dall’età media elevata delle persone che si sono fatti carico in passato della crescita e della valorizzazione del territorio, soprattutto per le difficoltà di strutturare un’efficace interlocuzione, come spesso è accaduto, non adoperando i giusti mezzi di comunicazione. Ecco perché confido molto nelle nuove generazioni, le associazioni, spero nei consorzi locali, affinché possano svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi al fine di diffondere al meglio la cultura, le colture vesuviane e i prodotti da esse derivanti.

Il Lacryma Christi del Vesuvio, croce e delizia dell’enologia campana, ambìto da tutti per il suo storico prezioso valore di mercato, eppure mai nessuna grande azienda se l’è sentita di investire seriamente in loco; un bene, un’occasione mancata oppure… Il Lacryma Christi del Vesuvio è una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Le varietà, le loro peculiarità devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente, per poterne migliorare la coltivazione ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Bisogna conoscere ovviamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Mi rendo conto che ciò è dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente; si tratta di un vero e proprio investimento, anzitutto programmatico, che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza. Ogni azienda ha una propria filosofia, si prefigge quindi gli obiettivi che più ha nelle corde, decide quindi dove, come e se investire.

Vigna Lapillo rosso, Natì, Catalò giusto per citarne alcuni; i tuoi vini, rossi e bianchi, sono indiscutibilmente tra i più rappresentativi dell’areale, sprizzano energia ad ogni sorso: qual è quello che ti assomiglia di più? Quelli che citi sono vini a cui siamo arrivati dopo un’attenta analisi e selezione delle nostre migliori uve; la volontà di esaltare quanto più possibile  le potenzialità viticole ed enologiche delle varietà vesuviane, attraverso meticolose scelte dei tempi e dei modi di coltivazione, di vinificazione e quindi di affinamento. Gesti di sapienza che si fondono con quelli provenienti dall’innovazione. L’idea è quella di raggiungere un equilibrio che parte in primis dalla vigna, continua in cantina e termina con l’affinamento che renderà complesso e armonico un vino pur non essendo d’annata.

Ogni bicchiere di vino cerca di essere un piccolo vulcano, direi che forse quello che più mi assomiglia è il Catalò, da uve Catalanesca, a cui tengo particolarmente ed al quale mi sono molto dedicata. Le uve vengono raccolte in zone molto circoscritte dell’areale vesuviano, e questo lo rende ancor di più aderente alla sua tipicità; la cosa più interessante di questo vino è che a distanza di anni di affinamento, ho constatato conservi buone caratteristiche di freschezza, oltre che persistenza ed un notevole bouquet. Questo forse è l’esempio più rappresentativo della conciliazione della teoria acquisita nel corso dei miei studi sperimentali e della pratica.

Ecco, la Catalanesca: c’è, non c’è, si può fare, no? La Catalanesca è conosciuta anche come Catalana o uva Catalana, la sua presenza attualmente è limitata solo ad alcune zone dell’areale vesuviano e sembra risalire al 1500. Sono state ritrovate alcune descrizioni risalenti al 1804 fatte da Columella Onorati che la inserisce tra ‘le uve buone a mangiare’, nel 1844 Gasparrini, poi nel 1848 Semmola e tanti altri in anni successivi ne forniscono sintetiche ma efficaci descrizioni che sottolineano la morfologia del grappolo grande e spargolo con bacche grosse e il suo stadio tardivo di maturazione.

Per salvaguardare i vitigni autoctoni è stato realizzato un sistema di protezione attraverso gli accordi Stato-Regioni, in particolare la Catalanesca è stata inserita nella classificazione delle varietà di vite da vino coltivabili nella Regione Campania grazie al D. D. n.377 del 11 ottobre 2006. Nel corso della riunione del Comitato Nazionale Vini DO e IG del 23 e 24 febbraio 2011 è stato dato parere positivo per il riconoscimento della IGT Catalanesca del Monte Somma, prodotta nelle tipologia “bianco” e “passito e la cui zona di produzione delle uve è ubicata in provincia di Napoli. Pertanto alla luce di quanto scritto sopra la Catalanesca si può vinificare e il vino prodotto potrà anche riportare la denominazione IGT/IGP.

Bene, un po’ di chiarezza non guasta mai. Da qualche tempo producete, a mio modesto parere, uno tra i migliori vini rosé in regione, il Vigna Lapillo rosato; mi chiedo, e ti chiedo, fare rosato sul Vesuvio può essere una vocazione da valorizzare maggiormente? Certamente! Produciamo rosato da quando è nata l’azienda, e l’esperienza maturata vendemmia dopo vendemmia, il miglioramento delle tecniche viticole, ci hanno solo aiutato a migliorarlo. Generalmente il rosato è un vino che fa breccia solo nel cuore dei fans, ma chi si è avvicinato al Vigna Lapillo per la prima volta, pur con un certo distacco, ha dovuto ricredersi sino a rimanerne rapito.

Ne sono testimone. Torniamo a noi, chi fa il tuo mestiere è costantemente proiettato al futuro, non potrebbe essere altrimenti; spesso però bisogna fare i conti col passato, chiamiamola pure tradizione; tu come la vedi? Domanda che richiederebbe un argomentazione abbastanza lunga e complessa; diciamo che dal passato c’è sempre da imparare, anzi, spesso è il nostro riferimento per intraprendere con perizia nuovi progetti e studi. La viticoltura vesuviana è costituita perlopiù da contadini che gestiscono piccoli vigneti; da una parte hanno saputo conservare le vecchie tradizioni ma anche il prezioso materiale viticolo su piede franco, ma dall’altra non si prestano facilmente a fare investimenti sul miglioramento di alcuni aspetti legati alla coltivazione. E’ questo è senz’altro un limite che impedisce al territorio un immediato salto di qualità; tuttavia il potenziale rimane altissimo.

Oltre alla formazione, spesso ci sono incontri decisivi nella vita professionale di ognuno; nel tuo caso ce n’è stato uno? Gli anni della permanenza torinese mi hanno decisamente segnata, infatti ho vissuto molte esperienze che mi hanno vista a diretto contatto con una mentalità in continua evoluzione che ricerca lavori per poter migliorare il settore vitivinicolo e che è sostenuta dagli enti di ricerca attrezzati con strumenti di analisi all’avanguardia da poter mettere al servizio anche di piccoli enti.

Probabilmente questo modo di agire e di voler studiar meglio i processi è stato determinante senza aspettare che una cosa accada solo perché è legata ad una particolare vendemmia (certo potrebbe sicuramente incidere) o all’incrocio casuale o non ben rintracciabile di alcuni fattori. Ho ritrovato questa stessa determinazione nel voler analizzare con accuratezza e con la giusta tempistica gli aspetti viticoli ed enologici nell’enologo Carmine Valentino con cui condivido molti dei miei momenti di crescita e che per me rappresenta un forte stimolo di miglioramento.

In chiusura, per ringraziarti della chiacchierata, vorrei offrirti da bere: mi dai tre vini da proporti per fare centro? Ultimamente ho avuto modo di assaggiare dei vini di altre zone vulcaniche ed ho colto inaspettatamente delle analogie pur essendo vitigni differenti! La prova cioè di quanto possa essere forte la territorialità ed in particolare l’incidenza del suolo vulcanico. Il Soave Classico vigneto du Lot- 2009 di Inama; Garganega in purezza che all’assaggio mi ha evocato i sentori del Caprettone non d’annata! Buon corpo, intensità aromatica ed una interessante spiccata mineralità.

Oppure il Quota 600 2009 di Graci, Nerello Mascalese e sempre dalla Sicilia, il Koiné 2007 di Antichi Vinai, anche questo da uve Nerello Mascalese.Il primo esprime freschezza e bouquet molto interessanti, al gusto un buon tannino. Sembra di bere un Piedirosso della mia terra con note fruttate, balsamiche e minerali, fresche ed abbastanza pronunciate. Nel secondo rosso invece ho rivisto il Lacryma Christi rosso da invecchiamento, con note speziate miste a quelle balsamiche in evidenza. In entrambi i casi si tratta dello stesso vitigno che sembra mantenere delle caratteristiche basilari di riconoscimento ma che ovviamente risente della diversa esposizione dei vigneti e del grado di affinamento in legno. Un po’ come analogamente accade anche sul Vesuvio, dove le uve conferiscono ai vini tipiche note distintive che però possono subire delle modifiche a seconda dell’iter di lavorazione, dettato naturalmente dalla filosofia aziendale.

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it

Vesuvio, un Brigante dalle Terre di Sylva Mala

8 novembre 2010

Ci sono storie che appassionano, altre meno. Il più delle volte in un libro come in un film il soggetto è talmente determinante per la buona riuscita del racconto dal risultare a volte più ingombrante dei personaggi stessi, al punto da sovrastarne l’interpretazione; In tal senso, non mancano esempi, in letteratura come nella cinematografia più recente, di come pur avendo le basi di una trama forte e sensibilmente avvincente, gli interpreti, pur essendo star di primissimo piano, risultino comunque inefficaci al fine di emozionare l’avventore di turno: mi viene in mente per esempio il Pinocchio di Benigni.

Pinocchio, famoso per le sue bugie, non è certamente l’esempio migliore a cui rifarsi per raccontare di un vino che in realtà esprime una grande verità, il suo territorio, il Vesuvio, nella sua essenza più nuda e cruda, dove anche l’imperfezione risulta preziosa ed imprescindibile. E credo che le produttrici, le brillanti sorelle Siglioccolo, di cui si racconta siano grandi sognatrici, non potranno che esserne felici; In più, bere il loro vino, alla tavola di Carmine Mazza, tra una riflessione e l’altra, mi ha fatto venire in mente la parola menzogna, che pare una delle più spese, soprattutto negli ultimi tempi, nel supermercato mediatico scatenatosi a seguito delle continue emergenze rifiuti in Campania, che vede – non ultimo – proprio l’areale vesuviano ed il parco naturale come protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo capitolo di una triste e fetida faccenda di servilismo politico e reiterato delitto civile.

Detto questo, aggiungo pure che non sono nemmeno certo che questo vino conquisti tutti coloro che vi si avvicineranno per la prima volta, o quanto meno coloro che cercano in un vino uno stereotipo “ballerino” tanto figlio del nostro tempo quanto lontano da questo Lacryma Christi rosso 2008 di Terre di Sylva Mala. Questi, nonostante non disdegni la barrique, non ha trame merlottiane, e scordatevi, per una volta, anche la vaniglia e la marmellata, apritevi invece ad un vino figlio della sua terra, scuro, austero ma soprattutto leggero. Prima di scrivere queste righe ho chiesto, non avendo avuto ancora occasione di fargli visita, alcune delucidazioni tecniche a Miriam, che assieme alla sorella Kyra si occupa in prima persona della tenuta di poco più di 6 ettari di proprietà divisi tra i comuni di Boscotrecase e Terzigno, in pieno parco naturale del Vesuvio. I vigneti di aglianico e piedirosso (80% e 20%) che compongono il Brigante giacciono su terreni sabbiosi di origine chiaramente vulcanica ad una altitudine di 300/400 m sul livello del mare e godono di una esposizione sud-sud ovest. Prima di finire in bottiglia, come già accennato, questo Lacryma fa passaggio in legno e in acciaio.

Il vino, appena 1500 bottiglie prodotte, con il duemilaotto al suo debutto sul mercato, sfoggia un bel colore rosso rubino concentrato, non appare limpidissimo ma ciò nulla toglie alla sua vivacità nel bicchiere. Il naso offre subito spunti di frutti neri turgidi e note spiccatamente minerali, il legno, come detto barrique, è solo un labile ricordo di sottofondo, il ventaglio olfattivo infatti è giocato tutto su linde note varietali e terziari appena accennati. Il punto di forza di questo vino però rimane la beva, come già accennato, in bocca è sensibilmente asciutto ma lo senti scivolare via baldanzoso lasciando traccia di una fresca vinosità, sempre in primo piano, a sgrassare e pulire il palato: ora ti punge l’aglianico, tanto ti solleva il piedirosso, un gioco delle parti perfettamente in equilibrio se non fosse per il finale di bocca lievemente amarognolo. E’ il classico rosso da spendere su paste ripiene al pomodoro, o se preferite seguire un consiglio spassionato, sul filetto di cernia con porcini e patate cilentane de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco, un altro indirizzo da non far mancare in agenda.


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