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Sauternes 1er cru 2004 Chateau d’Yquem

3 settembre 2010

Ci sono poche certezze nel mondo del vino, una di queste è sicuramente la grandeur che circonda Bordeaux ed il mito di Chateau d’Yquem, “il Sauternes” per antonomasia, il nettare divino, il piacere puro, in alcuni casi millesimi, a detta dei più, una vera e propria libidine palatale. Ma qual è il modo migliore per apprezzarne appieno il frutto, la piacevolezza, l’infinita profondità? Sappiamo come bere un Yquem? La prima risposta è certo che sì, che cavolo, siamo o no dei professionisti? Ma non è questa che conta, non in questo caso, in verità sarebbe più opportuno prendere tempo, perchè forse è no, e questa pare divenire, di assaggio in assaggio, più che una certezza: non vale una sega essere bravi sommelier, narcisi professionisti o travestiti tali per il fine settimana, ci saranno, prima o poi, due dita di di Premier Cru Superieur 2004 a sbattervi in faccia il vostro curriculum, il vostro superbo autoreferenzialismo del ca**o dicendovi: “riprova, sarai più fortunato!”

Ci hanno educato (o provato a farlo) a studiarne la storia, a riconoscerne il blasone, a carpirne i segreti e desiderare l’assaggio, a divulgarne poi il verbo come profeti di un comandamento preziosissimo e dalla sacralità unica. Ne abbiamo tratto, nel tempo, palese visibilio, sino alla frustrazione, costretti tra le altre cose ad adorarlo e al tempo stesso, a seconda dei casi, ad odiarne l’aura sacrale, alla continua ricerca di un degno compagno di merenda per un vino apparentemente inavvicinabile: un adone dai biondi capelli d’angelo, oro puro, cristallino come solo la luce che in esso si riflette. Il tempo rifugge il tempo, e nonostante i tanti tappi levati al cielo, con somma soddisfazione, mai piena consapevolezza dell’accostamento perfetto, mai abbinamento assoluto, mai. Nessun ingrediente all’altezza della soave fragranza di un ventaglio finissimo, verticale sino alle vertigini, del dolce insinuarsi tra le papille, della sfrontatezza che lo vuole, sul finale di bocca, l’unico protagonista della messinscena.

E Le ostriche? Si vabbè, a lume di candela e con la velina di turno; Ma come, e l’amatissimo fois gras? Ecco, allora mettiamoci pure l’Almas Beluga o magari il Roquefort ed abbiamo chiuso con i luoghi comuni!

Voglio allora pensare, ingenuamente, realista come sono, che abbiamo negli anni preferito rivolgere lo sguardo altrove pur di non darla vinta ai cugini francesi: i loro sono solo sentimentalismi puerili, non ci affascinano per niente, i vini invece certo che sì, ma rimangono vini, e come tali replicabili all’infinito e con molta probabilità ovunque, o quasi. Un luogo comune, anche questo, che ha fatto il suo tempo.

Ecco, ho finito le mie due dita di Premier Cru Superieur 2004 d’Yquem, indiscutibilmente il più autentico dei vini da meditazione in circolazione!

Haut-Brion 1996, vive la souplesse!

17 novembre 2009

Haut Brion

Chi non ha mai pensato a questo grande vino come “il” grande vino per antonomasia? Molti, statene certi. Quasi sempre in compagnia di tanti altri mostri sacri d’oltralpe, da Mouton-Rothschild a Chateau Margaux, da Cheval Blanc a Petrus ha sempre goduto di ottima fama, spesso catalizzato l’attenzione degli eno-appassionati sino al punto di divenire agli occhi dei meno esperti un diamante per sempre luccicante sotto al sole, icona di una esperienza elettiva forse irrepetibile.

Poi negli anni la cultura del “grande vino” ha spostato qua e là qualche macigno di vetusta sapienza, il web ha fatto il resto rivoluzionando la conoscenza e consentendo a molti di sapere e ai tanti che credevano di sapere solo loro di doversi confrontare e finalmente (a volte) di ficcare meglio il naso nei bicchieri (e mano al portafogli) e meno tra le pagine strappate qua e là sulle riviste patinate francesi. Sì è proprio così, di questi vini spesso si è più parlato per sentito dire che per esperienza vissuta, raccontati anche quando forse nemmeno mai bevuti.


Il millesimo è stato il risultato comunque ottimo di un andamento stagionale davvero tribolato, come pochi negli anni novanta così sofferti, con una estate abbastanza siccitosa sino a metà luglio e giornate piovose ed umide sino a poco prima dell’epoca vendemmiale di fine settembre.

Di fronte a me un nettare limpido di colore rubino con piccole nuances aranciate, ancora pieno nella sua consistenza. Il naso è un effluvio di sentori e profumi che vanno da piacevoli sensazioni vegetali (mai così palese la nota di peperone rosso) ad espressioni candite, da dolci note caramellate a fini percezioni speziate, un corpo deciso, morbido sino alla persuasione ed avvinghiato ad una freschezza ancora vivida, equilibrata, costante, insomma un gran vino didattico per definizione, in materia di taglio bordolese e delle Graves in particolare.

Per me, semmai ve ne fosse stato ancora bisogno, una indispensabile guida liquida per capire quanto i vini francesi sono davvero grandi e quanto siano sinteticamente disarmanti nelle loro raffigurazioni olfattive e gustative. Servito in ampi calici, preventivamente decantato, abbinato al Piccione in salsa di noci nere e purè di prezzemolo e carote di Oliver Glowig.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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