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Montemarano, Campi Taurasini Malambruno 2008 Amarano: l’aglianico sopra tutto!

26 marzo 2012

Chi segue le vicende aglianiciste avrà notato quanto fossero trasversali – per non dire contrastanti – diversi giudizi sui Taurasi passati in rassegna durante la scorsa edizione di “Taurasi Vendemmia 2008”. Una delle voci critiche più ricorrenti nei giorni a seguire le varie degustazioni sottolineava quanto certi vini soffrissero ahimè ancora troppo l’incidenza – leggi uso eccessivo – del legno. Ecco, l’incidenza del legno.

Così durante i miei giri da quelle parti ho pescato qua e là un po’ di bottiglie duemilaotto non Taurasi, denominate Campi Taurasini o tuttalpiù prodotte in quelle zone da chi certamente non lesina qualità sui suoi secondi vini, garantendo, pur con etichette sostanzialmente di ricaduta, una qualità assoluta di materia prima e serietà produttiva.

Lo scopo? Verificare quanto con una minore “contaminazione” del legno (generalmente 9-12 mesi al massimo) si potesse avere del millesimo un quadro organolettico ancor più chiaro e prospettico. Debbo dire che non sono mancate delle belle sorprese, e con un po’ di pazienza spero di potervele raccontare tutte, soprattutto in virtù di quanto vini come questo Malambruno 2008 di Amarano riescono ad offrire, a prezzi estremamente onesti ed alla portata praticamente di tutti, delle gran belle esperienze degustative; quantomeno per chi va alla ricerca di una certa specificità di gusto ed armonia di beva. Qui, quasi impagabile.

Giusto per chi non lo sapesse, l’areale Campi Taurasini indicato su certe bottiglie come sottozona della doc Irpinia rientra praticamente, fatte salve alcune poche altre località, nell’intero territorio protagonista della stessa docg Taurasi: quindi Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, San Mango sul Calore, Sant’Angelo all’Esca, Taurasi, Torre le Nocelle, Venticano con in più Chiusano San Domenico, Grottaminarda, Gesualdo, Nusco, Melito Irpino, Torella dei Lombardi e Villamaina. E come detto, chi decide di farlo, sa di dover garantire massima espressività, talvolta nemmeno tanto lontana da certi Taurasi.

Dell’azienda ne ho già raccontato ampiamente qui, conquistato dai suoi Taurasi nerboruti e sapidi, così vado sottolineandovi ancora solo quanto valga la pena stappare quest’altro loro rosso. Ricco il colore, rubino limpido e vivace, e ricco il quadro olfattivo, ampio ed insistente su deliziose note di frutta matura: amarena, mora di rovo, prugna; poi lievi note tabaccose e di cioccolato. Il sorso è invitante, succoso, asciutto, sapido e persistente, centrato sul frutto, una sottile venatura tannica e sostenuto di giustezza dai 13 gradi d’alcol. Del legno nessuna traccia, perfettamente “digerito”, con il millesimo che si conferma in grande spolvero e ci consegna un rosso davvero imperdibile, quadrato e di gran valore: appena 6 euro e cinquanta franco cantina. Un affarone!  

Montemarano, dopo l’anteprima ottime conferme dal Taurasi Principe Lagonessa 2008 di Amarano

9 marzo 2012

E’ proprio il caso di dire che in mezzo scorre il fiume, il Calore, al di là del quale c’è Castelfranci. Siamo a Montemarano, con Taurasi il vigneto ad aglianico più grande d’Irpinia, e senza dubbio alcuno uno dei grand cru per eccellenza della denominazione, dove il vitigno ha da sempre una marcia in più.

E qui c’è Amarano, una delle ultime venute fuori, nel 2004, e già tra le prime coi suoi vini, il Taurasi Principe Lagonessa anzitutto. L’azienda è per la verità in continuo divenire – diciamo pure un cantiere aperto -, ma le premesse per fare cose buone ci sono tutte; anzitutto il vigneto, di più o meno 12 anni e collocato, come detto, in uno degli areali più vocati di tutta l’Irpinia, proprio nel mezzo di contrada Torre, a Montemarano per l’appunto. E proprio qui dopo i primi timidi passi si è anche riusciti a ricavare una funzionale sede di vinificazione ed imbottigliamento, in uno dei capannoni dell’altra azienda di famiglia che si occupa però di edilizia e macchine agricole. I legni invece sono ancora alloggiati nella “cantina” di casa, un tempo la tavernetta di mamma Lucia, da qui distante un centinaio di metri e dove tra l’altro insiste anche un altro bel pezzo di vigna, in parte ad aglianico e parte, circa due ettari, di recente conversione e che verranno invece destinati alla coda di volpe, rinvigorendo quindi quell’antica vocazione locale che voleva questo vitigno, prima di qualsiasi altro, come contraltare al rosso irpino per antonomasia. 

Poi vabbé, c’è l’entusiasmo di Adele Romano, ragazza in gamba, una laurea in economia, una passione per le letture romantiche e la pazza idea che sì, tra un biberon e l’altro si poteva fare anche questo. Ha convinto così il papà a seguirla in questa avventura, tanto che Michele nel ’99 è dovuto volare sin negli Stati Uniti per andare a comprare i terreni da un tizio di Castelfranci che se n’era andato là qualche anno prima. Ancora oggi le difficoltà continuano ad esser tante, e in tutta onestà i tempi sono quelli che sono, non aiutano certo a facili entusiasmi, però lo scenario è suggestivo, la materia prima in cantina indiscutibile e le idee cominciano anche a convergere su obiettivi più concreti e razionali, come concentrarsi sull’aglianico, il Taurasi e magari coda di volpe, senza troppi altri grilli per la testa per inseguire un mercato che in fin dei conti è ancora tutto da scoprire.

Gli assaggi, ci mancherebbe, confermano in tutto e per tutto il grande spessore dell’aglianico di queste terre: nerboruto, voluttuoso, fitto. E il naso di questo 2008, tra l’altro ancora da imbottigliare – uscirà solo in autunno -, fatte salve le inevitabili tracce di legno che ancora lo carezzano, è un manifesto implacabile, intriso di sentori di frutta ed estremamente varietale, con quella nota succosa di amarena che alleggerisce, e bene, prospettive certamente ancora più profonde, voluttuose, in piena evoluzione; un ventaglio olfattivo sfrontato, che conserva addirittura una certa vinosità, fresco e vibrante, che accompagna anche il sorso, asciutto, copioso, di notevole sapidità. Caratteristica che si coglie ancor oggi, con disarmante semplicità, in tutti i Taurasi di Amarano, dal 2004 – l’esordio, ancora ossuto e polposo -, sino al 2010 appena in botte. Insomma, la scoperta è felice e saprà farsi conferma. Noi glielo auguriamo di tutto cuore!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.


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