Posts Tagged ‘carmine valentino’

Un po’ di Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

14 gennaio 2013

L’azienda, va ricordato, mi appassiona soprattutto per i suoi rossi¤, in continua crescita, come tra l’altro ho avuto modo di raccontare in più occasioni su queste pagine. Come spesso accade però, per certe piccole realtà in particolar modo, non si fa mai a meno di mettere in carnet uno o due bianchi per meglio navigare le maglie del mercato.

Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

Per la verità l’idea di base dei Romano¤ rimane puntare col tempo a circoscrivere il loro impegno, anche coi vini bianchi, all’interno del territorio taurasino, sino ad arrivare magari a produrre vini con sole uve di proprietà; ne è testimonianza il nuovo impianto a coda di volpe di circa due ettari proprio dinanzi alla casa di famiglia a Montemarano, poco distante da contrada Torre, di fronte le coste dei colli di Castelfranci. Frattanto però, grazie anche ai buoni consigli dell’enologo che li segue, Carmine Valentino, tra i più validi e bravi tecnici che lavorano sul territorio, si è cominciato a mettere in bottiglia fiano di Avellino e greco di Tufo conferiti rispettamente dalle zone classiche di Lapio il primo e Santa Paolina il secondo. 

L’impronta di questo greco duemilaundici è quella di un vino in forma e pronto da bere: abbastanza ricco nel colore paglierino, dal naso di ginestra e pera matura con candidi richiami di fresca camomilla. Il sorso è piuttosto sapido, colpisce per la ricca struttura sostenuta però da una discreta acidità che gli dona una beva confortevole, fluida, rotonda. Tra l’altro, manco a farlo apposta, l’ho messo in tavola con delle Pappardelle al sugo di carne e funghi champignon, un primo piatto non proprio di richiamo bianchista sul quale però se l’è cavata davvero alla grande. Uno smart buy che in cantina viene via a poco più di 6 euro.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

10 gennaio 2013

Difficile immaginare cosa potesse essere oggi Taurasi se si fosse cominciato a fare sul serio col vino un po’ di anni prima. Quanti? Beh, magari quindici, vent’anni prima che ci si accorgesse dell’enorme patrimonio che rappresentano quel territorio, i suoi vini, per il mondo del vino, sotto le luci della ribalta solo da poco più di una quindicina d’anni.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

Senza scomodare avi e generazioni che si racconta facessero viticoltura da sempre (e non vini di qualità come siamo tutti d’accordo di saper riconoscere oggi) o urtare la suscettibilità di qualche nome storico, di grandissima levatura certo ma che giocavano il campionato praticamente da soli, oggi potremmo contare dalla nostra tanti elementi in più da poter rilanciare ai quattro venti; non ultimo, ad esempio, che bottiglie come queste siano realmente capaci di attraversare il tempo nonostante le angustie di un’annata, a quanto pare, non proprio favorevole.

Annata complicata la duemilasei, “calda, capricciosa, eterogenea, con i migliori potenti e nervosi, da aspettare” per dirla con l’almanacco di “Taurasi Vendemmia¤” sottomano. Una di quelle che convince i più a non farne un Riserva costringendo invece i migliori, quelli cioè con vigne ed uve in zone particolarmente vocate e numeri con al massimo tre zeri, a dare valore aggiunto, slancio al loro peggior difetto: l’incapacità, o l’impossibilità di affidarsi a giochi di prestigio in vigna e soprattutto in cantina. 

E il Primum¤ Riserva 2006 di Raffaele Guastaferro¤ (10 ettari a Piano dell’Angelo a Taurasi) svela addirittura quanto sia inutile tentare la natura, sovrapporle un manico eccessivo, facendo delle sue piccole imperfezioni – una volatile un po’ alta, il timore dei 15 gradi in alcol, un naso non proprio finissimo – un pregio assoluto che esaltano invece il varietale, un grande frutto, sempre al centro dell’attenzione ed una bevibilità incredibile per un vino di tale estrazione, sostenuta da una freschezza invidiabile, tannini docili ed una sapidità di finissima levatura.

Montemarano, dopo l’anteprima ottime conferme dal Taurasi Principe Lagonessa 2008 di Amarano

9 marzo 2012

E’ proprio il caso di dire che in mezzo scorre il fiume, il Calore, al di là del quale c’è Castelfranci. Siamo a Montemarano, con Taurasi il vigneto ad aglianico più grande d’Irpinia, e senza dubbio alcuno uno dei grand cru per eccellenza della denominazione, dove il vitigno ha da sempre una marcia in più.

E qui c’è Amarano, una delle ultime venute fuori, nel 2004, e già tra le prime coi suoi vini, il Taurasi Principe Lagonessa anzitutto. L’azienda è per la verità in continuo divenire – diciamo pure un cantiere aperto -, ma le premesse per fare cose buone ci sono tutte; anzitutto il vigneto, di più o meno 12 anni e collocato, come detto, in uno degli areali più vocati di tutta l’Irpinia, proprio nel mezzo di contrada Torre, a Montemarano per l’appunto. E proprio qui dopo i primi timidi passi si è anche riusciti a ricavare una funzionale sede di vinificazione ed imbottigliamento, in uno dei capannoni dell’altra azienda di famiglia che si occupa però di edilizia e macchine agricole. I legni invece sono ancora alloggiati nella “cantina” di casa, un tempo la tavernetta di mamma Lucia, da qui distante un centinaio di metri e dove tra l’altro insiste anche un altro bel pezzo di vigna, in parte ad aglianico e parte, circa due ettari, di recente conversione e che verranno invece destinati alla coda di volpe, rinvigorendo quindi quell’antica vocazione locale che voleva questo vitigno, prima di qualsiasi altro, come contraltare al rosso irpino per antonomasia. 

Poi vabbé, c’è l’entusiasmo di Adele Romano, ragazza in gamba, una laurea in economia, una passione per le letture romantiche e la pazza idea che sì, tra un biberon e l’altro si poteva fare anche questo. Ha convinto così il papà a seguirla in questa avventura, tanto che Michele nel ’99 è dovuto volare sin negli Stati Uniti per andare a comprare i terreni da un tizio di Castelfranci che se n’era andato là qualche anno prima. Ancora oggi le difficoltà continuano ad esser tante, e in tutta onestà i tempi sono quelli che sono, non aiutano certo a facili entusiasmi, però lo scenario è suggestivo, la materia prima in cantina indiscutibile e le idee cominciano anche a convergere su obiettivi più concreti e razionali, come concentrarsi sull’aglianico, il Taurasi e magari coda di volpe, senza troppi altri grilli per la testa per inseguire un mercato che in fin dei conti è ancora tutto da scoprire.

Gli assaggi, ci mancherebbe, confermano in tutto e per tutto il grande spessore dell’aglianico di queste terre: nerboruto, voluttuoso, fitto. E il naso di questo 2008, tra l’altro ancora da imbottigliare – uscirà solo in autunno -, fatte salve le inevitabili tracce di legno che ancora lo carezzano, è un manifesto implacabile, intriso di sentori di frutta ed estremamente varietale, con quella nota succosa di amarena che alleggerisce, e bene, prospettive certamente ancora più profonde, voluttuose, in piena evoluzione; un ventaglio olfattivo sfrontato, che conserva addirittura una certa vinosità, fresco e vibrante, che accompagna anche il sorso, asciutto, copioso, di notevole sapidità. Caratteristica che si coglie ancor oggi, con disarmante semplicità, in tutti i Taurasi di Amarano, dal 2004 – l’esordio, ancora ossuto e polposo -, sino al 2010 appena in botte. Insomma, la scoperta è felice e saprà farsi conferma. Noi glielo auguriamo di tutto cuore!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

Tramonti, Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009

26 agosto 2011

Ne abbiamo già raccontato qui¤; Tramonti è un luogo unico al mondo, suggestivo come pochi, da godere con occhi ben aperti e respirando a forza per portarsi via quanta più aria possibile. E’ vero, ti riempie il cuore!

Chi c’è stato¤ non ha potuto far altro che constatare che quanto dicevamo rappresentava solo in minima parte l’emozione, fortissima, che si prova nel camminare le vigne ultracentenarie immerse tra le montagne che sovrastano, imponenti, la costiera Amalfitana; quanto a noi, quello che abbiamo raccontato di Gigino Reale e Alfonso Arpino¤ per esempio, è già una testimonianza che ha fatto storia su questo blog: le verticali del Borgo di Gete¤ e del Monte di Grazia rosso¤ permangono due tracce indelebili continuamente appetite dai “pasionari” del tintore, mentre la recensione del primo Per Eva 2008¤ passatomi tra le mani, una delle più lette e assiduamente ricercate.

Luciano Pignataro¤, in questo¤ suo interessante post, parla addirittura di “miracolo del vino a Tramonti”; il fatto è che siamo indiscutibilemente di fronte ad un vero e proprio fenomeno enologico, tra i pochi così eclatanti registrati in regione nell’ultimo ventennio; e qui bisogna guardare, con sempre maggiore attenzione per godere del pieno successo del vino made in Campania senza scannarsi con l’annosa, dilaniante questione dei numeri. Certo, il territorio, la denominazione, vanno fermamente salvaguardati, oggi più che mai, per preservarne, unitamente al successo commerciale, l’enorme valore culturale, sociale, identitario, economico, che, come detto, qui rimane più unico che irripetibile.

Ciò che fa dei bianchi di qui veri “pezzi d’artiglieria” per la tavola sono anzitutto le vigne, alcune delle quali piuttosto vecchie e quindi caratterizzate da bassa produttività; starseti centenari allignati per lo più su terreni calcarei, di origine anzitutto vulcanica; poi vi è l’ambiente pedoclimatico che le circonda, particolarmente caratterizzante. In primis le forti escursioni termiche dovute all’altitudine, che in alcuni punti raggiunge i 500 metri sul livello del mare, e il triventum, i tre venti che rinfrescano costantemente tutto l’areale di Tramonti.

Se ne giovano in particolar modo anche le vigne di Gaetano Bove, non a caso i suoi vini bianchi risultano tra i più interessanti del circondario, giocati di sovente, come questo Per Eva, sull’uvaggio di falanghina, il vitigno bianco a maggiore diffusione in regione, ginestra e pepella (vedi foto), autoctoni a diffusione perlopiù locale; combinazioni tra l’altro interpretate in maniera impeccabile da Carmine Valentino. 

Il Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009 splende di un colore giallo paglierino netto con accennati riflessi dorati, vivo e cristallino. Il naso non è così ampio come il precedente duemilaotto, ma è solo questione di tempo; l’annata ha consegnato vini lievemente più austeri ed ermetici, ma di cui non si può non avere ottime aspettative; qui si colgono anzitutto note erbacee, seguite da sentori di frutta a polpa gialla come la pesca nonché continui ritorni agrumati, lievi ma decisivi. In bocca è fulgido, asciutto, fresco, balsamico, ci ritorni volentieri su a berne un secondo, poi un terzo bicchiere, ancor più saporito, minerale. Una bottiglia compagna ideale di certe sere di fine estate, affacciati al balcone a pensare, a contare le stelle e aspettare qualcuno che “…Angelo, è ora di andare”. E l’indomani partire. Ancora una volta.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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