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Fiano di Avellino e Greco di Tufo (anche nella versione spumante) conquistano la menzione Riserva in etichetta!

2 novembre 2020

Nella Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 2020 sono stati pubblicati i decreti del 13 ottobre 2020 con cui il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha approvato le modifiche ordinarie ai disciplinari di produzione dei vini a DOCG Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino.  Tra le modifiche vi sono quelle che introducono per i due bianchi di pregio irpini la categoria “Riserva” ed anche la riserva per lo spumante di Greco di Tufo, menzione questa notoriamente già detenuta dal rosso Taurasi.

Le modifiche si applicano alle giacenze di prodotti provenienti dalle vendemmie 2019 e precedenti, nonché a quelle successive a partire dal 1° novembre di ogni anno, per un tempo di affinamento non inferiore ai dodici mesi, e aventi i requisiti stabiliti dal disciplinare allegato al provvedimento legislativo.

Per lo Spumante di Greco di Tufo DOCG Riserva, il prodotto deve essere ottenuto ricorrendo esclusivamente alla pratica della rifermentazione in bottiglia secondo il metodo classico.

Proprio questa estate abbiamo dedicato tante passeggiate alla riscoperta dell’Irpinia e camminato tantissime vigne dei territori del Fiano di Avellino, del Greco di Tufo e del Taurasi, degustando e scrivendone di gusto, siamo davvero felici di questo scatto in avanti che auspichiamo serva da slancio per questi vini straordinari e questa terra unica, vieppiù per lo spumante metodo classico da Greco che merita sicuramente palcoscenici di grande ribalta! [A.D.]

La domanda di modifica dei disciplinari fu presentata tre anni or sono per il tramite della Regione Campania su istanza del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia, in conformità con la procedura prevista dal decreto ministeriale 7 novembre 2012.

Le modifiche di competenza nazionale sono state in questa tornata approvate, mentre quelle di rilievo comunitario proseguiranno l’iter secondo prassi.

Membri del Consiglio di Amministrazione e soci del Consorzio si sono impegnati, anche con la collaborazione della Regione Campania, affinché si conseguisse questo importante risultato, che premia in particolare la straordinaria longevità dei nostri due bianchi, al fine di rafforzare la percezione dei valori della filiera vitivinicola irpina.

Il Consorzio auspica che questo primo obiettivo, in uno con gli sforzi che gli operatori irpini compiono quotidianamente a sostegno e nel nome del prestigio delle nostre produzioni, contribuisca ad accrescere la reputazione e il valore dei vini d’Irpinia, soprattutto in un momento così delicato e incerto.

Ogni sforzo compiuto in questi anni, d’altronde, è stato convergente verso il primario obiettivo di favorire lo sviluppo di un’agricoltura attenta alla qualità e autenticità delle produzioni e alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio, nel nome di un’Irpinia sana e vera. In tale direzione proseguirà anche in futuro l’azione strategica del nostro sodalizio.

Fonte Consorzio Tutela Vini di Irpinia

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Miniere

26 settembre 2020

Verso metà dell’800 accadeva sempre più di sovente che a Tufo, di tanto in tanto alcuni pastorelli rinvenivano pietre che al fuoco bruciavano sviluppando un forte odore acre di anidride solforosa, erano perlopiù sassi giallo-grigiastro composti di zolfo, gesso e argilla.

Quasi nessuno però diede particolare rilevanza a questi ritrovamenti sino a quando Francesco Di Marzo, Signore e proprietario di larga parte di questi luoghi, prese a incoraggiare i pastorelli a ricercare con maggior lena quelle pietre e dargli la posizione esatta dei luoghi di rinvenimento. Di Marzo era un uomo spiccio, parecchio deciso, non ci mise molto ad intuire che là da qualche parte vi fossero delle miniere che aspettavano solo di essere scoperte. Correva l’anno 1866!

Come spesso accade però, questo pezzo di storia trova una contrapposizione abbastanza netta con quanto tramandato invece dalla famiglia di Federico Capone di Altavilla, che sostiene sia stato lui lo scopritore delle miniere di zolfo; c’è da dire infatti che da queste parti, le imprese minerarie furono sin dall’inizio due, con due distinte proprietà e due fabbriche: quella della famiglia Di Marzo e la Società Anonima Industrie Minerarie (SAIM¤) che, del resto, delle due è l’unica sopravvissuta al tempo e ancora in parte funzionante nel comune di Altavilla Irpina.

Non c’è dubbio alcuno però che a Tufo furono certamente i Di Marzo che promossero nel tempo tante iniziative sociali che ritornava in qualche modo benessere all’areale, gli annali raccontano del primo cinematografo, dell’asilo e della scuola per i bambini, l’istituzione della società operaia, cui s’affiancarono negli anni una nuova coscienza dei diritti e dei doveri, del senso civico e man mano uno sviluppo culturale e sociale della comunità che intravedeva finalmente prospettive concrete di emancipazione.

E’ un’atmosfera decisamente lontana negli anni ma che sembra continuamente riecheggiare nell’aria mentre ci cammini le vigne qui sopra le vecchie miniere di zolfo a Tufo dove, tra gli altri, ci lavorava anche il nonno di Angelo Muto, con la nonna, invece, che aveva come compito quello di trasportare i candelotti di esplosivo utilizzati negli scavi della maniera. Lavori umilissimi, duri, pericolosi ma per tanti anni considerati manna dal cielo per queste terre in cerca di rinascita e affrancamento, lavori che hanno dato da vivere a centinaia di famiglie e l’opportunità di creare reddito e prospettive di riscatto sociale. 

Nel solco di una storia famigliare così radicata proprio qui, nel 1995 Angelo decide di acquistare proprio dai Di Marzo questi 8 ettari che si estendono tra la vecchia polveriera e l’ingresso della miniera, esattamente là dove i suoi nonni ci hanno passato una vita intera.

Di questi, poco più di 3 ettari sono vitati e votati interamente al Greco di Tufo, da qui proviene, per l’appunto, il Miniere, un bianco di straordinaria capacità evocativa, dal sapore ancestrale ma assolutamente capace di rappresentare pienamente la consistenza di questi luoghi e lo spessore dei suoi valori, un vino autentico, ossuto, pregno di consistenze ma privo di sovrastrutture, inutili ideologie, sostanza di una viticoltura semplice, attenta alla natura, sostenibile e conservativa, come il buon lavoro fatto in cantina da Luigi Sarno, al fianco di Muto sin dai suoi primi passi.

E’ una piccola enclave Miniere, dentro un territorio nemmeno tanto ampio ma che conta ben 670 ettari di vigne iscritte all’albo della Docg, riconosciuta con Decreto Ministeriale nel Luglio del 2003, con una produzione annuale di poco più di 4.000.000 di bottiglie e 8 comuni ammessi: Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Petruro Irpino, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina, Torrioni e, per l’appunto Tufo; ovunque qui le coltivazioni sono poste ad altitudini che vanno dai 300 ai 700 metri s.l.m., in molti punti – come qui nelle terre di Cantine dell’Angelo -, lungo pendii particolarmente ripidi, in mezzo a boschi, su terreni fortemente caratterizzati da argilla e calcare, con stratificazioni vulcaniche, sabbie, gesso e minerali (zolfo) visibili già in superficie, in alcuni punti più chiaramente che in altri.

L’Aminea Gemina, di cui si parla già nelle Georgiche¤ di Virgilio, è una varietà arrivata qui dalla Tessaglia, per merito dell’antico popolo dei Pelasgi¤, così chiamata per la caratteristica forma del grappolo che presenta una spiccata gemmazione laterale, a renderlo quasi doppio, gemello, appunto. L’uva da generalmente un vino dalla tipicità ineguagliabile, con profumi che ricordano la pesca, l’albicocca, il caprifoglio, la mandorla amara, citronella, pompelmo, iris, zenzero e cannella quando più maturo. E’ dotato di spiccata acidità nonché di sostanze fenoliche che la buccia rilascia in abbondanza naturalmente durante la pigiatura. Per questa ragione il Greco viene anche definito un ‘’vino rosso mascherato da bianco’’.

**** Greco di Tufo Miniere 2018. E’ stato un millesimo abbastanza complesso, con una primavera fresca e piovosa e una lunga estate inizialmente tiepida e poi calda e siccitosa con qualche fibrillazione in fase di vendemmia. Tutto però sembra ritornare perfettamente nel bicchiere, con un vino dal profilo slanciato, agile eppure teso e vibrante, con il suo caratteristico timbro particolarmente minerale. Il colore è uno splendido paglia oro appena dorato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, insolitamente complesso già ora, riconoscibilissimo, con quella sua matrice di zolfo che lascia poi spazio a fiori e frutta a polpa gialla matura. Il sorso è tanta roba, ha struttura, equilibrio e morbidezza con un finale di bocca piacevolissimo e sapido.

In diversi areali campani l’annata duemilasedici si è rivelata altalenante e sembrava non promettere benissimo a causa di gelate primaverili che in molti casi hanno segnato a fine ciclo una sensibile riduzione di produzione. L’estate, però, è stata di quelle classiche, capace di mantenere il ritmo del ciclo vegetativo costante nonostante un autunno abbastanza umido. Ne sono venuti fuori vini di buon equilibrio, con struttura, acidità e, per i rossi, tannini di grande armonia, senza far mancare punte di eccellenza in certi areali più che in altri. Vini di buona struttura insomma ma che non mancano di freschezza e nerbo, sia nei rossi che nei bianchi con ottime prospettive di longevità.

**** Greco di Tufo Miniere 2016. Miniere duemilasedici è giallo paglierino tendente al dorato. Ha un naso ricco e riconoscibile, ben oltre le note sulfuree e salmastre che certo sorprendono ma poi lasciano il campo a sentori di caprifoglio, citronella, albicocca, mandorla amara. Il sorso ci pare più equilibrato e morbido del precedente, probabilmente meno profondo ma non certo meno distintivo, rinnovando quel finale di bocca in cui ritorna perentoria la piacevolissima e personalissima trama sapida che lo caratterizza appieno.

**** Greco di Tufo Miniere 2014. La duemilaquattordici è stata un’annata particolarmente austera, scarsa da un punto di vista produttivo in diverse aree della Campania ma in grado di rivelare anno dopo anno tante belle bottiglie capaci di sorprendere e affascinare. E’ giallo oro quel che ci arriva nel bicchiere, qui l’anima sulfurea e minerale è rimarchevole e caratterizzante, in secondo piano tante piccole sfumature, di fiori e frutta passita e candita, ci trovi uvetta, scorze di arancia amara, zenzero, poi frutta secca accompagnate da un sorso di carattere, anche sgraziato, dritto e indirizzato a un finale di bocca sapido, in un quadro gustativo che regala una bevuta dal piacere assolutamente edenico.

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***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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Torrefavale, quell’ettaro di follia pura!

16 settembre 2020

E’ un luogo fuori dal tempo Torrefavale, nascosto lassù tra le braccia dei boschi di Tufo; mentre ci arrivi, durante la lunga e faticosa salita, attraversando anfratti tortuosi e passaggi con rientranze in bilico sul vuoto scavati nella roccia dura, ti rendi conto di cosa muove effettivamente uno come Angelo Muto nel tirarci fuori da qui questo vino: follia, follia pura!

Stiamo parlando di circa un ettaro collocato a 550 metri s.l.m. sopra Tufo, qui la superficie di argilla e calcare copre un sostrato di zolfo e ferro i cui residui sono ben evidenti in molti punti della vigna dove alcune delle piante sono addirittura vecchie 100 anni. Spesso siamo portati ad identificare con il termine “tufo” rocce di natura assai diversa. Sono tali ad esempio calcari teneri, travertini leggeri porosi, arenarie friabili, calcaree o argillose, ma più propriamente questo nome va riservato a rocce piuttosto incoerenti, certamente di origine piroclastica, formatesi con l’accumulo di frammenti di materiali vulcanici che le eruzioni, nelle loro diverse fasi esplosive, spingono via dai magmi interni e li proiettano sulla superficie della terra intorno alla bocca eruttiva e, come in questo caso, ben oltre. E’ questo materiale che può essere di natura e di calibro diverso: da blocchi anche di qualche metro cubo si passa gradatamente a sabbie fini e a polveri impalpabili. Proprio come la terra delle vigne che abbiamo camminato in lungo e in largo a Tufo che qui a Torrefavale pare concentrarle tutte!

Da questa terra unica, salubre, ricca di biodiversità, favorita da un microclima straordinario, ne viene fuori un vino immortale, capace di attraversare il tempo con una certa disinvoltura, una versione di Greco di Tufo fine ed elegante, non confondibile nemmeno con il Miniere, l’altro Greco di Cantine dell’Angelo, generalmente più sgraziato e opulento, probabilmente quello più autentico di Angelo Muto o più semplicemente quello più amato ed apprezzato dagli appassionati.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2019. L’annata ha consegnato un inverno mite e poco piovoso, con una primavera fredda, in special modo nella prima parte, con temperature talmente rigide da rallentare in molti casi la fase fenologica del germogliamento e un ritardo della fioritura dovuto anche alle piogge frequenti sino a Maggio. Per fortuna l’estate è stata regolare e le maturazioni sino alla vendemmia sono state in linea con le aspettative di una buona annata. Abbiamo nel bicchiere un vino certamente giovanissimo, dal colore paglia oro luminoso. Il naso, in questo momento, regala soprattutto sentori di balsami e di olî essenziali, di frutta a polpa bianca e gialla, sa di erbe aromatiche, fiori di campo, pera e pesca. Il sorso è caratterizzato da una importante spalla acida, una tessitura finissima ma evidente che conduce a una persistenza gustativa notevole. Stare qualche mese ancora in bottiglia gli gioverà senz’altro per ritrovarlo più disteso.

**** Greco di Tufo Torrefavale 2018. L’andamento climatico ha consegnato un’annata complicata più che complessa ma nell’insieme si può dire di aver portato in cantina uve che hanno dato vini di una certa personalità, ossuti, tesi e vibranti, per quanto riguarda i Greco di Tufo anche molto sapidi. Si può dire che sono queste le annate in cui il manico, in questo caso quello di Luigi Sarno che aiuta Angelo Muto da sempre, conta molto per non disperdere il patrimonio varietale e territoriale delle uve di questo areale. Anche qui nel bicchiere ci arriva un bianco dal colore paglia oro con un tono lievemente più luminoso sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ampio e ricco di sfumature, emergono sentori di fiori gialli e frutta polposa, pera e pesca bianca, cui s’aggiungono note balsamiche di erbette ed appena un cenno di salmastro e sentore fumé. Il sorso è una stilettata di freschezza, è un bianco pieno di verve, capace di ben asciugare la bocca regalando però un finale gustativo piuttosto sapido.

***/* Greco di Tufo Torrefavale 2014. Come spesso accade il Greco di Tufo dopo i primi anni in bottiglia in cui sembra percorrere strade piene di curve e saliscendi, dopo un po’ incontra il rettilineo sul quale spinge forte rallentando di tanto in tanto solo per dare respiro al suo motore vitale, la mineralità. E’ di colore oro, nemmeno troppo maturo, questo duemilaquattordici, ora però la nota salmastra e lo zolfo sono preminenti e incisivi, la frutta che vi si coglie è perlopiù disidrata e candita, le erbe officinali e gli aromi sono perlopiù di spezie in polvere. Il sorso è invece ben fresco e molto sapido, la verticalità del naso prende decisamente il largo sulla rigorosa staticità della bocca, che resta conservativa, insieme ci consegnano un vino assolutamente didattico.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre 

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L’abbiamo scampata bella!

11 settembre 2020

C’è già da un po’ di anni grande entusiasmo intorno ai vini campani, certi bianchi in particolare, un rinnovato e straordinario entusiasmo che fa della Falanghina, del Fiano e del Greco (ma anche del Pallagrello, per dire) vini molto ricercati ed apprezzati, come mai prima, e non solo dagli appassionati ”locali” ma finalmente da tutto il mondo.

Una lunga scia di grandi successi non ha tuttavia mancato di generare di tanto in tanto un po’ di confusione, un’ascesa che ha spinto alcuni produttori nel seguire, quasi come un mantra, alcuni modelli interpretativi sballati e in certi casi superati dal tempo pur di compiacere questo o quel winemaker di grido o, peggio, l’enostrippato di turno.

Alcuni vini, certi Greco di Tufo ad esempio, che cito non a caso, risultavano spesso sovraestratti, talvolta pesanti, addirittura ostici da berli a tavola, violentando il varietale e sacrificandone le peculiarità e l’originalità nel nome di chissà cosa, quale trip vinnaturale o bioqualchecosa; insomma, con l’dea di spostare di qualche centimetro in là l’asticella, che pur ci sembra del tutto legittima, non si è pensato alle conseguenze della poca esperienza, al pericolo di incappare in una banale omologazione, un copia incolla scontato e sicuramente lontano dagli obiettivi di qualità che meritano invece un territorio straordinario pur nella sua eterogeneità e una denominazione di prestigio come quella del Greco di Tufo Docg.

Ne raccontammo proprio Qui, ve lo ricordate? Bene, a distanza di qualche anno, a quanto pare, possiamo dire che l’abbiamo scampata bella, almeno a ”sentire” i tantissimi assaggi fatti di recente delle vendemmie ultime in bottiglia, evviva!

Per fortuna non c’è stata quella deriva stilistica che sapevamo non avrebbe condotto da nessuna parte. Tufo, per restare sul vino che più ci sta a cuore, non è Loreto Aprutino, o Oslavia, e per quanto nobile potesse risultare l’accostamento a certi vini e per quanto evocativi potessero essere certi frugali assaggi di una moltitudine di vini fatti più o meno seguendo lo stesso protocollo, con le stesse tecniche con cui si fanno certi Trebbiano in Abruzzo e Ribolla nel Collio, il risultato ci appariva sempre troppo uguale tra loro stessi, con poco o nulla di ancestrale, vini dal sorso fluido, appesantito, con poco o niente riconoscibilità varietale per non parlare di quale territorialità, liquidi talvolta opachi, altri sovraestratti più per imperizia che altro, più vicini alla tradizione brassicola che a quella enoica. Perchè di vino, in fondo, si sta parlando.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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