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Ribera del Duero ’06 Montecastro y Llanahermosa

30 novembre 2010

Terra caliente la Spagna, ci pensi e ti vengono in mente mille colori e sfumature, dalle spiagge bianche di Formentera alle luccicanti notti insonni di Ibiza, dal rosso fuego de la Plaza de Toros alle corse forsennate dei fedeli di San Firmino tra i vicoli di Pamplona. Per i cultori del bello poi se non bastano le maestose cattedrali madridiste per alzare gli occhi al cielo c’è il valore dell’arte assoluta dell’incommensurabile talento di Pablo Picasso oppure l’immane opera della Sagrada Familia di Gaudì.

Per gli afeçionados gourmet invece, proprio dalla Spagna si è assistito negli ultimi vent’anni ad una ondata di rivisitazione gastronomica che giorno dopo giorno, con una costanza mai registrata prima, ha visto l’esplosione di tanti giovani talentuosi chef affermare in cucina idee assolutamente innovative, talvolta rivoluzionarie, tanto dallo spingere l’asticella della discussione critica sino al vero e proprio contraddittorio, favorendo addirittura la coniazione di nuovi termini letterali per identificare chi, habituè di queste tavole-laboratorio, non era più identificabile come puro e semplice cultore della ricercata buona cucina ma bensì come un integerrimo gastrofanatico. Altro che tapas&paella a cui ci eravamo abituati dalle passeggiate sulle ramblas di Barcellona.

Dove invece la parola rivoluzione non ha ancora trovato nuovi profeti capaci di un colpo di coda pare essere proprio il mondo del vino spagnolo, sicuramente affascinante e ricco di esempi che danno lustro al comparto, ma a quanto pare sempre troppo conservatore per leggere per tempo i cambiamenti di un mercato internazionale che pur nel caos degli ultimi vent’anni ha comunque sempre dato ampi segnali su quale fosse la strada da percorrere per differenziarsi ed affermarsi come opportunità appetibile e soprattutto non omologabile. E questo vino, prodotto in una delle aree a denomination de origen più preziose, pare essere proprio l’esempio lampante di questa difficoltà. Il Ribera del Duero Montecastro 2006 è un vino tecnicamente ineccepibile ma che, a mio giudizio, è assolutamente incapace di colpire l’immaginario dell’avventore sulle sue specificità territoriali, un vino della Ribera che potrebbe però essere stato prodotto in qualsiasi altra parte del nuovo mondo, giusto per fare un esempio.

Prodotto da uve tempranillo in purezza, qui chiamato tinto fino, trascorre circa venti mesi di invecchiamento in barriques di legni diversi, in parte francesi (70%), in parte americani (25%) ed il restante 5% in rovere di Slavonia. Generalmente il tempranillo offre vini di grande generosità gusto-olfattiva, forse anche per questo le mie aspettative su questa etichetta non erano poche, tra l’altro leggendo successivamente qua e la sul web ho trovato pure belle recensioni a riguardo, con punteggi anche al di sopra dei 90/100 e certamente nel Duero, siamo a nord di Madrid, non mancano esempi di tutto rispetto sulla denominazione. Ma veniamo a noi: il timbro olfattivo, pur bevendo un vino di “appena” quattro anni, è estremamente maturo, a tratti marmellatoso, e nemmeno la forte incidenza dei diversi legni, che al palato si rivelano ancora piuttosto caratterizzanti, offrono sfumature speziate allettanti. In bocca è possente, carico di glicerina al punto da consigliare piccoli sorsi e ben distribuiti su tutta la cavità orale per non appesantire troppo la beva. Anche qui poco o nulla sulle sfumature acido tanniche, pur attese date le riconosciute caratteristiche del varietale nonché la forte connotazione argillosa–calcarea dei terreni, ma niente, nemmeno uno spunto terroso che spesso sopraggiunge come variazione sul tema sulla tipologia; Tutte note organolettiche evidentemente sovrastate, non poco, dalla carica alcolica, già dopo il secondo sorso piuttosto pesante.

Come detto un vino ben costruito, probabilmente anche appetibile per un approccio semplicistico alla tipologia, ma decisamente al di sotto delle mie aspettative. Stroncatura? Beh, senz’altro, ma ho solo aperto le indagini, vediamo dai prossimi approfondimenti cosa ne verrà fuori!

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Il mondo si ferma, iniziano i mondiali di calcio

11 giugno 2010

Si è inaugurata ieri con il concerto musicale di apertura la kermesse calcistica dei mondiali di calcio 2010 in Sudafrica; Inutile sottolineare di quanta importanza abbia da un punto di vista mediatico un evento del genere, a tal punto che ne parlano tutti, anche coloro che di calcio ne farebbero sicuramente a meno, anche coloro che addirittura il calcio lo vedono come un malessere culturale per ogni nuova generazione e non come alla fine pare non riesca mai ad esprimersi, uno sport tra i tanti.

L’Arcante desidera esserci, parlare dei mondiali, perchè a noi il calcio ci è sempre piaciuto e perchè molti paesi partecipanti, Italia e Francia in testa, ci risultano essere anche particolarmente interessanti da un punto di vista enoico (lo stesso Sudafrica per esempio, ma anche Nuova Zelanda, Cile per citare solo alcunni degli outsider del pallone). E poi perchè non abbiamo mai mancato un brivido a veder quelle immagini in bianco e nero che ci raccontano ancora oggi dei fasti di un tempo memorabile, Italia-Germania 4-3 l’abbiamo scoperto sugli almanacchi e finalmente veduto in un film; Abbiamo gioito pure noi, piccolini come eravamo  nel 1982 quando il cielo spagnolo si è tinto di azzurro, e non abbiamo certamente nascosto la strafelicità nell’86 per la storica vittoria del “pibe de oro” Maradona e della sua Argentina; Sono state lacrime amare in Italia, un pianto di delusione prima e di rabbia poi quando nel ’90 non abbiamo saputo coronare quel sogno inventato da un talento due talenti straordinari (Baggio e Schillaci) esplosi all’improvviso e che hanno conquistato le notti magiche di ognuno di noi quando costretti a cedere la scena alla criniera d’angelo di Caniggia prima e all’ignobile arbitro della finale romana poi; Nel 1994 poi, negli Stati Uniti d’America seppur nemmeno noi ci credevamo più, quei due rigori li avremmo preferiti dentro alla porta e non alle stelle dove erano mestamente finiti. E cosa dire del ’98, del 2002? Bah, niente, lasciamo stare, ci siamo rifatti alla grande nella straordinaria notte di Berlino 2006, tutti raccapricciati da uno scandalo sportivo al sole d’europa ma sempiterno grati a quei ventitrè ragazzi che c’hanno messo l’anima là in mezzo al campo per riportare in Italia l’ambita coppa del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Ho sempre pensato che Bruno Pizzul avrebbe meritato ampiamente di gridare lo slogan che ha reso celebre Nando Martellini in tutto il mondo, dai sacri microfoni rai, così non è stato, s’è dovuto accontentare di La7, ma se di nuovo coppa sarà val bene un Civoli o visto che di voli pindarici si parla, un Caressa.

Comunque vada, grazie ragazzi, noi tifiamo per voi, siate fieri del vostro azzurro, noi siamo lì, calici alla mano aspettando il grande botto!


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