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Vini che servono a Natale

18 dicembre 2012

Non è mica sempre necessario stilare una classifica di quali siano i vini migliori o i più buoni da servire in tavola durante le festività di Natale e l’ultimo dell’anno. Quest’anno dai, fatela facile…

Auguri

Invero talvolta basterebbe pensare a quali servano effettivamente in giorni durante i quali tutti rincorrono la migliore bottiglia possibile solo ed esclusivamente in funzione del prezzo e del blasone che si portano dietro; stupire ed impressionare sembrano gli unici aspetti della faccenda, facendo cadere la scelta su idee non sempre azzeccate purché funzionali alla sorpresa. Ma in tempo di crisi, e con budget ridotti, val bene ragionarci su per non sprecare tempo e soprattutto denaro. 

Per i regali qualche buon consiglio ve l’abbiamo dato qui, ma ci ritorno su volentieri col dirvi che per gli acquisti giusti affidatevi alle enoteche specializzate, oggi più che mai, perché al di là di congetture e stereotipi, chi sopravvive a questa crisi è veramente appassionato al suo lavoro e sa come si fa, come accontentarvi sul serio. Inoltre, altra arma a vostro favore, sempre più cantine si aprono al pubblico con la vendita diretta: un motivo in più per fargli visita, conoscere persone, toccare con mano e magari risparmiare qualche euro. 

Tornando alla tavola, la sera della Vigilia ed il pranzo di Natale, come pure il cenone dell’ultimo dell’anno, rappresentano momenti di rara familiarità, ricerca di serenità e quiete; un aspetto questo da non sottovalutare nello scegliere cosa mettere in tavola, che non disdegna un poco di distrazione, un approccio, tanto per dire, facile e disinvolto. Una leggerezza che non troviamo certo nei menu delle feste, con una sequela di stuzzichini, quasi antipasti, antipasti, primi piatti, inframezzi, secondi, pause e dolci e coccole che sembrano non finire mai e che, in realtà, non finiscono proprio mai. Tutto ciò vorrebbe, esige, vini non troppo impegnativi.

L'Abbondanza

Ritengo infatti questo periodo fortemente a favore di bianchi giovani, gradevoli e leggeri al palato: della buona falanghina¤ o coda di volpe, l’asprinio¤ per i più audaci, tanto per pescare in Campania dove però non bisogna dimenticarsi di certi fiano di Avellino e greco di Tufo sempre interessantissimi. Io però, tra i bianchi, quest’anno metterò in tavola i primi, alcuni anche in versione spumante. 

Sui rossi confido in che sia un momento di rilancio per uno dei miei vini del cuore, il Taurasi¤, anche se per cosa e quanto si mette in tavola soprattutto il giorno di Natale mi sento di propendere più per certi Falerno del Massico¤ che per il rude aglianico taurasino. Non mancheranno certo bottiglie di Piedirosso dei Campi Flegrei¤, e qualche buon rosso da fuori regione ma, anche qui, come per i bianchi, prima di aprire etichette un po’ più impegnative ci penserò due volte. Così è in effetti, gira che ti rigira non è mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”. Per lo Champagne¤ sto ancora a pensarci. 

Cioè, sia chiaro, nulla vieta di stappare Signore bottiglie, un grande vino lo è sempre, purché gli si conceda un parterre adeguato e la giusta attenzione. Per farla breve, diciamo che aprire un Puligny-Montrachet¤ o un Brunello Riserva¤ di Soldera non è mai occasione sprecata purché non serviti sull’insalata di rinforzo o quando, in tavola, è tempo di noccioline americane, il cosiddetto “spasso”!

Vino vecchio 

Così un consiglio chiaro e immediato sarebbe quello di bere cose semplici, interessanti certo ma comprensibili a tutti i commensali. Tanto va a finire sempre che inzuppi il Roccocò¤ nell’ultimo bicchiere di rosso e che, sugli Struffoli¤, ti ricordi di quel Moscato d’Asti lasciato là sotto al mobile del salone da almeno tre quattro anni. Naturalmente inopportuno. E che rimetti al suo posto perché sicuramente imbevibile. 

Serene festività a tutti voi quindi, buon Natale e che il 2013 sia, finalmente, un buon anno davvero.

Ribera del Duero ’06 Montecastro y Llanahermosa

30 novembre 2010

Terra caliente la Spagna, ci pensi e ti vengono in mente mille colori e sfumature, dalle spiagge bianche di Formentera alle luccicanti notti insonni di Ibiza, dal rosso fuego de la Plaza de Toros alle corse forsennate dei fedeli di San Firmino tra i vicoli di Pamplona. Per i cultori del bello poi se non bastano le maestose cattedrali madridiste per alzare gli occhi al cielo c’è il valore dell’arte assoluta dell’incommensurabile talento di Pablo Picasso oppure l’immane opera della Sagrada Familia di Gaudì.

Per gli afeçionados gourmet invece, proprio dalla Spagna si è assistito negli ultimi vent’anni ad una ondata di rivisitazione gastronomica che giorno dopo giorno, con una costanza mai registrata prima, ha visto l’esplosione di tanti giovani talentuosi chef affermare in cucina idee assolutamente innovative, talvolta rivoluzionarie, tanto dallo spingere l’asticella della discussione critica sino al vero e proprio contraddittorio, favorendo addirittura la coniazione di nuovi termini letterali per identificare chi, habituè di queste tavole-laboratorio, non era più identificabile come puro e semplice cultore della ricercata buona cucina ma bensì come un integerrimo gastrofanatico. Altro che tapas&paella a cui ci eravamo abituati dalle passeggiate sulle ramblas di Barcellona.

Dove invece la parola rivoluzione non ha ancora trovato nuovi profeti capaci di un colpo di coda pare essere proprio il mondo del vino spagnolo, sicuramente affascinante e ricco di esempi che danno lustro al comparto, ma a quanto pare sempre troppo conservatore per leggere per tempo i cambiamenti di un mercato internazionale che pur nel caos degli ultimi vent’anni ha comunque sempre dato ampi segnali su quale fosse la strada da percorrere per differenziarsi ed affermarsi come opportunità appetibile e soprattutto non omologabile. E questo vino, prodotto in una delle aree a denomination de origen più preziose, pare essere proprio l’esempio lampante di questa difficoltà. Il Ribera del Duero Montecastro 2006 è un vino tecnicamente ineccepibile ma che, a mio giudizio, è assolutamente incapace di colpire l’immaginario dell’avventore sulle sue specificità territoriali, un vino della Ribera che potrebbe però essere stato prodotto in qualsiasi altra parte del nuovo mondo, giusto per fare un esempio.

Prodotto da uve tempranillo in purezza, qui chiamato tinto fino, trascorre circa venti mesi di invecchiamento in barriques di legni diversi, in parte francesi (70%), in parte americani (25%) ed il restante 5% in rovere di Slavonia. Generalmente il tempranillo offre vini di grande generosità gusto-olfattiva, forse anche per questo le mie aspettative su questa etichetta non erano poche, tra l’altro leggendo successivamente qua e la sul web ho trovato pure belle recensioni a riguardo, con punteggi anche al di sopra dei 90/100 e certamente nel Duero, siamo a nord di Madrid, non mancano esempi di tutto rispetto sulla denominazione. Ma veniamo a noi: il timbro olfattivo, pur bevendo un vino di “appena” quattro anni, è estremamente maturo, a tratti marmellatoso, e nemmeno la forte incidenza dei diversi legni, che al palato si rivelano ancora piuttosto caratterizzanti, offrono sfumature speziate allettanti. In bocca è possente, carico di glicerina al punto da consigliare piccoli sorsi e ben distribuiti su tutta la cavità orale per non appesantire troppo la beva. Anche qui poco o nulla sulle sfumature acido tanniche, pur attese date le riconosciute caratteristiche del varietale nonché la forte connotazione argillosa–calcarea dei terreni, ma niente, nemmeno uno spunto terroso che spesso sopraggiunge come variazione sul tema sulla tipologia; Tutte note organolettiche evidentemente sovrastate, non poco, dalla carica alcolica, già dopo il secondo sorso piuttosto pesante.

Come detto un vino ben costruito, probabilmente anche appetibile per un approccio semplicistico alla tipologia, ma decisamente al di sotto delle mie aspettative. Stroncatura? Beh, senz’altro, ma ho solo aperto le indagini, vediamo dai prossimi approfondimenti cosa ne verrà fuori!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ancora sulla vendemmia 2010, note sparse…

21 settembre 2010

Concludiamo con questo post (forse), il viaggio nelle cinque province campane alla ricerca della vendemmia 2010 perfetta! Abbiamo dato, durante tutta una settimana, la parola a chi il vino lo fa, agli enologi, a coloro cioè che vivono costantemente, durante tutto il ciclo biologico annuale della vite, le ragioni dell’essere di una vigna, dal ciclo vegetativo a quello riproduttivo, e di una azienda, dalla raccolta dell’uva dalla pianta a quello che sarà, con ogni probabilità, vino autentico e piena soddisfazione dei nostri lieti calici. Noi de L’Arcante, ce l’abbiamo messa tutta, di certo non si potrà dire che non ve l’avevamo detto raccontato: Benvenuta (generosa) vendemmia 2010!

Francesco Martusciello Jr, enologo a Grotta del Sole e Foglie di Amaltea, il nuovo gioiello di famiglia in terra flegrea, ci da una seconda chiave di lettura sui Campi Flegrei. La vendemmia in Campania è piuttosto in ritardo, per cui anche dalle nostre parti soffriamo di questa problematica legata al fatto che la stagione invernale si è protratta sino alla prima settimana dello scorso giugno, con un’altalena meteorologica che ha rallentato moltissimo la maturazione. Le uve per contro si presentano tutte sanissime, abbiamo in effetti registrato solo pochi problemi fitosanitari; Le rese  per ettaro relative alla falanghina sono più alte rispetto allo scorso anno di circa un 7-8 %, ma comunque nella media dell’ultimo triennio. Per quanto concerne il piedirosso, le rese sono certamente più basse rispetto alla media degli ultimi due anni poichè le piante nella fase di pre-allegagione sono state esposte ad un periodo di forti piogge e vento, durato un paio di settimane, che ha influenzato sensibilmente la fioritura; Per cui ha allegato meno, in particolare nelle aree più alte (c.a. 230-250 mt slm), e comunque, per il momento le uve presentano buone acidità e una discreta concentrazione con un rapporto polpa/buccia decisamente a favore della buccia: se le prossime settimane saranno, come mi auguro, ricche di sole si può prevedere una qualità dei nostri mosti ottima-eccellente. In più c’è da considerare un aumento in ricchezza aromatica, considerando le buone escursioni termiche che si stanno registrando, spesso superiore agli 8-9°c.   

Così Antonio Pesce, enologo consulente per diverse aziende campane tra le quali Casa Setaro sul Vesuvio, Quarium in Irpinia e Contrada Salandra nei Campi Flegrei.  Bene, in generale la vendemmia, come già ampiamente trattato sarà certamente posticipata, la situazione è più o meno come qualche anno fa, quando si vendemmiava a fine settembre, o meglio ancora ad ottobre inoltrato. Tutto ciò è dovuto al freddo, alle forti piogge e al ritardo della ripresa vegetativa della pianta; Le vigne nelle quali si è lavorato bene, sia dal punto di vista sanitario che produttivo, sicuramente risponderanno alla grande; Le uve che ho analizzato fino a stamattina (20 settembre, ndr) rispondono alla perfezione per il rapporto fra zuccheri, pH ed acidità. In conclusione credo che i vini bianchi beneficeranno di una particolare ricchezza aromatica, i rossi inevitabilmente con una struttura importante. Molto probabilmente le “mie” vendemmie cominceranno nei Campi Flegrei il 27 settembre, prima con la falanghina e poi, qualche settimana dopo, con il piedirosso; Sul Vesuvio, dove tutto procede nel migliore dei modi, credo di arrivare sino alla prima settimana di ottobre, in Irpinia se ne parla sicuramente dopo il 10 ottobre, dapprima con il Greco, poi il Fiano e solo dopo il 4-5 di novembre con l’aglianico di Taurasi.

A Vincenzo Mercurio, tra i più attivi winemaker campani e grande interprete della vitienologia regionale, abbiamo chiesto invece di relazionarci – visto il suo gran da fare in Campania sulla tipologia – su uno dei trend in maggiore crescita negli ultimi anni: lo spumante da vitigno autoctono.

Si parte con il Giacarando, lo spumante rosè da uve aglianico di Cantine San Paolo di Atripalda: abbiamo vendemmiato il 20 settembre, uve sanissime, dalle prime rilevazioni abbiamo una gradazione alcolica più bassa rispetto allo scorso anno, siamo sugli 8 gradi. La falanghina dei Campi Flegrei per il Malazè, lo spumante di Cantine Babbo di Pozzuoli, l’abbiamo vendemmiata, vincendo la superstizione, lo scorso venerdì 17 settembre: abbiamo in cantina un’ottima materia prima, con un’acidità record pari a 8, 5 di pH. Il colore dei mosti è particolarmente brillante e fa presagire, tra l’altro, ad una buona longevità. A Torrecuso invece, nelle vigne di Paolo Cotroneo a Fattoria  la Rivolta, il Greco sarà raccolto tra qualche giorno, contiamo di iniziare il 27 settembre, l’acidità è più elevata dello scorso anno, le uve sono anche qui sanissime e ci aspettiamo, grazie alle forti escursioni termiche degli ultimi giorni, una maggiore concentrazione di note aromatiche rispetto all’anno scorso.

In Irpinia, da I Favati, il Cabrì spumante da uve fiano di avellino si vendemmia questo fine settimana. Le uve sono molto ricche e proprio per questo abbiammo deciso di dare vita anche ad un secondo vino spumante, questa volta un extra dry “etichetta bianca” con uno stile decisamente diverso dal primo. In ultima analisi, oltre che affermare con certezza che siamo di fronte ad un’ottima annata per gli spumanti, rimaniamo un po preoccupati per i rossi: abbiamo ancora una buccia sottile, con i rischi annessi e siamo forse troppo in ritardo in quanto a maturazione, perciò decisamente attaccati alla speranza a che le condizioni climatiche delle prossime settimane riescano a fare la differenza. Per i vini bianchi invece è decisamente una bella annata, ho avuto modo di registrare dati analitici di acidità record e spiccate mineralità, il che ci fa ben sperare anche in virtù di un mercato bianchista che si sta dimostrando sempre più avvezzo a tendenze stravaganti e più vicino ad interpretazioni autentiche, territoriali, che fanno finalmente preferire vini freschi e minerali a vini surmaturi e burrosi!

Qui le impressioni dei vignerons Antonio Papa e Tony Rossetti che ci presentano il millesimo nella terra dell’Ager Falernus.

Qui il polso della provincia di Caserta, Gennaro Reale su le Terre del Volturno e Roccamonfina.

Qui la vendemmia 2010 nei Campi Flegrei illustrata da Gerardo Vernazzaro.

Qui la vendemmia 2010 in Cilento, Irpinia e provincia di Benevento analizzata da Fortunato Sebastiano e Massimo Di Renzo.

Vendemmia 2010, le previsioni in provincia di Caserta nelle Terre del Volturno e Roccamonfina

16 settembre 2010

di Gennaro Reale, enologo di Fattoria Selvanova a Castel Campagnano, Masseria Starnali a Roccamonfina nonchè collaboratore in Vigna Viva.

L’annata 2010 si è manifestata un poco strana all’inizio ma poi pian piano sta venendo fuori molto bene. La maturazione delle uve si è lentamente evidenziata in maniera molto eterogenea, l’aglianico in particolare è emblematico per come si differenzia da areale in areale, si pensi per esempio che in Cilento credo che non si arriverà nemmeno alla fine del mese (settembre, ndr) mentre in Irpinia come è già noto si arriverà, in alcuni casi, sino a novembre inoltrato. Detto ciò, mi sento di affermare con certezza che per i bianchi sarà una gran bella annata, in alcune zone l’andamento fresco ha permesso una maturazione lenta ma particolarmente regolare, ed i ritardi, ove registrati, hanno permesso o stanno permettendo alle uve di giovarsi di importanti escursioni termiche tra giorno e notte che insistono tra l’altro già da qualche settimana.

Le Colline Caiatine e le Terre del Volturno, provincia di Caserta. I terreni qui sono ricchi di argilla con una buona dotazione calcarea ed organica (usiamo nutrire i suoli esclusivamente con gli scarti delle potature ed il letame bovino, il cosiddetto compost). Sono terreni molto resistenti alla siccità, ma nelle ultime tre annate – soprattutto ’07 e ’08 – abbiamo avuto notevole stress idrico che ha fatto andare in disidratazione soprattutto le piante più giovani mentre quest’anno l’andamento stagionale più fresco e piovoso ha permesso ai terreni di fare scorta d’acqua in abbondanza e quindi di essere rigogliosi ed equilibrati anche nel periodo più caldo agostano. Confido quindi in un grande pallagrello bianco, guardando al passato, mai sono riuscito a vendemmiare dopo il 15 settembre, per via dell’accumulo eccessivo di zuccheri ed il conseguente crollo dell’acidità, ma quest’anno invece il quadro analitico è equilibratissimo, e la maturità aromatica piuttosto spinta promettono un pallagrello bianco da ricordare negli annali, estremamente ricco e complesso: solo a vederne i mosti sono già contentissimo. Anche il pallagrello nero promette ottimi risultati, ma per il momento è opportuno rimanere alla finestra, sarà utile aspettare ancora qualche settimana per avere una perfetta maturità fenolica prima di raccoglierlo dalla pianta! L’aglianico sta benissimo, le poche spaccature dell’acino che c’erano si sono rimarginate rapidamente e queste belle giornate permettono ai grappoli la giusta areazione, importantissima per questa varietà tanto sensibile quanto prelibata.

Roccamonfina, provincia di Caserta: Masseria Starnali, di cui mi occupo, ha circa 30 ettari tutti a conduzione biologica di cui 6 vitati, in una delle zone più suggestive della denominazione, non a caso confinanti con Fontana Galardi, a circa 500 m slm e proprio alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina. Qui  i terreni sono sciolti con affioramenti di roccia vulcanica e lapilli, denotando comunque una discreta percentuale di argilla. Sono terreni che soffrono molto le annate siccitose e che hanno invece goduto particolarmente di questa 2010 rivelatasi sufficientemente piovosa, quindi offrendoci vigne dalle pareti fogliari verdeggianti e frutti sanissimi. La vocazione è a falanghina ed aglianico, con una piccola parte anche di piedirosso. I tempi di maturazione sono più o meno simili a quelli Irpini, quindi è abbastanza presto per azzardare previsioni, credo si arriverà ad iniziare intorno al 20 settembre ottobre per la falanghina e fine ottobre-inizio novembre per aglianico e piedirosso. Anche qui mi aspetto una gran materia prima e non nego di aspettarmi delle belle sorprese!

In definitiva, guardando più in generale il quadro regionale, penso che sarà proprio un’ottima annata, in particolar modo sui vini bianchi e soprattutto per chi ha lavorato con buon senso ed equilibrio in vigneto. Aspettiamo i vini a conferma di tanto entusiasmo…

Qui la vendemmia 2010 nei Campi Flegrei illustrata da Gerardo Vernazzaro.

Qui la vendemmia 2010 in Cilento, Irpinia e provincia di Benevento analizzata da Fortunato Sebastiano e Massimo Di Renzo.

Qui le impressioni dei vignerons Antonio Papa e Tony Rossetti che ci presentano il millesimo nella terra dell’Ager Falernus.

Il sogno di mezza estate, la mia Borgogna

19 giugno 2010

“E’ la sottile immensità del Pinot Nero  il solo racconto della bianca pietra della mia terra; il solo capace di scaldare gli animi e di frenare i sussulti.”

Prologo: è appena l’alba, l’aria è tersa e l’aereoporto di Capodichino comincia ad animarsi, il check in è abbastanza veloce, siamo fortunati, ci dicono, l’aereo è già li che ci attende, un Bombardier crj900 (!) puntato in direzione Torino: Borgogna stiamo arrivando!

Il volo è sempre una emozione stupenda, lasciarsi alle spalle la terra e varcare le nuvole provoca sempre un certo brivido; da qui l’azzurro del cielo in lontananza sembra più azzurro e la stessa luce che rimbalza sui flap delle ali dell’aereo prima di svanire nel nulla mi appare più limpida, luccicante. Nemmeno il tempo di raggiungere quota e la velocità di crociera (850 Km/h!) che sorvoliamo in un soffio le isole Pontine: adesso l’aria è chiarissima, Palmarola, con le sue rocce bianche, un graffio nel mare laziale; pochi minuti dopo ci lasciamo l’Elba alla nostra destra, adesso lì davanti, sotto le nuvole appena più dense, appare la costa ligure. Le nuvole d’un tratto si infittiscono, poi divengono grigie, gonfie, sul vetro passa sottile un rivolo d’acqua, è l’annuncio di un temporale: benvenuti a Torino!

Inizia da qui il sogno di mezza estate, la mia Borgogna, cronaca di una passione infinita, di un desiderio realizzato. Dopo poco ci riuniamo nel pullmann che attraverso il traforo del Frejus ci accompagna in terra di Francia attraverso la statale italo-francese costeggiata da un paesaggio ancora grigio sullo sfondo ma molto suggestivo, fatto di foreste di abeti, corsi d’acqua rocciosi e pontili sull’ignoto. 

Dopo un centinaio di chilometri ed una melanconica pausa caffé in un bislacco Café l’Arche (pessima interpretazione di un nostro Autogrill) ci immettiamo sulla dipartimentale che ci condurrà a Tournus, un piccolo borgo del 1100, avamposto della cristianità (testimonianza ne è la bellissima abbazia romanica di St. Philibert¤) ed oggi importante centro turistico-culturale dedito soprattutto ad una sopraffina offerta di artigianato locale, di tessuti impreziositi da ricami artistici in particolar modo, di rara bellezza. Più in là a poche decine di chilomentri, Chalon sur Saone,  praticamente la nostra porta sulla Borgogna… (continua)

Montalcino, Cerretalto 1997 Casanova di Neri

2 giugno 2010

Quanto è difficile il sangiovese, e quanto è ancora più complicato il “brunello”, vitigno di grandissimo spessore eppure da sempre al centro di innumerevoli dibattiti ed incomprensioni, il più delle volte dettati più dai complessi sillogismi costruiti intorno ad essi che dalle mere questioni sollevate.

E’ un vino che amo molto, il Brunello, ed amo molto Montalcino, roccaforte dell’enologia Toscana e spesso al centro di un mondo distante mille e più chilometri ma pur sempre orbitante intorno ad essa; Le innumerevoli camminate per le vigne che diradano dal borgo antico sino alla Val d’Orcia e la Val d’Arbia sono tanto suggestive quanto istruttive eppure mai abbastanza per comprendere appieno la vocazione e l’identità di un territorio tanto eterogeneo quanto talvolta brutalmente inespresso .

Di certo è che il caos degli ultimi anni, i “rumors” come battezzati prima della loro esondazione mediatica, non hanno certo giovato ad un territorio ancora alla ricerca del suo unicum fondante ma senz’altro hanno aperto opportune riflessioni innanzitutto su un dato di fatto, che il Brunello, così com’è, rimane uno dei più preziosi vini-gioielli italiani di cui dover aver particolare cura e  memoria per consegnarlo al futuro come una perla dell’enologia mondiale e non come un’attempata prostituta da bordello!

Querelle a parte, e soprattutto Biondi Santi a parte, è indubbio che gli stili maturati negli ultimi venti-venticinque anni non collimano del tutto con la storia e la tradizione ilcinese di sempre, eppure nella piccola babele scatenatasi da fine anni ottanta in poi è tangibile come nel mondo il successo di questo straordinario vino si sia sviluppato enormemente, fatto salvo l’ultimo quinquennio di crisi, grazie proprio a questa evoluzione stilistica (leggi modernariato popolare) tra l’altro voluta e condivisa da molti produttori, vecchi e nuovi, di tutto il comprensorio di Montalcino.

Si può dire di Giacomo Neri che sia stato tra i primi a cavalcare la cosiddetta nouvelle vogue e senz’altro tra i migliori di questi nuovi interpreti a ritagliarsi un ruolo di assoluto primo piano sulla scena mondiale; Il suo Cerretalto ’97 per molti ha rappresentato un vero e proprio “manifesto” di questa evoluzione e per qualcuno è rimasto un monumento a questo storico passaggio di consegne tra il cosiddetto vecchio e il nuovo, si direbbe un vino nato da una annata eccezionale e con numeri strepitosi ma con una responsabilità altrettanto importante, quasi a fare da spartiacque, impegno rilanciato e consolidato successivamente con l’inarrivabile duemilauno.

Il colore è sorprendente, rosso rubino denso, concentrato, quasi impenetrabile, il tempo non ha scalfito nemmeno la sua vivacità ancora splendente. Il primo naso è pura sinfonia, leggiadro, un volo planato intorno a frutti a polpa rossa e nera maturi, note balsamiche, tostate, minerali, eteree. La prima grande qualità di questo vino è l’equilibrio già palpabile – sì palpabile – al naso, un vino che si lascia quasi “ascoltare” tanta è la piacevolezza dei suoi profumi; Di qui la certezza di stare bevendo un grandissimo vino, fine elegante, avvolgente, una porta spalancata su un ventaglio olfattivo emozionante ma appena ai primi scalini di una passerella d’onore.

In bocca è secco, fresco, entra sul palato con vigore, appare quasi un dispiacere portarlo alla deglutizione tanto è il piacere con il quale pervade la cavità orale, ma è proprio dopo averlo bevuto, dopo aver sedato l’acquolina iniziale che ci rende conto della bellissima esperienza gustativa. Equilibrato, carezzevole, il tannino è scevro di protagonismo, l’acidità sostiene bene il frutto, bilanciando una struttura alcolica non indifferente (siamo oltre i quattrodici gradi e mezzo!), chiude su un finale tostato ammiccante e seducente. Un campione, per la memoria!

Volano, il Poiema 2007 di Eugenio Rosi

18 aprile 2010

La varietà è certamente tra le più conosciute qui in zona, ma per chi come me arriva da così lontano i pregiudizi non possono che essere ferrati, non fosse altro per lo sfacelo che hanno causato certi marchi “border line” che hanno fatto del marzemino ciò che ne volevano riducendolo e relegandolo a misero spumantino frizzante e dolce per le taverne più bieche della provincia italiana: io stesso non dimenticherò mai che a Torre Melissa, nei pressi di Cirò Marina, una sera d’estate di una decina di anni fa lessi da una carta dei vini di una pizzeria almeno due versioni di marzemino ed appena un Cirò bianco, roba da non credere, ma non in Italia!

Qualcuno mi ha raccontato che il marzemino viene spesso collegato a Mozart, che si pensa abbia avuto una grande passione per questo vino. Quello che si ritiene inconfutabile è che il suo librettista, Lorenzo da Ponte, si sia beato di questo vino al punto di citarlo nel Don Giovanni. Il marzemino è una varietà abbastanza presente negli areali del Trentino, del Veneto e parte della Lombardia, viene generalmente prodotto sia nelle versioni secco che spumante e passito; Tra questi ultimi una delle migliori espressioni che ho avuto il piacere di bere è senza dubbio il Refrontolo Passito, prodotto su base Marzemino del 95% coltivato nelle zone venete dei Colli di Conegliano, in un’area che comprende i comuni di Pieve di Soligo, San Pietro di Feletto e, appunto, Refrontolo.

Quello di cui però non nasconde passione Massimiliano Peterlana, patron e sommelier dell’Osteria Due Spade di Trento è invece tutt’altra storia, si chiama Poiema ed è prodotto da un viticoltore della Vallagarina di nome Eugenio Rosi. L’azienda nasce nei primi anni novanta quando Eugenio decide di mettere su con la moglie Tamara una piccola fattoria agricola a Volano, in Vallagarina per l’appunto. Qui comincia a sperimentare le  potenzialità del suo vitigno del cuore, il Marzemino e si rende conto che in effetti le sue idee, per qualcuno estreme, possono avere valore speciale e soprattutto rilanciare una varietà tanto bistrattata quanto misconosciuta.

“Ci sono tanti elementi che fanno di questo vino un prodotto speciale”, ci racconta rapito Massimiliano, “non solo per la profonda storia d’amore tra il produttore e la moglie e di questi per il vino e loro terra, è bene sottolineare come la cura maniacale che profondono nel loro lavoro sia davvero eccezionale e particolarmente votata ad esaltare le peculiarità più rappresentative del vitigno: il frutto e la struttura”; “ecco perché durante la vendemmia una parte dell’uva viene raccolta ed appassita per breve periodo, mentre l’altra completa la maturazione in vigna per poi fermentare congiuntamente in grandi botti prima di finire in bottiglia”. Il vino esce sul mercato non prima di un paio di anni trascorsi riposando in cantina.

Il Marzemino Poiema 2007 ha un bellissimo colore, rubino inteso con una bella unghia violacea, vivo, splendente. Il primo naso è ricco ed intenso, esprime candidamente profumo di fiori e frutta, sono perfettamente riconoscibili viola e lampone, poi lentamente vengono fuori nitide sensazioni di ribes nero, mora e di elegante speziatura. In bocca mostra un bel carattere, il legno ha coniugato perfettamente il frutto alle sue doghe, maritato omogeneamente durezza e freschezza, i tannini sono morbidi, non proprio setosi ma avvolgenti e carezzevoli senza smentire buone prospettive di evoluzione, certamente non scontata. L’ho provato su un piatto decisamente importante, mi ha sinceramente entusiasmato. Appena 15.000 bottiglie, da segnare in agenda, da richiedere al proprio enotecario sino al rischio di essere accusati di estorsione!

Questo vino è il nostro vino rosso dell’anno.

Casale di Carinola, ancora Falerno del Massico: il rosso Riserva Saulo 2006 di Bianchini Rossetti

27 febbraio 2010

Giuro non è una mia fissa, ma pare che ultimamente mi capitino a tiro solo Falerno del Massico, e tutti molto interessanti, che vale la pena raccontare: ecco quindi, dopo il Rampaniuci dei Migliozzi, il Campantuono di Papa ed il colpo al cuore dell’Etichetta Bronzo di Maria Felicia Brini, una nuova ed interessante realtà da seguire con attenzione, l’azienda Bianchini Rossetti; qualcuno un po’ più agè parlerebbe di “vin de garage” alla maniera campana, io non posso non riconoscere che l’esigua produzione di numero di bottiglie, di questo millesimo appena mille, renderà questo Saulo Riserva 2006 praticamente una meteora visibile a pochi.

Siamo a Casale di Carinola, più precisamente in località San Paolo, la collina cioè dedicata al santo che si dice ebbe qui a fermarsi prima del suo ultimo viaggio verso Roma: “saulo” infatti, tradizione vuole, sta proprio per S. Paolo. Le vigne di aglianico e piedirosso, circa quattro ettari in tutto, sono state reimpiantate durante i primissimi anni del duemila, con un sesto d’impianto molto fitto (circa 5200 piante per ettaro) ed una resa stimata di anno in anno intorno ai 50-60 quintali. Pochi i numeri, come detto, ma sicuramente votati alla qualità, da sottolineare anche la scelta, comune a pochi altri sino ad oggi, di denominare il vino con la dicitura riserva, valorizzando un altro aspetto della d.o.c. Falerno del Massico rosso previsto qualora il vino riposi minimo tre anni di cui uno in legno.

Avevo già avuto il piacere, della stessa azienda, di bere il Falerno del Massico rosso Mille880, sarebbe a dire il loro vino base, trovandolo una esecuzione davvero sincera e piacevole di un marriage ben riuscito di aglianico e piedirosso. Un vino dal colore molto invitante, rubino con piccole venature violacee e dal naso incentrato su note dapprima vinose e floreali poi fruttate e lievemente terziarie, espressione nitida di una particolare godibilità dell’aglianico di queste parti e di una più che lodevole finezza olfattiva del piedirosso. Insomma, un vino di buona struttura, non sovraestratto e che concede una chiave di lettura tesa più alla sottile piacevolezza del palato che alla debordante opulenza della gola.

Il Saulo Riserva invece è un vino più materico, già dal colore quasi inchiostro, vivace ma praticamente impenetrabile dalla luce. Il primo naso è appena caratterizzato da un sentore di rovere dolce, ma bastano pochissimi secondi ed appena una paio di vortici nel calice per lasciarlo sfumare. L’imprinting è decisamente fruttato, di quelli rossi e neri maturi, polposi e dolci. Nitidamente si sovrappongono ciliegia, amarena, mirtillo, poi note appena tostate, balsamiche, fini e gradevolissime. Sul finale una nota di liquerizia e tabacco. In bocca, rispetto al Mille880, è un altro bere, avvolge da subito il palato con una trama di frutto intensa e persistente, quasi masticabile, lunga e godibile sino alla deglutizione; richiama subito un secondo sorso, di tannino solo una labile e gradevole percezione, sottile, solleticante, alla mercè di una freschezza tangibile e piacevole sino ad una cortese sapidità.

Un gran bel bere, dal primo all’ultimo sorso, a volergli trovare un difetto gli si potrebbe imputare magari di non avere una spina dorsale di tal spessore da promettere lunga vita, ma di un vino che si offre oggi con una tale prontezza di beva, così godibile, rinfrancante e per niente scontata, non si può che parlarne un gran bene. A chi ne riuscisse a godere, appena sarà in commercio tra qualche settimana, consiglio di provarlo su dei Fusilloni con ragù di cinghiale ed appena una manciata di Conciato Romano. A Tony Rossetti e a suo zio Francesco Bianchini un solo suggerimento, di continuare a perseverare nel loro intento di ritagliarsi un giusto spazio nella produzione di qualità di Falerno del Massico, a patto però di proseguire su questi valori di personalità, specializzazione ed originalità, in una parola: biodiversità. 

Sessa Aurunca, Falerno del Massico rosso 1999

2 febbraio 2010

C’era una volta una vigna ed una passione, siamo nei primi anni novanta quando Alessandro Brini e la moglie Giuseppina Ruggiero decidono di restaurare il casale di inizio novecento ereditato pochi anni prima dove si recavano di sovente per dare libero sfogo alle proprie passioni tramandategli dagli avi, il vino per il primo, l’olio per la seconda.

E’ il 1995, l’azienda agricola vive, finalmente, di nuovo slancio e soprattutto Sandro pare particolarmente soddisfatto dal vino che viene fuori dalle prime vendemmie, tanto da provare a metterne da parte qualche bottiglia per seguirne l’evoluzione. L’ettaro e mezzo appena reimpiantato di aglianico e piedirosso è posto proprio nel “giardino” di casa con vista sul monte Massico, da qui, in linea d’aria a meno di un paio di chilometri; è stato piantato così come si faceva (sbagliando?) un tempo, con ceppi di aglianico intervallati da piedirosso in percentuali più o meno rigorose: è infatti particolarmente istruttivo camminarne le vigne (piantate a guyot semplice) in questo periodo della stagione poiché con le prime potature e la legatura dei tralci si riesce perfettamente a comprendere le prime differenze sostanziali tra i due vitigni e degli interventi necessari per gestirli in allevamento. Quando si dice uvaggio, ecco, in maniera essenziale, cosa può rendere bene l’idea.

Sono questi anni di nuovo vigore, e Maria Felicia, figlia di Sandro e Giuseppina, poco più che ventenne decide di abbandonare il suo lavoro di copyrighter freelance per dedicarsi anima e corpo a questo nuovo progetto venuto fuori quasi per hobby ma che ha bisogno adesso di forte sostegno morale e fisico. C’è poco su cui riflettere, rimuginare, il richiamo della terra è più forte, la voglia di scoprire questo nuovo mondo del vino, di confrontarsi, di affermare quei principi sognati da papà e mamma prendono il sopravvento, tanto che oggi sono pienamente personificati nel suo modo di intendere e volere l’azienda, oggi il suo pane quotidiano, ed il suo vino, il Falerno degli antichi, lento e puro, austero e vero, nel mondo della velocità totale, senza quasi memoria. E’ una donna del vino giovane, brillante, con le idee chiare e la giusta fermezza di chi sa cosa vuole, di chi sa, per esempio, mediare in maniera intelligente tra l’indomabile rinnovamento arrivato con l’enologo Vincenzo Mercurio e la ferma disciplina ai principi tradizionali di papà Sandro.

Il Falerno del Massico ’99 è un po’ tutto questo, ma è soprattutto l’origine di tutto. La prima vendemmia, mai commercializzata, conservata gelosamente in pochissimi esemplari nella suggestiva cantina storica di casa Brini. Nasce proprio dal vigneto di cui sopra, senza nessun tipo di trattamento in vigna se non quelli cosiddetti naturali tramandati di padre in figlio e nessun accorgimento particolare se non l’amore per la propria terra; nemmeno una cantina, in garage solo una pigiadiraspatrice a manovella, una di quelle tanto belle da ritrovare nei musei del vino, un torchio abbastanza malconcio ma utile a smanettare sul proprio entusiasmo. Macerazione a temperature assolutamente incontrollate, lieviti più o meno indigeni (si dice così?), zero (dico zero!) solforosa. Insomma, qualcuno in vena di fare un po’ di business l’avrebbe potuto far passare per “bio-qualcosa” o magari affibbiatogli una tripla sigla per certificarne l’autenticità, i Brini non ebbero nemmeno il tempo di farci l’etichetta, intuirono però da subito il grande valore di quella scelta che ancora oggi ci fa parlare di quel tempo con non poco fervore. Il colore è bellissimo, rosso rubino vivo con appena accennate sfumature granata, limpidissimo e poco trasparente, consistente. Il primo naso è assolutamente spiazzante, la nota di riduzione sembra prendere il sopravvento, ma ha bisogno di tempo e noi glielo concediamo volentieri. La freschezza olfattiva è impressionante, il frutto appare ancora quasi acerbo, vinoso, polposo. Sentori di garofano, poi amarena spiritosa, note balsamiche ed eteree smaltate. Non si può dire certo un corredo fine, ma il fronte olfattivo è intenso e lungamente persistente. In bocca è secco, manifesta ancora una discreta acidità ed un tannino, come il frutto, pienamente espressivo e lontano, secondo me lontanissimo, dal divenire levigato. Il palato è avvolto dalla continua ricerca della salivazione, che tarda, non poco, a venire fuori. Un vino crudo, per niente superato dal tempo, tutt’altro, il tempo sembra proprio essergli passato accanto inosservato, sfiorandolo appena, temendone forse la forza.

Diario di una Bevuta, Faro 2005 di Palari

13 novembre 2009

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Non è certamente così facile dire “I love Sicilians” così come presentano spesso gli americani l’alto gradimento dei rossi siculi negli Stati Uniti, ed il dubbio diviene sempre più certezza quando si va alla ricerca di quella materia autoctona siciliana  che esula dal Nero d’Avola “cabernetizzato” e capace di spiazzare profondamente; “cabernetizzare” ma talvolta anche “merlotizzare”, parole eccentriche lo so ma che rendono bene l’idea del fenomeno che tanto ha impazzato nell’ultimo ventennio sino ad ammorbidire e deacidificare (manco si trattasse di olio) ogni vino “tipicamente” italiano ed appiattire ogni qualsivoglia proposta di winebar, che soprattutto dalle nostre parti non hanno mai reso bene l’idea del nome che portano in dote, sostituendosi man mano grazie ad un’alchimia tutta da decifrare ai Pub, con la sola differenza che di fianco al panino con i crauti anziché una deliziosa Lager tedesca offrono l’imbarazzo della scelta tra gli italianissimi Fragolino, Raboso e per l’appunto Nero d’Avola cabernetizzato. Minchia verrebbe da dire!

Il fenomeno si è di molto ridotto, è vero, e meno male mi verrebbe da dire, ma è importante rilanciare l’idea di una terra, la Sicilia che è ricca di un’anima ancora inespressa, di un’anima non ambìta dai grandi imprenditori venuti dal nord a piantare centinaia e centinaia di ettari a Merlot, Syrah e Cabernet, per’altro stupidamente seguiti da molti produttori locali che hanno continuato a spiantare vitigni autoctoni per fare posto alla globalizzazione, a quell’internazionalizzazione che ben presto li ha lasciati avvinghiati in un mercato in crisi ed in una profonda crisi d’identità. Faro ha un valore aggiunto solo per questo, fuori dagli schemi voluti da chi la terra non l’ama ma la sfrutta e basta.

Faro è una delle denominazioni siciliane più piccole, estesa su di un’area molto evocativa che guarda proprio al continente di là dello stretto di Messina, qui Salvatore Geraci con l’aiuto dell’enologo Donato Lanati ha tirato su questo piccolo gioiello agricolo, votato al recupero ed alla valorizzazione di vitigni siciliani come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed alcuni altri dai nomi quantomeno stravaganti: core ‘e palumba, acitana, galatena, tutti rientranti nel disciplinare di produzione locale. In questa dimensione nascono due vini, Il Faro doc e l’igt Rosso del Soprano, quest’ultimo volutamente fuori dalla denominazione per consentire la produzione di un vino doc assolutamente espressivo del territorio, pertanto consentendo di concentrare sul primo le migliori selezioni di vigna e le migliori attenzioni possibili pur garantendo col secondo, un vino di qualità ( in alcune annate superbo) ma soprattutto di maggiore fruibilità commerciale.

Ha un colore molto affascinante, rosso rubino con tendenza al granato ed una piacevole trasparenza, si pone di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note terziarie, balsamiche, si percepisce incenso, grafite. Lasciandolo aprire per bene vengono poi fuori note di frutta in confettura, di cacao, di caffè tostato chiudendo su di una decisa voluttà minerale. Mi piace l’idea di avere dinanzi a me un vino fine, estremamente elegante, profondo; Al gusto è secco, abbastanza morbido, i 18 mesi di legno nuovo sono perfettamente integrati in un sapore gustoso ed avvolgente, avvincente, vibrante e senza sbavatura alcuna, sorretto da una acidità ben legata. Ecco come si possa internazionalizzare un autoctono siciliano, sdoganare senza stravolgere un vino che bevuto alla cieca non può non portare in terre borgognone, eppure siamo a sud, nel profondo sud di una terra meravigliosa e straordinaria qual è la Sicilia. Chapeau!

© L’Arcante – riproduzione riservata


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