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Amici di Bevute® Professional| Note sparse

9 febbraio 2013

Ho un po’ di cose da raccontare, persone da ringraziare, temi da affrontare; così ci metto in mezzo pure qualche buona etichetta saggiata che vale la pena segnalarvi.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Anzitutto mi preme ringraziare Nando¤ per l’ospitalità, amico di lunga data ed ormai inseparabile compagno di ventura assieme a Pino¤, Gerardo¤ e Fabrizio con i quali – benedetto il vino! – riusciamo a divertirci da matti senza prenderci troppo sul serio dinanzi pure a certe belle bottiglie.

E poi Vincenzo Mercurio¤, come sempre di una disponibilità e serietà professionale impagabile, capace di tenere testa ad un gruppo di sbevazzatori professionisti a quanto dire abbastanza recalcitranti; amicizia preziosissima la sua, come sempre più sopraffina sembra maturare la sua esperienza nelle cantine in giro per l’Italia.

Il territorio, il varietale, le idee, il vino. Sono temi che aprono scenari infiniti, accendono il dibattito, possono confondere e indurre in tentazioni più o meno lecite. Ma non chi ha capito bene qual è il suo ruolo dietro e davanti una bottiglia di vino. Mentre là fuori si scannano tra conservatori ed avanguardisti, convenzionali e vinnaturisti, della qualità e bontà espressiva del vino siffatto sembrano occuparsene sempre meno purché i principi, il manifesto, siano etici e in qualche modo riconducibili ad una sigla, un marchio, un’associazione.

Ecco perché mi piace l’approccio di Mercurio col suo lavoro: non ammette preconcetti e nemmeno deroghe ma lunghe ed appassionate riflessioni, tanto studio, che lo hanno condotto con la stessa dovizia a mettere mano nella patria del fiano di Avellino e dell’aglianico (dove ha mosso i primi passi) come nella Calabria della guarnaccia e del magliocco, piuttosto che in Puglia, a Ponza o sull’Isola dei Nuraghi, tirando via sempre risultati molto incoraggianti, di grande precisione espressiva e, a quanto pare, assolutamente mai banali, pure con quei varietali cosiddetti difficili e/o minori. Così, giusto per farvi qualche buono esempio mettete da parte questi tre/quattro buoni consigli e fatemi sapere.

Vestalis 2011 Cantine Barone, Pircoca 2011 Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Paestum bianco Vestalis 2011 Cantine Barone. Dal Cilento, un fiano in purezza di buona caratura che va atteso con calma, lasciandolo respirare, aprire per bene; è stato capace di smentirmi seccamente, non appena svestita quell’onta un po’ burrosa e legnosa tanto stile italiota anni novanta. Alla lunga infatti s’è ricomposto venendo fuori in grande spolvero, suave, succoso e minerale. Ciononostante rimane il dubbio di un refrain – legittimo, per amor di Dio – ma sempre meno attuale che non so quanti palati siano ancora disposti a rivivere. Comunque sono poco meno di un migliaio di bottiglie, magari per i nostalgici, che arricchiscono il carnet di una bella realtà cilentana.

Terre di Cosenza Pircoca 2011 Masseria Falvo. Pregevole l’impegno portato avanti ai piedi del Pollino, nel cuore più antico della Calabria. Dell’azienda¤ e dei Falvo¤ ne ho scritto a più riprese già l’anno scorso e questo duemilaundici conferma a pieno il grande lavoro che si sta facendo là da quelle parti. E’ gentile e sapido il Pircoca, ma la prova tangibile della gran materia prima è il loro poderoso cru di guarnaccia, il Donna Filomena 2011, che si conferma un bianco davvero interessante, minerale, fitto, di grande compattezza. Insolito ed intrigante.

Campania Aglianico 2007 I Favati, Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa - foto A. Di Costanzo

Campania Aglianico Venticinque 2007 I Favati. Un gran bel rosso fuori dal tempo, un Taurasi a tutti gli effetti se non fosse che il disciplinare non vede la borgognotta tra le bottiglie ammesse come contenitore ideale, per questo declassato a igt. Un naso di grande slancio, dapprima di pepe e tabacco, poi di caffè e Mon Cherì. Il sorso è invece classicheggiante, asciutto, con un tannino nerboruto ed affilato. Un contrasto invitante e stimolante ad ogni sorso. Con uve dalle vigne di Venticano.

Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa. Siamo al recupero di uno tra i varietali più antichi dell’amata Sardegna, un lavoro quasi archeologico. Il cagnulari non è certo il più conosciuto tra i rossi isolani fuori dai confini regionali, tant’è che pure quando prodotto lo si preferisce in uvaggio, come da taglio, crudo e fiero com’è. Approccio molto interessante, dal naso ciliegioso e polveroso, il sorso è ricco di polpa e glicerina sebbene supportato da una precisa, quasi millimetrica impronta acido-tannica; sgraziato il finale bello caldo. Gavino Ledda¤, scrittore e storico della cultura sarda, ne ha fatto il vino della libertà, lièrra appunto.

Grazie a Karen Phillips¤, la foto in copertina è sua. Ma anche a Michela Guadagno¤, Giovanni Piezzo e Aniello Nunziata (Torre del Saracino), Michele Grande, Alessandro Manna¤, con i quali è venuto fuori proprio un bel pomeriggio!

Saracena, Donna Filomena 2010 Masseria Falvo

5 gennaio 2012

Che strano verrebbe da dire, proporre un bianco del genere in un momento di mercato come questo, dove un’attenta lettura dei gusti e delle tendenze consiglierebbe leggerezza e sobrietà; in particolar modo quando si tratta di vini bianchi.

Il Donna Filomena 2010 di Masseria Falvo è tutt’altro, per contrapposizione è un vino bianco corpulento e “grasso”, come verrebbe da dire saggiandone attentamente la gran materia prima. Un bianco assolutamente inaspettato, poderoso, dal colore luminoso e con un ventaglio olfattivo incredibile, fulgido, pimpante, profondo, dove ci puoi riconoscere di tutto un po’, laddove ficcandoci bene il naso un degustatore con un minimo di allenamento non la smetterebbe più di tesserne le lodi: per fittezza, intensità e variopinta descrizione organolettica, sino a perderci la testa. E poi carattere, tanto, da vendere, spalle larghe 14 gradi e mezzo ma ossute e calibrate da una tessitura da far invidia a un signor vino rosso, come in realtà parrebbe di bere alla cieca.

Un gran bel risultato, che arriva da un lento e attento recupero di un pezzo di viticoltura calabrese nel cuore del parco del Pollino, a Saracena, nel cosentino. Quella Saracena già conosciuta ai più grazie a quel moscato tanto amato quanto per troppo tempo misconosciuto. Così i fratelli Falvo, tra le mille risorse messe in campo sul territorio – è notoria la loro storia imprenditoriale -, si sono dati da fare per rimettere in moto anche questo piccolo ma fondamentale pezzo di storia agricola locale: 26 ettari piantati per lo più con varietali autoctoni senza però perdere di vista quel poco di buono che arriva dalle esperienze ampelografiche altrui. Così con i più classici rossi gaglioppo e greco nero e i bianchi guarnaccia e malvasia, si è piantato anche qualche filare di traminer che a queste latitudini, come avvenuto per esempio in Basilicata, ha già espresso risultati più che buoni.

In definitiva, Masseria Falvo è una bella realtà di cui sicuramente sarà bene non perdere traccia, tra l’altro è guidata in cantina dal “nostro” bravo Vincenzo Mercurio; i vini sin qui saggiati dicono chiaramente che si fa sul serio, e si guarda lontano; molto buono per esempio anche il loro bianco “base” Pircoca 2010, giocato più o meno sulla stessa composizione varietale ma con un timbro degustativo decisamente più immediato e leggero. Poi il Milirosu, delizioso Moscato di Saracena, quadrato e avvincente come solo certi vini da meditazione sanno essere; ma di questo val la pena attendere qualche tempo per leggerne.

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Saracena, Pircoca bianco ’10 Masseria Falvo 1727

1 gennaio 2012

Ci sono sempre piacevoli sorprese qui al sud, così quando meno te l’aspetti ecco un bel bianco calabrese a farti sgranare gli occhi e pensare che sì, non è mai troppo tardi per rinascere.

Cominciamo così il racconto di questo nuovo anno insieme con un bell’esempio di rilancio rurale, Masseria Falvo 1727, recuperata dall’abbandono e rimessa a nuovo con caparbietà dai fratelli Piergiorgio, Ermanno e Rosario Falvo dell’omonimo storico gruppo imprenditoriale calabrese, convinti che si potesse rinverdire una parte dell’antica tradizione di famiglia e recuperare con essa un suggestivo pezzo di viticoltura calabrese lì nel cuore del Parco del Pollino, nei dintorni di Saracena, nel cosentino: 26 ettari di vigneto coltivati in regime biologico su terreni tendenzialmente argillosi, a tratti di natura calcarea, alternati a terre rosse e coriacee. L’idea è stata sin da subito di puntare sui vitigni autoctoni calabresi, senza però tralasciare quelle valide opportunità offerte da alcuni varietali bianchi capaci di esprimere buoni vini anche da queste parti, avvalendosi tra l’altro delle sapienti mani di Vincenzo Mercurio in cantina. Così con il magliocco, qui detto lacrima del Pollino, il gaglioppo e il greco nero, oltre alla guarnaccia bianca e il moscatello di Saracena si è pensato di mettere giù qualche filare per esempio di traminer.

Pircoca è il nome di questo bel bianco duemiladieci  prodotto appunto con guarnaccia e un saldo di traminer, un uvaggio calabro-altoatesino che a molti può risultare un azzardo alquanto inusuale, e in verità lo è, ma che senz’altro ha colto nel segno: un esordio più che convincente per un vino invitante con un fragrante e avvincente corollario di profumi, vinosi, floreali e fruttati molto coinvolgenti; il naso è fulgido di note di gelsomino, agrumi, pesca e pera, con un timbro minerale decisamente persuasivo. In bocca è asciutto, il sorso stilla gradevolissimi rimandi fruttati, e infonde freschezza e gradevole sapidità. Decisamente a lungo.

Per quel che riguarda la guarnaccia bianca prometto di ritornarci a breve, il Donna Filomena, il loro cru, mi ha ancor più colpito tanto da convincermi in una più ampia e meditata attenzione; in merito al traminer invece, non lasciatevi spiazzare dalla consuetudine perché anche a queste latitudini, in particolar modo su questi terreni, pare esprimere risultati davvero eccellenti; soprattutto quando lavorato di fino e impiegato come varietale migliorativo. Non a caso anche in Basilicata (leggi qui) sta facendo registrare risultati assai interessanti. Frattanto godetevi questo primo delizioso consiglio per gli acquisti: un bianco insolito e gradito, dove un sorso chiama l’altro e i dodici gradi e mezzo sono calibratissimi; va via d’un soffio come aperitivo, mentre in tavola non fa nemmeno in tempo ad arrivarci. Potete fidarvi.

Isola di Ponza, Il “Tavel” 2008 di Punta Fieno

7 gennaio 2010

Nell’ultimo numero di deVinis¤, la rivista ufficiale dell’associazione italiana sommeliers, compare il bell’articolo scritto dall’amica sommelier Michela Guadagno sull’evento che abbiamo realizzato lo scorso 17 ottobre presso il prestigioso Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri sui vini delle piccole isole del sud. In quell’occasione proponemmo in degustazione, ad una platea particolarmente edotta, alcuni tra i migliori vini prodotti nelle isole di Ischia, della stessa Capri, della splendida Pantelleria e di Ponza. Il risultato fu davvero sorprendente e tra i vini più interessanti ne venne fuori proprio quello prodotto sull’isola tanto amata da Strabone, il Fieno bianco 2008 delle Antiche Cantine Migliaccio, del quale potete trovare ampia descrizione storica ed organolettica sul sito di Pignataro¤ attraverso il racconto di Marina Alaimo¤ e di Michela Guadagno¤.

Antiche Cantine Migliaccio sopravvive esclusivamente grazie al forte legame che Luciana Sabino ed il marito Emanuele Vittorio nutrono per l’isola di Ponza ed in particolare per questo lembo di terra, in località Punta Fieno, che conserva un fascino incontaminato unico e raro in un isola da sempre depredata della sua vocazione rurale e naturalistica per fare posto al cemento delle case vacanza ed alle speculazioni dei burini arricchitisi con esse.  Appena 2 ettari di vigna allevati grazie ad un lungo lavoro di restauro di muretti a secco, abbarbicati su per la piccola collina che lega la splendida Chiaia di Luna al Faro,  raggiungibile esclusivamente attraverso una stretta mulattiera e con almeno 40 minuti di cammino che durante le estati più calde possono portare a dover sopportare temperature anche vicine ai 40-50 gradi.

Il Fieno Rosato nasce con l’intenzione di verificare le qualità tangibili delle uve rosse allocate in zona, piedirosso soprattutto, ma anche guarnaccia, montepulciano, barbera, tutti vitigni trapiantati sull’isola, in via sperimentale, dai vari contadini succedutisi nella conduzione dei vigneti nei decenni precedenti l’avvento della famiglia Migliaccio; uve, tutte, non certamente favorite da una condizione pedoclimatica davvero particolare, dato lo stress, soprattutto idrico, a cui sono sottoposte nel periodo di piena maturazione ed in prossimità dell’epoca vendemmiale. C’è da aggiungere a tutte queste, l’enorme difficoltà che si vive ad ogni raccolto, dato i mezzi tecnici a disposizione davvero essenziali a causa dell’ubicazione delle vigne e delle enormi difficoltà di strutturare il loco una vera e propria cantina, in effetti un piccolo cellaio restaurato, non senza ingenti sacrifici, dove grazie a piccoli fermentini trasportati addirittura in elicottero (!) comunque avviene tutta la fase di raccolta e vinificazione, in condizioni, per così dire, primitive.

Ciononostante mi ritrovo nel bicchiere un bel vino dal colore rosa tra il ramato ed il cerasuolo, per intenderci, appena una spanna sotto il chiaretto, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso va lasciato scivolare via poichè conserva una lieve nota di riduzione che con una giusta ossigenazione, due-tre minuti al massimo, va via lasciando spazio a sottili e gradevoli sentori floreali e fruttati. Note di petali di  rosa e geranio, ma subito dopo mora rossa e melograno. Caratteristiche distintive di un vino di difficile concepimento ma dal risultato encomiabile viste le difficoltà attraverso le quali nasce.

In bocca è secco, abbastanza caldo, una discreta acidità maschera bene il buon tenore alcolico che comunque raggiunge i 12 gradi e mezzo. La beva risulta gradevole ed il finale di bocca è piacevolmente ammandorlato. Da bere fresco ma non freddo, su pietanze saporite di mare ma anche su carni bianche al sugo, coniglio o pollo ruspante su tutte. Rimuginando, cercandone similitudini, mi è venuto in mente il Tavel,  tradizionale e classico rosè d’oltralpe prodotto nella a.o.c. omonima a sud della Valle del Rodano, vino emblematico di come i vini rosati possano essere amati ed apprezzati in tutto il mondo non solo come vini dal consumo veloce (di annata, per meglio capirci) ma anche da saper e poter aspettare per qualche anno prima di berli. Ecco, a volte, sacrificando mediocri vini rossi si possono tirare su, senza fasciarsi la testa e senza alzare troppo il tiro, piacevoli e rari vini ramati.


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