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Fiano di Avellino Colli di Lapio 2005 Romano Clelia

4 dicembre 2013

In principio mi rimase impresso il firmarsi col cognome e poi col nome. E’ un fiano tra i più buoni da sempre, profondo, minerale, incalzante; quei sentori che tutti conosciamo come markers identitari del fiano li abbiamo imparati anzitutto bevendo Colli di Lapio, e non necessariamente grazie a bottiglie ‘vecchie’ e/o mature, tutt’altro.

Fiano di Avellino 2005 Clelia Romano

Si continua a ‘spingere’ affinché la Signora del Fiano si decida a ritardare l’uscita sul mercato del suo bianco di un anno o due. Magari, mi verrebbe da aggiungere. Però c’è addirittura chi va oltre, un po’ troppo a parer mio raccomandandosi e consigliando pratiche enologiche che migliorerebbero le prospettive di un vino già di per se buonissimo ma che, secondo questi fenomeni, rimane privo di un certo ‘…non è dato sapere’ che sbaragli le carte in tavola. A leggere certe cose, beh… che dire, non resta che aspettare e sperare che il giovane enologo di belle speranze Angelo Pizzi (faccino sorridente) faccia tesoro di questi comandamenti.

Invero credo che possa capitare che un’annata scappi di mano, o che non sia proprio sto granché o ancora porti con se imprevisti e quindi, forse, non è proprio raccomandabile tenerla a lungo in cantina o, più semplicemente, suggerire di berla dopo 6/7 anni. Mica tutto deve durare in eterno, o no?

Questo 2005 ne è testimone e non macchia assolutamente la qualità del lavoro dell’azienda. La pienezza del colore conta poco, ci sta e non è nemmeno eccessivamente maturo – ho visto di peggio -; qui è il naso a mancare, è un po’ in là con le note ossidative anche se offre comunque un quadro varietale accettabile: è tenue, risolto per così dire, e concentrico su sfumature dolci e resinose. Il sorso invece pare ingessato, teso, lungo e ancora fresco. Certo è slegato, contraddittorio, ma la Madonna puoi mica sempre vederla in tutto il suo splendore! Didattico e irriverente.

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Proiettato nel futuro, ok, ma oggi cosa bevo?

8 novembre 2013

Dell’acidità ne abbiamo parlato a più riprese, del suo valore¤ e talvolta della sua deriva¤. Un assaggio interlocutorio sul tema mi è parso il Perella 2009 di Bruno De Conciliis, un vino simbolo dell’azienda e tra i primi bianchi Cilentani e campani a suscitare scalpore ed attenzione ai più, che viaggia oggi verso la maggiore età produttiva. Una vigna, quella dove nasce il Perella, ben esposta che da uve sanissime e implica un lavoro particolarmente accurato sui lieviti, fermentazioni e affinamento (parte in in acciaio e parte in Tonneaux) soppesato con destrezza e maestria.

Il risultato? Un bianco notevole, di chiara impronta territoriale, luminoso, di spessore ma anche scontroso e irreprensibile. E se può passare come un valido esercizio di stile soffermarsi sulla sublime consistenza del quadro olfattivo mi sembra invece doveroso sottolineare quanto sia parecchio complicato gestirne il sorso, ahimè slegato, a tratti tagliente sino all’aspro, tale da allontanare quasi. Un nervosismo gustativo che mette a dura prova l’appassionato quanto il degustatore seriale. Certo è evidente prevederne una evoluzione gustativa notevole nei prossimi anni ma oggi che ci mettiamo nel bicchiere?

Sireo bianco 2011 Abbazia di Crapolla

8 agosto 2013

Scrissi di questa nuova piccola azienda lo scorso Febbraio dopo aver provato un insolito pinot nero¤ fatto là sulle colline appena sopra Vico Equense.

Sireo bianco 2011 Abbazia di Crapolla - foto L'Arcante

Abbazia di Crapolla¤ è una realtà in lento divenire, seguita tra l’altro da un bravo enologo allievo di Luigi Moio, Arturo Erbaggio. Quel primo assaggio fu però contraddittorio, ma forse anche per questo parecchio affascinante. Certo ci vuole coraggio a piantare pinot nero in Campania, mi dissi allora, in quelle zone poi, misconosciute ai più. Meno complicato invece mi apparve subito arrivare alla falangina e al fiano, due grandi varietali che in regione la fanno da padrone e che anche qui – a quanto pare – sembrano venire fuori alla grande.

Conservavo questa bottiglia da qualche tempo ma invero già alcuni colleghi amici mi avevano ben rassicurato sul fatto che forse il bianco più che il rosso avesse più cose da dire. Così armato di tanta curiosità finalmente l’ho aperta. In effetti tutto sembra esser riuscito alla perfezione: l’uvaggio pare ben calibrato, ha franchezza, spinta e buona progressione gustativa, non v’è legno e, bonus, offre una bevibilità senza stress da prestazione. Il Sireo bianco 2011 garantisce insomma proprio un gran bel bere.

Il colore è paglierino appena dorato, luminoso, molto invitante. Il naso è subito un portento: sa di citronella, buccia d’agrumi e nettamente di mela bianca. Un bouquet che si arricchisce con pienezza di fresche note minerali (quasi fumé) molto interessanti, che ritornano di continuo anche sul finale di bocca. Il sorso è vivace, pieno ma non eccessivo, naviga in perfetto equilibrio, piacevolissimo, bello sapido. Un bianco con stoffa e carattere, da tenere a portata di mano soprattutto in queste giornate d’estate. L’avrei volentieri abbinato proprio al fritto¤ di Pasquale Torrente.


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