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Santa Paolina, Matèrtera 2008 Bambinuto ovvero quando l’aglianico irpino si veste di leggerezza

16 gennaio 2011

Andare a zonzo in Irpinia è sempre un piacere, ancor più quando a farti da cicerone è una persona deliziosa e competente come Antonio Pesce, con il quale parlare di vino può divenire solo l’ultimo degli argomenti che ti viene in mente di trattare mentre macini i chilometri che da Napoli ti dividono dall’incrocio per Santa Paolina. A questo aggiungici ancora un paio di amici di bevute dalla forgiata caratura passionale, ed ecco che camminare le vigne, oltre che “lavoro di piacere”, diviene anche una imperdibile lezione di vita tout court.

Piombiamo in casa di Marilena Aufiero verso le dieci e mezza del mattino, lei, cordiale e disponibile, ci accompagna nella piccola cantina ricavata praticamente nel sottoscala di casa, dove però si respira un’aria dal sapore tanto artigianale quanto intrisa di calore familiare; con Antonio e gli altri, ci facciamo un giro di vasche per testare cosa di buono abbia offerto la vendemmia appena raccolta a ciò che di qui a qualche mese ritroveremo nei lieti calici: il greco di Tufo 2010, quello base, pare di sentirlo ancora in bocca!

Bambinuto è un piccola realtà, nasce solo nel 2006 dall’intuizione di papà Raffaele di vinificare e mettere in bottiglia in proprio una parte di quelle uve greco sino ad allora sempre conferite a terzi imbottigliatori. L’idea piace subito a tutti in famiglia, ma prende forma e sostanza soprattutto grazie all’impegno delle due figlie Marilena e Michela che, sposando appieno il progetto, decidono però di dettare, nel vero senso della parola, delle linee guida ancor più rigide di quelle nelle intenzioni del padre: non solo fare vino di qualità ma possibilmente distinguersi dal già affollato corollario bianchista locale. Oggi, all’ottima proposta di greco di Tufo offerti, uno fermo base ed una selezione (il loro Picoli è senz’altro tra i migliori greco dell’areale) più uno spumante metodo classico ed un passito di prossima uscita, si sono affiancate piccole quantità di fiano di Avellino ed aglianico di Taurasi, per completare una gamma di prodotti decisamente convincenti, così come molto piacevole ho trovato l’ottimo aglianico Matèrtera, un rosso a buon mercato e decisamente interessante se valutato come base d’ingresso sul panorama dei rossi irpini.

Spesso ci siamo detti, su queste pagine in primis, quanto le aziende, le piccole aziende in particolare siano funzionali alla crescita del comparto agricolo quando seriamente impegnate nella loro specializzazione e non mestamente risucchiate da improbabili aspettative commerciali; pertanto mosso da questo principio ma aperto a mille varianti del caso, non mi dispiace pensare a quanto sia intelligente l’impegno profuso dalla famiglia Aufiero nella valorizzazione del greco di Tufo quanto però utile e necessaria la realizzazione di vini rossi fini e leggiadri come questo aglianico che li aiutino a ritagliarsi spazio sul mercato senza per questo scimmiottare un modello irraggiungibile per vocazione e distinzione territoriale.

Così se il Picoli¤ assurge a modello di ineccepibile e particolare complessità, con un timbro organolettico decisamente sopra le righe per l’areale, puntato su maturità del frutto e piena espressione piuttosto che la magra freschezza scelta da alcuni, così il Matèrtera, prodotto da uve aglianico provenienti da vigne allocate in Montemarano e Castelfranci ricalca un modello, godurioso e facilino, tanto difforme dai must taurasini quanto invece funzionale alla causa: lasciarsi bere! Il Matèrtera 2008 (dal latino, sorella della madre) viene affinato in botti di legno di secondo passaggio per 4/5 mesi rimanendo in bottiglia per almeno dieci mesi prima della vendita. Il colore è rubino tenue, prodigo di piacevoli sensazioni olfattive, floreali e fruttate ma anche lievemente boisè che trovano conferma in un gusto secco, direi asciutto, ma incentrato su leggerezza e gradevolezza della beva. Uno di quei vini, più o meno dieci euro al ristorante, che in due finisce che un piacere: non è forse questo di cui avete bisogno, cari amici ristoratori?

© L’Arcante – riproduzione riservata

Santa Paolina, Greco di Tufo Picoli ’09 Bambinuto

5 gennaio 2011

Continuiamo il nostro viaggio tra i “vini bianchi macerati” occupandoci oggi di una piccola azienda irpina, la Cantina Bambinuto di Santa Paolina. Gran vino il greco di Tufo, forse il più conosciuto tra i bianchi prodotti in Campania, senza dubbio tra i primi ad essere apprezzati in tutto il mondo ed annoverati tra “i più” dell’odierna produzione italiana. Vino a denominazione di origine controllata e garantita – nel sud Italia assieme solo a un altro campione di bontà regionale, il fiano di Avellino –  il greco di Tufo è prodotto esclusivamente con uve provenienti da vigneti situati in una delimitata zona dell’Irpinia, comprendente i comuni di Tufo (da cui prende il nome la d.o.c.g.), Santa Paolina, Montefusco, Petruro Irpino, Chianche, Torrioni, Altavilla Irpina e Prata di Principato Ultra.

Il vitigno, corrispondente alla cosiddetta aminea gemina cui faceva riferimento lo storico Columella, è originario della Tessaglia, da dove fu importato in Campania dai pelasgi che ne diffusero la coltivazione prima nella provincia di Napoli, in particolar modo sulle pendici del Vesuvio, e successivamente in alcune zone proprio della provincia di Avellino, in particolare nel circondario di Tufo, dove il terreno ricco di zolfo ed altri minerali risultò particolarmente vocato alla sua propagazione. Invero, il vitigno non è certo tra i più docili, anzi, le peculiarità del grappolo, piuttosto compatto, e degli acini, con buccia decisamente sottile, ne fanno una varietà, da un punto di vista strettamente colturale, addirittura cagionevole e che richiede una particolare attenzione e cura soprattutto in fase di maturazione. In compenso però, cosa certamente più gradita oggi nei vini che in passato, offre sempre valori decisamente elevati di acidità e sostanze fenoliche, che lo rendono, per esempio a riguardo di uve provenienti dalle zone più vocate, particolarmente adatto a variazioni sul tema alquanto suggestive come possono essere, tra le tante, vino base ideale per spumanti a metodo classico oppure, come nel caso proprio di questo vino, delle versioni piuttosto originali macerate sulle bucce.

Bambinuto nasce solo nel 2006, ma per quanto poche le vendemmie alle spalle per delinearne un quadro risolutivo, la volontà della famiglia Aufiero di fare bene c’è tutta ed i primi riscontri, sia di critica che di pubblico, sin dagli esordi, hanno avvalorato la tesi che un nuovo piccolo gioiello della viticultura irpina andava ritagliandosi il suo spazio, e per quanto minimo, di assoluta considerazione. Oggi, all’ottima proposta di greco offerti – due fermi, quello base ed una selezione (il Picoli appunto, ndr) più uno spumante metodo classico ed un passito di prossima uscita – si sono affiancate poche bottiglie di fiano di Avellino ed aglianico di Taurasi per completare una gamma di prodotti decisamente convincenti – a breve vi racconterò infatti dell’ottimo aglianico Matèrtera – a buon mercato e comunque limitate ad una quantità non superiore alle 30.000 bottiglie.

Il greco di Tufo Picoli 2009 viene prodotto dalle vigne piantate nell’omonima frazione di Santa Paolina da dove viene raccolto generalmente a fine ottobre. Nel 2009 la resa in uva è stata di circa 80 q/h, con una resa in vino intorno al 70%. Tutto nella norma, insomma, se non fosse per la gradazione alcolica che supera il 14,50 % in volume, comunque sostenuto, a oltre due anni dalla vendemmia, da una decisa acidità. Ha un colore oro carico, segnale di concentrazione oltre che di maturità acquisita, del tutto cristallino. Il primo naso è particolare, fruttato di confettura di albicocca e buccia d’arancia candita ma ricco di sfumature empiriche. Infatti, lasciata volare via l’insistenza bucciosa del frutto ed una prima nota volatile, vengono fuori sentori marcatamente minerali che si rifanno a polvere pirica e nuances quasi idrocarburiche. Non che sia un vino vecchio, precisiamo, ma il timbro, anzitutto olfattivo, è volutamente mantenuto come pensato dalla produttrice Marilena Aufiero, con la consulenza del bravo Antonio Pesce, su di uno stampo del tutto fuori dagli schemi per l’areale, puntando sulla maturità del frutto, la sua piena espressione, anziché sulla magra freschezza e bevibilità scelta da alcuni altri. Non a caso infatti, durante le fasi di vinificazioni, una volta eliminata la grossolana feccia di mosto, il vino rimane su quelle fini sino a fine marzo dell’anno successivo la vendemmia, praticamente 5 mesi, più o meno. Un vino particolare dunque, di pronta beva (non a caso esce infatti dalla cantina quasi un anno dopo il millesimo) e da spendere su piatti importanti; Da annoverare assolutamente tra le vostre prossime esperienze degustative da segnare in agenda.


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