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Passio 2007 La Sibilla, m’è dolce la falanghina

27 febbraio 2011

Conosco Luigi Di Meo ormai da un decennio, negli anni ho imparato ad apprezzare una persona di grandissima levatura umana, semplice, appiccicato alla sua terra tanto che non la lascerebbe mai sul vero senso della parola.

E’ schivo, tanto profondamente restìo ad apparire che ha atteso la maggiore età di due dei suoi tre figli (prima Vincenzo e poi Salvatore, l’ultimogenito è invece il piccolo Mattia) come una manna dal cielo così da poter mandare loro in giro per fiere ed eventi a promuovere e raccontare i loro vini e l’antica storia di fatica contadina che questi  rappresentano, lasciando per se il duro lavoro in campagna con la quale dice di aver un legame profondo tutta una vita. Tra l’altro Vincenzo, il giovanissimo primogenito, è già un validissimo enologo,  oggi detiene lui le redini in cantina, ed è uno degli allievi più stimati di Roberto Cipresso, winemaker di grido ormai internazionale che ha trovato proprio nelle vigne flegree della famiglia Di Meo tanto materiale di studio e sperimentazione.

Il Passio è un vino bianco passito dolce prodotto con uve falanghina dei Campi Flegrei; l’annata duemilasette succede alla già felice duemilacinque, ma non si può dire certo che la gestazione di questo vino non sia stata lunga ed alquanto complessa, durata quasi cinque anni. Cinque vendemmie durante le quali appariva impossibile far quadrare il cerchio. Prima alcune copiose precipitazioni tartariche, poi una partita di tappo difettosi, poi ancora un cattivo andamento climatico ci hanno tenuto col fiato sospeso su un vino al quale sembrava mancare sempre qualcosa per poter gridare «eureka!». Qui però ha avuto giocoforza la caparbietà di Luigi, e soprattutto di Tina, la moglie a cui si deve la ferrea volontà di riuscire in questo vino che ci consegna, ahimè solo in rarissime annate, un nettare prelibato che ha pochissimi rivali in Campania se non lo straordinario passito Eleusi di Villa Matilde di Maria Ida e Tani Avallone. Le uve del Passio provengono da una minuziosa selezione di grappoli surmaturi di un piccolo vigneto proprio nei pressi dell’azienda, lasciati appassire in cantina su di uno apposito stenditoio, fatto di falangi – pali generalmente utilizzati come sostegno per le viti – e fil di ferro, tanto artigianale quanto evocativo di tempi antichi e suggestivi.

La pigiatura avviene con il tradizionale sistema di vinificazione in bianco a temperatura controllata dopo la quale segue un percorso di affinamento in barriques di legno di rovere ed una prolungata  maturazione in bottiglia che alla fine conterà quasi 30 mesi; un percorso tanto lungo quanto necessario per definire un profilo organolettico a dir poco sorprendente. Il vino si presenta con un bellissimo colore oro antico, cristallino, con buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso è particolarmente intenso ed avvincente, su note olfattive di fieno, albicocca secca e miele d’acacia, continua poi su sensazioni eteree, quasi smaltate, caratteristiche proprio della lunga elevazione del vino in legno e bottiglia. Il sorso è dolce, avvolgente, ricco e di notevole persistenza gustativa, chiude con un buon apporto di acidità che ben equilibra l’alto contenuto zuccherino. Un vino dolce importante, per occasioni importanti, da spendere su desserts cremosi e alla frutta oppure sulla tradizionale pasticceria secca; da servire in piccoli calici a tulipano ad una temperatura intorno ai 12 gradi. Sono davvero poche le bottiglie prodotte, appena una manciata, un migliaio, destinate certamente ai migliori ristoranti italiani, altrimenti non vi resta che fare un salto in cantina, che consiglio vivamente di visitare.

Questo articolo è stato pubblicato questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete tra l’altro anche ricetta delle Chiacchiere di Carnevale della nostra Ledichef, nonché nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.

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