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Quarto, Campi Flegrei Falanghina ’10 Il Cellaio

19 novembre 2011

Di cosa aspettarsi dai vini prodotti nella piana quartese ne abbiamo già raccontato tempo fa, quando scrivemmo della giovane ed emergente Cantina Di Criscio e quindi della storica azienda di Franco Carputo. Qui nascono generalmente vini sottili, lievi e di grande piacevolezza gustativa, e molto meglio quando bianchi piuttosto che rossi.

Ci ritorniamo oggi da queste parti, e proprio sorseggiando un finissimo calice di falanghina dei Campi Flegrei, prodotto da una delle aziende più “vecchie” di Quarto, Il Cellaio, che proprio quest’anno taglia l’ambito traguardo dei suoi primi quindici anni di attività. Nata infatti nel 1996 grazie all’impegno delle famiglie Carandente e Marrandino, oggi è nelle mani del giovane Salvatore Carandente Tartaglia, coadiuvato in cantina dall’opera del bravo enologo vesuviano Antonio Pesce, tra l’altro grande conoscitore del terroir flegreo; poco più di tre ettari in tutto, qualcuno in conduzione, e qua e la una minuziosa selezione di altre uve ad ogni vendemmia, per un totale di circa 60.000 bottiglie in prevalenza di vino bianco.

Piccola e suggestiva la cantina di famiglia, situata in via Marmolito, laddove ci si arriva addentrandosi per qualche chilometro da via Campana, sin nel cuore più rurale del comune, in una vasta zona agricola pianeggiante e caratterizzata da terreni perlopiù di tufo giallo e ricchi di minerali; li dove sono ancora palesi tracce delle passate attività vulcaniche a Quarto, soprattutto in località “Punta Marmolite”, e dove è ancora osservabile il cosiddetto “duomo di lava”, sorto a causa di una piccola eruzione nella quale il magma si solidificò non appena uscito dalla bocca eruttiva.

Del vino basti sottolineare una piacevole vivace veste paglierina, limpida e di buona compattezza. Il primo naso è subito floreale, ancora a tratti erbaceo, poi pienamente fruttato, con deliziose sfumature di mandarino e di albicocca. In bocca è secco, di buon corpo e viva bevibilità; è proprio in questo momento dell’anno che va meglio apprezzato l’equilibrio gustativo di un vino come la falanghina dei Campi Flegrei. Smussata infatti la tipica spigolosità acida dei primi mesi dall’imbottigliamento, è proprio dopo un anno dalla vendemmia che si esprime all’apice del suo splendore.

Una piccola azienda che si appresta a tagliare i suoi primi quindici anni di storia, s’è detto; così questa settimana vi raccontiamo, sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice, il primo vino della piccola cantina Il Cellaio di Quarto. La ricetta di questa settimana è affidata invece all’estro stagionale della nostra Ledichef.

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Pozzuoli, Falanghina Grande Farnia ’10 Iovino

30 luglio 2011

Pozzuoli è un porto di mare, con la terra, tanta, lì a due passi tutto intorno; il mare lo senti ovunque, il suo ascendente, l’odore, talvolta il rumore: ti rapisce l’anima; e il cuore antico della città ne riporta segni indelebili. Così la terra su per le colline della città, o nel popoloso hinterland, generosa e procace: ma anche qui se ne sono fatti tanti di scempi, è ora di finirla!

Ed è proprio lì il segreto del successo di domani, il perno attorno al quale costruire un futuro plausibile, concreto, realizzabile; certo, appare lontano immaginare una realtà non più grumosa come quella attuale, impicciata in fatti e misfatti che non lasciano trapelare speranza, eppure bisogna consegnare alle generazioni future almeno un briciolo di radici solide, da cui rinascere, ripartire, sognare, lasciandosi alle spalle un presente confuso e per niente felice. Radici che ci sono, forti; basterebbe tornare e pensarle tali, a dare magari voce allo sguardo di uno qualunque tra i vecchi pescatori del Valjone, o un briciolo di dignità a chi ancora preferisce zappare e coltivare la terra invece di offrire il fianco a quelle mezze calzette che non sanno far altro che tirare la giacca al politicante di turno.

Antonio Iovino, dalle terrazze della sua piccola azienda agricola, in località Monte Spina, l’aria di mare la respira tutti i giorni, ed ha imparato a leggerlo il mare, con occhi colmi di rispetto; così come ha saputo dare valore alla sua terra, quella che sin da bambino amava camminare a piedi scalzi, quando aiutava i fattori a potare e legare le viti di falanghina e per ‘e palummo maritate ai pali; viti che avrebbero dato buon vino fresco e leggero da rivendere ai sempre affollati ristoranti lì sul porto. Quella di Antonio in fondo, è una storia semplice: un giovane – oggi poco più che quarantenne -, che più o meno una dozzina d’anni fa ha scelto di continuare l’antica vocazione agricola di famiglia piuttosto che piantare, tra i suoi filari coltivati a spalatrone, assi d’acciaio e colate di cemento. “Qui la terra è argillosa e ricca di sostanze indispensabili per la vite, come fosforo, ferro, magnesio, tutti elementi che concorrono ad ottenere vini di buona sostanza e qualità ineccepibile, sarei stato un matto a pensarla diversamente”.

Ecco allora di cosa avremmo veramente bisogno nei Campi Flegrei, di tanti matti capaci di saper scegliere tra la terra ed il cemento! Quanto valore ha una pazzia del genere? Eppure, ma forse non a caso, l’azienda di Antonio, rimane una delle poche vigne di città strappate all’abominevole speculazione edilizia esplosa dopo il rientro dell’emergenza bradisismo, oggi, con vanto, un piccolo fiore all’occhiello della viticoltura flegrea. 

Così, per questo vino, l’ispirazione per il nome Grande Farnia, perché come una quercia, qui sulle colline intorno al vulcano Solfatara, la vigna è stata capace di resistere al tempo ma soprattutto agli uomini; una vigna generosa, baciata dalla brezza marina e benedetta da importanti escursioni termiche. Il vino si offre di un colore paglierino tenue ma cristallino, il naso è subito vivace ed immediato, su sentori erbacei e frutti a polpa bianca, nonché accompagnato da una intrigante nota salmastra che ne rivela tutta l’essenza territoriale; la beva è asciutta, fresca, snella e sapida, difficile non ritornarvi ancora, ancora e ancora.

Ancora una vigna di città protagonista assoluta questa settimana sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Tocca ad Antonio Iovino e la sua minuscola azienda in località Monte Spina salvaguardare la tradizione agricola puteolana. La ricetta invece è come sempre affidata all’estro della nostra Ledichef.

Quarto, Falanghina dei Campi Flegrei ’10 Carputo

16 luglio 2011

Di Carputo, più che la storia, ho bene in mente quante ne ho stappate di bottiglie; a metterli in fila, i tappi, si sarebbero coperti, senza esagerazione, chilometri. Erano, c’è da aggiungere, altri tempi, sto parlando di almeno una quindicina d’anni fa; ricordo che il per’ e palummo scorreva a fiumi mentre la falanghina non faceva in tempo a varcare la soglia del frigo che subito usciva in tavola.

Un successone insomma, sia per i numeri tra le mani del buon Antonio Palma, che ne curava le sorti commerciali su Pozzuoli e dintorni, che per il gradimento, indubbiamente alto, da parte di tutti gli avventori del ristorante dove mi dimenavo da ragazzino, la Fattoria del Campiglione; il perché era piuttosto semplice da individuare: vini fini, sottili, lineari come l’areale meglio non riusciva a fare, e a prezzi decisamente alla portata, allora come del resto oggi.

C’è da premettere che Quarto non ha mai goduto di una particolare vocazione vitivinicola, e segni distintivi che ne elevino le vigne a cru imperdibili ve ne sono oltretutto ben pochi; il clima qui è bizzoso e tremendamente umido, in certe estati poi rimane costantemente caratterizzato da una canicola a dir poco sfiancante.

Le condizioni cambiano invece proprio sulla collinetta di Viticella, dove la vigna – coltivata ancora con sistemi tradizionali – riesce, grazie alla sua collocazione che domina la piana quartese, a godere di maggior respiro e – data anche la particolare conformazione dei terreni di natura tufacea – di una migliore condizione pedoclimatica complessiva, facendone così un luogo d’elezione sia per il piedirosso ma anche e soprattutto per la falanghina; qui, come dimostra questo vino, il vitigno pare ravvivarsi notevolmente, e soprattutto, grazie anche alle repentine escursioni termiche che si succedono tra giorno e notte, maturare frutti sani, integri, che esprimono vini sì di bassa gradazione alcolica ma connotati di una rinfrancante freschezza gustativa; elementi questi che contribuiscono in maniera decisiva a farne vini assai apprezzati in accompagnamento alla cucina tradizionale napoletana, sia essa quella marinaresca e schietta dei piccoli e grandi ristoranti di Napoli e provincia, sia quella lenta e godereccia della tavola della domenica partenopea.

Del resto spesso ci si dimentica quale sia il ruolo principale del vino, almeno per quanto riguarda il nostro modo di vivere l’argomento a tavola, e cioè funzionale a tutto un pasto completo e non ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica, che vuole invece, e spesso addirittura lo impone, vini leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare i piatti più che a sostenerli. E quando si hanno tra le mani bottiglie come il nostro per’ e palummo o la nostra falanghina non si va certo alla ricerca, escludendo quelle poche e rare interpretazioni, dell’opulenza o della grassezza, elementi questi, a primo acchito, sempre poco avvicinabili sia all’una che all’altra faccia della nobile tradizione vitivinicola flegrea; la semplicità prima di tutto, primaria espressione della nostra cultura enoica, poi tutto il resto.

Continua l’appassionato racconto della splendida vigna flegrea sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Questa settimana  nella nostra rubrica di enogastronomia vi raccontiamo anche di una gustosa ricetta, da non perdere, per preparare in maniera diversa il pesce bandiera.


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