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Bacoli, segnatevi questo: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna Madre 2012 La Sibilla

25 febbraio 2014

La Sibilla è un vero gioiello, personalmente sono davvero felice di quanto vengano apprezzati i loro vini perché sono, è proprio il caso di dire, frutti di un duro lavoro partito nel 1997. Conoscendoli da una quindicina d’anni, avendone seguito passo passo tutte le fasi di crescita, posso dire, senza timore di essere smentito che se lo meritano proprio.

Vincenzo Di Meo - foto A. Di Costanzo

Sul prezioso lavoro in campagna di Luigi ci torneremo su più in là, adesso ci sono circa 7 ettari di vigne da governare e così come sono dislocati sul territorio, con tutte le varianti del caso, credetemi, non è impresa da poco; come vale la pena raccontarvi più dettagliatamente di tante altre belle cose che bollono in pentola e che faranno della piccola azienda flegrea sempre più un punto di riferimento senza eguali nei Campi Flegrei.

Bacoli, La Sibilla, bottaia - foto A. Di Costanzo

Mi preme invece raccontarvi subito di questo piccolo fuoriclasse che tra qualche settimana potrete anche voi avere nel bicchiere. Il Vigna Madre 2012 nasce dalle vigne storiche che dominano l’orizzonte e guardano il mare da questo promontorio di via Bellavista. Ceppi perlopiù vecchi con una età media di quasi 80 anni che da quando vengono seguiti in vigna da Luigi stanno dando uva di straordinaria concentrazione che Vincenzo, in cantina, con grande attenzione e rispetto sta interpretando alla grande facendone un bellissimo vino varietale e di grandi prospettive.

Vigna Madre 2012 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

Il colore è splendido, ricco, purpureo. Il naso è avvenente, ci trovi subito tutta la dolcezza dell’uva pienamente matura, un bouquet vivissimo, macchia mediterranea, sentori di spezie tanto invitanti quanto sottili e piacevoli. Ha stoffa e polpa, un sorso succoso e profondo, certo un po’ di bottiglia gli renderà ancor più complessità e finezza ma così com’è mi sembra già buonissimo.

Addendum: il Vigna Madre ha vissuto una piccola anteprima l’anno scorso quando una parte del 2011 finì in bottiglia con le vesti di una pregiata selezione del ‘base’, ‘Vigne Storiche’¤ appunto, che oggi si fa bello, vestito di tutto punto e racconta quanto bel frutto e quanta profondità sa esprimere il piedirosso dei Campi Flegrei quando fatto come Dio comanda.

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Quasi dimenticavo, a proposito del Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

14 gennaio 2014

Il bel post sul cru di piedirosso dei Di Meo pubblicato ieri da Franco Ziliani qui¤ su Vino al Vino mi ha fatto tornare in mente che avevo anch’io qualcosa da dire in merito tenuto però distrattamente in coda da tempo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

Anzitutto un bel cambio di passo, atteso devo dire e finalmente tangibile anche sul piedirosso, dopo alcuni anni di discontinuità quasi a sottolineare la vocazione principalmente bianchista dell’azienda La Sibilla¤, ma anche i primi frutti del lungo viaggiare del giovanissimo Vincenzo in giro per vigne e cantine in Italia e per il mondo a vedere cose e fare esperienza la cui mano sicura è sempre più evidente.

A quanto racconta Ziliani, così in maniera entusiastica, è bene solo aggiungere una piccola raccomandazione, un consiglio più che altro per chi legge: fate attenzione alle etichette poiché in attesa di un restyling che li differenziasse per bene, a causa della necessità di ‘uscire’, per il 2011 sia il piedirosso ‘base’ che questo, il cru ‘Vigne Storiche’ appunto, sono in giro praticamente con la stessa veste grafica se non fosse che il secondo reca in alto a destra dell’etichetta un piccolo adesivo simbolo dell’associazione ‘Viticoltori del Tempo’ che ha, grazie al progetto diretto da Raffaele Beato dell’Osservatorio Appenino Meridionale dell’università di Salerno, selezionato tutta una serie di vini che nascono da vigne cosiddette ‘monumentali’ di particolare pregio storico.

Non che il vino ‘base’ non sia degno di attenzione, ma questo qui ha sicuramente una marcia in più, una maggiore ampiezza e tensione degustativa che ne fa davvero un piccolo gioiello del rosso flegreo tanto amato dagli appassionati.

1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei

Racconto frottole, invento storie

11 agosto 2012

Riflettevo ieri sui tanti episodi che mi capitano durante il servizio, il più delle volte a sera: sapete, la signorina mittiquì con la fisima dello chardonnay o la donnina che senza il pinot grigio…oh… gnente!, e poi quello che il vino campano “mamma li turchi!” ma anche quelli che il vino toscano… “toh, ma continuano a barare?”; insomma ecco, cose così, conversazioni impegnative e meno, con gente da suggestionare, convincere, stimolare, conquistare… E per farlo bene, conquistarle dico, bisogna essere convincenti per davvero, non necessariamente bravi ma avere argomenti buoni da trattare, bottiglie seducenti oltre ai Barolo e ai Supertuscan – che vuoi o non vuoi godono ancora  di quell’appeal che manca agli altri -, vini insomma che hanno qualcosa da raccontare, non solo profumi e sapori ma anche storie cui stare dietro a spiegare. Spiegare, spiegare, spiegare, fino alla noia far sapere cosa c’è in quel bicchiere, magari perché è finito lì nella tua carta, chi ce l’ha fatto fare e dove e come nasce.

Invero non ho molto tempo per scrivere in questi giorni particolarmente intensi e pieni, però sento il dovere di confessare perché ho peccato ancora; sì, l’ho fatto ancora, di sana pianta e per tutta una serata, cominciata alle otto e finita da poco, quasi a mezzanotte. L’ho fatto per vendere vino, per vendere, e tra le altre ancora una bottiglia di Cruna De Lago 2010 della famiglia Di Meo, un Brunello di Montalcino 2006 di Pian dell’ Orino e l’ennesimo Grotte Alte 2006 di Arianna Occhipinti.

Belle bottiglie, ottimi vini, grandi potremmo dire. Talvolta però non basta, ma chi sono? La gente vuole e deve sapere che anche dietro una Falanghina dei Campi Flegrei c’è il lavoro di tutta una vita: un fazzoletto di terra strappato al cemento, un nonno di 80 anni che ancora freme per correre a potare la vigna e un giovanotto di 20 anni che più delle sottane ha subito capito quanto contasse vegliare i mosti per tutta la fermentazione.

E che dire poi di Jan Erbach e Caroline Pobitzer, che barano? Allora fateci due chiacchiere con loro, andate là a Pian dell’Orino, sta a Montalcino dove sta Biondi Santi; lei è una tosta, e tanto basta, di lui si può dire che è un tipo in gamba, germanico, intransigente, con una testa grossa così: parla alle piante e ne ascolta il ciclo vitale, ma non è quello il suo segreto, il suo asso nella manica è l’amore. Così i loro vini vi parlano col cuore, e colpiscono direttamente al cuore.

O di Arianna Occhipinti. E’ vero, ha fatto degli errori (ma chi non ne fa?), i suoi vini hanno sofferto l’inesperienza e la troppa grazia di un movimento in subbuglio (i cosiddetti vini naturali) dove qualunque cosa appena potabile passava per oro colato. E’ forte Arianna, capace, intraprendente, solare come certe sue bottiglie; portare in tavola una di Grotte Alte è come consegnare ai clienti la chiave di uno scrigno, dove dentro ci sta tutto quanto desideri da una bottiglia di vino: la terra, l’orgoglio, l’amore.

Eh si, il sommelier è un po’ così, racconta frottole, inventa storie per vendere vino ma giuro, almeno per quanto mi riguarda, che non è tutta farina del mio sacco, il più delle volte è che me le raccontano proprio così, ed io ci credo. Colpa degli altri insomma.


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