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Il Vesuvio, il Lacryma Christi e i vini di Benny Sorrentino

3 dicembre 2018

Un po’ di anni fa, tra il 2010 e il 2011, ci lanciammo con una certa dedizione alla scoperta degli enologi campani e di coloro i quali in qualche maniera risultavano avere radici forti in regione. Tra i molti intervistati in quel periodo vi erano alcuni del tutto misconosciuti alla scena enologica nostrana, l’idea era quella di dare visibilità a volti nuovi ma soprattutto parola a quei giovani che si apprestavano a ricevere il testimone da chi li aveva preceduti con l’arduo compito di continuare il lavoro straordinario fatto ma soprattutto rilanciare e dare ancora più lustro ai vini territoriali campani ed in particolare quelli da vitigno autoctono e provenienti da denominazioni storiche.

Tra questi ci ricordiamo di una giovanissima Benny Sorrentino¤, da poco laureata alla facoltà di agraria di Portici (nel 2006, ndr) e all’epoca unica enologa campana a smanettare in vigna e cantina. Benny arrivava da un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti quando nel 2008, a Torino, prese la specializzazione in scienze viticole ed enologiche prima di fare ritorno a casa e prendere per mano l’azienda di famiglia con la sorella Maria Paola ed il fratello Giuseppe, una proprietà di circa trenta ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio votati principalmente alla coltivazione di uve bianche Caprettone, Catalanesca e Falanghina e Piedirosso ed Aglianico a bacca rossa.

Qui, al centro di tutto anzitutto il Lacryma Christi del Vesuvio, una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Varietà che devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente per poterne migliorare la coltivazione, esaltarne le peculiarità ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Per fare ciò è necessario conoscere profondamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Un approccio dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente, un investimento programmatico che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza.

Anche per questo non siamo affatto sorpresi di ritrovarci oggi dinanzi a bottiglie così espressive e coinvolgenti. Abbiamo in passato già raccontato dello splendido lavoro fatto con il Vigna Lapillo rosso¤, il cru da Piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di Aglianico, un gran bel vino che esprime ogni volta freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Ci ritorniamo oggi con due assaggi davvero invitanti. Il primo è il 7 Moggi 2017, un Vesuvio Piedirosso da uve biologiche preciso ed implacabile per chi va alla ricerca di vini rossi leggiadri e gustosi, c’è dentro questa bottiglia una lettura dell’annata intelligente e facile da cogliere.

Di altra preziosa stoffa il Lacryma Christi bianco Vigna Lapillo 2016, da Caprettone con un piccolo saldo di Falanghina, vino caratterizzato da grande bevibilità, dal naso intriso di note olfattive invitanti e coinvolgenti di fiori gialli e frutta polposa, ha sapore asciutto, avvolgente e pronunciato sul finale di bocca che dà piacevole freschezza e sapidità da vendere.

Leggi anche Chiacchiere Distintive: Benny Sorrentino¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

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Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2013 Sorrentino

4 aprile 2016

Il Vesuvio conserva un fascino inarrivabile agli occhi dell’appassionato di vino, non solo per la storia che serba in sè un territorio così ricco di riferimenti ancestrali ma anche e soprattutto per lo scenario davvero poco comune dove si sviluppa una viticoltura che definirla eroica è dir poco.

Vesuvio Lacryma Christi rosso Vigna Lapillo 2013 Sorrentino - foto L'Arcante

In queste terre non mancano esempi di grandi famiglie e piccole imprese che, ognuna a suo modo, ne ha tratteggiato oltre ai canoni commerciali anche un significato di rivalsa importante e per lungo tempo dormiente. Tra queste senz’altro la famiglia Sorrentino¤, dacché ricordo io sempre più protagonista della scena enoica vesuviana negli ultimi 25 anni. Circa 30 ettari di proprietà e vini sempre pienamente rappresentativi delle varietà locali e dell’anima autentica di questo pezzo di terra del napoletano.

E questo rosso, da piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di aglianico ne è portabandiera: un gran bel sorso che esprime freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Un piedirosso, è proprio il caso di dire, vulcanico! Dalle note terragne e fruttate, balsamiche e minerali, dal sapore asciutto, avvolgente e pronunciato.

Non necessariamente un Lacryma Christi rosso da invecchiamento, ma la buona tensione gustativa e l’incipit speziato e balsamico rivelano un vino capace di evolvere nel tempo con essenzialità e personalità. Senza perdere alcuna delle caratteristiche basilari di riconoscimento che, anzi, vengono esaltate dall’affinamento in legno, in questo caso tonneaux. Il Vigna Lapillo rimane un riferimento assoluto per la denominazione. Poco più di 14 euro a scaffale.

Qui¤ la bella intervista a Benny Sorrentino di qualche anno fa.

L’Arcante raccomanda Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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