Posts Tagged ‘terre del principe’

Il rifiuto del legno, la lezione che non abbiamo ancora imparato

8 aprile 2019

Senza voler riaprire una disquisizione tecnica sul mezzo¤, ne ritornare sull’opportunità o meno del suo utilizzo, ci sembra però che in molti, anche tra i degustatori più attenti, in buona fede s’intende, continuano a preferire di schierarsi a favore o contrari a prescindere, senza considerare un elemento sempre troppo poco discusso quando si parla dell’utilizzo del legno: l’inesperienza.

Con buona pace di molti è bene ricordare che chi si è lanciato nel fare vino quindici/vent’anni fa qui in Campania non sapeva affatto bene da dove cominciare, dove mettere le mani: “talvolta ahimè non conosce nemmeno dove sta il pulsantino per accendere la luce in cantina”, ci confidò una volta un caro amico enologo consulente. Solo quando il ‘dopolavoro’ si era fatto necessariamente primaria attività, la faccenda cominciava ad assumere via via connotazioni un po’ più verosimili, con maggiori buoni auspici all’orizzonte ed un impegno, sul lungo termine, quasi a tempo pieno. E’ forse un’amara constatazione, ma val bene tenerne conto perché in molti casi così è stato.

Va da se che una tale complessa esperienza è molto difficile trovarla in un panorama produttivo come quello campano che, da un certo punto di vista, fatte le dovute eccezioni, rimane estremamente giovane. Una mancanza talvolta compensata solo in parte con consulenze di valore ma che pure hanno avuto per un certo tempo il grande limite di proporre spesso protocolli standard per tutte le salse, incapaci di tenere conto talvolta di realtà in alcuni casi difformi tra loro in uno stesso comprensorio vitivinicolo, se non nell’azienda stessa.

Ecco perché lo spauracchio del burro e marmellata degli anni novanta e duemila non può, non deve essere dimenticato, men che meno ripercorso. Ci permettiamo però di aggiungere che non va nemmeno demonizzato chi ne ha saputo trarre la giusta esperienza ed oggi sa bene il fatto suo. L’utilizzo dei legni in cantina necessita di una certa abilità, conoscenze specifiche, studio, sperimentazioni, verifiche, attenzioni almeno decennali. Da questa parte quindi non si può essere tutti a favore e poi tutti contro, per partito preso. Troppo facile, fuorviante, inconcludente nell’uno e nell’altro caso.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2015 Terre del Principe - foto A. Di Costanzo

Gli assaggi degli ultimi mesi ci vengono in soccorso consegnandoci due grandi esempi, il primo è il Furore bianco Fiorduva di Marisa Cuomo, uno tra i più apprezzati bianchi campani a livello internazionale, capace ogni anno di spostare in alto l’asticella pur mantenendo una certa integrità espressiva dove i tre varietali Fenile, Ripoli e Ginestra, l’ambiente pedoclimatico, l’uso misurato del legno contribuiscono alla produzione di un bianco profodamente coinvolgente. Il duemiladiciassette è un vino dal colore giallo paglierino intenso e luminoso, che profuma di fiori di ginestra ed erbe mediterranee, con un intenso rimando ad albicocca matura e frutta esotica. Il sorso è ben definito, pieno e caratterizzato da persistente sapidità.

Il secondo è il Casavecchia Centomoggia di Terre del Principe, Peppe Mancini e Manuela Piancastelli con il duemilaquindici ne hanno tirato fuori forse uno tra i migliori di sempre, capace di lasciare a bocca aperta tanto fragoroso è il frutto esaltato in maniera ineccepibile (anche) dal legno, dalla misura del suo impiego, capace di esaltare e affinare una grande materia viva. Ha un colore rubino-porpora e al naso è intenso, avvolgente, profuma anzitutto di more e mirtilli cui s’aggiungo per distacco spezie e balsami. Il sorso è pronunciato, fitto e saporito, tredici gradi di assoluto piacere per le papille gustative.

Semmai ve ne fosse ancora bisogno, lo ribadiamo ancora una volta: non è la barrique il problema, ma chi e come la usa.

Leggi anche Ravello Rosso Riserva 2007 di Marisa Cuomo Qui.

Leggi anche Centomoggia, il Casavecchia di Terre del principe Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Annunci

Terre del Volturno Pallagrello bianco Le Sèrole 2017 Terre del Principe

10 dicembre 2018

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso com’è dal Taburno da un lato e dal Matese dall’altro, con paesaggi bellissimi tratteggiati in larga parte da campi d’olivo e moggi di vite e qua e là da case di campagna vecchie e nuove.

A camminare queste strade di campagna si respira subito la ruralità di questi luoghi, vissuti da persone straordinarie con un legame molto profondo con questa terra, la città è a pochi chilometri ma rimane là, da raggiungere solo quando è veramente necessario, mentre la vita scorre lenta e indaffarata con i contadini che scorrazzano sin dalle luci dell’alba su e giù per i campi della zona a faticare la terra, coltivare la vigna, seminare il futuro.

Quella di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli è una storia¤ che non smetteremo mai di raccontare, ancor più davanti a bottiglie come queste che seppur siano diventati ormai un grande classico della migliore produzione campana, riescono ogni volta a conquistare e colpire per fascino, sostanza e finezza.

Il “Vino Pallarello” e il “Vino Spumante di Pallagrello” venivano annoverati sin dai primi del Novecento negli annali storici di questi luoghi, prima di finire nell’oblìo e rischiare seriamente di scomparire quando, nei primi anni novanta, proprio Peppe Mancini, prima con Vestini Campagnano¤ poi con Terre del Principe¤ si impegna per il suo recupero in vigna, la rinascita e la valorizzazione ampelografica e vitivinicola.

Un po’ avara l’annata duemiladiciassette dalla quale sono state tirate via appena una manciata di bottiglie di questo cru, all’incirca 4.500, un vino che a distanza di poco più di un anno dalla vendemmia si esprime in maniera essenziale ed efficace. Il primo naso sa di fiori bianchi e note esotiche, di glicine e gelsomino, poi lentamente vira su note di albicocca e buccia d’agrumi, quindi sentori di macchia mediterranea. Il timbro gustativo è moderno e vivace, il sorso è sottile ma teso e fresco, agile e godibile, dal finale di bocca sapido e minerale. Un sorso tira un altro e un altro ancora. Forse non una versione delle più ricche per il Pallagrello bianco Le Sèrole, l’annata è stata quella che è stata, ma senz’altro tra le più godibili già nell’immediato. Poi si sa, le sorprese memorabili¤ con i vini di Terre del Principe non mancano mai!

Leggi anche Terre del Principe, la favola del Pallagrello¤.

Leggi anche Terre del Principe e le terre di Castel Campagnano¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’Arcante su il Napolista, questi gli articoli pubblicati nell’ultimo mese

9 dicembre 2018

Il Napolista

Da poco più di due mesi alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare alcune tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.

Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#5 David Ospina e il Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2014 di Sorrentino Leggi Qui.

#6 Allan Marques Lourerio e il Casavecchia Centomoggia 2013 di Terre del Principe Leggi Qui.

#7 Marek Hamsik e il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 di Quintodecimo Leggi Qui.

#8 Arkadiusz Milik e l’Ischia Forastera 2017 di Antonio Mazzella Leggi Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: