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Pozzuoli, ancora una good news: Falanghina dei Campi Flegrei 2010 Le Cantine dell’Averno

10 dicembre 2011

E’ una bella storia quella di Emilio e Nicola Mirabella, due fratelli che hanno a lungo rincorso questo sogno e che, finalmente, con questo bianco duemiladieci esordiscono sulla scena.

L’azienda è di quelle piccole, minuscole si può dire, ma che conserva tutta la vocazione ultramillenaria di questo piccolo e suggestivo lembo di terra affacciato sul Lago d’Averno a Pozzuoli. Poco meno di due ettari, per lo più piedirosso, con vista sulle rovine del Tempio di Apollo: ma qualcuno forse si ricorderà del vigneto storico Mirabella, uno dei più preziosi del circondario flegreo, per anni curato e valorizzato dalla famiglia Martusciello, Grotta del Sole; ebbene, sono proprio loro, smessi i panni di conferitori hanno deciso di buttarsi nel fuoco. Anima e corpo.

 

In vigna, di falanghina, appena milletrecento metri, proprio sul lungolago, allevata con il tradizionale sistema a Spalatrone Puteolano; poi un’altra quarantina di quintali arrivano dalle vigne confinanti dei parenti vicini. Davvero un bel bianco questo vino, esordio quindi più che convincente, benedetto in cantina dalle mani esperte di Carmine Valentino e baciato da una giusta evoluzione in bottiglia che disegna caratteri distintivi molto interessanti, per niente banali: il frutto, nonostante l’annata avesse offerto una “coda” piuttosto piovosa, si mostra ben maturo e in piena evoluzione. Il colore è paglierino carico, di vibrante vivacità; il primo naso è subito floreale e fruttato, il palato invece è asciutto, ma a tratti voluminoso, profondo. Molto gradevoli le nuances di ginestra e albicocca, poi, come la bocca conferma, tanta mineralità e avvolgenza sapida. Tredici gradi di estrema godibilità.

A conferma di quanto si voglia fare sul serio, manco ci fossero dubbi sulla qualità della materia prima e la vocazione del terroir, tra le prime opere intraprese dai Mirabella c’è stata quella di rimetttere a nuovo il vecchio cellaio di famiglia e comprare tutti i ferri del mestiere utili e indispensabili a garantire adeguato sostegno in cantina alla buona opera perseguita in vigna. Qui si tende ad un lavoro certosino, ad una lotta integrata per esempio per quanto riguarda “i trattamenti”, per invadere l’ambiente agricolo il meno possibile. Il vigneto è di quelli davvero suggestivi, per lo più terrazzato e di non facile gestione: l’impianto è tradizionale e a piede franco, con viti che viaggiano tra i 40 a i 60 anni d’età, e la raccolta in vendemmia avviene esclusivamente a mano, e il carico viaggia praticamente “a spalla” sino in cantina che è a poche centinaia di metri. Anche qui, senza l’intenzione di sventolare alcuna bandiera, nessun idealismo se non quello di lasciar “parlare” l’uva; si lavora in maniera convenzionale ma senza aggredire, violentare il vino.

Con l’annata appena in cantina si sta, tra l’altro, già lavorando per ottenere un vino ancor più complesso, che esalti ancor più la qualità della materia prima che viene fuori da queste splendide vigne; l’annata 2011 promette bene e i primi assaggi dalle barriques hanno mostrato risultati piuttosto interessanti. Legni vecchi, rigenerati, pensati come contenitori, per lasciare distendere la massa in fermentazione, null’altro. Ma è prematuro parlarne oggi, c’è tempo. Come per il piedirosso anche qui siamo sulle 2.000 bottiglie in tutto, un vin de garage in piena regola, si direbbe oltralpe. Ma restiamo coi piedi per terra, Pozzuoli non è certamente Mersault, ma soprattutto perché si sa, ultimamente coi francesi non è che ci prendiamo un granché!

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Pozzuoli, good news: Le Cantine dell’Averno, cominciamo dal Piedirosso dei Campi Flegrei ’10

7 dicembre 2011

Giusto per farvi capire subito dove vi trovate: siete a Pozzuoli, affacciati sul lago d’Averno, uno specchio d’acqua dalla forma ellittica che occupa l’antico cratere dove i romani posero l’ingresso agli inferi.

Cento metri sotto di voi, subito sulla sinistra, giacciono le rovine del Tempio di Apollo. In lontananza, a ore 12, il costone dello Scalandrone; dall’altra parte c’è il lago Fusaro. Nel mezzo, il cratere vulcanico spento, nato più o meno 4.000 anni fa, coperto da acque immote e scure; le ripide pareti che lo circondano sono coperte da boschi mentre quelle a pendenza dolce, proprio sotto di voi, sono occupate da vigneti, in parte terrazzati. Vigne straordinarie, quando in fioritura, nel loro pieno splendore, offrono un colpo d’occhio impagabile. Eppure è curioso come in questo luogo dove il verde e la natura splendono si racconti che in passato le acque esalassero tanto acido carbonico e gas da non permettere la vita agli uccelli: così il nome Avernus, dal greco Aornon, luogo senza uccelli.

In questo scenario nasce il sogno di Emilio e Nicola Mirabella, due fratelli, per quanto mi riguarda due amici di lunga data, soprattutto Nicola con il quale abbiamo condiviso tante bevute sin dai tempi del corso sommelier Ais. Era il 2000, con Franco Continisio come Maestro. Sì, s’è fatto anche quello Nicola, un corso per imparare a stare dinanzi a un bicchiere, ma non per sciorinare prosopopea a tavola, magari al ristorante, ma più semplicemente per imparare a leggere il vino, soprattutto il suo, “suo” anche se prodotto per tanti anni da altri a cui conferiva le uve.

Frattanto, un po’ alla volta, con il fratello hanno rimesso a nuovo il vecchio cellaio di famiglia, comprato i ferri del mestiere – tutti quelli utili e indispensabili -, chiamato in aiuto in cantina uno bravo, Carmine Valentino. Tutto questo senza nel tempo perdere mai di vista il vigneto: poco più di un ettaro e mezzo, a piede franco, tutto a per ‘e palummo con viti tra i 40 a i 60 anni d’età; poi altri 40 quintali circa di falanghina conferitegli dalle vigne confinanti di alcuni parenti. Tutto lì intorno al lago insomma. Appena 4.000 bottiglie in tutto, una per ognuno degli anni del lago, verrebbe da dire.

Il 2010 è il debutto: vendemmia svolta tutta a mano, con passaggi ripetuti in vigna; alcune particelle infatti sono giù, sul lungolago, in contrada Canneto, altre invece sulle terrazze che arrivano fin su via Strigari. Le uve pigiate col torchio, come si faceva un tempo, e lasciate fermentare in solo acciaio. Col 2011 appena in cantina invece si sta già lavorando a qualcosa di maggiore slancio: una falanghina, solo quella, che fa anche un breve passaggio in legno (di quelli piccoli e vecchi, ndr). Ma questa è un’altra storia che poi vi racconto. Promesso.

E’ molto severo Nicola, e pignolo. Raccontandomi dei suoi vini si dice abbastanza soddisfatto della falanghina, ancora poco convinto di questo per ‘e palummo: “l’idea è certamente un’altra, il piedirosso è una brutta bestia, ci stiamo lavorando su duramente, ma abbiamo una sola possibilità l’anno di metterla in pratica, per cui non vogliamo aver fretta, dobbiamo saper attendere”.

Invero non mi è dispiaciuto affatto questo vino. E’ vero, manca di lunghezza, al naso come in bocca, ma ha tanta piacevolezza, un ventaglio olfattivo di tutto rispetto ed un tessuto gustativo di estrema godibilità; mi ricorda, ad ogni sorso, quanto questo varietale sia sempre da tenere in considerazione quando si parla di vino oggi, di quei vini, intendo, capaci di conquistare il consumatore immediatamente, al primo sorso, per piacevolezza e bevibilità (oltre che per il prezzo, qui davvero encomiabile). Duemila bottiglie. Quattro euro franco cantina. Dovreste fare a cazzotti! Per quanto mi riguarda, buona la prima Nicò!

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Intervallo. Qui Campi Flegrei

5 dicembre 2011


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