Posts Tagged ‘zibibbo’

Ustica, Grotta dell’Oro 2017 Hibiscus

29 ottobre 2018

Hibiscus¤ è una bellissima realtà sull’Isola di Ustica di proprietà della famiglia Longo da tre generazioni, fu negli anni settanta che Nicola provò con tenacia a dare un futuro al vecchio palmento di famiglia ora destinato ad uno splendido agriturismo di circa 10 ettari pienamente immerso nella natura suggestiva isolana tra scenari brulli e coltivazioni verdeggianti.

Hibiscus 2017 Grotta dell'Oro - foto L'Arcante

Oggi l’azienda è nelle mani della figlia Margherita e del suo compagno Vito che proseguono con risolutezza la conservazione di un pezzo di territorio unico qui a Ustica, luogo che ci rievoca immediatamente una ferita ancora aperta nella storia del nostro paese ma che in fondo non ha mai smesso un giorno di continuare a vivere nella normalità più assoluta, secondo cultura, tradizioni ed origini qui assolutamente ben radicate.

Tutto avviene tra le Contrade Spalmatore e Tramontana, qui la terra è di origine vulcanica, di medio impasto, composta perlopiù da argilla e sabbie, i vari appezzamenti sono praticamente tutti affacciati sul mare che da qui dista non più di 200 metri, oltre una complessa cintura di muretti a secco tirati su con gran fatica, un po’ per rendere i terreni meglio coltivabili, un po’ per difenderne le colture a mo’ di frangivento.

Dono prezioso di questa terra sono ad esempio le lenticchie di Ustica Presidio Slow Food®. Mentre nei tre ettari di vigneto a guyot sono piantate perlopiù varietà autoctone siciliane: catarratto, grillo, inzolia e zibibbo che danno vita a tre vini bianchi tipicamante usticesi, profumati, sottili, sapidi; mentre il nero d’Avola, con il merlot, danno vita all’unico rosso aziendale. Stiamo parlando di viticoltura isolana, che desta sempre grande fascino e suggestione, alle prese con mille difficoltà come abbiamo imparato nei numerosi passaggi a Capri¤ e sull’isola di Ponza¤, dove i vini sono necessariamente caratterizzati da una sorta di irripetibilità che li rende praticamente unici. Ustica non è da meno, non a caso Hibiscus è l’unica cantina a vinificare sull’Isola grazie ad una lenta e graduale modernizzazione della cantina avviata a fine anni ’90.

Sono poco più di di 13.000 le bottiglie prodotte tra le quali questo delizioso vino bianco secco da uve Zibibbo. Il Grotta dell’Oro 2017 è caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca.  

© L’Arcante – riproduzione riservata

Annunci

Pantelleria, Entelechia ’03 della Tenuta Rekale

6 maggio 2012

Entelechia, per dirla con Aristotele, è la sostanza che ha perfettamente attuato tutte le sue potenzialità. Bicchiere alla mano, mai nome per un vino fu più azzeccato.

Non v’è molto da aggiungere sull’origine e la produzione del vino, che in fin dei conti richiama una tradizione ormai secolare a Pantelleria, un rito davvero unico. Ma anche del territorio isolano, ormai conosciutissimo ai più e passato ai raggi x in ogni suo minimo anfratto, si è già raccontato il lungo e in largo; i valori assoluti rimangono quelli di sempre: il particolare microclima, la maniacale ricerca della purezza da parte dei vignaioli panteschi nonché l’anima preziosa di un vitigno generoso e tanto trasversale come solo il moscato d’Alessandria, alias zibibbo, sa essere. 

Magari val bene spendere due righe, appena due, sull’azienda; quella Miceli che nonostante le mille e più difficoltà ed il continuo peregrinare nel rinnovamento degli ultimi anni, almeno sui vini della splendida Tenuta Rekale a Pantelleria non ha mai smesso di garantire investimenti e qualità assoluta, talvolta inarrivabile. Così mentre l’Yrnm, sin dalla sua vendemmia nel 1998 continua a rimanere l’unico riferimento seriamente attendibile del moscato secco, l’Entelechia è, assieme a pochissimi altri sull’isola, quel “nec plus ultra” imperdibile della denominazione in versione dolce. 

E’ puro nettare quindi, e si intuisce sin da subito. Il colore ha certamente perso un poco di smalto, e brillantezza, nove anni sono in verità sempre nove anni anche per un campione della meditazione come questo. Adesso il timbro è quasi “ruggine”, rimane però il fascino delle sfumature ancora ambra sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco e finissimo ed offre un ventaglio di aromi e sentori preziosissimi. C’è il varietale, con quella sferzata di agrumi canditi e albicocca secca, ma c’è molto di più: frutta secca, cioccolato fondente, caramella d’orzo, chiodi di garofano, liquirizia. Ricchezza e concentrazione di aromi sostenuti da un sorso pieno e vellutato, naturalmente dolce, mieloso eppure non affatto stucchevole grazie anche alle sfumature accorse grazie alla lenta maturazione in legno e gli ultimi anni in bottiglia. Diciamo pure però che l’abbiamo “preso per i capelli” come si suol dire, da bersi subito quindi, mo’ mo’!

Venerdì 9 settembre, Donnafugata a L’OLivo

2 settembre 2011

Poi vi racconterò come è andata: l’attesa, i preparativi, i piatti, i vini, le persone. Frattanto segnatevi in agenda l’appuntamento…

In cucina, con il nostro Andrea Migliaccio ci sarà Tony Lo Coco, chef e patron del ristorante I Pupi di Bagheria. Questo il menu a quattro mani pensato in abbinamento ai vini di Donnafugata: un po’ di Sicilia sotto il cielo di Anacapri.

Melanzane siciliane e Mozzarella campana, di Antonio Lo Coco e Andrea Migliaccio, con Sicilia bianco Lighea 2010

Il crudo di calamaro con olio alla carbonella, fagiolini “ca’ vuccuzza nivura” e pistacchi di Bronte, di Antonio Lo Coco, con Contessa Entellina bianco Vigna di Gabri 2010

I capelli d’angelo con ragù di dentice e melanzane al profumo di menta, di Antonio Lo Coco, con Contessa Entellina Chardonnay Chiarandà 2008 (Magnum)

Anatra affumicata con porcini, mela annurca e salsa al nero d’Avola, di Andrea Migliaccio, con Contessa Entellina rosso Mille e una Notte 2007

Cannolo siciliano, capra e fragoline campane, di Antonio Lo Coco e Andrea Migliaccio

Tortino di castagne con cuore di cioccolato bianco, cachi e gelato allo zibibbo, di Andrea Migliaccio, con Passito di Pantelleria Ben Ryè 2008

Come consuetudine gli ospiti verranno accolti in Dolce Vite, la cantina del Capri Palace, dove, con Filippo Nicosia si affacceranno sulla splendida realtà di Donnafugata in Contessa Entellina prima della cena servita per l’occasione in terrazza de L’Olivo.

Qui il programma completo della della stagione 2011.

Per maggiori informazioni e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Moscato di Pantelleria Kabir 2004 Donnafugata, dolcezza al naturale di una sconfinata giovinezza!

17 maggio 2011

Un vino straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di cosa sto per raccontare, soprattutto a chi, non amando la tipologia, possa pensare di soprassedere appena dopo aver letto le sole prime quattro parole di questa recensione.

Un vino dolce naturale il Kabir, tra i più popolari, ma non per questo confondibile con i tanti altri moscati prodotti a Pantelleria; invero, se c’è un merito da affibbiargli anzitutto, gli va riconosciuto quello di essere rimasto, negli anni, sempre estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva.

Un sorso di Kabir, quale che sia l’annata, parla direttamente all’anima, ma questo duemilaquattro, pur inaspettatamente, la conquista e la rapisce definitivamente; così la butto lì, perché anche sui vini dolci (da meditazione e compagnia cantando) non sarebbe male, di tanto in tanto, aprire una piccola finestra dalla quale affacciarsi su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone sauternais, o di certi deliziosi nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire, come questo vino testimonia, spunti emozionali decisamente interessanti di cui non si può non tenerne conto.

Prima di passare ai fatti, superato l’annoso empasse che lo vuole perennemente fratello minore del ben più noto e ambìto Ben Ryè, ho dato una scorsa ad alcuni dati forniti dall’azienda sul suo sito – che devo dire risulta essere tra i più gradevoli e funzionali visitabili in rete quanto a spot aziendali – giusto per avere una idea da dove questa bottiglia sia partita prima di scivolare oggi nel mio paffuto bicchiere: il 2004 viene indicato come un millesimo rigido e lineare, partorito da un inverno ed una primavera piuttosto piovosi (rispetto alla media siciliana) e un’estate, contrariamente alla consuetudine isolana, dalle temperature decisamente miti. Ne deduco, come suggerito tra l’altro tra le righe, una maggiore finezza aromatica ed una minore polposità e concentrazione del frutto, quindi di zuccheri residui, così di alcol.

Poi c’è la pregiudiziale del tempo, l’imponderabile evoluzione di certi vini dolci, la probabile contrazione del nerbo acido quando meno te l’aspetti. Sei pronto quindi ad un vino più che maturo, dal colore cupo e sopito, con crepe ossidative olfattive, una scontata e stucchevole caduta palatale. Tutt’altro! Il colore è invece splendido, giallo paglierino cristallino con nuances dorate e di una lucentezza quasi abbagliante; il naso offre un effluvio di note dolci, tracimanti, in una consequenzialità da manuale: dalle più labili e sottili note florali e fruttato di pompelmo, a quelle più nette, e man mano accentuate, di agrumi canditi e miele di zagara. Il gusto, poi, è coinvolgente: intenso, ricco, fine e persistente, presenta un finale di bocca lunghissimo, avvolgente, continuamente rinfrescato da una spinta acida ancora presente e fondamentale nel renderne perfetto l’equilibrio degustativo. In definitiva, un bellissimo vino.

Invito, chi ne conservasse ancora una bottiglia, a non rammaricarsi del millesimo così lontano nel tempo, questo Kabir è il sorso più delizioso che vi possa capitare a tiro, ideale per suggellare una sincera stretta di mano o da spendere alla fine di un pasto da ricordare, un momento da fissare nella mente, oppure ancora – perché no! – per consacrare un amore di sconfinata giovinezza!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: