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Terre del Volturno Pallagrello bianco Le Sèrole 2017 Terre del Principe

10 dicembre 2018

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso com’è dal Taburno da un lato e dal Matese dall’altro, con paesaggi bellissimi tratteggiati in larga parte da campi d’olivo e moggi di vite e qua e là da case di campagna vecchie e nuove.

A camminare queste strade di campagna si respira subito la ruralità di questi luoghi, vissuti da persone straordinarie con un legame molto profondo con questa terra, la città è a pochi chilometri ma rimane là, da raggiungere solo quando è veramente necessario, mentre la vita scorre lenta e indaffarata con i contadini che scorrazzano sin dalle luci dell’alba su e giù per i campi della zona a faticare la terra, coltivare la vigna, seminare il futuro.

Quella di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli è una storia¤ che non smetteremo mai di raccontare, ancor più davanti a bottiglie come queste che seppur siano diventati ormai un grande classico della migliore produzione campana, riescono ogni volta a conquistare e colpire per fascino, sostanza e finezza.

Il “Vino Pallarello” e il “Vino Spumante di Pallagrello” venivano annoverati sin dai primi del Novecento negli annali storici di questi luoghi, prima di finire nell’oblìo e rischiare seriamente di scomparire quando, nei primi anni novanta, proprio Peppe Mancini, prima con Vestini Campagnano¤ poi con Terre del Principe¤ si impegna per il suo recupero in vigna, la rinascita e la valorizzazione ampelografica e vitivinicola.

Un po’ avara l’annata duemiladiciassette dalla quale sono state tirate via appena una manciata di bottiglie di questo cru, all’incirca 4.500, un vino che a distanza di poco più di un anno dalla vendemmia si esprime in maniera essenziale ed efficace. Il primo naso sa di fiori bianchi e note esotiche, di glicine e gelsomino, poi lentamente vira su note di albicocca e buccia d’agrumi, quindi sentori di macchia mediterranea. Il timbro gustativo è moderno e vivace, il sorso è sottile ma teso e fresco, agile e godibile, dal finale di bocca sapido e minerale. Un sorso tira un altro e un altro ancora. Forse non una versione delle più ricche per il Pallagrello bianco Le Sèrole, l’annata è stata quella che è stata, ma senz’altro tra le più godibili già nell’immediato. Poi si sa, le sorprese memorabili¤ con i vini di Terre del Principe non mancano mai!

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© L’Arcante – riproduzione riservata

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Del Casavecchia Centomoggia 2009 di Terre del Principe: l’attesa, il ritorno, la grazia di sempre

27 aprile 2013

Ci si deve andare a Castel Campagnano, per capire bene, cogliere a pieno tutto lo splendore che certe bottiglie riescono solo appena a sussurrare.

Manuela Piacastelli - foto M. Fermariello

A Peppe Mancini e Manuela Piancastelli¤ sono occorsi diversi anni per chiarire per bene di cosa si parlava quando versavano copiosi calici pallagrello bianco e nero e casavecchia ai curiosi che si avvicinavano al loro stand in fiera; qualcuno li aveva vivamente consigliati di cercarseli e starli a sentire, di assaggiare e riprovare i loro vini – il Fontanavigna¤, il Le Sèrole, l’Ambruco¤, il Centomoggia¤-, che dalla Campania qualcosa di nuovo, diverso, davvero particolare sembrava venir fuori alla grande.

Un cammino lungo di cui oggi beneficiano in molti: la scoperta, la valorizzazione, la fermezza nel cercare di dare a questi vitigni misconosciuti pari dignità degli altri già da tempo sulla scena, una carta d’identità che addirittura per un momento sembrava impossibile potessero avere, additati come fuorilegge, trattati alla stessa stregua di sigarette da contrabbando.

Peppe Mancini e Manuela Piancastelli

Radici profonde e valori assoluti, oltre la bottiglia di vino, oltre questa o quella etichetta. Una lotta vera e propria. Vinta, per nostra fortuna. Anche per questo vale la pena passarci da queste parti, per respirarne l’aria, sentire l’odore di questa terra, assaporare quanta fatica, quanta anima, quanto carattere c’è dietro ognuna di queste bottiglie. Toccare con mano una realtà tanto solida quanto affascinante quando suggerita liquida. Pontelatone, Castel di Sasso un po’ come Radda o Castellina in Chianti: tutto può essere.

Il tempo l’anello mancante. Mancava a noi appassionati, non certo a Peppe e Manuela, o Luigi Moio che li segue da sempre in cantina. Loro sin da subito ci hanno creduto, alla buona prospettiva dei bianchi come e più dei rossi, dell’Ambruco, del Centomoggia. Vini di grande appeal sin da subito, deliziosi i bianchi, succosi i rossi ma ancora poco conosciuti al cospetto del tempo passato.

Le Etichette di Terre del Principe

Proprio su queste pagine appena qualche anno fa scrissi di una verticale se vogliamo storica per il Centomoggia¤, vissuta proprio assieme a loro e qualche altro amico là in cantina a Squille. Sei annate tra le quali però mancava proprio il 2009, ancora in affinamento nei legni; l’ho saggiato poi l’anno scorso, senza trarne francamente un giudizio definitivo: lo trovai ‘immaturo’, ‘incazzato’ quasi.

Oggi, dopo un anno, ha voluto dimostrarmi che non ce l’aveva con me; voleva solo starsene un po’ per conto suo. Sottile, invitante, mediterraneo, finissimo il naso: è balsamico, sa di violetta, marasca e liquerizia che ritornano perentorie all’assaggio. Il sorso è pacato, nerboruto ma senza le velleità di alcuni millesimi indietro, né l’increspatura colta l’anno scorso. Ecco, il valore del tempo, dell’attesa. L’indomani ho aperto un 2004, che se non fosse stato per una chiusura di bocca lievemente amara sarebbe là a giocarsela alla grande. Di raffinata piacevolezza, si dice in perfetto stato di grazia.

Intervallo. Il vino, il sogno di una vita, la felicità

4 settembre 2011


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