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Un vino da bere che verrebbe voglia di incorniciare, il Tresinus 2018 di San Giovanni

10 maggio 2020

E’ certamente una storia piena di romanticismo quella di Mario Corrado e Ida Budetta con la loro splendida azienda agricola San Giovanni a Punta Tresino, a Castellabate, in Cilento, ma anche carica di forza e determinazione, di passione pura.

Per rendere chiara l’idea da cui muove tutto, non poteva esservi rappresentazione migliore dell’etichetta di questo vino, il loro Tresinus, un Fiano di cui proviamo a lasciare traccia su queste pagine con colpevole ritardo, nonostante sia di diritto uno dei vini cilentani del cuore da almeno un decennio.

Sono evidentemente confini del tutto immaginari, agli occhi più attenti quelle linee sono solo apparenti, frontiere di uno spazio enorme inquadrato tra la madre terra, il mare e il cielo dentro al quale Mario e Ida si muovono con energia sin dai loro primi passi qui a Punta Tresino, risalenti ai primi anni ’90. E dire che più delle difficoltà di avviare l’impresa eccezionale di mettere su un’azienda agricola, praticamente dal niente, poté scuoterli l’enorme diffidenza, le difficoltà a portare avanti il riscatto di un luogo che passasse dai principi e dai valori della salvaguardia dell’ambiente, del territorio, la sua piena rivalutazione, anzitutto agli occhi di una comunità quasi arrendevole per via dell’isolamento atavico di questi luoghi e, peggio, arroccata dietro una chiusura mentale addirittura autolesionista in certi casi, che poco lasciava intravedere il futuro.

Eppure, proprio da queste parti, non mancavano esempi da seguire: Luigi Maffini muoveva i suoi passi a Castellabate in maniera sempre più decisa, con lui Alfonso Rotolo a Rutino, i De Conciliis a Prignano, per citarne solo alcuni tra i pionieri più apprezzati già in quegli anni. Così il desiderio di Mario Corrado e Ida Budetta poteva prendere il largo con ancora maggiore determinazione, in effetti così è stato.

Quella vigna così suggestiva e ben rappresentata in etichetta esiste per davvero, non è solo una raffigurazione artistica, è forse la vigna di Fiano più prossima al mare del Cilento, in cui sembra letteralmente tuffarsi, incosciente, dopo aver fatto un salto di  almeno trenta metri lanciandosi nel cielo di Punta Tresino. Questa è una terra straordinaria, va camminata a lungo e vissuta profondamente, alcuni luoghi per certi versi conservano atmosfere  finanche troppo austere, ostinatamente ancestrali, altri invece sembrano anticipare slanci incredibili verso l’infinito.

Vi sono poi vini che riescono a coniugare entrambe queste visioni, sono questi vini autentici, più unici che rari, non solo per questo territorio, questo ci pare il Tresinus duemiladiciotto di San Giovanni; ci arriva nel bicchiere un vino dal bellissimo colore paglia oro, luminoso, con un corredo aromatico merlettato: vi si colgono note di agrumi, fiori gialli, erbette aromatiche, odore di salsedine, balsami. Il sorso mostra subito consistenza e stoffa, finissima tessitura, persistenza gustativa, misurata sapidità, è certamente uno di quei bianchi da bere con piacere già oggi ma che anticipa una certa capacità di maturare ed evolvere in bottiglia, di quelli che verrebbe voglia addirittura di incorniciare.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Omaggio a Gillo Dorfles 2015, l’Aglianico secondo Peppino Pagano

1 maggio 2019

Angelo Eugenio Dorfles, è stato un critico d’arte, pittore e filosofo triestino, scomparso lo scorso Marzo 2018 all’età di 108 anni. Accademico onorario di Brera e dell’Albertina di Torino, è stato membro dell’Accademia del Disegno di Città del Messico, nonché Fellow della World Academy of Art and Science e Dottore Honoris Causa del Politecnico di Milano e dell’Università Autonoma di Città del Messico. Nonché insignito dell’Ambrogino d’oro dalla città di Milano, del Grifo d’Oro di Genova e del San Giusto d’Oro della sua Trieste.

A lui che per tanti anni, durante l’estate, amava concedersi lunghe passeggiate tra i Templi ed il lungomare di Paestum, Peppino Pagano, suo carissimo amico, ha voluto dedicare il vino di punta della sua azienda di Giungano San Salvatore 1988¤, un Aglianico prodotto da uve di un clone cilentano disperso negli anni, dal grappolo piccolo e spargolo ma dalla grande ricchezza fenolica delle bucce che ha saputo impressionare positivamente sin dalla sua prima uscita con il duemilanove che raccontammo, tra i primi, proprio qui su queste pagine nel gennaio del 2015.

Il Gillo duemilaquindici, ancora una volta impreziosito da un’originale etichetta disegnata proprio dal Maestro Dorfles, ha ricchezza e voluttà già nello splendido colore rubino-viola, concentrato e quasi ancora porpora sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è estremamente ampio e verticale, affianca alla tradizionale matrice varietale una certa giovialità che ne anticipa tanta vibrante sostanza in bocca.

All’assaggio sembra quasi di masticarlo, tanto è spesso, fitto, lungo. Quel velo porpora che tinge il calice pare ammantare con piacevolezza anche il palato, il sorso è corposo, carico di polpa di frutto e le spigolature sono ben attenuate dal sapiente uso del legno. E’ un rosso di caratura importante, con una tessitura considerevole, che punta a conquistare sin dal primo calice ma anche a poter sfidare il tempo senza alcun timore reverenziale nei confronti di altri grandi rossi regionali e italiani.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Paestum Aglianico Jungano 2010 San Salvatore

25 marzo 2013

Senza esagerare e perderci in troppi rivoli sempre complicati da navigare a vista diciamo che il Jungano incarna, è proprio il caso di dire, quel rosso di grande polpa che fa (quasi) sempre piacere ritrovare nel bicchiere: un aglianico del nostro tempo con tanta sostanza, tessuto e ciccia necessaria per stare in tavola, volendo, anche tutti i giorni.

Giungano, San Salvatore - foto A. Di Costanzo

E’ un vino di prorompente vivacità, anche immediato, di quelli che non hai bisogno del manuale d’istruzione per capire da dove cominciare. Ma attenzione però a non confondere questa chiarezza espressiva con la solita solfa di vini comuni a tutto tondo, anzi. Il Jungano 2010 è solo il primo giro di serratura che va spalancando le porte all’aglianico di questo sorprendente pezzo di terra sopra Paestum. Un rosso di gran carattere ma che sa toccare le corde giuste. 

Non ci metti molto a capirlo, è un rosso dal frutto incredibilmente piacevole, nero, teso, gioviale, che cede poco alla terziarizzazione, te ne accorgi tenendolo a lungo nel bicchiere, anche per un giorno intero: è un continuo riecheggiare di mora e rimandi balsamici che spiegano a pieno quanto potenziale possiede questo straordinario varietale quando sboccia stretto nella morsa di un terreno avido e minerale com’è da queste parti. Sapientemente interpretato.

Jungano 2010 - foto A. Di Costanzo

Non dimentichiamoci infatti la grande sostanza del progetto di Peppino Pagano che non si è certo lanciato in quest’avventura da sprovveduto, o solo per inseguire quella moda tanto cara – in tutti i sensi – agli imprenditori di successo in altri campi di fare vino per hobby. San Salvatore¤ è anzitutto un’azienda agricola a 360°, biologica non per manifesto ma per vocazione e che gira a palla sin dal suo debutto commerciale, non a caso in appena una manciata di vendemmie è già riuscita a smarcarsi proprio grazie alla forte personalità dei suoi vini bianchi¤ quanto più dei suoi due rossi¤.

Omaggio a Gillo Dorfles

18 gennaio 2013

Gillo Dorfles è un critico d’arte, pittore e filosofo triestino. Il prossimo 12 aprile compirà 103 anni. Tra le varie è Accademico onorario di Brera e dell’Albertina di Torino, membro dell’Accademia del Disegno di Città del Messico, nonché Fellow della World Academy of Art and Science e Dottore honoris causa del Politecnico di Milano e dell’Università Autonoma di Città del Messico. È stato insignito dell’Ambrogino d’oro dalla città di Milano, del Grifo d’Oro di Genova e del San Giusto d’Oro della sua Trieste.

Paestum Aglianico Gillo 2009 Az. Agr. San Salvatore - foto A. Di Costanzo

A lui che ancora oggi, d’estate, ama concedersi lunghe passeggiate tra i Templi ed il lungomare di Paestum, Peppino Pagano ha voluto dedicare il suo vino di punta. Un aglianico che, alla sua prima uscita col 2009, viene fuori con una tessitura impressionante, confermando il millesimo tra i più fortunati per i rossi di questo pezzo di terra cilentana. Che, invero, m’aveva già colpito positivamente con il secondo vino aziendale uscito già due anni fa, il Jungano.

Il Gillo duemilanove, impreziosito tra l’altro da un’originale etichetta disegnata proprio da Dorfles, mostra però i muscoli; alla ricchezza e voluttà del colore e del naso affianca tanta sostanza in bocca che sembra, all’assaggio, di masticarlo quasi, tanto è spesso, fitto, lungo. Stupendo il colore viola, e quel velo porpora che tinge il calice. Dei profumi ci potremmo stilare un vademecum del varietale; del sorso, copioso, carico di polpa, insaziabile, un vero e proprio manifesto, punta di diamante di tutta una tipologia. Un rosso di caratura importante che punta a sfidare il tempo ma che vuole anzitutto lasciarsi bere con soddisfazione sin da ora. E ci riesce ampiamente.

© L’Arcante – riproduzione riservata


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