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Terlano e il successo dei vini dell’Alto Adige

3 agosto 2026

Quando nacque la cantina – nel 1893 – l’agricoltura era uno dei fattori trainanti dell’economia locale. Ma a parte alcuni sparuti pionieri che già un secolo prima, ispirandosi all’esempio della Renania, avevano importato vitigni preziosi dalla Germania e dalla Francia, il comparto agricolo languiva in uno stato di forte arretratezza, dominato da pochi latifondisti.

Qui tutto nasce da uno sparuto gruppo di viticoltori che decisero di mettersi insieme fondando una cantina sociale per non restare imbrigliati nelle maglie dei latifondisti. Certo il vino allora finiva quasi del tutto al nord e sebbene a metà dell’Ottocento in Alto Adige il rapporto tra le uve a bacca rossa e bianca prodotti fosse di 80 a 20, Terlano già nel 1893 godeva di una particolare vocazione a zona di produzione di vini bianchi, e col tempo ha consolidato questa sua posizione. Oggi, alla Cantina di Terlano il 70% della produzione è costituito da vini bianchi, e il 30% da vini rossi.

La vigna qui è ovunque e disegna paesaggi di una bellezza disarmante, perfettamente incastonata tra i piccoli centri abitati e le montagne di qua e di là dell’Adige; il terroir di Terlano si distingue anche per le caratteristiche insolite del suolo, di natura sostanzialmente vulcanica, con evidenti tracce di porfido quarzifero che costringono la vite a reagire a condizioni stressanti, producendo quei polifenoli specifici che rendono inconfondibile i vino di queste terre. Stiamo parlando di vini con una spiccata sapidità, tensione e profondità gustativa grazie proprio alla presenza di particolare di cristalli e minerali nel sottosuolo che contribuiscono a dare vita a dei vini bianchi che alla prova del tempo dimostrano straordinaria longevità.

Girando per le vigne di Terlano, ci raccontano: ”Qui si possono vivere tutte le stagioni in una sola giornata. Dopo una notte autunnale particolarmente fresca, infatti, nelle prime ore del giorno l’erba appare ancora ricoperta di brina, e per chi lavora all’aperto è buona norma avere con sé una giacca per tenersi in caldo”. Così appena il sole comincia a splendere spuntando dai costoni delle montagne ad Est, l’umidità notturna evapora in un baleno, e per alcune ore fra le viti serpeggia nell’aria una rada foschia primaverile. A mezzogiorno, il sole è pienamente caldo mentre verso l’imbrunire, invece, o anche dopo un breve temporale, chi è al lavoro nei vigneti deve ricordarsi in fretta dove ha lasciato quella benedetta giacca per tenersi caldo che si era sfilato in tarda mattinata”.

Questi sbalzi climatici ”estremi” sono abbastanza evidenti anche nella flora che prospera in questo territorio così insolito. Nel fondovalle, ad esempio, nel bosco ceduo dominano le essenze termofile, come la roverella sui pendii rivolti a Sud, o il carpino e l’orniello in quelli esposti a Nord. Salendo di quota, cominciano poi a prevalere boschi di conifere. Spaziando con lo sguardo, poi, a Terlano si nota anche una presenza fitta di castagni, considerati un simbolo di zone più meridionali, e perfino il fico d’India, solitamente endemico nell’area mediterranea meridionale, eppure qui cresce rigoglioso fra i vigneti.

Non solo le realtà cooperative, sono diversi i protagonisti di questo straordinario successo oggi sulla bocca di tutti, diversi personaggi lungimiranti, accomunati dal desiderio di realizzare dei vini d’eccellenza in un territorio così particolare come l’Alto Adige, che hanno saputo lasciare un’impronta indelebile nella produzione vinicola di questa terra con grande slancio a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso. La cura delle vigne, l’integrità e la qualità delle uve sono subito diventati diktat per piccoli contadini e grandi conferitori. È fuori dubbio infatti che la qualità indiscussa riconosciuta ai vini altoatesini nel mondo sia frutto di scelte coraggiose di viticoltori, enologi e presidenti di cantine sociali che diedero il via a una nuova era nella produzione vinicola del territorio, lo sviluppo tecnico ed una forte capacità di penetrazione dei mercati hanno fatto il resto.

Tornando a Terlano, certamente una delle più apprezzate Cooperative dell’area, questo spirito pioneristico è ben rappresentato dalle cosiddette ”Rarità”, certe bottiglie speciali di vini bianchi invecchiati, in larga parte pinot bianco maturati per almeno dieci anni sui lieviti fini all’interno di cisterne d’acciaio in pressione. Ne vengono fuori vini dalla freschezza impressionante, avvincenti, nonostante la loro veneranda età. Sono vini che si prestano alla perfezione per maturare a lungo in bottiglia.

Rarity 2013 A. A. DOC Terlaner ***** E’ il pinot bianco alla prova del tempo, in questo caso riuscitissimo in tutto il suo splendore: dal colore giallo paglierino chiaro e lucente non nasconde ancora delle nuances verdognole, colpisce per la grande complessità ed è impressionante la sua freschezza dopo quasi tre lustri! Il naso è invitante, dapprima soave poi pungente: ci senti dentro la camomilla, un po’ di pesca, sentori che lasciano poi spazio a note minerali, fumè e sensazioni balsamiche e speziate interessantissime. Il sorso colpisce per la sua avvolgente struttura, possiede una tensione gustativa d’altri luoghi e d’altri tempi (si pensi alla Loira, per dire) ed un finale di bocca armonico e persistente.

Questo vino nasce grazie a quello che qui chiamano ormai metodo Stocker, da quando cioè Sebastian Stocker, ex enologo della cantina di Terlano, decise di imitare l’esempio dei colleghi francesi e cominciò far maturare più a lungo i vini sui lieviti fini. Oggi perciò, le annate migliori scelte per queste rarità si fanno prima affinare in botti di rovere per un anno, dopodiché si travasano in piccoli fusti d’acciaio da 2.500 litri, dove rimangono da 10 a 30 anni, avendo così tutto il tempo per sviluppare sui lieviti fini tutti i loro aromi e la loro struttura complessa. Si tratta perlopiù di pinot bianco, chardonnay, sauvignon blanc e ogni anno ne vengono tirate fuori poco più di 3.000 bottiglie.

Terlaner 1991 A. A. DOC Terlaner ****/* Bianco monumentale, perfettamente integro, dal colore giallo paglierino scintillante con sfumature dorate appena accennate. E’ un susseguirsi di note floreali e speziate, di melissa e pepe bianco, di frutta disidrata e frutta secca, mela e mandorla ma anche di raffinatissimi rimandi balsamici che ne tratteggiano un quadro olfattivo avvenente e avvolgente. Il sorso è gustosissimo, pieno, equilibrato, vivace, appena pungente sul finale di bocca. E’ certamente un vino dal profilo organolettico articolato che conserva ancora tutta la sua freschezza gustativa.

Grande Cuvée Terlaner I A. A. DOC 2023 ****/* è l’espressione più ”alta” del territorio, composto in larga parte da pinot bianco, al 60%, 38% chardonnay e un piccolo saldo di sauvignon al 2%. Diventerà un grande vino! Dal colore giallo paglierino brillante, si mostra già abbastanza complesso, al primo naso con aromi di agrumi, poi pepe bianco (!), varie erbe aromatiche. E’ certamente un vino elegante, di tessitura raffinata, saprà conquistare i palati più attenti dopo qualche anno ancora in bottiglia.

Vorberg 2023 A. A. DOC Pinot Bianco **** bel colore giallo paglierino lucente con riflessi verdolini, il suo bouquet resta invitante e variegato, con note fruttate mature che vanno dal melone alla pesca bianca, alla pera o mela delizia, ma anche con aromi più esotici e forse anche scontati come ananas e frutto della passione, ma è agli albori della sua complessità espressiva. E’ un bianco sfrontato che non nasconde la sua dote aromatica, nemmeno la sua persistente mineralità che ne fa uno dei vini con maggiore versatilità a tavola.

Nova Domus 2023 A. A. DOC Terlaner Riserva ***** Con questa cuvée si prova a leggere ad ogni annata gli umori del territorio come impone la storia del Terlaner, a questo giro riuscitissimo con un blend di pinot bianco al 65%, chardonnay al 30% e per la restante parte del 5% sauvignon. Il colore tende al giallo paglierino e la sua composizione aromatica è piena di interessanti sfaccettature. E’ subito complesso, di erbe e spezie come anice, menta e salvia, ma anche fruttato, con sentori di albicocca e una sferzata agrumata, di mandarino anzitutto. E’ vino un bianco delizioso e complesso anche al palato, avvolgente sin dal primo sorso, sferzante e minerale, un bianco di eccezionale coinvolgimento sensoriale.

Il vigneto di Terlano conta oggi circa 143 soci che gestiscono all’incirca 190 ettari di vigne tra i 250 e i 900 metri s.l.m.. Le zone più a fondovalle sono perlopiù destinate al lagrein, il cabernet. Il pinot nero e i bianchi, invece, prediligono i versanti più freschi, ad altezza medio-elevata ed elevata tra i 450 – 600 metri s.l.m.. In ultimo non si può non fare menzione del loro buonissimo Monticol, il pinot nero A. A. Riserva DOC che resta una delle più eleganti e fresche versioni del territorio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Coccaglio, del Franciacorta Brut Dosaggio Zero 2015 di Arcari+Danesi

12 gennaio 2020

Sono le versioni ”Dosaggio Zero” che secondo noi rappresentano al meglio l’espressione territoriale e varietale che si prova a portare in bottiglia nei vini speciali Metodo Classico, questa bottiglia ce ne dà nuovamente conferma sul tema Franciacorta con un approccio davvero interessante per chi volesse andare un po’ più in là nella scoperta dei reali valori in campo oggi da quelle parti.

Ne parlammo già Qui qualche anno fa, quello che allora poteva rappresentare una novità si è poi velocemente affermata come una splendida realtà che ha aperto una porta dalla quale affacciarsi curiosi per guardare cosa potesse accadere di nuovo e diverso in Franciacorta al di là del pregevole lavoro delle più importanti aziende del territorio che già conoscevamo.

L’Azienda nasce infatti nel 2006 grazie a Giovanni Arcari e Nico Danesi. La cantina ha sede nel comune di Coccaglio, una splendida casa del vino franciacortino ricavata nella roccia del versante sud del Montorfano, il monte di origine morenica che demarca il confine meridionale del territorio bresciano. Stiamo parlando complessivamente di appena cinque ettari dei quali per la maggior parte piantati con Chardonnay, cui s’aggiungono Pinot Nero ed una piccola parte di Pinot Bianco, tutti allocati tra i comuni di Coccaglio e Capriolo in provincia di Brescia.

Questo Dosaggio Zero dumeilaquindici, di cui si sono state prodotte circa 20.000 bottiglie, viene fuori da Chardonnay per il 90% e per la parte restante Pinot Bianco. In tutte le fasi di lavorazione dei vini base e delle cuvée qui si utilizza solo zucchero autoprodotto (sotto forma di mosto congelato), facendo a meno quindi dell’utilizzo di zuccheri esogeni come ad esempio saccarosio o mosti concentrati rettificati.

Nel calice ci arrivano bollicine fini, con bel naso fragrante e ampio, integro e caratteristico: sa di agrumi, fiori gialli, un lieve ma gradevole accenno balsamico. Il sorso è fresco e gratificante, forse un po’ ”verde” per quanto ricordassimo delle precedenti uscite, rimane però gustoso, sapido, piacevole e di buona persistenza. Etichetta di sicuro approdo, per un’azienda in forte crescita di consensi, tutti ben meritati.

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A Beaune si va di Nuits-Saint-Georges blanc 2018 di Philippe Pacalet

7 giugno 2019

E’ senza ombra di dubbio tra i produttori di più grande talento venuto fuori negli ultimi 20 anni in Borgogna dove, con grande e inaspettata rapidità ha saputo imporsi come un fine interprete di vini e terroir differenti tra loro tirandone fuori rappresentazioni di stupefacente espressione territoriale.

Enologo di esperienza, négociànt avveduto, vigneron tout court Philippe Pacalet può contare oggi su circa 10 ettari di vigna disseminati in Côte de Nuits, Côte de Beaune e l’areale di Chablis da cui tira fuori mediamente 50.000 bottiglie l’anno. Tra i cosiddetti vini naturali d’oltralpe le sue selezioni sono tra le più ricercate ed ambite.

I suoi rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per emergere e rivelarsi del tutto ma non è assolutamente trascurabile la loro finezza sin dalla giovane età, in particolar modo in alcune appellation per così dire ”minori” – vedi ad esempio Chénas e Moulin-à-Vent, Qui – dove riesce veramente a sorprendere. Talvolta sono un vero e proprio manifesto dell’annata in tutto e per tutto. E i vini bianchi straordinariamente puliti, integri, espressivi, su tutti vanno menzionati Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet e, rarità assoluta, Corton-Charlemagne. Ai quali s’aggiungono alcune perle come questo Nuits-Saint-Georges blanc.

Viene prodotto da un piccolo appezzamento di circa 1 ettaro piantato prevalentemente con uve Pinot bianco, la vigna qui ha una età media di circa 25 anni; vi è da dire che la varietà è stata spesso confusa con lo Chardonnay, al quale somiglia parecchio, ed è forse anche questa la ragione per la quale non si fa a fatica a trovarne in giro da queste parti. Contrariamente allo Chardonnay il Pinot bianco ha minori capacità di adattamento e viene considerata varietà precoce, possiede inoltre una buccia più sottile e dà vini con caratteristiche organolettiche ben diverse ma quando trova terreni ricchi di materia minerale ed un buon interprete, sa esprimere prodotti capaci di sorprendere e conquistare anche i palati più attenti. 

Questo duemiladiciotto è in bottiglia solo da qualche settimana, ha certamente necessità di distendersi ancora un po’ ma si presenta anzitutto come un bianco profondamente diverso dagli altri di Pacalet, anche per questo particolarmente originale. Il colore è paglierino tenue, al naso ricorda subito frutta a polpa bianca, agrumi e macchia mediterranea: vi si coglie mela, pera e pompelmo rosa, ancora uva spina e mentuccia. Il sorso è caratterizzato da una sottile e persistente fresca vivacità, la vera arma letale in fatto di bevibilità, ma viene poi fuori sostanzialmente sapido e definito. Al netto di un prezzo non proprio alla portata di tutti, on-line è reperibile intorno ai 115 euro, è da considerarsi un bianco immediato, di medio corpo e privo di velleità iper-aromatiche, però preciso, puntuto e dal quadro organolettico impeccabile. Decisamente una bella scoperta!

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Alto Adige Pinot Bianco Vorberg 2016 Terlan

8 dicembre 2018

Per gli appassionati della tipologia Vorberg è certamente un’etichetta di riferimento assoluto; un vino, quale che sia il millesimo che si va descrivendo, di sovente descritto come ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva” come se per i vini di Terlano non vi fosse mai possibilità di una benché minima curva di decadimento.

E’ quel che si dice ‘un vino di montagna’ il Pinot Bianco Riserva Vorberg¤ di Terlan. Le uve provengono tutte dalle vigne del versante meridionale del Monzoccolo, nel pieno del territorio DOC di Terlano, vigne piantate su clivi e terrazzamenti posti tra i 350 e 950 metri s.l.m., di età media tra i 20 e i 40 anni.

Il pinot bianco (o Weißburgunder) dà generalmente vini non subito amatissimi dal grande pubblico, talvolta un po’ troppo ‘verdi’, per non dire bruschi, asprigni quasi, ma il Vorberg gioca in un’altra categoria. L’impronta è tipicamente varietale ma la sostanza ci consegna un vino che tende ben oltre le prime avvisaglie di verticalità, il sorso pungente, la freschezza gustativa: vi è molto, molto di più nel bicchiere.

C’è infatti da dire che i vini di Terlano danno il loro meglio con un po’ di anni di maturità e questo duemilasedici ne offre parecchi di spunti in questa direzione. Se il primo sorso è infatti apparentemente scarno, perché baldanzoso e rinfrescante, il naso è subito variopinto, balsamico e gioviale ma il corredo aromatico pian piano si arricchisce anche di note fruttate di agrumi, sentori di miele e mandorla, pietra focaia, così il finale di bocca, che rimane estremamente piacevole ma ricco di energia, acidità, nerbo.

E’ insomma un vino che possiede grande personalità e lunghezza, non abbiamo dubbi che tra qualche anno ce lo ritroveremo sicuramente ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva”. E ne potremo ancora lasciare traccia a futura memoria.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Appiano, Alto Adige Pinot Bianco In der Låmm 2015 Weingut Abraham

8 ottobre 2018

C’è stato un tempo in cui una certa tipologia di vini bianchi scuotevano gli animi di appassionati e professionisti di ogni genere e settore della filiera  enoica coinvolgendoli repentinamente in un turbinio di sensazioni, opinioni e prese di posizioni in qualche caso eccessive; punti di vista talvolta comprensibili, altre meno, da un lato il pensiero libero e dall’altro le barricate tese sostanzialmente ad alzare barriere ideologiche che hanno ottenuto come unico risultato l’allontanamento di molti dal bere vini macerati.

Pinot Bianco 2015 Weingut Abraham

Vi è stata indubbiamente un poco di confusione, alcuni produttori mossi forse dalla troppa voglia di fare, si sono spinti nel seguire pedissequamente protocolli non sempre replicabili dappertutto o comunque non idonei a tutte le varietà menzionate nell’elenco delle uve da vino. Lo abbiamo visto, giusto per restringere il cerchio, anche dalle nostre parti qui in Campania con alcuni bianchi che hanno subìto tentativi talmente velleitari da sfociare in copie caricaturali di se stessi, con vini sostanzialmente sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da bere; vini passati per cru quando non “da una vigna unica”, esempio di cosa si potesse fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, ce lo saremmo volentieri risparmiato, una deriva stilistica per fortuna rientrata.

Di tutt’altro respiro questo splendido Pinot Bianco 2015 di Martin e Marlies Abraham prodotto dalle uve provenienti dal vigneto In der Låmm nel comune di Appiano, a circa 500m s.l.m.. Vigneto di circa 60 anni allevato su tradizionali pergole le cui radici affondano in un terreno composto da morene dell’ultima glaciazione, miste a pietrisco vulcanico e ricco di minerali di porfido e quarzo.

Vino di grande sostanza, sin dal colore paglierino carico e tendente all’oro più luminoso. Il naso è carico di piacevoli sensazioni floreali e fruttate, fiori bianchi e mela ben matura, erbette officinali e balsami. Il sorso è pieno e rotondo, appagante e godurioso, la lunga macerazione delle bucce dona grande complessità al frutto senza però sovrastarne qualità e freschezza, nonostante i 14° gradi in etichetta facciano immaginare tutt’altra bevibilità. Non vi è dubbio che vi è dietro questo vino un grande lavoro di selezione in vigna e tanta esperienza e massima attenzione in cantina. Una bella esperienza!

© L’Arcante – Riproduzione riservata

Franciacorta Collezione Grandi Cru ’07 Cavalleri

24 agosto 2013

Parlando di Franciacorta credo indispensabile cominciare a parlare un po’ più anche di uve, vigne, uomini e specificità dei vini anziché quasi esclusivamente di un marchio e di quanto questi riesca nel ‘garantire’ qualità a prescindere.

Franciacorta Collezione Grandi Cru 2007 Cavalleri

In giro c’è sempre più Franciacorta¤, a dispetto del blasone e del successo dei grandi competitors internazionali – Champagne su tutti -, ma non si può non rilevare quanto ancora ci sia da fare da quelle parti per rendere a pieno l’idea di cosa si sta parlando quando si racconta un loro vino.

Certo che aziende di qualità non mancano ad agevolarti il compito; famiglie come i Zanella o i Moretti ad esempio, o prima ancora i Berlucchi e i Ziliani hanno contribuito e contribuiscono non poco ad alzare l’asticella. Così oggi marchi come Ca’ del Bosco¤, Bellavista¤, Fratelli e Guido Berlucchi piuttosto che Uberti e Cavalleri¤, giusto per citarne i primi che mi vengono in mente, fanno da traino a tutto il comparto e sono indiscutibilmente sinonimo di eccellenza.

Molti di questi fanno capo a quella schiera di imprenditori sbarcati in Franciacorta a metà anni ’70 per fare impresa in cerca di vigneti nuovi o da rimodernare; avevano idee molto chiare, ispirate ma soprattutto mezzi a sufficienza per partire ed affermarsi. E per fare questo chiamarono sin da subito enologi e specialisti del settore capaci di valorizzare quello che sino ad allora era un buon prodotto, il Pinot di Franciacorta, nato da una sana tradizione ma certamente migliorabile. Proprio in quegli anni lo chardonnay si affrancò dal pinot bianco divenendo ben presto egemone.

Un gran lavoro che nel Collezione Grandi Cru 2007 della famiglia Cavalleri ci sta tutto. Fosse coperto, servito così alla cieca dico, la mente andrebbe immediatamente da qualche parte là in Cote des Blancs. Provate a farlo, e a smentirmi. Non so se è un vezzo o un vanto ma di certo tra i tanti francesismi in giro il continuo riferimento che questa azienda fa con le sue cuvée alla patria degli Champagne non mi pare affatto azzardato: bottiglie alla mano ci vuole poco o niente a confondersi, a riconoscerne tutta la bontà espressiva. E questa etichetta – cercatela, provatela, non ve ne pentirete! -, saprà spiegarsi meglio di tante note colorite cui possa fare ricorso io oggi nel segnalarvelo. E’ buono, buono, buono!

credits http://www.franciacorta.net