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Un Tignanello è per la vita, sta scritto nel tuo bicchiere, chiaro e tondo come mai prima d’ora!

17 settembre 2012

Buono è buono, ogni volta però sembra di stare a scoprire l’acqua calda, così non ci si può nemmeno ricamare su più di tanto perché il Tignanello è il Tignanello e da qualsiasi punto di vista tu lo possa leggere, interpretarlo o decantare è e rimane il grande rosso Toscano italiano famoso in tutto il mondo.

E’ un rosso che vanta numerosi primati e numeri importanti, tra i più importanti in Italia. Ciononostante, non so se ve ne siete mai accorti, ne girano davvero poche di recensioni sul web; sembra quasi che sia deleterio, soprattutto per i critici enofili più affermati, anche il solo scriverne due righe, men che meno di apprezzamento. Eppure è sempre lì, tra i primi nelle migliori guide ai vini d’Italia di ogni tempo.

La vigna, contigua a quella del Solaia, è più o meno sempre quella, poco meno di 50 ettari su per le colline chiantigiane tra i borghi Montefiridolfi e Santa Maria a Macerata. Tignanello è stato il primo sangiovese a vedere la barrique nonché il primo vino rosso con varietà internazionali e, tra gli altri, uno dei primi vini rossi fatti nel Chianti a non usare più uve bianche. Nel ’70, quanto è uscito per la prima volta, recava in etichetta la denominazione “Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello”, con ancora del canaiolo, trebbiano e malvasia; con il ‘71 è diventato semplicemente Tignanello e con l’annata 1975 le uve bianche sono state completamente eliminate dall’uvaggio. E’ dal 1982 che la composizione varietale è invariata: sangiovese all’80%, 15% cabernet sauvignon e cabernet franc per il restante 5%.

Renzo Cotarella va affermando da tempo che Tignanello e Solaia, due delle tante punte di diamante delle tenute del Marchese Antinori, col 2007 ma ancor più con il 2008, dopo la piena maturità delle vigne reimpiantate tra il 2000 e il 2001, avrebbero cominciato un nuovo percorso verso l’eccellenza, del tutto diverso dai loro primi anni di vita. Un timbro, il loro, di nuova forgia che nasce dopo la lunga analisi, negli anni, di ogni singolo aspetto del terroir lì in tenuta. Una caratterizzazione che gli consentirà così di sfidare il tempo alla stessa maniera dei grandi chateaux di Bordeaux. Vedremo.

Intanto il duemilaotto tira le fila a tanta materia, evidente già nel colore ricco, ma soprattutto al naso, dove l’iniziale esplosione di frutta rossa va lentamente defilandosi per lasciare il passo a note di tutto un po’: è intrigante ritrovarvi sin da subito un tono iodato piuttosto marcato, sanguigno; poi si fanno largo sottili spezie dolci ma anche cuoio bagnato e sentori balsamici. Il sorso è gustoso, il piacere lungo e avvolgente, non mancano le spigolature – più acide che tanniche – ma, vivaddìo, che carattere che ha questo Tignanello. E pensate un po’ che se ne fanno (quasi ogni anno) svariate centinaia di migliaia di bottiglie. Gulp!

Illasi, Valpolicella Sup. Monte Lodoletta 2004

25 settembre 2010

Ricordo come fosse ieri quando, più o meno una quindicina di anni fa, lavorando tra i tavoli di uno dei ristoranti più cool dell’epoca a Pozzuoli, La Fattoria del Campiglione, non di rado mi capitava di aprire signore bottiglie, a volte in una sequenza e con una costanza che avrebbero fatto imbarazzo anche alla migliore “cantina” d’Italia.

Tra i vini più gettonati vi erano immancabili alcuni tra i nomi già allora storici dell’enologia italiana e gli immancabili SuperTuscan che vivevano, forse,  il loro momento top: Sassicaia, Ornellaia, Solaia e i vari figli di un “aia” superiore sembravano lanciatissimi in un’ascesa inarrestabile, e con i vari Gaja e Biondi Santi – come se l’uno e l’altro producessero un solo unico vino di inestimabile valore – sembravano assurgere a pane vino quotidiano, la bottiglia da non far mancare sulla tavola, lo status symbol da sbattere in faccia ad amici enogastrofanatici o come talvolta accadeva, più semplicemente un classico e banale sciovinismo di ignoranti enosboroni alla ricerca di alcol e tannini per allungare la bottiglia di coca-cola da un litro.

Nel mezzo di tutto questo marasma enoico, tra il dire fantastico ed il mio illibato diletto da provetto sommeliericchio, ci capitavano di tanto in tanto una o due bocce di tal Quintarelli Giuseppe o del suo mite ma ambizioso allievo Romano Dal Forno: erano quelli, momenti di gran confusione frammisti però alla tangibile percezione di stare maneggiando nettare ieratico a cui mai avevo avuto accesso prima di allora, e non sapevo, puntualmente, dove andare a parare per avere un riferimento utile degustativo per meglio comprendere l’intensità, l’opulenza e la profondità che questi vini erano capaci di scatenare, al naso come al palato; poi, nel tempo, capii che non ne esistevano, probabilmente erano proprio quelli dei nuovi a cui guardare.

Di Romano Dal Forno e del suo maestro Quintarelli non oso nemmeno scrivere due righe, ma solo perchè nonostante le belle esperienze sensoriali successive agli esordi appena descritti, maturate tra l’altro con una coscienza sempre più ferrata in materia, non ho avuto ancora l’onore di toccare con mano le loro realtà, pertanto, speranzoso di camminare nuovamente quelle terre per finalmente colmare questo vuoto, vi rimando a questo bellissimo ed esaustivo pezzo di Roberto Giuliani che trovate su LaVINIum, leggerlo vi aprirà la mente su una storia, quella di Dal Forno, che oggi è sì leggenda, ma che ha origini ancora più suggestive.

Dove invece ci metto volentieri la bocca è su questo straordinario vino, il Valpolicella Superiore Monte Lodoletta 2004, quest’anno assaggiato, tra i tanti, in più di una occasione; sorpresa delle sorprese, l’altra sera con gli Amici di Bevute, radiografandone a puntino tutte le possibili sfumature l’abbiamo consacrato a pieni voti a… “Mamma che vino!”. Il Colore ha una carica impressionante, è puro inchiostro, cristallino, impenetrabile e vivacissimo, pare ancora sobbollire nei tini; il primo naso offre uno spin up incredibilmente coinvolgente: frutta macerata, polpa di frutti neri in confettura, cioccolato, cuoio, cipria. In bocca ha un attacco deciso, infonde immediatamente una gran voluttà, ha muscoli tonici e non vuole certo nasconderli ma, come forse solo in pochi, non tende all’ostentazione, piuttosto scivola via setoso, fresco, pulito, in profondo equilibrio, lasciando il palato imbrigliato tra il frutto decisamente croccante ed una sostanza glicerica sostenuta eppure mai stancante, di estrema finezza ed eleganza: proprio un gran bel vino, che vale tutti i novantacinque/cento euro che vi chiederanno in una onesta e fornita enoteca. 

Ecco, credo proprio che puoi rischiare di lasciarci il naso in un bicchiere del genere, pensare di farla finita una volta per tutte con i cosiddetti vini facili (ma quali sono poi?), eppure penso che sono proprio grandi vini come questo che ti lasciano apprezzare quanto possiamo ritenerci fortunati in Italia ad avere terre e vigne così profondamente dissonanti ed uomini e vini così marcatamente diversi tra loro, a volte più unici che rari, con buona pace dell’effimera, stupida omologazione che, non ultimo vedi il caso Cirò, non si smette ancora oggi, di rincorrere.

Chiacchiere distintive, Renzo Cotarella

17 febbraio 2010

Sbuca dalla porta delle scale come farebbe un bambino per sorprendere gli amichetti intenti a nascondersi prima dello scoccare del fatidico “dieci”: “Scusatemi per il ritardo, sono qua!” Non si può non aspettare Renzo Cotarella, soprattutto se è in anticipo di cinque minuti, soprattutto se appena di ritorno da Udine ed in partenza per Firenze, ma va bene così, la giornata non poteva chiudersi meglio se non con quattro chiacchiere, distintive come sempre, con colui che il Castello della Sala l’ha vissuto e lo vive più di tutti e con una profondità pari a nessun altro se non, forse, al compagno di viaggio di sempre, tal Franco, capo cantiniere storico, che ha lasciato qualche tempo fa per raggiunti limiti di età “ solcando qui al Castello un abisso umano più che un vuoto professionale”.

Renzo Cotarella entra in Antinori, a Castello della Sala nel 1977, non si sa quanta più incoscienza dell’uno o dell’altro, ma il marchese Piero Antinori pare rimanere folgorato dal suo talento e dalla sua intraprendenza, tradotti poi nel tempo, in duro lavoro e notti insonne lungo quel cammino di affermazione mondiale che ha condotto ad oggi le tenute della storica famiglia fiorentina a rappresentare senza ombra di dubbio un modello vitivinicolo tra i più apprezzati ed ambiti del mondo.

Renzo Cotarella è un “modello professionale” per molti, qual è il segreto? Se la passione, l’impegno, lo studio, la dedizione, la disponibilità, l’analisi critica sono modelli a cui rifarsi, non è necessario guardare a Renzo Cotarella, ci sono tanti esempi del genere, basta valorizzarli.

Come ha fatto il marchese Piero Antinori con lei? Beh, 33 anni fa ero certamente in una posizione diversa da quella di oggi, eppure c’è stato qualcuno che ha creduto fortemente in me, la mia vita, umana e professionale è indissolubilmente legata alla famiglia Antinori.

Come cerca di fare lei oggi; A quanto ne so, in giro per le tenute tanti giovani agronomi ed enologi. Senza dubbio. La storia viticola non si può ascrivere ad un solo uomo, non basta nemmeno una generazione per vederne raccogliere i buoni frutti. I giovani, il rinnovamento sono indispensabili per dare continuità al moto della vite. In campagna, in vigna come in cantina, o nelle bottiglie, non esistono segreti da difendere, da celare, ma solo tanti da scoprirne, e solo il tempo può concedere questa opportunità, tempo che ad un solo uomo non basta mai.

Il vino del cuore? Non un vino, una terra. Ci hai camminato le vigne questa mattina, io lo faccio da trent’anni. Circa 25 anni fa eravamo con il marchese Piero in giro per la Borgogna. A cena, una sera, ordiniamo uno Corton-Charlemagne, più o meno vecchio di una decina d’anni. Ne rimasi profondamente conquistato, il marchese mi sussurrò all’orecchio, quasi in maniera disarmante, dell’impossibilità di ripetere un tale risultato dalle nostre parti. Oggi il Cervaro della Sala è il risultato della sfida raccolta quella sera, il moto perpetuo per il quale continuare la nostra strada, con lo stesso entusiasmo di allora.

Giocando fuori casa? Eravamo nella seconda metà degli anni ottanta, mi è rimasto impresso un La Tache 1978 di Romanee Conti bevuto una sera, tra amici, a Roma: una verticalità ed una profondità mai più ritrovata in nessun vino bevuto di lì in poi.

Qual è il futuro del vino secondo Renzo Cotarella, qual è la strada da seguire? Originalità, qualità espressiva. Un vino va “sentito”, non si possono tralasciare le emozioni del momento e nemmeno si possono scordare. Certi vini rimangono un puro esercizio meccanico, non hanno certo vita lunga, e senz’altro davvero poco da dire.

Banale chiederle un modello ideale a cui rifarsi, ma sottolieamolo, quale? In Antinori si è perseguito una via faticosissima ma necessaria. Oggi ogni tenuta, ogni azienda ha una propria anima, una propria cantina, un proprio staff che la vive profondamente, ne raccoglie i sentimenti e ne traduce le sensazioni. E non posso negare di pensare che sia stato un processo iniziato tardi, nonostante prima di molti altri, avremmo dovuto incamminarci, su questa strada, molto tempo prima. Ma va bene così.

L’obiettivo prossimo in Antinori? L’evoluzione stilistica. Chi ha bevuto i vini di Antinori (Tignanello, Solaia, Guado al Tasso, ndr) antecedenti al 2004 rimarrà sorpreso di ritrovare nei millesimi successivi vini di maggiore e straordinaria personalità, riconoscibilità, autenticità.

Adesso le muovo una critica, fuori dai denti: perché il Pinot Nero a Castello della Sala? Ad oggi i risultati non hanno certo fatto sgranare gli occhi e conquistato palati? Qualcuno direbbe ostinazione, altri distrazione, io so che rincorro un modello ancora lungo da venire, ma nel ’90 tirammo fuori un vino straordinario. Negli anni a venire nella tenuta del Castello abbiamo lavorato particolarmente per i bianchi, da qualche tempo abbiamo ripreso le redini anche del Pinot Nero, vediamo un po’ cosa mi dirai tra tre-quattro anni.

Ci concediamo con un caloroso abbraccio, abbiamo speso tante altre parole sulla Franciacorta, su Prunotto, sull’Orvieto, l’origine certa di cui sopra che Renzo Cotarella non ha mai trascurato lungo la sua strada, tanto che oggi, il San Giovanni del Castello della Sala è certamente uno dei migliori mai bevuti prima. Tanti buoni ragionamenti, analisi critiche, osservazioni, con la convinzione, tra una domanda e l’altra, di avergli estorto e bevuto una bottiglia del più grande vino bianco italiano di sempre, tal Cervaro della Sala 1987. Annata sicuramente minore!


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